martedì 21 luglio 2015

I Testi dei Sarcofagi

I fatti accaduti durante il Primo Periodo Intermedio ebbero una chiara ripercussione sulle credenze funerarie degli egizi. In tempi di anarchia politica e crisi spirituale, la comparsa dei Testi dei Sarcofagi rappresentò in modo diretto un risveglio della cultura egizia.


I cosiddetti Testi dei Sarcofagi sono formule funerarie scritte in geroglifico sui sarcofagi di legno dal Primo Periodo Intermedio alla fine del Medio Regno. Si tratta di un insieme eterogeneo di rituali, inni, preghiere e formule magiche, derivati dai Testi delle Piramidi, il cui scopo era quello di assicurare al defunto il favore degli dei. Con il passaggio dei testi dai muri ai sarcofagi, questo tipo di formule non era più una prerogativa del faraone ed era alla portata di principi, nobili e, più tardi, di chiunque potesse permetterselo. Una delle caratteristiche fondamentali di questi testi era la manifestazione dei desideri e delle preoccupazioni dell'essere umano, in contrapposizione al tono dogmatico e regale dei Testi delle Piramidi.

La "democratizzazione" dei destini dell'oltretomba
Le agitazioni socio-politiche della fine dell'Antico Regno ebbero una chiara influenza sullo sviluppo della religione funeraria. Il potere del faraone si indeboliva e cresceva quello dei governatori di provincia. L'Egitto viveva una situazione di miseria, disordine collasso e crisi spirituale, che sfociò in una sorta di "rivoluzione democratica". Si ritenne allora che anche i semplici cittadini potessero godere nell'oltretomba di una vita fino ad allora riservata al sovrano e furono utilizzati anche per loro i testi funerari regali, al punto da identificare il comune defunto con Osiride. In tal modo tutti avrebbero avuto lo stesso destino e le stesse possibilità di raggiungerlo attraverso riti magici e funerari, che rimasero fissati nei Testi dei Sarcofagi. Innovativa fu la presenza di scene illustrative - che non sono presenti nei Testi delle Piramidi, riservati solo al re - e che ora erano riprodotte sui sarcofagi di defunti appartenenti anche alla classe media, prova evidente della "democratizzazione" del rituale funerario. In un capitolo scritto su sei sarcofagi di el-Bersha è affermata l'originaria uguaglianza di tutti gli uomini, ai quali il creatore ha concesso le stesse possibilità in un mondo perfetto. Inoltre, l'esistenza del male viene imputata alla colpa degli uomini, che hanno trasgredito il comando divino della fraternità.

Mura, papiri e sarcofagi... 
Non sempre questi testi si trovavano sui sarcofagi di legno: alcuni erano riprodotti sui muri della camera sepolcrale. Il colore dell'inchiostro sui muri era nero, a limitazione di manoscritti su papiro. Da Ermopoli proveniva una parte dei testi usati nella decorazione dei sarcofagi. Anche un papiro - oggi conservato a Torino - riproduce rituali utilizzati nei testi dei sarcofagi. Si tratta, dunque, di una letteratura abbastanza vasta, dotata di proprie caratteristiche; il linguaggio è meno classico e conciso di quello dei testi precedenti. Le idee sono confuse e, spesso, vengono utilizzati termini inadeguati e imprecisi ad una prima occhiata. I temi principali sono l'immortalità e il combattimento e la vittoria sul nemico nell'aldilà. Le allusioni alla realtà terrena vengono progressivamente abbandonate e sostituite da altre che fanno riferimento alla vita degli dei, da cui il defunto ottiene favori, nel suo desiderio di vivere eternamente con loro. Sebbene i Testi si basino sulla fiducia nella magia e nei riti, essi elogiano anche la virtù morale del defunto.


...le divinità
La mitologia raccolta in questi Testi è molto varia. Comprende passi tratti dalla dottrina eliopolitana, in cui è descritta la lotta tra Ra ed Apophis. Hathor, anche lei inserita in questa tradizione solare, era la dea principale del centro di Gebelein. Vi sono anche tracce della dottrina ermopolitana, che si riferiscono all'origine del mondo a partire dalle quattro coppie di divinità primordiali. Inoltre, troviamo contenuti a carattere naturalistico riguardo al ciclo della vita, composizioni poetiche adatte all'uso funerario, come La canzone dei quattro venti, o descrizioni introduttive al mondo dei defunti. Nei Testi si fa riferimento a Iside decapitata o alla resurrezione di Osiride. Questa divinità compare nei formulari delle offerte, un rituale di origine regia, che rappresentava in quel periodo una credenza viva che avrebbe ottenuto sempre più il favore del popolo. Nella tradizione funeraria dell'aldilà, il dio dell'oltretomba finirà per chiamarsi Osiride-Ra.

Dai testi dei Sarcofagi al Libro dei Morti
I Testi dei Sarcofagi, come insieme destinato a un uso funerario, in gran parte ispirarono e furono il punto di partenza del Libro dei Morti del Nuovo Regno. Sui sarcofagi di el-Bersha è riportata una mappa degli inferi, in cui sono indicate diverse entità demoniache e i precetti da seguire per superare i pericoli corrispondenti. Ciò costituisce una fase di transazione verso i testi del Libro dei Morti. Allo stesso modo, altri passi dei Testi dei Sarcofagi contengono un abbozzo della "confessione negativa", la stessa che si svilupperà in quelli dei papiri sacri del Nuovo Regno: il defunto doveva menzionare le mancanze di cui non si sentiva colpevole e nel testo si diceva che egli era puro, innocente e giusto nel palare, supponendo che avesse superato il giudizio del tribunale degli dei, che questi ultimi lo avessero riconosciuto innocente e che, quindi, potesse accedere all'aldilà.


  1. Un'offerta che il re dà a Osiride, signore di Djedu, Khentimentiu, il dio grande, signore di Abydos, affinché egli dia ogni cosa buona e pura: mille pani e birre, buoi e uccelli, (vasi di) alabastro e abiti, di cui vive un dio, per il Ka del venerato, Nakhtankh giustificato (presso Osiride).
  2. Il venerato presso Amset, Nakhtankh.
  3. Il venerato presso Shu, Nakhtankh, giustificato.
  4. Il venerato presso Geb, Nakhtankh, giustificato.
  5. Il venerato presso Duamutef, Nakhtankh, giustificato. 
Per un approfondimento sui geroglifici: 1; 2.

martedì 14 luglio 2015

La stele del sogno di Thutmosi IV

"Oh, figlio mio Thutmosi! Io sono tuo padre Horakhty, Khepri, Ra, Atum". Coì parlò la Sfinge a un giovane principe, spingendolo a rimuovere la sabbia che la copriva, in cambio del trono. Egli regnò in Egitto con il nome di Thutmosi IV.


Il regno di Thutmosi IV (1412-1402 a.C.) fu breve, ma segnò un'epoca di pace per l'Egitto. Suo padre, Amnehotep II, lo aveva associato al trono anche se non era il primogenito. I due fratelli maggiori erano morti prima del padre e così il regno spettò al più giovane. Per consolidare il suo trono, i sacerdoti tebani del dio Amon elaborarono una serie di predizioni dell'oracolo, che lo legittimavano come faraone. Nonostante tutto, secondo una leggende, Thutmosi IV doveva il trono alla Sfinge di Giza. Un giorno, mentre era a caccia, si sedette alla sua ombra. A quell'epoca la Sfinge era coperta di sabbia. Il giovane fece un sogno in cui essa gli parlò: "Io ti porrò a capo del regno dei viventi; tu porterai la corona bianca e quella rossa sul trono di Geb, principe degli dei. (...) Ora la sabbia del deserto mi tormenta, quella sabbia che un tempo era sotto di me. Occupati di me, affinché tu possa realizzare tutto ciò che desidero. Io so che tu sei mio figlio e mio protettore". Così, Thutmosi fece rimuovere la sabbia e restaurare la Sfinge. Tra le sue zampe fece erigere una stele sulla quale si raccontava il sogno. In cambio la Sfinge, come rappresentazione del dio Harmakhuis, lo trasformò nel faraone Thutmosi IV.
Così come risultava nella stele della Sfinge di Giza, Thutmosi favorì il culto di Eliopoli. Tolse al sommo sacerdote di Amon la carica di visir e di ministro delle finanze, e per evitare che aumentasse il suo potere lo nominò lui stesso. In politica estera, soffocò una ribellione nella Nubia con l'aiuto di Amon, con cui parlò a Konosso. Non abbiamo notizie di campagne militari in Asia, anche se Thutmosi conquistò una fortezza siriaca dove si limitò a esercitare funzioni di polizia. Conosciamo i rapporti tesi con i vicini asiatici grazie alla corrispondenza cuneiforme con i Mitanni. Per rafforzare l'alleanza con quest'ultimi, fu combinato un matrimonio con Mutemuya, una figlia di Artatama I, quando Thutmosi era ancora principe. Da questa unione nacque il suo erede: Amenhotep III.

Di seguito riporto la traduzione della Stele del Sogno di Breasted:

  1. Anno I, terzo mese della prima stagione, giorno diciannove, sotto la maestà di Horo, toro possente che genera splendore, le due dee, duraturo nella sovranità come Atum, Horo d’oro, potente di spada, che respinge i nove archi, Re dell’alto e del basso Egitto, MenkheperwRa, figlio di Ra, Tothmosis, splendente nelle sue corone, amato da ……, da vita, stabilità, soddisfazione come Ra per l’eternità.
  2. Vita al dio degli dei, figlio di Atum, protettore di Horhaket, immagine vivente del Signore dell’universo, sovrano generato da Ra, eccellente erede di Khepri, bello di viso come suo padre, che uscì dotato della forma di Horo su di lui, un Re che… gli dei, che …. il favore dell’enneade degli dei, che purifica Eliopoli; 
  3. Che soddisfa Ra, che abbellisce Menfi, che presenta la verità ad Atum, che la offre a colui che è a sud del suo muro (Ptah), che fa un monumento per fare offerta giornaliera ad Horo, che fa tutte le cose cercando benefici per gli dei del sud e del nord, che costruisce le loro case in calcare, che da in dotazione tutte le loro offerte, figlio di Atum, del suo corpo Tothmosis, splendente nelle sue corone come Ra; 
  4. Erede di Horo sul suo trono, MenkheperwRa, da vita. Quando sua maestà era un giovanetto come Horo, la gioventù in Khemmis, la sua bellezza come il “protettore di suo padre”, egli appariva come il dio stesso. L’esercito si rallegrava per amore verso di lui, i figli del Re e tutti i dignitari. A quel tempo la sua forza era straripante, ed egli
  5. Ripeteva il circuito della sua potenza come il figlio di Nut. Guarda! Egli fece una cosa che gli diede piacere sugli altipiani del distretto di Menfi, sulle sue strade del sud e del nord, tirando a bersaglio con frecce di rame, cacciando leoni e capre selvagge, correndo sul suo carro, essendo il suo cavallo più rapido
  6. del vento, insieme con due del suo seguito, mentre non una persona lo conosceva. Ora, quando venne l’ora di far riposare i suoi accompagnatori, era sempre sulla spalla di Harmakhis, accanto a Soqar in Rosetau, Renutet in …. nei cieli, Nut… del settentrionale… la Signora del muro del sud, Sekhmet
  7. che presiede su Khas… lo splendido posto della prima volta del tempo, di fronte ai signori di Kherakha, la sacra strada degli dei verso la necropoli ad ovest di On (Eliopoli). Ora, la grandissima statua di Khepri (la grande Sfinge - la sfinge è una incarnazione del sole e khepri è il nome del solo che viene in esistenza) riposa in questo posto, la grande in valore, la splendida in forza, sulla quale l’ombra di Ra indugia. I quartieri di Menfi e tutte le città che sono presso di lui (si riferisce a Khepri) vengono a lui, levando le loro mani per lui in preghiera al suo viso, 
  8. Portando grandi oblazioni per il suo Ka. Uno di questi giorni venne ad accadere che il figlio del re, Tothmosis, giunse correndo all’ora del mezzogiorno, ed egli si riposò all’ombra di questo grande dio. Una visione del sonno si impadronì di lui nell’ora di quando il sole è allo zenith, 
  9. ed egli trovò la maestà di questo riverito dio che parla con la propria bocca, come un padre parla con suo figlio, dicendo: Ascoltami! Guardami! Figlio mio Tothmosis. Io sono tuo padre, Horemhaket-Khepri-Ra-Atum, che darà a te il mio reame
  10. in terra alla testa dei viventi. Tu indosserai la corona bianca e la corona rossa sul trono di Geb, il principe ereditario. Il Paese sarà tuo nella sua lunghezza e larghezza, su quello che l’occhio del signore dell’universo risplende. Il cibo delle due terre sarà tuo, il grande tributo di tutti i paesi, la durata di un lungo periodo di anni. Il mio viso è tuo, il mio desiderio è verso di te. Tu dovrai essere verso di me un protettore
  11. per il mio stato che è di essere sofferente in tutte le mie membra… la sabbia di questo deserto sul quale io sono, mi ha raggiunto, datti da fare per me, in modo che sia fatto ciò che io ho desiderato, sapendo che tu sei mio figlio, il mio protettore, vieni qui, guarda, io sono con te, io sono
  12. la tua guida. Quando ebbe finito questo discorso, questo figlio di re si risvegliò udendo questo…; egli capi le parole di questo dio, ed egli tacque nel suo cuore. Egli disse: “Venite, affrettiamoci alla nostra casa nella città, saranno garantite le oblazioni per questo dio
  13. che noi portiamo per lui: bovini… ed ogni sorta di vegetali freschi, e noi adoreremo Uennefer… Khafra, la statua fatta per Atum Horemhakhet....
Purtroppo il testo leggibile finisce qui, ci sono ancora alcuni frammenti di righe successive, fino alla 19, ma si leggono solo poche parole sparse relative ad ulteriori offerte.



giovedì 9 luglio 2015

L'Inno "cannibale"

Benché i testi egizi più antichi risalgono alle prime dinastie, alcuni riflettono nella loro composizione un'arcaicità che fa supporre una loro elaborazione in epoche preistoriche. L'inno cannibale è uno di questi.


Per gli egizi la parola aveva un valore magico. La sua forza agiva quando essa veniva pronunciata o scritta. Questa magia aiutava il defunto nel mondo ultraterreno sotto forma di scongiuri e testi funerari. Di questi ultimi, i più antichi sono i Testi delle Piramidi, riservati ai faraoni, ai quali consentivano di accedere al paradiso. Il più antico è quello della piramide di Unas, ultimo faraone della V dinastia; appare anche in tombe di alcuni faraoni della VI e delle loro regine. Tra le varie formule che compongono questi testi vi è il cosiddetto Inno cannibale, che si trova solamente nei Testi delle Piramidi di Unas e Teti (Manetone lo chiamò Otoes), primo faraone della VI dinastia. L'antichità di questo testo, redatto in stile oratorio, si riflette nella scrittura, molto arcaica, e negli dei che vi sono inclusi: elementi celesti, pianeti e Orione. La teofagia (ovvero l'atto del mangiare la divinità) è un altro di questi particolari aspetti arcaici.

Il contenuto dell'inno cannibale
Il destino dei faraoni dell'Antico Regno era l'ascesa al cielo, che consisteva in un assalto al paradiso degli dei; per raggiungerlo era necessaria la magia, poiché si dovevano superare tutti gli ostacoli che erano in agguato nell'aldilà. Il corpo degli dei era pieno di magia, cosicché, per ottenere tale forza, i faraoni dovevano divorarli. Questo tipo di "cannibalismo", praticato soltanto dai faraoni, è stato considerato una forma rituale per impadronirsi della forza degli dei. Divorando questi ultimi, la loro forza magica passava al faraone, che in tal modo si trasformava in una divinità. Alcuni ritengono che i testi facciano riferimento a un'epoca anteriore in cui si praticava il cannibalismo e prendono come esempio alcune società africane che compivano tale rito o risalgono agli inizi del regno egizio quando si effettuava forse qualche tipo di sacrificio umano a carattere rituale. Tuttavia queste restano solo ipotesi non suffragate da prove concrete.
Il tono dell' "Inno cannibale" è certamente pretenzioso; nel testo si ordina alle divinità di far entrare il faraone nel cielo per non essere divorate da lui:
"Unas è colui che si nutre della loro magia e inghiotte il loro spirito. Tra essi i grandi sono per la sua prima colazione, quelli medi per il suo pranzo, quelli piccoli per la sua cena, quelli vecchi per il suo incensamento. (...) Unas si alimenta con i polmoni dei saggi e si sazia con i loro cuori e la loro magia. (...) Egli si rallegra quando la loro magia è nel suo corpo. La dignità di Unas non si separerà da lui dopo aver inghiottito il sapere di ogni dio. La durata della vita di Unas è l'eternità, il suo limite è la perpetuità (...) Ecco che l'anima degli dei è nel corpo di Unas, (...) Unas possiede il loro spirito (...) Ecco che l'anima degli dei appartiene a Unas".

lunedì 6 luglio 2015

Sir Flinders Petrie, padre dell’egittologia inglese

Vero precursore e figura eminente dell’archeologia, Petrie si accostò alla disciplina seguendo un approccio “totale” e una metodologia rivoluzionaria. Uno dei frutti del suo incessante lavoro fu il ritrovamento dell’antica civiltà di Naqada.


William Matthew Flinders Petrie nacque il 3 giugno 1853. Suo padre, ingegnere del genio civile, era anche agrimensore, particolare che si sarebbe rivelato molto importante  per la carriera dell’archeologo. Petrie, inoltre, era imparentato per parte di madre con Matthew Flinders, il navigatore britannico che all'inizio dell’800 aveva esplorato l’Australia. Il suo interesse per l’antico Egitto nacque a soli traduci anni, grazie alla lettura di un'opera di Charles Piazzi Smith, astronomo scozzese, dedicata alla grandi piramidi. Ben presto, la curiosità del giovane Petrie divenne una passione. Ciononostante, egli non completò gli studi in una scuola ufficiale e non frequentò l’università. La sua cultura da autodidatta si sarebbe presto rivelata un punto di forza e, allo stesso tempo, uno svantaggio: se, da un lato, Petrie si rivelò uno studioso originale e poco influenzabile, dall'altro finì per trascurare i pur validi contributi di alcuni colleghi. In ogni caso, il livello della sua formazione giovanile fu eccellente. Seguendo le orme del padre, Petrie si fece conquistare anche da un’altra passione che non l’avrebbe più abbandonato: quella per i sistemi di calcolo dei pesi e delle misure. Fu così che, nel 1872, partecipò ai lavori di misurazione del colosso di Stonehenge e, tra il 1875 e il 1880, di numerosi altri siti archeologici dell’Inghilterra meridionale. Il primo incontro di Petrie con l’Egitto avvenne nel 1880, quando il giovane si recò a Giza per osservare da vicino le piramidi. Vi rimase due anni, poi effettuò degli scavi per conto delle istituzioni britanniche. In seguito, decise di lavorare autonomamente e formò una propria squadra. I primi tempi furono difficili ma, dal 1887, Petrie riuscì a effettuare degli scavi regolari con l’aiuto degli archeologi Haworth e Kennard. Infine, grazie alla generosità di Emilia Edwards, fu creata per lui la prima cattedra inglese di Egittologia, presso l’università di Londra.

Un esploratore instancabile
Flinders Petrie ebbe la fortuna di vivere in un'epoca pionieristica, in cui l’archeologia aveva ancora tantissimo da scoprire. Egli sfruttò quest’opportunità lavorando in modo instancabile in innumerevoli siti dell’Alto e del Basso Egitto: a Tanis, a Dendera, a Tebe, a Giza, a Menfi, solo per citarne alcuni. Ritrovò, così, i meravigliosi gioielli di Lahun, riesumò le vestigia più antiche nelle tombe reali di Abydos, scoprì i primi testi scritti della zona del monte Sinai, effettuò scavi a Naucratis, Arsinoe e Qufti (la greca Coptos). Senza contare, poi, i siti della Palestina, cui si dedicò negli ultimi anni della sua vita: tra questi, Gaza, dove effettuò degli scavi tra il 1927 e il 1934, a quasi ottant'anni. La morte lo colse a Gerusalemme, il 28 luglio 1942. Al di là delle numerose scoperte, l’eredità più preziosa lasciata da Petrie all'archeologia fu il suo metodo: per tutta la vita, insistette sull'importanza di un’osservazione sistematica e rigorosa e di una classificazione attenta di tutti i reperti, anche i più piccoli. Per la prima volta, grazie a lui, fu adottato un approccio scientifico alla disciplina.

Naqada!
“Naqada": un semplice nome dietro cui si nascondeva una scoperta sensazionale, destinata a trasformare il volto dell’egittologia. Fino al 1895, anno in cui Petrie iniziò gli scavi in questo villaggio situato a nord di Karnak, gli archeologi credevano che le origini della civiltà egizia risalissero al 2600 a.C. Questa concezione, però, era destinata a essere stravolta dagli studi di Petrie. Procedendo con le ricerche, l’archeologo ritrovò una seria di sepolture molto particolari: in fondo a un pozzo, giacevano delle spoglie distese in posizione fetale. Inizialmente, Petrie era in dubbio se datarle alla fine dell’Antico Regno, o anche al Primo Periodo Intermedio, se non addirittura al Medio Regno. Ma nessuna di queste ipotesi lo convinceva. Continuando gli scavi, nel 1898/99, arrivò finalmente alla conclusione che doveva trattarsi dei resti di una civiltà predinastica. Di conseguenza, adottò un nuovo sistema di datazione basato sulle cosiddette “Sequence Dates”, o “SD”. Il periodo predinastico fu assegnato alle SF comprese tra 30 e 80, mentre le SD da 1 a 29 furono lasciate libere per eventuali scoperte successive. Petrie suddivise l’epoca predinastica in tre periodi, che chiamò “Amratiano”; “Gerzeano” e “Semaineano”. Questi termini saranno poi sostituiti con altre denominazioni: Naqada I (dal 4000 al 3600 a.C.), Naqada II (dal 3600 al 3200 a.C.) e Naqada III (dal 3200 al 3100 a.C.). Quest’ultima è stata identificata negli anni cinquanta dall'archeologo W.Kaiser. Dopo Petrie, è stata scoperta anche un’altra antichissima civiltà, quella del “Badariano” (4500-4000 a.C.), ma gli archeologi continuano a basarsi sulla datazione introdotta dallo studioso britannico.

Un collezionista accanito
Flinders Petrie fu anche un grande collezionista. Per coltivare questa passione, si basò prima di tutto sui frutti dei suoi scavi: ogni anno organizzava delle mostre per sensibilizzare l’interesse pubblico circa la necessità di continuare le ricerche in siti archeologici sempre nuovi. La vendita di reperti ai musei, inoltre, gli garantiva i capitali necessari a lavorare in autonomia. Infine, Petrie effettuava anche degli acquisti in terra egiziana: mentre i suoi contemporanei disdegnavano certe “anticaglie”, lui comprava di tutto. Alla fine, l’archeologo britannico riuscì a mettere insieme una formidabile collezione. Oggi, le sue scoperte più importanti sono esposte al Museo del Cairo e in altri musei inglesi e statunitensi. La sua collezione di vasellame palestinese è conservata all'Istituto di Archeologia di Londra; senza dimenticare l’interessantissimo museo di Londra a lui dedicato, non lontano dal British Museum.

mercoledì 1 luglio 2015

I testi delle Piramidi

Il desiderio di avere accesso alla nuova vita nell'aldilà ha la sua più antica testimonianza nei Testi delle Piramidi, passaporto dei faraoni per l'eternità. Si tratta della raccolta di testi religiosi più importante dell'Antico Regno.
I testi delle Piramidi sono una raccolta di formule destinate a facilitare l'ascesa al cielo del defunto, grazie al potere magico della scrittura. Per il luogo in cui furono scritti - le piramidi - il privilegio doveva essere esclusivo del faraone. Questi testi, che non compaiono in tutte le piramidi, hanno il loro riferimento più antico nella piramide di Unas, ultimo faraone della V dinastia, ma vi sono testi anche in quelle di sovrani della VI e della VII, come Teti, Pepi I, Merenra I, Pepi II e tra regine spose di quest'ultimo. Si conoscono in totale 800 formule, anche se non sono state trovate tutte in un'unica piramide. La compilazione di questi testi indica che furono scritti in diversi periodi storici; lo stile arcaico della scrittura e l'uso della seconda o della terza persona sono testimonianze dell'evoluzione della lingua egizia. Vi sono formule risalenti ai primissimi tempi dell'Egitto faraonico, e anche precedenti, come nel caso dell'Inno Cannibale, databile al Periodo Predinastico. Poiché questi testi si trovano nelle piramidi , alcuni egittologi ritengono che i faraoni dubitassero della loro salvezza e cercassero, attraverso la magia della parola, di assicurarsi il cammino verso il cielo.
Sebbene la provenienza delle formule incluse nei Testi delle Piramidi sia varia e in esse si riflettano idee appartenenti a diverse teologie, nella redazione complessiva si nota l'influenza dei sacerdoti eliopolitani. La salvezza del sovrano si trova nel cielo, mentre i sudditi hanno un paradiso terrestre. Il destino finale del faraone poteva essere salire sulla barca di suo padre Ra, dio Sole, o trasformarsi in una stella e divenire eterno. Nei Testi di trova riflesse la politica del momento poiché, oltre al crescente potere dei sacerdoti, rappresentato dal culto di Ra, il defunto viene identificato con Osiride, dio dei morti, mentre il faraone regnante con Horus. Nei Testi delle Piramidi vengono menzionate alcune leggende che saranno sviluppate in seguito, come la morte di Osiride. Altri testi riguardano culti del faraone o rituali che venivano compiuti durante la vita del re, e scongiuri magici contro le forze del male che erano in agguato nell'aldilà.


I Testi della piramide di Pepi I
Nella zona a nord di Saqqara si trova la piramide di Pepi I, faraone della Vi dinastia. Questa tomba, successiva a quella di Unas, fu scoperta prima. Su tutte le pareti interne c'erano formule scritte con geroglifici verdi riguardanti appunto i sacri Testi. Alcune di esse figurano già nella piramide di Unas, ma altre apparivano per la prima volta. Il grande lavoro di Maspero e, più tardi, di Kurt Sethe, ha permesso di conoscerne il contenuto. Il testo, che probabilmente veniva recitato da un sacerdote durante la cerimonia funebre, aveva uno stretto legame con il luogo in cui veniva scritto. Secondo alcuni egittologi, i testi devono essere letti dalla camera sepolcrale verso l'esterno, a indicare la resurrezione del defunto che, uscendo dal sarcofago abbandonava il mondo sotterraneo attraverso un corridoio. Altri parlano di una processione fino al sarcofago, come nel caso della piramide di Pepi I. Il vestibolo assomiglia al tempio della valle, dove veniva accolto il sarcofago del defunto. Il corridoio si identifica con la stra maestra che saliva al tempio alto, qui identificato con l'anticamera, dove venivano compiuti diversi rituali; la sala del sarcofago è il recinto in cui solo il faraone o il sacerdote avevano l'autorità di celebrare il culto. Nonostante il lavoro di Maspero e Sethe, l'opera di copiatura e di traduzione dei Testi della piramide di Pepi I è ancora in fase di elaborazione e di studio.

domenica 21 giugno 2015

Oltre il Gineceo: la storia antica al femminile

Quest'oggi esce finalmente il mio primo libro, un testo pensato per ogni tipo di lettore e che ho voluto scrivere al fine di incrementare la conoscenza generale della condizione femminile nelle antiche civiltà del mediterraneo.


(clicca sulla scritta)



Ecco alcuni estratti in anteprima:

Dal capitolo su Nefertiti...

"Che questo nuovo "re" potesse essere la regina Nefertiti fu ipotizzato per la prima volta da Henri Gauthier nel 1912, poi da Campbell nel 1964 e infine da Nicholas Reeves in tempi più recenti. Gauthier affermava che: "il primo nome, e l'originale, del coreggènte di Akhenaton era Neferneferuaton, e... che l'adozione del nome alternativo Smenkhara fu una modifica posteriore"."

 pagina 33

Dal capitolo sulle donne mesopotamiche...

"La separazione era comunemente voluto dal marito, ma anche le mogli erano autorizzate a divorziare dai loro compagni se vi fossero prove di abusi o di negligenza, così come abbiamo visto nel codice di Hammurabi. Un marito poteva ripudiare sua moglie se ella risultava sterile, ma poiché avrebbe poi dovuto ripagare la dote era più pratico che il consorte prendesse una concubina, magari scelta proprio dalla moglie."

pagina 54 

Dal capitolo sulle donne greche...

"Una caratteristica insolita della vita spartana era la pratica della  "condivisione della moglie", usanza testimoniata da diversi storici antichi. Un numero indefinito di spartani potevano spartirsi la stessa sposa, sia come mezzo di unione e sia per facilitare la procreazione. Infatti essi consideravano i figli nati da queste relazioni come propri, indistintamente da chi fosse il padre naturale."

pagina 92


Dal capitolo su Elena, madre di Costantino...
"Elena riportò a Roma una gran quantità di reliquie, dai chiodi usati per trafiggere la carne di Cristo alle scale adoperate da Gesù per salire all'aula del tribunale di Ponzio Pilato, cimeli che ancora oggi vengono conservati a Roma. "

pagina 196

In anteprima mostro anche l'indice:

 Per acquistare il libro, sia in formato cartaceo che in quello ebook, cliccare qui: Oltre il Gineceo

sabato 13 giugno 2015

I testi delle Steli funerarie 2

Abbiamo parlato precedentemente degli epiteti principali delle divinità (clicca qui) presenti sulle steli funerarie. Adesso vedremo come continua la formula funeraria standard più impiegata nel corso della XVIII dinastia, molto spesso troverete le stesse iscrizioni con la formula estesa della parola, in questo caso affidatevi al determinativo della parola. Ricordiamo dunque che la formula inizia con: "Offerta fatta dal re al (nome della divinità) (epiteti del dio)" e continua come segue:


Fornisco ora altri elementi della lista delle offerte funerarie più comuni, che si trovano nelle iscrizioni di tali steli:


Ricapitolando, onde comprendere meglio la parte finale, ricordo che la formula funeraria standard recita: "Offerta del re (al) dio X (epiteti). Si dia a lui (al defunto) un'offerta funeraria consistente in (segue lista delle offerte)". Generalmente le steli funerarie si concludono con quanto segue:




mercoledì 10 giugno 2015

I testi delle Steli funerarie 1

Quest'oggi iniziamo lo studio geroglifico dei testi delle steli funerarie d'offerta. Questi reperti sono ovunque nel mondo, in ogni museo quindi vi potrete cimentare nella lettura e nella comprensione di questa straordinaria civiltà. Iniziamo dunque con la prima frase di una tipica stele funeraria egizia:


A questa formula iniziale seguono generalmente una o più divinità con i loro epiteti più comuni, formando dunque la frase: "Offerta fatta dal Re al dio X", esempio:


Tuttavia, questi sono i titoli più comuni di Osiride, ma potreste incontrare anche altri epiteti a lui connessi. Osiride appare sovente nelle stele funerarie in quanto divinità posta a capo dell'aldilà, quindi andiamo a dare un'occhiata agli altri titoli:


Abbiamo visto come, nelle steli funerarie la formula "Offerta del re" venga spesso seguita dai nomi di una divinità e dagli epiteti più comuni, per ora sono stati illustrati quelli di Osiride. Adesso vedremo invece un'altra divinità dalla forte connessione con l'aldilà: Anubi, il cui nome egizio era Inpw e che era il dio funerario per eccellenza, preposto fra le altre cose all'imbalsamazione. Vediamo di seguito i titoli del dio delle necropoli.



domenica 7 giugno 2015

Le lampade di Dendera

L'antico Egitto ha da sempre attirato le simpatie di coloro che cercano misteri o enigmi extraterrestri, per questo motivo, nonostante gli sforzi degli esperti, esistono decine di false leggende legate agli egizi che trovano ancora una difficile "risoluzione". La difficoltà non sta per noi specialisti nel dare delle risposte ma è nell'abbattere il preconcetto generale, perché è più facile, così come facevano gli uomini primitivi, imputare ciò che non comprendiamo o non conosciamo a fenomeni divini o alieni, invece di rimboccarsi le maniche e lavorare per trovare una risposta.  
Seguendo questo concetto ho deciso finalmente di affrontare una di queste leggende metropolitane: le cosiddette "lampade" di Dendera. Per fare ciò, a differenza dello standard morfologico che uso di solito, fornirò delle risposte a delle ipotetiche domande che potrebbero essermi poste da coloro che cercano delle informazioni al riguardo.


In altri luoghi dell'Egitto possiamo trovare qualcosa di simile alla famosa scena scoperta da Mariette?

Nella  raffigurazione in  questione, che  si trova all'interno della quarta Cripta, ci ritroviamo davanti ad immagini cosmogoniche, che non hanno nulla di anacronistico o di unico. Quindi  nessun precursore di Thomas Edison  e Joseph Wilson Swan abitava nell'antico Egitto. Infatti è possibile vedere figure identiche non solo all'interno del Tempio di Dendera, nella camera che Mariette chiama "chambre V", ma anche in altri luoghi. Possiamo trovare qualcosa di simile a Edfu ad esempio, proprio per testimoniare che certe rappresentazioni non  sono  insolite, anche quando si parla di miti differenti. Nondimeno,  bisogna specificare che queste scene sono tipiche di Dendera perché lì ha origine il mito della nascita di Horus Sematawi, visto che ci ritroviamo nel tempio della madre. In generale le persone credono che il politeismo egizio fosse diffuso costantemente e ugualmente in tutto l’Egitto, quando in realtà ogni città aveva i propri principali esseri divini da adorare. Per fare qualche esempio, posso citare Osiride ad Abydos, Amon a Tebe o Ptah a Menfi.  Conseguentemente è normale che in altri templi ci imbattiamo solo in raffigurazioni simili, è un po’ come se un cattolico trovasse un dipinto greco-ortodosso al Vaticano,  possibile, ma poco probabile. Inoltre, occorre dire che molto di quello che ci hanno lasciato gli Egizi è andato perso, quindi non potremmo mai stabilire una stima di quante rappresentazioni simili o identiche avremmo potuto  vedere all'epoca.

Mariette scrisse che  i  testi della quarta cripta descrivono la scena in argomento, «ma non ne danno il senso». Perché non riuscì a comprendere, nonostante la lettura dei geroglifici, ciò che vide?

Nell'opera che Mariette dedica a Dendera, Description generale du grand temple de cette ville, possiamo leggere che la scena delle cosiddette lampade è catalogata come Planche III 44. Continuando a  leggere la  nota, scopriamo che Mariette scrive “I testi descrivono la scena, ma non danno il senso” e poi ci suggerisce di andare a leggere il riferimento della Tavola II 49, che si trova a pagina 176. Tornando  quindi  ai riferimenti della Chambre V,  scopriamo che anche in questo caso lo studioso esprime perplessità, poiché ancora una volta i geroglifici descrivono solo la scena. Tuttavia, bisogna chiedersi se questo è dovuto a rappresentazioni misteriose, o più semplicemente all'approccio scientifico di un ricercatore che lavorava agli albori dell’egittologia. Tra noi e Mariette ci sono oltre centocinquant'anni di ricerca scientifica e di studio metodico, di conseguenza, le affermazioni dell’archeologo vanno riviste alla luce di nuove consapevolezze. Fino a poco tempo fa si credeva erroneamente  che le piramidi fossero state costruite da schiavi, perché così ci ha tramandato Erodoto, mentre il Dr. Hawass ha scoperto che non erano schiavi ma operai salariati. Ritengo quindi che fondare delle teorie anacronistiche sull'opera di uno studioso, per quanto illustre, morto oltre un secolo fa, sia improvvisazione e speculazione.

Abbiamo prima nominato Horus e Hathor, cosa puoi dirci di loro in merito a Dendera?

Horus e Hathor, così come le altre divinità del pantheon egizio, hanno una caratteristica particolare, cioè l’incarnazione di aspetti e sfaccettature diverse. Partiamo dal nome della dea dell’amore, Hathor,  il suo significato  è  “dimora  di  Horus”, cioè il cielo dove nasce il sacro falcone. Tuttavia, a Edfu invece è anche madre di  tutti gli dei, oltre che moglie di Horus.  Stesso discorso vale anche per quest’ultimo, il quale non solo è marito della dea, ma incarna anche il loro figlio, Horus Sematawy; cioè il protagonista delle rappresentazioni della Cripta IV.  Nondimeno, nella tradizione classica, Horus  è figlio di Osiride e Iside, oltre che vendicatore di suo padre. Pertanto, il dio Horus di Edfu è sposato alla  dea  Hathor   di  Dendera  e ogni anno, durante la festa della “buona unione”, la statua della dea arrivava in processione fino a Edfu, dove si celebrava il loro matrimonio divino.

Mariette ebbe diverse difficoltà nell'esplorare i “profondi misteriosi recessi” del tempio di  Hathor,  come mai?

Per prima cosa bisogna specificare che l'accesso a queste cripte era celato al popolo, poiché servivano per custodire oggetti preziosi, ed è quindi naturale che non sia facile entrarvi. In effetti, raggiungere queste cripte non è per nulla comodo, vi si accede passando per un  antro stretto e angusto. Le cripte poi sono illuminate solo con la luce artificiale, quindi possiamo immaginare la difficoltà di Mariette nel capirne il significato, diciamo che per questioni logistiche e pratiche, se l'archeologo fosse vissuto oggi, non avrebbe scritto le stesse  cose. Durante  il mio ultimo viaggio in Egitto ho passato molto tempo a Dendera e con alcuni colleghi abbiamo in programma un  viaggio in Egitto  a settembre, progetto nato anche per completare la nostra decifrazione dei testi delle cripte, proprio perché, a differenza di quanto si crede, e chi è stato a Dendera lo può confermare, queste immagini girano in tondo per tutta la cripta. Di conseguenza, al mio ritorno dall'Egitto, fornirò la decifrazione completa dei geroglifici.

Poniamo ora però l’attenzione solo sulla famosa immagine con le “lampade”, presentando la spiegazione delle tre frasi che compongono la traduzione dei geroglifici posti a descrizione della scena. Iniziamo con il primo passo?

La traduzione iniziale è: "Horus Sematawy è il serpente di rame che sta nel loto nella barca notturna, altezza 4 palmi, barca notturna e loto in oro". Sono d'accordo nel porre l’attenzione su questa immagine in particolare, poiché è quella più discussa e dibattuta, tuttavia bisogna porre l’accento sul contesto, dato che è necessario per capirne il significato. Il testo a cui ci si riferisce indica parte del contenuto della cripta, poiché questo luogo serviva per conservare oggetti preziosi, tra cui anche immagini sacre, rappresentate  sulle  pareti per  essere eternamente presenti, quindi le iscrizioni precisano le misure e i materiali di cui erano fatte. Ricordiamoci anche che la stessa Hathor appare sotto la forma di una statua dentro una barca, cioè la stessa statua che poi veniva trasportata a Edfu. Tornando all'iscrizione, sappiamo quindi  che  nella cripta doveva trovarsi un’immagine sacra in rame, che rappresentava  il dio Horus  Sematawy che nasce dal loto. Questa versione del  dio  Horus  non  significa altro che “Horus unificatore delle due terre".


Soffermiamoci sul fiore di loto (le famose “lampade”), cosa rappresentano in realtà?

Il fiore di loto è un simbolo antichissimo, fin dagli albori della civiltà egizia era usato per indicare l’Alto Egitto, associandolo alla dea Nekhbeth, mentre per il Basso Egitto abbiamo il papiro con corrispondenza alla dea Uadjet. Questo fiore è associato anche a concetti come rinascita e generazione, come ad esempio accade con il mito dell’oceano primordiale, il Nun.  Non  molto tempo fa ho letto un articolo di Diego  Barucco, uno studioso appassionato di egittologia, che dava questa stessa definizione,  cioè quella di un loto che sia donatore di vita e di luminosità; una luce quindi che non ha nulla a che fare con delle lampade, come accenna nei suoi studi Marco Chioffi. Naturalmente, queste argomentazioni di teologia egizia andrebbero approfondite maggiormente in modo individuale attraverso la lettura di libri del settore.

La presenza di oggetti sacri all'interno delle cripte di  Dendera  è testimoniata altrove? 

Oltre che dalle descrizioni parietali, è visibile a Dendera anche il trasporto degli stessi immortalato in una scena processuale, vicino alla terrazza del tempio, dove, ad esempio, si vedono sacerdoti con degli scrigni. Nella prima sala ipostila, sul lato destro ci sono delle scale a rampa, mentre a sinistra si trovano delle scale rettilinee che conducono direttamente al tetto; le stesse che erano usate dai sacerdoti per trasportare gli oggetti sacri in occasione della Festa dell’Anno. Presumibilmente, queste raffigurazioni rappresentano gli oggetti conservati all'interno delle cripte e in altre sale del complesso di Dendera e che ogni anno venivano trasportati tramite una processione fino al tetto. Anche all'esterno del santuario vi sono scene di una processione di donne, raffigurate mentre portano le ricchezze delle province che incarnano al tempio.

Puoi darci notizie dei tesori celati nelle cripte, in particolare della statua di Horus?

Come  è facilmente intuibile, i saccheggiatori  non  hanno lasciato nulla di prezioso, ciò che è stato rinvenuto a Dendera sono pezzi di valore storico, come statue in pietra o resti di altri templi, ma così come in molti altri santuari in Egitto, i tesori conservati sono  andati  perduti per sempre.

Cosa pensi tu dell'idea collettiva che quelle ritratte a Dendera siano delle vere lampade?

Lasciando perdere la facile ironia, voglio dire anche che l’elemento essenziale del filamento delle lampadine è il tungsteno, elemento chimico ipotizzato solo nel 1779. Senza contare che per creare il processo chimico che porta  all'accensione di  una lampadina del genere ipotizzato a Dendera,   abbiamo  bisogno  di due gas: Azoto e Argon, entrambi scoperti a fine settecento. Inoltre, vi assicuro che se gli Egizi avessero avuto una tavola periodica, presumibilmente i Greci e di logica i Romani lo avrebbero saputo e di conseguenza anche noi. Devo dire poi che, per spiegare quest’abbaglio di massa, bisogna partire dall'idea che è tipico del cervello umano  cercare legami con  il proprio mondo, questo fenomeno viene chiamato "pareidolia", altrimenti lo potremmo ricondurre ad una sorta di criterio di Shepard sul riconoscimento di cose conosciute indotto da oggetti non familiari. Quindi, disponendo dei mezzi dati dallo studio costante di tale civiltà, occorre aggiungere che se questi “misteri” non  fossero osservati con   l'occhio   moderno, ma guardati da chi ha una visione diversa, cioè colui che è cresciuto nell’epoca egizia, sembrerebbero solo ciò  che sono. Per concludere, ripeto ciò che ho precedentemente dichiarato, bisogna guardare a egittologi moderni, che hanno a disposizione ottimi mezzi per poter interpretare il mondo egizio

lunedì 1 giugno 2015

Gli scavi di Ernesto Schiaparelli

Grazie all'opera instancabile dell’archeologo torinese allievo del grande Gaston Maspero, il museo Egizio di Torino può vantare oggi una raccolta di antichità che abbraccia tutte le epoche della civiltà faraonica.


Il museo Egizio di Torino deve una buona parte della sua fama internazionale agli scavi condotti da Ernesto Schiaparelli agli inizi del Novecento. Fu fondato, infatti, nel 1824, quando Carlo Felice di Savoia acquistò la magnifica collezione Drovetti: una raccolta unica, ma anche incompleta, dal momento che comprendeva pochissimi reperti dell’antico e del medio regno. Consapevole di questa lacuna, Schiaparelli decise di porvi rimedio conducendo personalmente numerose missioni archeologiche in terra d’Egitto. 

Il fiuto di un grande egittologo
Ernesto Schiaparelli (1856-1928) intraprese i suoi studi di archeologia a Torino, con Francesco Rossi, poi li completò a Parigi con Gaston Maspero fra il 1877 e il 1880. Il talento di ricercatore e l’intuito di cui era dotato gli valsero ben presto incarichi molto ambiti, in particolare a Firenze: nel 1880, fu incaricato di trasferire e riordinare le antichità Egizie nella nuova sede del museo Egizio toscano, che era stato istituito nel 1855. Pochi anni dopo, Ernesto compì la sua prima missione in Egitto. Ne sarebbero seguite molte altre: tra 1903 e il 1920 l’egittologo condusse almeno dodici campagne di scavi. Si recò così ad Assist, a Gebelein e nella Valle delle Regine. Fu anche a Giza e a Deir el Medina, nell'antico villaggio degli artigiani reali, dove riportò alla luce la bellissima tomba dell’architetto Kha e di sua moglie: ritrovata intatta e colma di decorazioni e oggetti dell’antichità, fu immediatamente trasportata e ricostruita nel Museo di Torino, dove è tuttora esposta. Proprio nella città piemontese Schiaparelli concluse la sua brillante carriera, costellata di meravigliose scoperte.

Da Gebelein e Assiut…
Tra le spedizioni più importanti di Ernesto Schiaparelli, merita di essere menzionata quella condotta a trenta chilometri a sud di Tebe, nella località di Gebelein. Anticamente, questa era una città di provincia ma conobbe una certa prosperità durante il Primo e Secondo Periodo Intermedio, quando il potere centrale dei faraoni andò allentandosi. Gli scavi cominciarono nel 1910, e portarono alla scoperta di ciò che rimane del tempio di Hathor. Questo monumento era stato fondato ai tempi della Prima Dinastia, poi fu rimaneggiato durante l’XI Dinastia e da Thutmosi III nella XVIII Dinastia; probabilmente, proprio durante il regno di quest’ultimo fu scolpita una vasca cerimoniale in pietra calcarea, dedicata alla dea: per quanto incompleta, costituisce ancora oggi uno dei pezzi forti della collezione torinese. In alcune tombe di Assiut, invece, Schiaparelli ritrovò delle magnifiche sculture in legno, datate al I Periodo Intermedio.

…a Dei el Medina
A Deir el Medina, Schiaparelli ebbe modo di venire a contatto con le vestigia del Nuovo Regno e, in particolare, della XVIII Dinastia. Il sito archeologico era stato individuato già da Drovetti nei primi anni dell’Ottocento, ma fu Schiaparelli ad avviare gli scavi, nel 1904. Oltre al celeberrimo villaggio degli artigiani della Valle dei Re, riemersero anche magnifiche sepolture, tra queste la cappella di Maya, magnificamente affrescata. 

Giza e la Valle delle Regine
Sull'altopiano di Giza la missione archeologica Italiana contribuì agli scavi dell’immensa necropoli: riemersero numerose tombe e mastabe datate all’Antico Regno. All'attenzione dell’egittologo piemontese non sfuggirono neanche le sepolture della Valle delle Regine: in questo corridoio di roccia, che accoglieva le spoglie delle grandi spose reali della XIX e della XX Dinastia, Schiaparelli ritrovò nel 1904 circa ottanta tombe; tra queste le più belle sono quelle di Kaemwaset e Amonherkopeshef, figli di Ramses III. Ciononostante la scoperta più importante di tutte fu quella del ritrovamento della tomba di Nefertari, grande sposa reale di Ramses II. Purtroppo, non ritrovò la mummia della regina, ma portò in Italia il coperchio in granito rosa del sarcofago, circa una trentina di Ushabti, altri oggetti funerari e i sandali della regina. Ancora oggi, questi reperti sono esposti al Museo Egizio di Torino.

Schiaparelli e il Museo Egizio di Torino
Se oggi il Museo Egizio di Torino può raccontare quattromila anni di storia dell’antico Egitto, come si è detto, lo si deve in buona parte al contributo di questo straordinario archeologo che con intelligenza e perspicacia, riuscì a completare la collezione arricchendola con reperti di grande valore. Tra questi, ricordiamo ancora la “finta porta” della mastaba di Uehem-Neferet, sorella del faraone Snofru e, ancora, il sarcofago di granito di Duaenra, figlio di Cheope e visir di Macerino: tutti pezzi che ancora oggi fanno della raccolta di antichità torinese un punto di riferimento per gli appassionati e gli studiosi; soprattutto dopo le ultime innovazioni scaturite dal lavoro del Dottor Christian Greco, attuale direttore del Museo.