lunedì 15 dicembre 2014

Gli scavi della tomba di Sennefer

Gli scavi del sepolcro di Sennefer, alto funzionario dell'antico Egitto, sono cominciati nel 1992 a opera di un'equipe di egittologi di Cambridge. Facciamo il punto sulle ricerche.


Sennefer svolse il suo incarico sotto il regno di Amenhotep II (1450-1425 a.C.). Era un periodo di grande prosperità per il paese: ogni anno affluivano verso l'Egitto abbondanti tributi, parte dei quali venivano offerti dal faraone al dio Amon come ringraziamento per le brillanti vittorie riportate. Vissero in quegli anni molte grandi personalità, conosciute soprattutto grazie alle magnifiche sepolture fatte costruire a ovest di Tebe, e tra di esse lo stesso Sennefer. I titoli a lui attribuiti dalle iscrizioni rinvenute nella sua tomba sono innumerevoli, ma il principale è senz'altro quello di governatore di Tebe. Incaricato di amministrare la città i porti sul Nilo e i distretti rurali, curava anche la raccolta dei tributi (cereali e derrate alimentari) e ne rispondeva al visir. Era, inoltre, responsabile dei lavori nelle necropoli, della manutenzione dei templi, direttore dei granai di Amon, degli armenti di Amon, dei campi, dei giardini e degli orti del dio.
L'originalità della "dimora dell'eternità" Sennefer, nell'ambito della XVIII dinastia, risiede proprio nel fatto che le pareti della camera funeraria sono decorate: un fatto eccezionale per l'epoca e un'ulteriore riprova della grande notorietà di cui godeva Sennefer.

La tomba
Il complesso funerario di Sennefer occupa la parte alta della fiancata meridionale della collina di Sheikh Abu el-Qurna: si trova nello stesso settore in cui sono ragruppate molte altre sepolture del periodo di Amenhotep II.
La tomba si trova a dodici metri di profondità: vi si accede chinandosi tra le pareti appena abbozzate di una scala-tunnel formata da quarantaquattro scalini irregolari scavati nella roccia. Le pareti sono rivestite da uno spesso strato di un impasto di limo e paglia frantumata, che può arrivare fino a due centimetri di spessore e sul quale  stata passata una mano di calce grigio-bluastro pallido, caratteristica del periodo. La camera funeraria è divisa in due stanze: un'anticamera dal soffitto basso, di 3,50 metri per 2,35, e la stanza del sepolcro, che misura 6,70 metri di larghezza e 7,50 nel punto di massima lunghezza, con pareti lavorate a sbalzo e decorata con quattro pilastri.
Nell'anticamera vi sono le prime due immagini di Sennefer, schiena contro schiena: una delle due figure, piuttosto rovinata, si dirige verso l'uscita; la seconda, subito a sinistra della prima, raffigura il funzionario "mentre entra in pace nella necropoli, dopo aver raggiunto l'età venerabile per riposare in pace tra coloro che hanno ricevuto le lodi di Amon-Ra". A torso nudo, adorno di gioielli e vestito con tre gonnellini sovrapposti, Sennefer avanza appoggiandosi sul bastone da alto dignitario, con un fazzoletto bianco piegato nella mano sinistra. 

La tomba delle vigne
Il passaggio che conduce alla sala dei pilastri è alto 1,50 metri, e invita quasi ad entrare con rispetto. Il soffitto è decorato con una vigna lussureggiante curva sotto il peso dei grappoli d'uva nera e pronta per la vendemmia. L'originalità della decorazione è la magistrale raffigurazione dei rituali funerari fanno della "tomba delle vigne" uno dei più grandi capolavori della riva occidentale di Tebe. La mummia di Sennefer occupa la parte centrale della camera funeraria: stesa su un letto a forma di leone e protetta da un baldacchino, riceve le cure del dio Anubis. Sotto il letto, che è appoggiato su delle colonnine, è raffigurata l'anima vivente del defunto, mentre ai piedi e al capo del catafalco si trovano, rispettivamente, Isis e Nefti che assicurano la loro protezione al governatore Sennefer. 

Ipotesi sulla costruzione della tomba
La costruzione della tomba di Sennefer risalirebbe al 1420 a.C. Probabilmente, il funzionario fu sepolto nel pozzo più profondo della corte. Nel 1400 a.C., il genero Amenhotep pose nella tomba la sua statua. È probabile che altri componenti della famiglia siano stati sepolti in altri pozzi della corte nel corso della XX e XXII dinastia, poiché vi sono menzionate quattro diverse generazioni. In epoca più tarda, si aggiunsero le tombe di altri personaggi importanti, come il sacerdote Wedjahor, nel 705, e suo figlio Priest, nel 680. Secondo alcune ipotesi, la tomba di Sennefer fu riutilizzata per seppellire personaggi rimasti anonimi del periodo tolemaico e per la sepolture romane: è una teoria avvalorata dal ritrovamento di resti di braccialetti corrispondenti a questo periodo, cioè al 300 a.C. circa. Durante il medioevo, il sepolcro è stato forse utilizzato dagli arabi come abitazione. Nessuna di queste ipotesi è certa, anche perché, durante il XVIII e XIX secolo, la crescita del villaggio di el-Qurna ha attirato innumerevoli saccheggiatori di tombe. Nel 1896, il sepolcro di Sennefer fu menzionato per la prima volta dalla letteratura specializzata; nel 1903, Robert Mond cominciò i primi scavi e nel 1908 gli "inquilini", probabilmente dei tessitori, furono espropriati dalle autorità, che istallarono davanti al sepolcro una porta di ferro, rimasta fino al 1991. Nel 1992, il Cambridge Theban Project ha cominciato i lavori di ricerca già menzionati, tuttora in corso. 

lunedì 8 dicembre 2014

Alla scoperta di Tanis

Oltre a essere una delle città più grandi e importanti dell’antico Egitto, Tanis era anche una delle più belle. Il sito da cui sono riemerse le sue rovine ha cominciato ad attirare l’attenzione degli studiosi fin dall'inizio del XVIII secolo.


L’antica città di Tanis è forse meno conosciuta di altri centri politici e religiosi dell’antico Egitto come Menfi, Tebe o Eliopoli. Eppure, il suo nome compare nelle opere di illustri autori del passato: Erodoto cita Tanis come capitale del XIV Nomo del Basso Egitto; Manetone, nella sua cronologia dei Faraoni Egizi, si sofferma anche sulla cosiddetta dinastia “tanita”; Plutarco, infine, racconta che proprio in questa città il Dio Tifone (cioè Seth) gettò nel Nilo il sarcofago in cui Osiride era stato rinchiuso vivo. Anche la Bibbia contiene ripetuti riferimenti ai “campi di Tanis” Ssalmi, 77) e agli “stolti principi” della città (Isaia, 19).

Una partenza in sordina
Nel 1722, Padre Claude Sicard individuò per primo la possibile ubicazione dell’antica Tanis nel sito di Tell San El-Hager. Perché il luogo venisse esplorato, però, si dovette attendere la campagna d’Egitto di Napoleone: furono i geologi Dolomieu e Corbier, nel 1798, e poi Jaspotin, nel 1800, a tracciare una prima mappa di questo Tell (l’altura prodottasi col passare tempo dallo stratificarsi di diversi insediamenti). La quantità di obelischi, e la dimensione dei blocchi di granito e delle rovine disseminate ovunque facevano supporre che in quel punto doveva sorgere una grande città, se non addirittura una capitale dell’antico Egitto. A riportare alla luce i primi capolavori dell’antichità furono alcuni ricercatori inglesi (come Hamilton e Salt) e poi la squadra francese guidata da Bernardino Drovetti. Fu così che riemersero due sfingi (oggi al Museo del Louvre di Parigi) e undici statue reali (poi suddivise tra il Louvre e il museo egizio di Berlino).
Nonostante le prime, allettanti scoperte, inizialmente il sito non attirò quella folla di studiosi, antiquari e collezionisti che cominciava ad invadere l’Egitto. Solo a partire dal 1860 furono organizzati degli scavi approfonditi: i lavori furono diretti dal celebre Auguste Mariette ed eseguiti da un numero considerevole di operai e addetti.

Avaris o Pi-Ramses?
Per prima cosa, si cercò di ricostruire l’asse del grande tempio locale. Durante i lavori, riemerse una grandissima quantità di reperti: pochi colpi di piccone bastavano a liberare dalla sabbia statue di faraoni, sfingi e iscrizioni in cui ricorreva sempre il nome di Ramses. I primi tasselli della storia di Tanis cominciavano così ad essere ricomposti, anche se non nel modo più corretto. Lo stile di alcune raffigurazioni, infatti, sembrava ricordare quello del periodo in cui gli Hyksos erano padroni della regione; inoltre, un iscrizione faceva riferimento “Seth, Signore di Avaris”. Questi indizi portarono gli studiosi a credere che l’antica capitale degli Hyksos, citata anche da Manetone, sorgesse proprio nella zona di Tell San El-Hager. D’altra parte, questa ipotesi era contraddetta dalle statue e dalle iscrizioni che recavano il nome di Ramses II. Gli scavi condotti dall'inglese Flinders Petrie nel 1884 portarono a formulare una nuova supposizione: forse, sotto le macerie del sito giacevano i resti di Pi-Ramses (la città di Ramses), la città costruita dagli Ebrei durante la loro prigionia, secondo quello che diceva la Bibbia. 

I primi dubbi
L’identificazione di Tell San El-Hager con Avaris o con Pi-Ramses presentava dei punti deboli, che ben presto attirarono l’attenzione degli esperti. L’Egittologo tedesco Lepsius, per esempio, osservò che la capitale degli Hyksos non poteva essere stata costruita così lontano dal limitare del Delta; quanto a Pi-Ramses, trattandosi di un antico porto militare, doveva senza dubbio sorgere nelle vicinanze del mare; pur tenendo conto delle modifiche geologiche sopravvenute col passare dei secoli, il sito in questione non poteva aver ospitato la città di Ramses.
Mentre le congetture più disparate continuavano ad essere formulate, nel 1928 un docente dell’Università di Strasburgo, già studente dell’istituto del Cairo, decise di intraprendere nuovi scavi: il suo nome, destinato a rimanere per sempre legato a quello di Tanis, era Piet Montet. Il professore francese era particolarmente interessato a ricostruire le relazioni intercorse tra gli abitanti della regione e i popoli del Vicino Oriente, e riteneva che in questo modo si sarebbe riusciti a dare un nome alla misteriosa città sepolta. Gli scavi da lui condotti furono fin troppo energici, e questo portò a trascurare molti ritrovamenti. Tuttavia, era la prima volta in Egitto che un Tell veniva studiato con un reale interesse archeologico.

Nuovi indizi su Pi-Ramses
Tra il 1929 e il 1940, la missione archeologica diretta da Montet si occupò di dissotterrare, misurare e catalogare i numerosi frammenti di edifici e i blocchi di pietra che, uno dopo l’altro, emergevano dagli scavi. Sulle rovine dei cosiddetti templi di “Anta” e “dell’Est” furono ritrovate nuove iscrizioni con il nome di Ramses II, e nel corso della stessa campagna ritornò alla luce anche una splendida scultura che assimila il glorioso faraone ad Anat (oggi esposta al Museo Egizio del Cairo). Se bene vi fossero degli elementi architettonici di epoca più recente, l’ipotesi secondo cui la città sepolta corrispondeva a Pi-Ramses sembrò tornare nuovamente in auge. Non solo, ma il ritrovamento della base di uno Ziqqurat (una torre a terrazze) pareva confermare le origini asiatiche dei resti più antichi, e portò nuovamente a credere che nella stessa località fosse sorta anche Avaris. Alla vigilia della seconda guerra mondiale, insomma, la storia del sito era stata ricostruita in modo definitivo; o così sembrava.

Un nuovo colpo di scena
A dare una svolta inattesa a questo intricato caso archeologico fu uno studioso austriaco di nome Manfred Bietak. A partire dagli anni ’60, le sue ricerche nel sito di Tell El-Dab, posto circa 30 Km più a sud lungo il ramo pelusiaco del Nilo, portarono a una nuova, sorprendente conclusione: i resti sepolti a Tel San El-Hager non appartenevano né a Pi-Ramses né ad Avaris, poiché era ormai dimostrato che queste antiche città sorgevano ai margini orientali del Delta. In seguito, si stabilì anche che Tanis svolte un ruolo di primo piano nella storia Egizia solo in epoca successiva a quella in cui le due antiche capitali erano divenute altrettanti centri di potere; non prima, cioè, della fine della XX Dinastia, quindi verso l’anno 1.000 a.C.

Una capitale costruita con i resti
Furono i sovrani della XX Dinastia, dunque, e poi quelli della Dinastia successiva, a fare di Tanis una grande città e a conferirle il suo massimo splendore. La particolarità è che, per raggiungere il loro scopo, questi faraoni utilizzarono i resti di altri monumenti. Ecco svelato, dunque, il mistero di Tanis: re come Psusenne I non si fecero nessuno scrupolo a smontare pezzo per pezzo interi edifici costruiti altrove dai loro predecessori. Una volta tagliati e adattati, questi blocchi di granito ripresero vita sotto forma di nuovi palazzi e templi fatti innalzare dai faraoni Taniti. Col passare dei secoli, ovviamente, anche questi monumenti caddero in rovina e i loro resti si dispersero nel sito: ecco perché gli archeologi hanno impiegato così tanto tempo a ricostruire la vera storia della città. A ogni modo, scartate definitamente le altre ipotesi, si è giunti infine ad accertare la verità storica: nel sito, intorno all’anno 1.000 a.C., sorgeva l’antica Djanet (la Tanis dei Greci). Capitale dei faraoni della XXI Dinastia.

Il complesso funerario
Il momento culminante degli scavi di Tanis condotti da Montet fu costituito dalla scoperta di un complesso funerario in cui erano sepolti i re della XXII Dinastia. Il 27 febbraio 1939 fu ritrovata la tomba di Osorkon II (870 - 847 a.C. circa); come testimoniava il disordine degli arredi e degli oggetti funerari, la sepoltura era già stata profanata e saccheggiata: l’immagine che si presentò agli archeologi evocava quasi il crollo di una civiltà. Il 17 Marzo 1939, poi, fu definito dallo stesso Montet “un giorno meraviglioso, da Mille e una notte”. In quella data, infatti, ritornò alla luce un altro importante sepolcro. L’ingresso della tomba era rimasto inviolato per secoli: una volta liberato dalla sabbia, rivelò agli studiosi una serie di iscrizioni dedicate a Psusenne I; al centro, appoggiato su un basamento di pietra, giaceva intatto un magnifico sarcofago d’argento dalla testa di falco. Il Re Faruk in persona volle assistere all'apertura del feretro, ed ebbe modo di condividere lo stupore dei presenti, tra i quali vi era lo stesso Montet: la salma, ancora adornata dall’intera parure funeraria, non apparteneva a Psusenne I, ma a Heka-Kheper-Ra Sheshonq II, un faraone della XXII Dinastia fino ad allora sconosciuto. La scoperta della sua mummia, con la splendida maschera d’oro, l’ampia collana e il pettorale, aprì un nuovo interrogativo: dov'era finito il corpo di Psusenne I?


I faraoni della XXI Dinastia
Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, molti archeologi furono distolti dai loro incarichi, e questo fece rallentare i lavori di ricerca. Montet, invece, non si diede per vinto e, il 16 febbraio 1940, scoprì un corridoio che partiva dalla tomba di Sheshonq. Dopo aver introdotto una torcia elettrica in una fessura creata nella parete, l’Egittologo francese, ebbe subito una certezza: “Oltre quel muro ci sono più cose di quanto non ne abbia mai ritrovate in tutta la mia vita di archeologo”, ebbe a dire. La ricchezza della nuova sepoltura, in effetti, era impressionante: oltre al sarcofago d’argento vi erano una maschera, dei braccialetti, anelli e pettorali d’oro, vasi canopi, ushabti e molto altro ancora. In seguito, gli scavi proseguirono nella zona meridionale del complesso funerario. Qui fu ritrovata la tomba di Amenemope, un faraone poco noto che regnò verosimilmente a cavallo dell’anno 1.000 a.C.
Sul fronte bellico, si era entrati nel conflitto mondiale vero e proprio: gli scavi, perciò, furono interrotti. Montet, però, ritornò in Egitto nel 1945, e riprese con la sua squadra a registrare i dati topografici del sito. Con l’occasione, riportò alla luce un’altra tomba intatta: quella di Undebaunded, generale di Psusenne. Il tesoro in essa contenuto era all'altezza di quello del suo signore.

Una collezione di maschere funerarie
La necropoli reale di Tanis ha restituito la più importante collezione di maschere funerarie d’oro mai ritrovata in Egitto. Quelle di Sheshonq II e del generale Undebaunded spiccano sia per la qualità del metallo sia per la raffinatezza e il realismo del viso. Pregevole è anche la maschera di Amenemope, raffigurato con il nemes e un ampia collana, ma la più bella di tutte è senz’altro quella di Psusenne: tutta d’oro, tempestata di lapislazzuli e decorata con inserti di pasta di vetro, è paragonabile quasi alla celeberrima maschera funeraria di Tutankhamon, pur non raggiungendo minimamente la perfezione di quest’ultima.
Oltre a immortalare il volto del defunto, la maschera funeraria serviva a garantire l’accesso all’aldilà. Una formula del Libro dei Morti, in proposito, recitava: “Salve a te, bel viso dotato della vista plasmato da Ptah-Soqar (…). Il tuo occhio destro è la barca della notte, il tuo occhio è la barca del giorno, le tue sopracciglia sono quelle dell’Enneade, il tuo cranio è quello di Anubis, la tua nuca è quella di Horus. Sei sulla fronte del defunto, ricco di magnifici onori accanto al gran Dio (Osiride), e grazie a te egli vede (…)”.

Una fonte inesauribile di informazioni
Negli anni successivi non furono scoperte altre sepolture. In compenso, le conoscenze sull’antica città aumentarono grazie agli scavi effettuati tra 1946 e il 1951. Dopo un tempio dedicato a Konsu, rimaneggiato sotto la XXX Dinastia, riemerse un santuario secondario consacrato all’Horus di Mesen, anch'esso di epoca tarda. A Nord-Est del tempio di Amon, fu liberato dai detriti un lago sacro: si scoprì così che anche i suoi argini erano stati costruiti con blocchi di pietra prelevati da altri monumenti. Grazie alle iscrizioni, si è potuto stabilire che alcuni di questi frammenti provenivano da un edificio costruito sotto Sheshonq V (XXII Dinastia) e da un edicola fatta erigere da Psametico I (XXVI Dinastia).
Anche in virtù di queste scoperte, il sito di Tanis si è rivelato una fonte di informazioni eccezionale sull’evoluzione della civiltà Egizia in questa parte del Delta. Alcuni misteri sul suo passato sono stati rivelati, ma molte altre risposte potranno emergere dagli scavi che ancora proseguono nella zona.

lunedì 1 dicembre 2014

Le statue delle regine del Medio Regno

Tra i reperti dell'antico Egitto, spiccano le numerose sculture che ritraggono le regine del Medio Regno. Non sempre il loro stato di conservazione è perfetto, ma si tratta di testimonianze preziose sul ruolo svolto dalle donne nell'esercizio del potere.

Il Primo Periodo Intermedio vide succedersi sul trono d'Egitto un discreto numero di faraoni, più o meno noti. Tuttavia, le liste reali dell'epoca non riportano alcun nome femminile. Qualche nome di regina comparve invece nel corso del Medio Regno, cioè nel periodo in cui le dinastie dei Montuhotep e degli Antef portarono avanti la riunificazione del paese, anche se non sempre si è riusciti a stabilire con esattezza quali relazioni coniugali o di parentela legassero queste donne ai faraoni. Rispetto all'Antico Regno, comunque, divennero più frequenti anche le sculture che ritraevano le regine da sole, vale a dire senza il loro consorte regale. Tra le regine di questo periodo immortalate da sculture, dipinti o iscrizioni, le più celebri sono senza dubbio Nefru (sposa del faraone Antef II, da cui ebbe un figlio, Antef III), Iah (sposa di Antef III, da cui concepì Montuhotep II), Tem (prima sposa reale di Montuhotep II e madre di Montuhotep III), Neferu (seconda sposa reale e sorella di Montuhotep II; tra le altre, una statuetta in calcare la raffigura con la sua pettinatrice, Henut). Tutti i ritratti di queste donne sono accomunati da lineamenti tipici nell'arte di quest'epoca: gli occhi molto grandi rispetto al viso, il naso camuso, le labbra carnose.
Sempre al Medio regno risale un ritratto di Ashait, concubina di Montuhotep II e sacerdotessa di Hathor: una sua immagine dipinta su pietra calcarea è stata ritrovata nel tempio funerario di Montuhotep II. Questo faraone era particolarmente devo ad Hathor: probabilmente fu proprio lui a introdurne il culto a Tebe. Diverse sue concubine erano sacerdotesse della dea, e le loro tombe furono ricavate nel suo tempio funerario di Deir el-Baharai, nella parte occidentale di Tebe. In questo sito, infatti, oltre a quella di Ashait sono riemerse almeno altre cinque tombe di giovani donne della famiglia reale, la cui età va dai cinque ai vent'anni: i loro nomi erano Henhenet, Kemsit, Kauit, Sadeh e Muyet. La regina Kauit è rappresentata anche su una decorazione del sarcofago in compagnia della sua pettinatrice.

Una dedica sulla statua della regina Uret (in alto a sinistra)
Al museo del Louvre di Parigi è conservata una statua di Uret, sposa di Sesostri II. Sulla scultura è incisa questa dedica: "Un'offerta che il re presenta a Hathor, signora del sicomoro (affinché le porga) ogni offerta in pane, birra, carne e volatili, alabastro e tessuti e ogni oca buona e pura di cui vive un dio, per il ka della nobile, la grande, la prediletta, l'amata di Khnum (...) ogni cosa fatta per lei, la sposa che egli ama, Khenemet-nefer-hedjet-uret, che ella viva in eterno". 


Le regine della XII dinastia
Tra i nomi delle regine della XII dinastia spicca quello di Nofret (o Nefret). Purtroppo, le testimonianze sulla sua figura sono piuttosto confuse, e non si è riusciti a stabilire se due diverse spose reali abbiano portato questo nome o se si trattasse della stessa persona. A quanto sembra, Nofret non era di sangue reale ed era originaria di Elefantina; sposò un sacerdote di Tebe chiamato Sesostri (o Senuseret) e diede alla luce colui che sarebbe divenuto il primo re della XII dinastia rovesciando Montuhotep IV: il faraone Amenemhat I. La "grande sposa" di quest'ultimo era Nefrytatenen, che concepì Sesostri I. Probabilmente, Amenemhat I ebbe anche un'altra sposa di nome Deyet, forse sorella del sovrano. In quegli anni vissero anche Nefru (sposa di Sesostri I e madre di Amenmhat II) e Ikhnemet, figlia di Amenemhat II, il cui nome è legato soprattutto ai gioielli ritrovati nella sua tomba. Nofret, invece, era il nome di una consorte di Sesostri I che non si fregiò mai del titolo di "sposa reale", forse perché morì prima che il marito salisse al trono. Dopo di lei visse Uret, sposa reale di Sesostri II e madre di Sesostri III. Questi prese in moglie Mereret, i cui gioielli sono stati ritrovati nel sito archeologico di Dashur: tra i preziosi, è stato rinvenuto anche un pettorale. Nella stessa località è conservato anche un altro pettorale: apparteneva a Sithathor, figlia di Sesostri III (o forse sorella e sposa di questo faraone). Una delle figure femminili più note dell'epoca è Sobekneferu (o Nefrusobek), soprannominata "la bellezza di Sobek": figlia di Amenmhat III, sposò forse il fratello Amenemhat IV. Questi regnò per circa dieci anni, e alla sua morte fu la sua sposa a divenire faraone. Sobekneferu, infatti, fu la prima donna cui le liste reali attribuirono a pieno titolo questa carica. La durata del suo regno non è stata stabilita con certezza (si pensa cinque anni, o poco più di tre anni). A quanto pare, questa regina si fece costruire una piramide a Masghuna (a sud di Dashur), vicino a quella di Amenmhat IV, ma non la utilizzò. Questo indizio lascia supporre che il suo regno fosse finito in modo brusco, forse violento, ma non si hanno certezze a riguardo. In ogni caso, fu lei l'ultimo faraone della XII dinastia. 

Celebri regine e figure anonime
Le più antiche statue di regine tra quelle finora scoperte sono probabilmente quelle che ritraggono Nofret, figlia del faraone Sesostri II: risalgono all'incirca al 1900 a.C., e furono ritrovate nel 1863 da Auguste Mariette nel sito di Tanis. Si tratta di due sculture in granito nero che, in origine, erano collocate forse nel tempio di Amon. Sulla base recano un'incisione che recita:"La nobile, la prediletta, la graziosa, l'amata di Sesostri II, Nofret". Entrambe le statue raffigurano la regina seduta sul trono: nella prima (1), la donna ha la mano destra posata sulla coscia sinistra e la mano sinistra sul braccio destro; nella seconda (2), Nofret ha entrambe le mani aperte sulle cosce, mentre la scollatura del vestito lascia intravedere due serpenti che circondano il nome di Sesostri II. La capigliatura è divisa in due parti da un nastro che cade sul petto della donna e circonda un disco: si tratta della stessa acconciatura esibita dalla dea Hathor e da tutte le regine della XII dinastia. 
Diverse sono le immagini a noi pervenute della regina Uret (detta anche Khenemet-nefer-hedjet-uret), sposa di Sesostri II. Si tratta, infatti, di una delle figure più importanti del Medio Regno. Una sua statua è stata ritrovata a Hekaib, sull'isola di Elefantina, ed è oggi conservata al Museo del Louvre di Parigi: sulla scultura è inciso l'epiteto "favorita e amata da Khnum" . 
Purtroppo, non tutte le sculture di questo periodo permettono di risalire all'identità delle donne raffigurate. In alcuni casi, per esempio, rimane solo il busto della statua, mentre la testa è andata perduta. Altre volte, si tratta di sculture risalenti al Medio Regno che, in epoche successive, furono modificate e rese di fatto irriconoscibili. 







venerdì 28 novembre 2014

La cronologia egizia

Per datare i fatti dell'antico Egitto, a volte, bisogna procedere per approssimazione anche di diverse decine di anni, e questo perché i documenti dell'epoca non sempre permettono di ricostruire l'esatto ordine di successione dei faraoni e la durata dei rispettivi regni... ma quali sono le certificazioni a cui si affidano gli egittologi?
Gli archeologi hanno potuto ricostruire la cronologia dei regni dell'antico Egitto grazie alle numerose liste di faraoni ritrovate nei diversi scavi. Tra queste, meritano una menzione particolare la "pietra di Palermo" e il "Canone reale" conservato a Torino. Si tratta di due tra gli elenchi più completi in nostro possesso.


La pietra di Palermo
A dispetto del suo nome, la pietra di Palermo è a tutti gli effetti un reperto di origine egizia. Gli egittologi ritengono che facesse parte di un unico blocco di diorite lungo oltre due metri e alto sessanta centimetri. Il frammento che prende il nome dal capoluogo siciliano, dove è custodito dal 1877, misura solo trenta centimetri di base per quarantatré di altezza; altre parti più piccole della stele originaria sono conservate al Museo Egizio del Cairo e presso la Collezione Petrie di Londra. Non si conosce l'esatta provenienza della pietra, che tuttavia rimane un documento estremamente importante perché riporta una lista dei re dell'Alto e del Basso Egitto, dal periodo predinastico fino alla V dinastia. Per ciascun sovrano sono riportati gli eventi salienti che ne caratterizzarono il regno, come le feste religiose, la costruzione di templi, le spedizioni militari e i livelli raggiunti dalla piena del Nilo. In alcuni casi, la cronistoria è molto dettagliata. Accanto al nome del faraone Snefru (2575-2551 a.C.), per esempio, la pietra riporta le cifre riassuntive di una spedizione (condotta probabilmente nel regno di Kerna) che fruttò all'Egitto settemila prigionieri e duecentomila capi di bestiame.

Un documento ricco, ma pieno di lacune
La pietra di Palermo è servita anche a svelare il mistero di alcuni rapporti di parentela. Per esempio, gli egittologi hanno potuto stabilire che Meresankh I, sposa di Huni, ultimo re della III dinastia, era probabilmente la madre del faraone Snefru. Purtroppo, a dispetto della ricchezza di certi dettagli, le liste reali trascritte sulla pietra di Palermo presentano parecchie lacune, dovute soprattutto alla frammentazione della stele in varie parti. Molti dei nomi della II dinastia, per esempio, sono scomparsi; inoltre, la cronologia descritta dalla pietra di Palermo si ferma al regno di Neferirkara (2446-2426 a.C.), terzo faraone della V dinastia. Ma, fortunatamente, si è riusciti a colmare questi vuoti facendo ricordo ad altre fonti, come il "Canone reale" di Torino.

Un papiro sorprendente
Scoperto a Menfi nel XIX secolo, il "Canone reale" custodito al Museo Egizio di Torino può a prima vista risultare deludente, a causa dell'imperfetto stato di conservazione. Chi lo immagina come un magnifico papiro colorato e illustrato, potrà rimanere piuttosto sorpreso nel trovarsi davanti un documento frammentario, simile a un grande puzzle: non vi sono disegni né decorazioni di alcun genere, ma solo testo, spesso reso illeggibile da numerosi buchi e lacerazioni.
Eppure, nonostante il suo aspetto così poco affascinante, il Canone di Torino è uno dei reperti più importanti del museo piemontese e un punto di riferimento irrinunciabile per ogni egittologo, poiché contiene una lista completa dei più grandi faraoni dell'antico Egitto.

L'emozione di Champollion
Nell'autunno del 1824, Jean-François Champollion si recò a Torino per procedere all'inventario delle collezioni appena arrivate dall'Egitto. Esaminando il "Canone reale", si rese conto di avere tra le mani un documento unico e di valore inestimabile, nonché un supporto indispensabile per ricostruire la cronologia della civiltà faraonica. In una lettera indirizzata al fratello, il sei novembre dello stesso anno, il grande egittologo francese descrisse con grandissima emozione il suo primo approccio al Canone: "Ho visto scorrere sotto le mie dita nomi e anni di cui si era completamente perso il ricordo, nomi di dei che non hanno più altari da quindici secoli; ho raccolto, trattenendo il fiato per paura di ridurlo in polvere, questo frammento di papiro, ultimo e unico ricordo di un re che, ancora in vista, si sentiva soffocare nell'immenso palazzo di Karnak".

Il "Canone reale": istruzioni per l'uso
Il "Canone reale" di torino riporta l'elenco dei faraoni che si sono succeduti sul trono d'Egitto all'era predinastica, vale a dire quella che precedette la I dinastia, fino all'inizio del Nuovo Regno. I primi nomi della lista corrispondono senza dubbio a figure mitiche di sovrani che avrebbero regnato sulla terra dopo gli dei: sono i cosiddetti "Servitori di Horus". L'ultimo faraone menzionato su questo papiro, invece, è Merenptah (1235-1224), figlio e successore di Ramses II: il prezioso documento fu redatto proprio durante il regno di quest'ultimo, quindi verso il 1250 a.C. Le informazioni raccolte dallo scriba sono numerose: per ogni sovrano sono riportati il nome, la durata del regno calcolata in anni, mesi e giorni, e le date dei giubilei (le feste Sed). Ogni tanto l'estensore del papiro si cimenta anche in qualche somma: per esempio, dal regno di Menes (o Narmer, 2920 a.C. circa) fino alla fine della VI dinastia, il documento riporta un totale di 955 anni di regni faraonici.

Quando gli dei regnavano sulla terra...
Secondo le credenze dell'epoca, all'alba dei tempi erano gli dei a regnare sulla terra d'Egitto. Lo stesso "Canone reale" si apre con i nomi di alcune tra le più importanti divinità egizie, integrando perfettamente il mito con il dato storico. In base a questo testo, "l'età dell'oro" si aprì con i regni di Ptah e di Ra, durati rispettivamente 9000 e 992 anni. Re, poi, cedette il trono a figlio Shu, il dio dell'aria che aveva separato il cielo dalla terra: questi regnò per 700 anni. Dopo di lui fu la volta di Gheb, re per 501 anni, e di Osiride, che guidò l'Egitto "solamente" per 443 anni. Dopo l'aspra e interminabile lotta con Seth, fu poi Horus a salire sul trono: il celebre "Mito di Horus" inciso sui muri del tempio tolemaico di Edfu colloca questo evento nell'anno "363 di Sua Maestà il re dell'Alto e del Basso Egitto Ra-Horakhty". Il canone cita poi altri tre dei: Thot, Maat e una forma di Horus il cui nome è andato perduto. A questi seguirono ancora nove dei, poi il potere passò in modo definitivo agli uomini. Il primo re umano citato dal papiro è Meni (il Menes degli storici greci Eratostene e Manetone), personaggio che secondo alcuni studiosi coincide con il celebre Narmer o con il re Scorpione. Secondo la pietra di Palermo, invece, il nome del primo sovrano che riunì l'Alto e il Basso Egitto era Aha.

Limiti e lacune
Accanto a molte preziose informazioni il "Canone reale" presenta anche delle lacune, che del resto si ritrovano in molti documenti analoghi e nella stessa cronologia di Manetone. Quest'ultimo, per esempio, attribuisce al regno di Sesostri II una durata di quarantotto anni, laddove il papiro di Torino parla di soli diciannove anni. In questo caso gli esperti sono propensi a ritenere più affidabile il "Canone reale", mentre più controversa è la questione che riguarda la XIII dinastia. Questa vide susseguirsi una sessantina di re lungo un periodo di circa centocinquanta (dalla morte di Sobekneferu, verso il 1785 a.C., e la prese di Mendi da parte degli Hyksos della XV dinastia, intorno al 1630 a.C:). Purtroppo, però, lacune ed errori del papiro non permettono di ricostruire l'esatta successione dei sovrani, e lo stesso accade per altri periodi storici citati dal documento. Ciononostante, il "Canone reale" di Torino rimane un documento insostituibile, poiché contiene le uniche tracce dell'esistenza di un gran numero di faraoni mai citati dalle iscrizioni dei monumenti. Nomi di sovrani come Sobkhotep, Neferhotep e Mentuemsaf sarebbero caduti per sempre nell'oblio se l'estensore di questo papiro non li avesse pazientemente trascritti.

Altre liste reali
Le liste reali venivano compilate regolarmente dall'amministrazione egizia. La pietra di Palermo e il "Canone reale" di Torino sono certamente tra i più celebri documenti di questo tipo, ma non sono gli unici di cui gli egittologi hanno tenuto conto. Ricordiamo, per esempio, la "Tavola di Karnak" conservata al Museo del Louvre di Parigi: risale al regno di Thutmosi III (XVIII dinastia) e riporta un elenco di 61 nomi. Molto importante è anche la "Tavola di Abydos", incisa sulle mura del tempio funerario di Sethi I (XIX dinastia): contiene i nomi e i cartigli di 76 faraoni, da Menes allo stesso Sethi I. Sempre ad Abydos, ma nel tempio di Ramses II, è stata ritrovata un'altra lista piuttosto frammentaria, oggi custodita al British Museum di Londra. Contemporanea di quest'ultima è la "Lista di Saqqara", che enumera 58 nomi di re: fu scoperta nella tomba dello scriba Turnai, vissuto ai tempi di Ramses II, ed è oggi conservata al Museo Egizio del Cairo.
In definitiva si può dire che molti dei progressi dell'egittologia sono nati dall'inseme delle diverse liste e dal confronto tra le stesse. In questo modo si è riusciti a mettere ordine nella cronologia dei faraoni, anche se molti misteri rimangono tuttora irrisolti.



martedì 18 novembre 2014

La scoperta del tesoro di Tod

Nel secolo scorso, l'archeologo Fernand Bisson de la Roque riportò alla luce il favoloso tesoro di Tod, oggi ripartito tra il museo del Cairo e quello del Louvre: è formato da una serie di oggetti di eccezionale valore, le cui origini sono tuttora misteriose. 

Il villaggio di Tod si trova sulla riva orientale del Nilo, circa venti chilometri a sud di Luxor. In origine, corrispondeva a una zona periferica di Tebe. Qui, durante il Medio Regno, si affermò il culto di Montu, dio dalla testa di falco che per lungo tempo fu associato alla guerra. In seguito, la divinità assunse un carattere solare e si vide attribuire anche una sposa: la dea Rattaui, "il sole femminile delle Due Terre". 
Il tempio principale di Montu si trovava a Hermontis, sulla riva occidentale del Nilo, ma altri tre santuari sorgevano rispettivamente a nord di Karnak, a Medamud e, appunto, a Tod. Quest'ultimo fu eretto sotto il regno dei Montuhotep, sovrani dell'XI dinastia, e fu poi interamente ricostruito da Sesostri I (XII dinastia). Durante il regno della dinastia tolemaica, davanti all'antico monumento sorsero nuovi edifici, ma il prestigio del tempio rimase intatto fino all'epoca romana. Successivamente, in epoca copta, il santuario fu raso al suolo e sostituito da una chiesa cristiana, la cui abside era approssimativamente rivolta verso Gerusalemme. Molti edifici di epoca faraonica che sorgevano nei dintorni, inoltre, furono riutilizzati dai Copti.


La storia degli scavi
Già nel XVIII secolo, Tod attirò l'attenzione di Jean-Baptiste Bourguignon d'Anville (1697-1782), primo geografo del re di Francia Luigi XV. Lo studioso si recò nella località egizia per osservare le rovine del tempio, in parte visibili tra le case. Un secolo più tardi, anche Jean-François Champollion visitò il sito e lo raffigurò in alcuni schizzi. Tuttavia, la scoperta del tesoro nascosto nel santuario si deve a un altro archeologo francese, Fernand Bisson de la Roque. Questi era il direttore delle ricerche archeologiche del Louvre per l'Alto Egitto: nel 1933, quando avviò gli scavi a Tod, ad assisterlo c'era il canonico Etienne Drioton, conservatore aggiunto del museo parigino. Grazie alle ricerche dei due egittologi, poco alla volta riemersero le prime due sale del tempio, entrambe di epoca tolemaica. Sul retro, furono scoperti i resti della chiesa cristiana, che poggiava direttamente su un basamento di pietra calcarea. Nell'inverno del 1936, Bisson de la Roque rivolse la sua attenzione al sottosuolo, e riportò alla luce alcuni blocchi di pietra su cui erano incisi i cartigli di due faraoni dell'XI dinastia: Nebhepetra (Montuhotep I) e Sankhkara (Montuhotep II). L'8 febbraio dello stesso anno, in mezzo alla sabbia che riempiva le fondamenta sotto il pavimento, lo studioso scoprì delle statue di bronzo che raffiguravano Osiride. Un po' più in là, su della sabbia vergine, trovò infine quattro casse di bronzo: era il tesoro di Tod.

Un tesoro favoloso
Sulle quattro casse di bronzo ritrovate da Bisson de la Roque, due grandi e due più piccole, è inciso il nome del re Amenemhat II (XII dinastia), definito con l'appellativo "amato da Montu, signore di Djerty (Tod)". Gli scrigni sono chiusi da un coperchio scorrevole che si muove lungo una guida. I due più grandi contengono frammenti grezzi o lavorati di lapislazzuli, quarzo e ametista, perle di cornalina, pendenti, amuleti, sigilli di roma cilindrica, e molto altro ancora. Nei due più piccoli, è stata ritrovata una sorprendente quantità di oggetti preziosi, tra cui dieci lingotti d'oro giallo (numerati in ieratico dall'uno al dieci); tra gli oggetti d'argento, invece, vi sono dodici lingotti, quattro piccoli cilindri, venticinque catene massicce, qualche piccolo ciondolo, la statuetta di un leone e ben 153 coppe. Molte di queste sono ripiegate come delle buste: probabilmente, si voleva che occupassero il minore spazio possibile nelle casse. Da notare che sui lingotti è incisa la scritta nefer nefer ("buono buono"): un antico sistema per precisare che il metallo era di primissima qualità. Su una delle coppe non ripiegate è inciso il nome "Nenitef" (nome proprio di persona). Oggi, questo favoloso tesoro è conservato in parte al Museo del Cairo e in parte a Parigi, al Museo del Louvre.

Gli scrigni di bronzo
Il grande scrigno esposto al museo del Louvre fu ricavato da un unico blocco di bronzo, a eccezione del coperchio. Ai quattro angoli, è munito di piedini rettangolari; sulla parte superiore di uno dei lati c'è un pomello sporgente, identico a quello che si trova sul coperchio: era quindi possibile chiudere la cassa con un laccio. Nella parte inferiore, si trova un grande cartiglio di Amenemhat II (25 cm di lunghezza), che così recita: "Viva il re del Sud e del Nord Nub-Kau-Ra, Amenemhat figlio del sole, amato da Montu, signore di Djerty". Al centro del coperchio, che misura 1 cm di spessore, vi è un altro cartiglio lungo 36,5 cm, che riporta i nomi e la titolatura abbreviata di Amenemhat II. Al Louvre è conservato anche uno dei due scrigni più piccoli: è costruito allo stesso modo dell'altro, ed è grande la metà. Anche in questo caso, nel mezzo del coperchio è incisa la titolatura breve del sovrana Amenenemhat II.

Il tesoro di Tod del Louvre
Come abbiamo visto, il tesoro di Tod è stato suddiviso tra il Museo Egizio del Cairo e il Museo del Louvre di Parigi. A quest'ultimo è andata solo una piccola parte, comprendente uno scrigno grande, uno piccolo e un campionario di coppe dalle fogge più diverse: alcune hanno la forma di semplici ciotole con il fondo arrotondato, altre hanno delle anse, altre ancora sono decorate con del catrame. Vi sono poi dei chiodi di bronzo: furono ritrovati accanto ai bauli, ma solo uno di essi sembra essere integro. Si pensa che questi chiodi fossero in realtà dei pomelli di ricambio, da utilizzare per chiudere gli scrigni. Del tesoro giunto in Francia fanno parte anche sei cilindri di lapislazzuli, che risalirebbero a un'epoca precedente rispetto agli altri oggetti. Infine, degni di nota sono sette lingotti d'argento, una colatura di lingotti d'oro, un ciondolo d'oro a forma di fiore, perle e frammenti di lapislazzuli, e un piccolo scarabeo della stessa pietra, scolpito in modo sopraffino: i suo stile ricorda quello degli scarabei intagliati del Medio Regno.

Analisi di laboratorio 
Nel 1984, il Laboratorio di Ricerca dei Musei di Francia (LRMF) ha effettuato delle analisi sui reperti d'argento del tesoro di Tod: gli esami hanno confermato che la materia prima non è di provenienza egiziana. Si è visto, inoltre, che il metallo di cui sono costituiti i lingotti e le collane non ha la stessa origine di quello del vasellame. I primi, infatti, furono realizzati con argento raramente mescolato al rame: la sua composizione isotopica si avvicina a quella del metallo proveniente dalla Calcidia e da Thasos (Grecia), o dalla regione di Troia e dei monti Tauri (nell'odierna Turchia) Le due coppe analizzate, invece, sono entrambe costituite da argento e da una piccola parte di rame, utilizzato per rendere il metallo più malleabile e, quindi, per facilitare il lavoro di decorazione a sbalzo. 



Origini misteriose 
Il tesoro di Tod è composto da elementi molto eterogenei. Solo le casse e alcuni amuleti, infatti, sono di fattura egizia, mentre i metalli e gli oggetti come abbiamo visto, derivano probabilmente da paesi stranieri, quindi da scambi commerciali o diplomatici. Ricordiamo, infatti, che l'argento era un materiale molto raro e prezioso nell'antico Egitto, e che i giacimenti di lapislazzuli, all'epoca, erano concentrati soprattutto nell'odierno Afghanistan. I sigilli cilindrici, invece potrebbero essere originari della Mesopotamia o della Cappadocia, e sono stati datatati al III millennio a.C. Più incerta è l'origine del vasellame d'argento. Secondo il francese Fernand Chapouthier, esperto in oreficeria, la foggia e le decorazioni di alcune coppe ricordano modelli minoici e micenei. Per esempio, vi sono dei vasi che riprendono la forma dei "cantari" greci, anche se in questo caso, e per la prima volta, furono realizzati in metallo. Quasi tutte le coppe del tesoro di Tod, in effetti, sono uniche nel loro genere, proprio perché fabbricate in argento. L'ipotesi di Chapouthier, dunque, è che gli artigiani asiatici si ispirarono alle opere realizzate dalle popolazioni dell'Egeo. Nel 1937, altri due studiosi d'oltralpe, Jacques Vandier e René Dussaud, ipotizzarono che il tesoro fu radunato in Siria, là dove la civiltà mesopotamica confluisce in quella minoica. Ancora oggi, comunque queste teorie sono oggetto di discussione.

Un incontro tra civiltà
Secondo Geneviève Pierrat-Bonnefois, conservatrice presso  il dipartimento delle Antichità egizie al Louvre, il tesoro di Tod costituisce una preziosa fonte per lo studio delle reciproche influenze tra le antiche civiltà: "Il dibattito in corso sui reperti in argento ha portato a rimettere in discussione alcuni dati cronologici che si davano per acquisiti, provando una grande confusione. Robert Laffineur ha sottolineato, a ragion veduta, che le diverse ipotesi sulla provenienza del tesoro sostenute dagli archeologi - ciascuno dei quali tiene in scarsa considerazione le argomentazioni altrui - potrebbero riflettere proprio il fatto che il tesoro è formato da elementi di origini diverse. Al contrario, se gli argenti hanno un'unica origine, il fatto che vengano attribuiti a diverse civiltà può derivare dall'intreccio di influenze cui furono soggetti gli artigiani dell'epoca, a seguito di reciproci contatti tra le diverse civiltà (...). Non si devono dimenticare, d'altra parte, i reperti di Byblos che indicano chiaramente come nell'arte locale tra la fine dell'Antico Regno e il Medio Regno, coesistessero influenze egee ed egizie". 

Tributo o offerta rituale?
Tra gli studiosi, sembra prevalere la convinzione secondo cui il tesoro di Tod fu nascosto durante il regno di Amenemhat II. Di fatto, non vi sono prove certe al riguardo, né si è riusciti a stabilire a quale scopo furono radunate simili ricchezze. A questo proposito, sono state formulate le ipotesi più disparate. Forse, si trattava di un'offerta per il dio Montu, o di un tributo raccolto sulle coste della Siria e spedito al faraone da Nenitef, il cui nome appare su una coppa. Secondo altri egittologi, i preziosi furono semplicemente nascosti dopo essere stati rubati. È vero, d'altra parte, che il tesoro presenta tutte le caratteristiche di un'offerta rituale: sembrerebbe, infatti, che sia stato raccolto e riposto con molto cura, e non ammassato frettolosamente come forse avrebbe fatto un ladro. Una delle ipotesi più accreditate, perciò, è che potesse trattarsi di un'offerta onorifica rivolta da Amenemhat II a suo padre, il faraone Sesostri I. In uno dei bollettini della Società francese d'egittologia, Geneviève Pierrat-Bonnefois ricorda che Amenemhat II, dopo la morte del padre, si prodigò in offerte agli antenati e agli dei. Si sa, inoltre che quell'anno due navi egizie tornarono dal Libano con 150 Kg d'argento. Il tesoro di Tod, allora, era forse un regalo destinato al dio Montu, e fu deposto dal nuovo faraone nel tempio che Sesostri I aveva appena fatto erigere. Un gesto, dunque, dettato dalla devozione religiosa e, al tempo stesso, dal rispetto per i padri? La questione rimane aperta. 

lunedì 10 novembre 2014

I misteri della piramide di Cheope


Ancora oggi, la grande piramide di Cheope è una vera miniera di informazioni per gli storici. I suoi tanti misteri, in parte irrisolti, costituiscono un'attrattiva irresistibile anche per gli appassionati e continuano ad alimentare la loro immaginazione. 
I film e i romanzi a sfondo storico non sono stati i soli ad aver alimentato il mito della grande piramide di Cheope: persino i fumetti hanno contribuito a rendere immortale questo incredibile monumento con le avventure di Blake e Mortimer, famosissime in Francia e in Belgio e note anche nel nostro paese agli appassionati del genere. Al disegnatore belga Edgar Pierre Jacobs, infatti, si deve un'opera intitolata proprio Il mistero della grande piramide (pubblicato in Italia da Alessandro Editore). 
Tutta questa produzione artistica riflette l'interesse che da sempre circonda la piramide, i tesori in essa nascosti e le ragioni che portarono alla sua costruzione. Nel corso dei secoli, egittologi, esploratori, astronomi e cultori delle discipline esoteriche hanno formulato le più disparate teorie sulla possibile destinazione dell'edificio ipotizzando che si trattasse di un osservatorio astronomico, di un luogo di culto o, addirittura, della testimonianza lasciata da una civiltà extraterrestre. Ancora oggi, in molti sono convinti che all'interno della piramide esistano passaggi inesplorati e cavità segrete. Tutti, in ogni caso, sono incantati da questo prodigio dell'architettura, l'unica tra le "sette meraviglie" del mondo antico che sia giunta quasi intatta fino a noi. 
In effetti, la grande piramide che spicca nel deserto egizio possiede tutte le caratteristiche per stimolare la fantasia: la sua forma è perfetta, le sue proporzioni sono così precise ed equilibrate da sembrare frutto di un miracolo di precisione. Ciascuno dei lati della base misura 230 metri, con uno scarto che non supera i 20 centimetri. In alcuni punti, poi, i blocchi di pietra sono allineati con tale cura che neanche la lama di un coltello riuscirebbe a separarli. 
A distanza di secoli dalla sua costruzione, dunque, la piramide di Cheope colpisce l'immaginario del pubblico: basti pensare, del resto, che fino alla costruzione della Torre Eiffel, nel 1887-1889, è rimasta il monumento più alto costruito dall'uomo. Gli archeologi e gli avventurieri che si inerpicano sulle sue pareti nel corso del XIX secolo scoprirono un panorama mozzafiato, forse il più straordinario di tutto l'Egitto (ad oggi è proibito arrampicarsi sulle piramidi). Proprio gli archeologi che hanno studiato l'edificio hanno donato alla scienza una miniera di informazioni: prima che avvenisse la loro scoperta, le piramidi erano completamente sepolte dalla sabbia del deserto, e con esse i nomi e la storia di numerosi faraoni e regine. Alcuni misteri, però, e tra i più affascinanti, sono tutt'altro che risolti. 


Il sole o le stelle? 
La posizione della piramide di Cheope e il suo presunto perfetto allineamento con quelle di Chefren e di Micerino hanno portato alcuni studiosi a formulare le più svariate ipotesi, dalle più fondate alle più eccentriche. Uno dei quesiti fondamentali riguarda il motivo per cui l'edificio fu costruito. I primi cristiani credevano che le piramidi fossero i "granai dei faraoni", una spiegazione peraltro avvallata dalla Bibbia. Più tardi, alcuni astronomi hanno ipotizzato che la posizione delle tre piramidi di Giza fosse da mettere in relazione con quella dei corpi celesti. Guardando la piramide di Cheope da vicino, infatti, si nota che i suoi pozzetti di aerazione sono probabilmente allineati proprio come i principali astri, per esempio la Stella Polare o la Costellazione di Orione. Gli studi più recenti, tuttavia, sembrano confermare che la grande piramide fu costruita, come tutte le altra della regione, per consentire al re di intraprendere il suo ultimo viaggio, quello nell'aldilà. Simbolicamente, quindi, la forma piramidale doveva costituire una scala, una specie di trampolino per agevolare l'ascesa dell'anima del re defunto verso l'altro mondo. Più difficile è stabilire se la destinazione immaginata dagli egizi per lo spirito di Cheope fosse il sole, dominio di Ra, o una stella. Un versetto dei Testi delle piramidi recita infatti: "O re, sei la stella brillante, compagna di Orione". Nondimeno, bisogna aggiungere, che il cielo sopra la piana di Giza non è lo stesso di quattromila anni fa, poiché esiste in astronomia un fenomeno chiamato: moto stellare

I segreti della costruzione
La piramide di Cheope si sviluppa intorno a tre ambienti principali: la "camera del re", che corrispondeva alla sua stanza funeraria, una camera intermedia (detta impropriamente "della regina") e un locale sotterraneo, rimasto incompiuto. Alcuni degli avvenimenti che segnarono la realizzazione dell'edificio sono stati ricostruiti dagli storici: è stato stabilito, per esempio, che il progetto fu modificato in corso d'opera, dal momento che l'ingresso conduce inizialmente alla camera incompiuta. Sempre dall'ingresso, si diparte un corridoio ascendente, che poi si divide in due per giungere nella "grande galleria"; questa, a sua volta, conduce alla camera mortuaria. Altri cunicoli, molto più angusti, fungevano da pozzetti di aerazione collegando le due camere principali alla superficie esterna della piramide. 



A quanto sembra, la cosiddetta "camera della regina" ritrovata all'interno della piramide di Cheope non fu mai destinata a una sposa reale. I primi esploratori che la scoprirono vollero chiamarla in questo modo, ma oggi gli archeologi sono propensi a credere che la stanza non fosse mai stata utilizzata, e che i suoi lavori di costruzione rimasero incompiuti a causa di una modifica del progetto iniziale. 
La camera reale, apparentemente destinata ad accogliere le spoglie di Cheope, fu interamente realizzata in granito rosa di Assuan. Solamente sulla volta si contano nove lastre da cinquanta tonnellate ciascuna: per sostenere un simile peso, l'architetto progettò un soffitto ad arco. Su alcune di queste lastre gli esploratori hanno scoperto persino dei graffiti: si tratta di incisioni lasciate dagli operai che lavorarono nella piramide. Questi geroglifici, peraltro, costituiscono l'unica traccia conosciuta del nome di Cheope all'interno della piramide. All'interno dell'edificio è stato ritrovato anche il sarcofago di granito probabilmente appartenuto a Cheope. Il fatto che sia rimasto nella sua sede originale non è certo da attribuire al buon cuore dei saccheggiatori, bensì alle sue dimensioni: probabilmente, la costruzione della stanza fu portata a termine solo dopo avervi introdotto l'enorme bara di pietra. 

Il Cantiere
Quante persone lavorarono nel cantiere della grande piramide? È impossibile stabilire una cifra esatta, anche se alcuni egittologi parlano di centomila operai che sarebbero stati impiegati lungo un arco di circa venti anni. Contrariamente a quanto si può pensare, molti di loro non erano schiavi, ma contadini che venivano ingaggiati durante i tre mesi della piena del Nilo. Quattromila operai specializzati, invece, erano alloggiati per tutto l'anno vicino al cantiere. Vi è poi un mistero che per secoli ha costituito uno dei grandi enigmi della storia: come fecero gli egizi a spostare i blocchi di pietra necessari alla costruzione della piramide, la cui massa totale ammonta a ben sei milioni di tonnellate? Per decenni gli scienziati hanno immaginato ogni sistema possibile. A oggi, sembrerebbe da escludere l'ipotesi secondo cui gli egizi sollevassero le pietre per mezzo di pulegge. Si ritiene, invece, che avessero predisposto delle rampe, lungo le quali le pietre venivano fatte scivolare con delle specie di slitte. A supporto di questa teoria esiste anche un affresco datata al 1850 a.C. circa, ritrovato nella tomba di un certo Dehutihotep, a El Bersha: vi sono raffigurate diverse squadre di operai impegnate a trascinare una statua colossale. Si può immaginare, quindi, che questa tecnica fosse simile a quella utilizzata per spostare gli enormi blocchi della piramide di Cheope.
Un'ultima curiosità: all'interno della piramide, e più precisamente nei pozzetti di aerazione della camere "della regina", sono stati ritrovati una mola di granito e un gancio di ferro. Utensili dimenticati da un operaio distratto? Se la loro autenticità venisse confermata, si tratterebbe degli unici strumenti conosciuti tra quelli utilizzati nel cantiere originale.

Passaggi verso l'aldilà
Uno dei misteri che circondano la grande piramide riguarda i cunicoli riportati alla luce dai ricercatori già nel XIX secolo. Nessun'altra piramide possiede passaggi di questo tipo, e le diverse ipotesi sulla loro funzione hanno catturato l'attenzione di molti specialisti. Nella concezione dell'epoca, si trattava forse di passaggi che dovevano agevolare il cammino verso l'aldilà di due incarnazioni divine del faraone Cheope, vale a dire il dio del sole e il falco Horus, dio del cielo e della luce. Di fatto, Cheope aveva una filosofia religiosa particolare: si proclamava dio del sole già da vivo, contrariamente ai suoi predecessori che acquisivano questa nuova natura solo dopo la morte.
Due dei tre cunicoli individuati sboccano all'aria aperta, mentre un altro ha delle caratteristiche davvero singolari e misteriose. È largo appena venti centimetri, lungo circa 60 metri e inclinato di quanta gradi. Dalla "camera della regina" procede verso sud ma, a differenza dei due condotti che si dipartono dalla "camera del re" (orientati a nord e a sud), non sfocia all'esterno della piramide: termina, invece, su una pesante porta dalle maniglie di bronzo. Cosa nasconde? Per svelare questo mistero, nel settembre del 2002, è stato impiegato un piccolo robot chiamato "Pyramid Rover". Davanti alla telecamere della televisione egiziana, il dispositivo si è introdotto nel cunicolo, ha percorso i sessanta metri in pendenza ed è arrivato davanti alla misteriosa porta. Dopodiché, ha praticato un foro per introdurre una telecamera, ma sfortunatamente il mistero è rimasto irrisolto: ciò che Pyramid Robot si è ritrovato davanti era... un'altra porta! Il nuovo ostacolo è stato testato con gli ultrasuoni: a quanto pare, è spesso ben nove centimetri e custodisce gelosamente i suoi segreti.

Dove è finita la mummia di Cheope?
La madre di Cheope, Hetepheres, ebbe la fortuna di essere seppellita nell'unica tomba rimasta intatta dell'Antico Regno: essendo stata risparmiata dai saccheggiatori, la tomba di Hetepheres, ha restituito tesori di inestimabile valore, gioielli, arredi e persino organi umani imbalsamati e conservati nei tradizionali vasi canopi. Anche in questo caso, però, resta da chiarire un mistero, dato che il sarcofago della regina è stato ritrovato vuoto. Dov'è finita, quindi, la mummia di Hetepheres? Quanto a Cheope, non si sa molto di più. Senza dubbio il faraone fu mummificato, proprio come ogni altro personaggio di alto lignaggio, ed è molto probabile che la grande piramide sia stata la sua ultima dimora. Ma dove sono le sue spoglie mortali?
Solo all'interno della Piramide di Menkaura (Micerino) fu ritrovata la mummia (andata perduta nel naufragio della Beatrice, la nave che dall'Egitto doveva trasportare il corpo del re fino in Inghilterra), sappiamo che i predatori dell'antichità erano interessati all'oro del corredo funerario, mentre le salme dei defunti venivano lasciate al loro posto. Ma allora, che ne è stato della mummia di Cheope? E supponendo che la grande piramide non abbia mai contenuto la sua mummia, a cosa serviva? La ricerca rimane aperta, e così le ipotesi degli scienziati e degli appassionati... ma c'è un'ultima domanda che bisogna porsi: e se il corpo di re Cheope si trovasse ancora nella Grande Piramide? 

sabato 1 novembre 2014

Professione: Egittologo


Sotto cieli meravigliosi, gli egittologi partono alla scoperta di un mondo scomparso. Conducono indagini quasi poliziesche per scoprire una civiltà attraverso ciò che ne rimane. Gli egittologi dei nostri giorni dispongono di attrezzature sofisticate, strumenti di indagine ultramoderni e fuoristrada per portare a buon fine le loro missioni. Eppure, spesso dormono accampati e per lavarsi usano un catino, come i pionieri dell'archeologia. Il loro numero varia da uno scavo all'altro: da un minimo di 2-3 fino a 20 per le missioni più importanti. Scavano solo per alcuni mesi dell'anno, perché spesso si tratta di docenti che partono per i siti archeologici durante le vacanze. Il loro lavoro assomiglia un po' a quello di un segugio: partono con delle idee precise su ciò che stanno cercando, ma ogni pietra, ogni singolo frammento scoperto può assumere un'importanza capitale per la storia del luogo e talvolta può aprire nuove vie. I ricercatori sono, perciò, quasi dei detective e, quando scavano una necropoli, all'antropologo spetta il ruolo di medico legale.

Un'avventura a volte pericolosa
Partire per una missione è pur sempre un'avventura, ma non necessariamente alla Indiana Jones! Oggi gli archeologi non conducono più i loro scavi nel timore di essere attaccati da predatori armati. In effetti, all'inizio del '900 era diverso: chi partiva per l'Egitto doveva affrontare anche il rischio di essere accolto a colpi di carabina da bande di predatori, in un clima forse non proprio da film western ma realmente rischioso. Purtroppo non tutti i pericoli sono stati scongiurati: ancora in anni recenti a Saqqara, alcuni guardiani, nel tentativo di contrastare un saccheggio, sono stati uccisi dai ladri, e dai cantieri degli scavi scompaiono molto spesso blocchi e pietre scolpite. Come in passato, l'avventura archeologica richiede ottime prestazioni fisiche: per fare alcuni rilevamenti, ad esempio, i ricercatori devono essere in grado di arrampicarsi a diversi metri di altezza o fare una discesa a corda doppia da una colonna.

Una giornata tipo
Di solito i ricercatori scavano dalle 6 alle 14, per evitare le ore calde del pomeriggio. Poi si dedicano all'inventario degli oggetti, pianificano e assolvono numerose incombenze amministrative. Queste ultime sono in parte sotto il controllo dello Stato egiziano: infatti, gli scavi possono essere svolti solo in presenza di un sovrintendente alle Antichità. Ogni oggetto ritrovato nel sito archeologico è debitamente schedato sul registro dello scavo. Se questi oggetti vengono conservati sul posto, è necessario costruire un magazzino le cui porte saranno sigillate ogni sera e che possono essere aperte solo in presenza del sovrintendente locale.

L'emozione della scoperta
Nel momento in cui viene estratto dalla sabbia un reperto che nessuno ha potuto ammirare da più di tremila anni, gli egittologi provano l'emozione più grande. Questa è ancora più forte quando si trova una semplice impronta di persone o animali, tracce capaci quasi di ridare vita agli oggetti recuperati. La civiltà dell'antico Egitto deve ancora svelarci molti dei suoi segreti, e bellissime scoperte attendono i ricercatori di oggi e di domani. Il terreno è particolarmente ricco: il deserto ha conservato talmente bene i monumenti che questi, talvolta, emergono dalla sabbia completamente intatti; d'altra parte, la valle del Nilo, meno adatta alla conservazione dei reperti, è stata a lungo trascurata dai primi archeologi. Ci sono, quindi, dei siti di città antiche della Valle che sono ancora tutti da scoprire, come Buto, antica capitale. A volte, una città contemporanea è sorta su quella antica, come nel caso di Eliopoli, corrispondente alla odierna periferia del Cairo: i ricercatori devono allora aspettare che i terreni siano venduti e perdano la loro funzione d'uso (un garage, un vecchio cinema) per poter cominciare i loro scavi. 

Il percorso universitario 
Gli studi per diventare egittologo sono appassionanti, ma richiedono pazienza, amore e tenacia. Quello dell'egittologo non è un lavoro adatto a chi desidera avere un futuro assicurato o guadagnare bene. Il percorso classico è quello di frequentare Storia o Storia dell'arte fino al dottorato. Il primo corso ufficiale tenuto in Europa sulla storia, la lingua e le antichità dell'Egitto antico fu avviato in Italia, all'università di Pisa, nel 1826: era curato da Ippolito Rosellini, allievo e amico di J.F. Champollion, lo studioso francese che decifrò il sistema geroglifico. Altri percorsi possibili sono quelli che riguardano le Lette classiche, i Beni culturali o per università come l'Orientale di Napoli, un vero e proprio percorso archeologico. Tuttavia, dopo la triennale è obbligatoria una laurea specialistica o magistrale.
La scuola del Louvre, ad esempio, è una delle strade per riuscire a esercitare la professione di egittologo. Si trova a Parigi, all'interno del Museo e prepara, in particolare, a svolgere la funzione di conservatore. Qui gli studenti sono in contatto diretto con gli oggetti: dopo aver seguito una lezione, possono infatti recarsi nel reparto delle Antichità egizie per ammirare i reperti che hanno studiato. 
Naturalmente il percorso di studio più specifico è quello proposto dall'American University del Cairo, con corsi divisi per periodi storici: Antico Regno, Medio Regno, Nuovo Regno ecc. ecc.
Infine, va specificato che il lavoro di egittologo non è un percorso facile, bisogna investire tutto: noi stessi, tempo, soldi e speranze; con poche certezze a vostro fianco: talento, devozione e duro lavoro. 

martedì 28 ottobre 2014

La "Satira dei Mestieri"

A partire dal Medio Regno, gli scribi egizi elaborano dei testi destinati a diventare molto popolari: in questi scritti esaltavano le virtù e i vantaggi legati alla propria professione, descrivendo gli altri mestieri in modo colorito e, spesso, sarcastico.


A giudicare dalle loro stesse parole, gli scribi egizi non avevano dubbi: la loro migliore professione era la migliore che un giovane potesse intraprendere. Per dimostrarlo, a partire dal Medio Regno, alcuni di questi funzionari reali cominciarono a elaborare dei testi nei quali, sotto forma di "saggezze" o di insegnamenti rivolti ai propri allievi, passavano in rassegna i vari mestieri, soffermandosi sulle difficoltà che un falegname, un vasaio o un barbiere doveva affrontare ogni giorno. Spesso, questi scritti avevano un tono ironico, per questo motivo, sono divenuti celebri con il nome di "satire dei mestieri". Questo vero e proprio genere letterario ci è noto grazie ad alcuni papiri (Anastasi I, III, V, VII; Sallier I e II), a una tavoletta da scriba e a un centinaio di ostraka, tutti risalenti al Nuovo Regno. L'abbondanza di copie ci rivela che, in passato, questi testi dovettero conoscere una notevole popolarità; al contempo, ha permesso agli studiosi di disporre di una preziosissima fonte di informazioni di lavoro nell'antico Egitto.


La satira di Kheti

La Satira dei mestieri per eccellenza, la più antica nel suo genere, risale al Medio Regno ed è opera di uno scriba di nome Kheti. Considerato uno dei 10 testi più importanti dell’Antico Egitto, riscosse ai tempi un enorme successo: a distanza di un millennio, è da qui che i giovani studenti venivano a conoscenza degli inconvenienti e dei contrattempi legati al lavoro manuale. Il testo comincia con queste parole: “Inizio dell’insegnamento redatto da Dua-Kheti, originario di Tjaru, per suo figlio Pepi, mentre viaggia verso la dimora (reale) per iscriverlo alla scuola degli scribi insieme ai figli degli alti funzionari”.
Durante il cammino Kheti esorta suo figlio a impegnarsi nello studio, esaltando la professione di scriba che, a suo dire, “è il più bello dei lavori”: “voglio farti amare la scrittura più di tua madre”, afferma, “voglio che questo ideale entri in te”. E aggiunge: “non esiste mestiere in cui non si ricevano ordini, tranne quello di scriba. Lo scriba è colui che comanda. Se conosci i libri, ti andrà tutto bene. Non deve esistere nessun altro mestiere ai tuoi occhi”. Per rafforzare le sue affermazioni, Kheti non esita a sottolineare la modestia della sue origini: “vedi, io sono un uomo povero di nascita, ma di me non si dirà che sono un contadino. Fa molta attenzione, dunque. Quel che faccio per te, discendendo il fiume verso la dimora, lo faccio per amor tuo. Un solo giorno di scuola ti sarà utile, i suoi frutti saranno duraturi come una montagna (…). Lo scriba è considerato un uomo che ascolta, e colui che ascolta diventa un uomo che ha il potere di agire”.
Mestieri da evitare
Secondo Kheti, dunque, la professione dello scriba è l’unica a poter garantire prestigio sociale e ricchezza. A questo proposito, l’autore si premura di descrivere con toni coloriti gli inconvenienti legati a tutto gli altri mestieri, senza risparmiarne nessuno: “ho visto il fabbro al lavoro, davanti alla bocca della sua fornace. Ha le dita come quelle di un coccodrillo e puzza più delle uova di pesce. (…) Chi taglia le pietre lo fa alla perfezione ma, quando ha finito, ha le braccia a pezzi, è spossato: al tramonto, si siede con le ginocchia e la schiena piegate dallo sforzo. Il barbiere rade fino al calar della sera; se va in città, si mette in un angolo, o va da una strada all'altra alla ricerca alla ricerca di qualcuno da radere. Egli usa le braccia per riempirsi la pancia, come l’ape che mangia mentre lavora. (…) Ti parlerò poi, del muratore: gli fanno sempre male i reni, lavora in mezzo alla corrente e senza vestiti; la sua cintura è una semplice corda che pende sul di dietro; le sue braccia sono praticamente nascoste da sudiciume di ogni tipo. Mentre mangia il pane, al tempo stesso si pulisce le dita. Lo stesso si può dire per l’artigiano che lavora il legno. (…) Quanto al giardiniere, porta in giro la sua pertica e, per ciò, ha le spalle rovinate come quelle di un vecchio e una grossa pustola sul collo. Passa la mattinata a innaffiare l’orto e la sera innaffia le altre piante, dopo aver lavorato nel frutteto. Quando, finalmente, arriva il momento di riposare, muore. Si dice che questo lavoro sia il più difficile di tutti. Il corriere che parte per un paese straniero lascia i suoi beni ai figli, per paura dei leoni e degli asiatici. Torna in se solo quando è di nuovo in Egitto. Quando torna a casa, di sera, è distrutto dalla lunga marcia. Che la sua casa sia di tela o di mattoni, il suo rientro è senza gioia. (…) Ti parlerò anche del pescatore, il peggiore di tutti i lavori. Vedi, non esiste lavoro sul fiume che non costringa a stare in mezzo ai coccodrilli. Al momento della resa dei conti, sono dolori: egli non oserà dire che c’era un coccodrillo il quale, venendo a galla, l’ha accecato di paura, ma dirà: << è la potenza di Dio >>”.
“Diventa scriba!”
Anche durante il Nuovo Regno, gli scribi egizi continuarono a raccogliere annotazioni satiriche sui mestieri più diversi: dal calzolaio al fornaio, fino al sacerdote. Per esempio, scrivevano: “il calzolaio è ricoperto di tannino, ed ha un odore stranissimo; ha le mani rosse di robbia (una pianta dalle cui radici si estraeva una tintura rossastra), come quelle di un uomo insanguinato”. Le descrizioni più feroci, tuttavia, riguardavano i contadini e i militari. Del soldato a cavallo si diceva che venisse preso da piccolo e internato in un campo, che ricevesse colpi dolorosissimi sul ventre e riportasse ferite agli occhi “da spaccargli il sopracciglio”. E ancora: “quando è in marcia verso la Palestina, o in missione sulle dune, porta il cibo e l’acqua sulle spalle, come fosse il fardello di un somaro. (…) Beve acqua salmastra e si ferma solo per montare di guardia. Arriva fino al nemico? E’ come un uccello in trappola, senza un briciolo di forze in corpo. Ritorna in Egitto? E’ come un tronco rosicchiato dai vermi, è malato, costretto a prendere il suo lettino e a caricarlo su un mulo. Gli rubano i vestiti ed il suo scudiero lo abbandona”. Un altro testo di epoca ramesside descrive il mestiere il mestiere del contadino, che lavorando la terra si riduce come una bestia: “lascia che ti parli delle condizioni del contadino, altro penoso mestiere. (…) Quando arriva la piena si inzuppa completamente, e deve sempre prendersi cura dei suoi attrezzi. Di giorno, deve affilare gli utensili per tagliare il grano. Di notte deve fabbricare il cordame. Anche nelle ore pomeridiane deve svolgere il suo lavoro di fattore! Per andare nei campi, si attrezza come se fosse un soldato. Quando raggiunge il suo campo, lo trova anche in cattivo stato. Passa il tempo a coltivare, ma il serpente è alle sue spalle e distrugge ciò che è stato seminato, e il contadino non vede crescere un ramoscello di verde. Ricomincia da capo, con dell’orzo chiesto in prestito. Sua moglie è alla mercé dei commercianti, non avendo nulla da dare in cambio. (…) Da parte sua, lo scriba arriva sulla riva del fiume e registra i raccolti; dietro di lui ci sono dei servitori con dei bastoni, dei nubiani armati di manganello. Lo scriba dice al contadino : << dammi il grano! >>. Se quello risponde << non ce n’è >> riceve un sacco di legnate e viene legato e buttato nel pozzo a testa in giù. Sua moglie viene legata davanti a lui e suoi figli incatenati. (…) Se hai un po’ di buon senso, diventa scriba! Se hai imparato qualcosa del mestiere di contadino, non potrai sceglierlo. Prendi nota!”.
Regole di buon senso
Le satire dei mestieri non miravano solo a esaltare la professione di scriba e a mettere in cattiva luce tutte le altre, ma cercavano anche di impartire degli insegnamenti. A suo figlio Pepi, per esempio, Kheti intendeva insegnare alcune regole di vita dettate dal buon senso. Così, per sostenere le sue idee, lo scriba faceva ricorso ai classici proverbi: “se sei in un luogo in cui ci si batte, stai lontano dai contendenti. Se qualcuno ti rimprovera e tu non sai come placare la sua collera, rispondi dopo un momento di riflessione in presenza di testimoni. Se cammini dietro a personaggi illustri, non avvicinarti, mantieni la distanza come un uomo che sà comportarsi. Se entri in casa di un signore e questi è già impegnato con altri, siediti con la mano davanti alla bocca (in segno di rispetto) e non chiedere niente in sua presenza. Fa quel che ti dice ed evita di avvicinarti alla tavola. Comportati con fermezza e dignità. Non parlare di cose segrete: chi si nasconde il ventre, si fa scudo. Non parlare senza riflettere quando sei con un superiore. Se esci da scuola dopo mezzogiorno, va nell'atrio e continua a discutere della lezione. Se un personaggio illustre ti invia come messaggero, ripeti per bene il messaggio come ti è stato dettato. Non riassumere e non aggiungere nulla. Chi dimentica gli elogi, non dura. A chi è abile in tutto quel che fa, nulla sarà nascosto. Non dire bugie contro tua madre, è una cosa che suscita il disprezzo delle persone autorevoli. Il figlio che si rende utile manterrà la propria condizione. Non commettere il crimine con gli empi, o sarà peggio per te quando lo si verrà a sapere. Se hai mangiato tre pani e bevuto due bicchieri di birra, ma non hai ancora la pancia piena, controllati. Se un altro (continua) a mangiare e a bere, non restare là in piedi e guardati dall'avvicinarti alla tavola. Vedi, ti fa bene anche ascoltare i discorsi dei grandi: formeranno il tuo carattere e ne seguirai le orme”.
Dalla satira Egizia alla Bibbia
Nei cosiddetti “Libri sapienziali” della Bibbia si trova una sorta di satira di mestieri che ricorda il modello egizio: “la sapienza dello scriba si deve alle sue ore di quiete; chi ha poca attività diventerà saggio. Come potrà divenir saggio chi maneggia l’aratro e si vanta di brandire un pungolo? (…) Così ogni artigiano e ogni artista che passa la notte come il giorno (…) Così il fabbro siede davanti all'incudine ed è intento ai lavori del ferro: la vampa del fuoco gli strugge le carni, e col calore del fornello deve lottare (…). Così il vasaio seduto al suo lavoro gira con i piedi la ruota, è sempre in ansia per il suo lavoro (…)”. Tutti costoro hanno fiducia nelle proprie mani; ognuno è esperto nel proprio mestiere. Senza di loro sarebbe impossibile costruire una città; gli uomini non potrebbero né abitarvi né circolare. Ma essi non sono ricercati nel consiglio del popolo (…). Non fanno brillare né l’istruzione né il diritto, non compaiono tra gli autori di proverbi; ma sostengono le cose materiali, e la loro preghiera riguarda i lavori del mestiere”
(Siracide 38, 24.34).
Il potere della parola secondo Kheti
In un altro testo, intitolato semplicemente “L’insegnamento”, è ancora Kheti ad affrontare un nuovo aspetto: non più il potere dello scriba in se, ma quello della parola. Già ai tempi, infatti, l’arte oratoria era considerata indispensabile in politica: “Diventa un artigiano della lingua e trionferai: la lingua è la spada dei Re! Le parole valgono molto più di ogni combattimento: non si può sorprendere un artigiano dell’eloquenza”.

mercoledì 22 ottobre 2014

Le oche di Meidum

Anche nell'antichità, molte specie di uccelli migratori svernavano in Egitto. Il fregio di Meidum ne è una delle più celebri testimonianze. Conservato nella sala XXXII del Museo Egizio del Cairo, proviene dalla mastaba di Nefermaat e Atet, costruita a Meidum all'inizio della IV dinastia, durante il regno di Snefru.


Sei oche in un campo, divise in due gruppi di tre che si rivolgono la schiena: i volatili alle due estremità si stanno cibando, gli altri quattro passeggiano sulla riva del Nilo. Questo affresco fu scoperto nel 1871 da Auguste Mariette. Adornava i muri della mastaba (una tomba dalla forma di un grosso blocco di pietra) di una coppia di principi dell'inizio dell'Antico Regno. Oggi esposto al Museo del Cairo, è uno degli esempi più sorprendenti delle doti artistiche degli antichi egizi. Purtroppo si tratta solo di un frammento, largo 172 cm e alto 27. In origine si inseriva in una scena più ampia, che mostrava i figli di Atet a caccia di uccelli sul fiume, pullulante di selvaggina. Il tempo non ha conservato che questo gruppo di oche che beccano dei chicchi di grano sugli argini del fiume dopo l'abbassamento delle acque.

Messaggere degli dei
Nell'antichità, le oche erano considerate messaggere divine tra il cielo e la terra: il loro ritorno periodico annunciava la stagione delle piene, il nuovo "dono del Nilo" dopo la siccità. L'oca è un animale che si incontra spesso in Egitto: veniva addomesticato e spesso la si trovava nella cinta dei templi; sulle pareti di una cappella funeraria le oche assicuravano al defunto protezione contro le forze del male. Non si trattava, dunque, solamente di raffigurare delle scene commemorative della vita terrena del defunto, ma di permettergli di condurre, anche nell'altro mondo, una vita simile a quella terrena. 

Decoro funebre ed esercizio di stile
Gli affreschi funerari non erano destinati ai viventi: gli egizi credevano al valore magico della pittura. Una volta terminata l'opera, si procedeva a una cerimonia rituale che permetteva alla scena di animarsi di vita eterna. Il muro della mastaba di Meidum porta questa iscrizione: "Ha fatto eseguire queste immagini con un tratto indistruttibile". 
L'artista ha prima scavato dei bassorilievi profondi, poi li ha riempiti con della pasta colorata, per rendere l'aspetto variopinto e cangiante delle piume. I ciuffi d'erba disseminati tra gli uccelli sono dipinti direttamente sul muro. La precisione dei dettagli del piumaggio e i colori di ogni uccello hanno permesso agli egittologi di identificare le diverse specie che l'antico Egitto conosceva. Gli artisti dell'Antico Regno danno prova di uno spiccato senso d'osservazione naturalistica e di grande virtuosismo nell'esecuzione. 
La pittura egizia ignorava la prospettiva e le figure umane erano disegnate seguendo una concezione: viste frontalmente nella parte alta del corpo, di tre quarti il torso e di profilo per quanto riguarda le gambe e il viso. Così, per mostrare che due oche comminano affiancate, l'artista le ha leggermente sfalsate: una cammina dietro l'altra, ma la seconda è in parte nascosta dal corpo di quella vicina. 



martedì 14 ottobre 2014

La marina egizia

Per l'antico Egitto, il Nilo rappresentava la principale via di comunicazione. Di conseguenza, le forze navali costituivano uno strumento di difesa irrinunciabile. Posta sotto gli ordini diretti del faraone, la marina era strettamente legata alle armate di terra.


Fin dall'antichità, la conformazione geografica dell'Egitto ha determinato una stretta interdipendenza tra le forze navali e l'esercito del paese. Il Nilo era la via di comunicazione più accessibile e diretta, pertanto la fanteria egizia si spostava principalmente per nave. D'altra parte, in determinate occasioni i soldati potevano smontare le imbarcazioni e trasportarle lungo le piste del deserto, per poi rimontarle una volta giunti in riva al mare. Man mano che gli scambi commerciali si intensificavano e i conflitti si moltiplicavano, le relazioni tra marina ed esercito di terra divennero sempre più strette. La flotta egizia era onnipresente, sia che si trattasse di difendere il paese dall'interno, sia che vi fosse la necessità di recarsi sui campi di battaglia stranieri o di scortare le navi mercantili.

La flotta in azione
Sulla marina egizia ci sono pervenute numerose testimonianze, costituite sia da testi sia da bassorilievi dell'epoca. A questo proposito, va detto che le vittorie nelle battaglie navali erano sempre un'occasione per celebrare la gloria dei faraoni, le cui gesta venivano immortalate nelle sculture e nelle incisioni dei templi. La cosiddetta Stele di Sobekkhu, dal nome di un ufficiale della XII dnastia (Medio Regno), racconta: "Sua Maestà si diresse in nave verso nord, per sconfiggere gli asiatici. Sua Maestà raggiunse un paese straniero chiamato Sekmem. Sua Maestà ottenne la vittoria e ritornò alla sua residenza in vita, prosperità e salute". 
Le cronache militari ritrovate dagli archeologi forniscono numerosi particolari sulle vittorie navali, sulle conquiste e sulle vie percorse dall'esercito. Alcuni testi sono particolarmente dettagliati: tra questi, ricordiamo il poema di Pentaur, che descrive la battaglia navale condotta contro i Popoli del mare. Grazie ai bassorilievi scolpiti nel tempio di Medinet Habu, infine, gli storici hanno potuto ricostruire il modo in cui si sono svolte alcune delle battaglie navali: la flotta egizia radunava intorno alla foce del Nilo, formando un vero e proprio sbarramento. Sulle navi, gli arcieri presidiavano il ponte mentre i soldati armati di mazze e scudi erano riuniti a poppa. In una prima fase, gli arcieri scagliavano i propri dardi sulle imbarcazioni nemiche, poi si passava all'assalto vero e proprio all'abbordaggio degli avversari, che erano muniti di sole spade. Raramente le navi straniere venivano speronate, anche se in alcune raffigurazioni compaiono imbarcazioni rovesciate. 

Dal Nilo al mare
Sebbene gli egizi fossero da sempre abituati a viaggiare lungo il Nilo, non si può dire che essi avessero una vera e propria vocazione marittima. Oltretutto, la navigazione sul grande corso d'acqua non era così semplice, specialmente nei periodi di piena. Ciononostante fin dall'Antico Regno, i faraoni e il loro popolo si trovarono nella necessità di superare gli ostacoli costituiti dal mar Rosso e dal Mediterraneo, affinché le spedizioni militari e commerciali potessero raggiungere luoghi come il paese di Punt o Byblos. Le prime navi destinate ad affrontare il mare aperto si chiamavano proprio byblos, ed erano chiaramente ispirate al modello delle imbarcazioni fenicie. La navigazione sul Mediterraneo si sviluppò in modo particolare durante il Nuovo Regno, quando il ramo pelusiaco del Nilo divenne un passaggio obbligato per le truppe in partenza dai grandi porti di Mengi e Pi-Ramses.

Marina e Commercio
In tempo di pace, la marina egizia scortava le spedizione commerciali dirette verso i luoghi più lontani. Un bassorilievo dell'epoca della regina Hatshepsut descrive uno dei viaggi compiuti, verso il 1496 a.C., nel paese di Punt. Questo era situato in un punto imprecisato delle coste del mar Rosso, ed era una meta particolarmente ambita per via delle essenze e delle spezie prodotte nella regione.

La flotta egizia nell'Epoca Tolemaica
Le rivalità interne e i disordini che segnarono progressivamente alcuni periodi della storia egizia non favorirono la stabilità e l'unione della marina e dell'esercito. Soprattutto a partire dal Terzo Periodo Intermedio, i vari potentati cominciarono a sfidarsi tra di loro, ognuno con le proprie armate; inoltre, sempre più spesso i monarchi fecero ricordo a soldati e marinai stranieri. 
In Epoca Tarda, l'importanza militare della flotta si accrebbe grazie all'arrivo delle triremi greche. Intano, i mercenari stranieri divennero più numerosi che mai. La marina egizia continuò a intervenire in tre aree: sul Nilo, sul mar Rosso e nel Mediterraneo. Per quanto riguarda il Nilo, nacque una polizia fluviale formata da guardie che sorvegliavano le coste o navigavano su appositi battelli. I poteri di questo corpo furono ampliati dai faraoni man mano che nel paese aumentavano i disordini.
Quanto al Mediterraneo, i sovrani Lagidi riuscirono ad andare oltre i limiti raggiunti dai faraoni della XVIII dinastia, che fino ad allora era stata la più attiva nella navigazione per mare. I Tolomei riuscirono anzi ad allargare la propria sfera d'influenza su tutto il Mediterraneo orientale, compreso il mar Egeo. La fama dei marinai egizi varcò così i confini del paese. Verso la fine dell'Epoca Tolemaica, Antonio e Cleopatra disponevano ancora di una flotta considerevole: la regina poteva contare su duecento navi e Antonio disponeva, a Efeso, di ottocento bastimenti. Purtroppo, questo non impedì la disfatta nella battaglia di Actium del 31 a.C., che segnò la fine dell'indipendenza egizia