mercoledì 1 febbraio 2017

L'Egitto e Creta

La presenza di oggetti egizi a Creta e di manufatti cretesi in Egitto testimonia la relazione intercorsa tra i due Paesi. Tale relazione si incrementò ulteriormente durante il Secondo Periodo Intermedio e nel Nuovo Regno. 


I contatti tra Creta e l'Egitto risalgono all'ultimo periodo del Predinastico (fine del V millennio - 3200 a.C.), come testimonia il ritrovamento a Creta di alcuni vasi egizi in pietra. Successivamente, i contatti divennero sempre più frequenti; appare tuttavia difficile provare che le relazioni tra i due Paesi furono dirette. Taluni studiosi, infatti, ritengono che i prodotti giungessero in Egitto o a Creta passando per il poro fenicio di Biblo (Libano) o di Ugarit (Siria). Altri, invece, sostengono che Cretesi ed Egizi ebbero scambi commerciali diretti; c'è, poi, anche chi afferma che esistessero colonie cretesi in alcune città egizie, così come colonie egizie a Creta. Tuttavia, la presenza di Cretesi in Egitto trova maggior conferma nel ritrovamento di alcuni affreschi di stile minoico tra i resti del palazzo degli hyksos ad Avaris. L'influenza egizia nell'arte minoica è dovuta, con molta probabilità, ai Cretesi, i quali, una volta visitato l'Egitto, ne imitarono i motivi decorativi. 
Possiamo ravvisare indizi dei contatti tra Egitto e Creta già a partire dalla fine del Neolitico cretese, quando sull'isola furono introdotti la lavorazione al tornio e la tecnica della filatura. I contatti si intensificarono durante il Medio Regno (2040 - 1786 a.C.). L'Egitto importava dai Paesi vicini l'argento, metallo scarsamente presente nel suo territorio. Talvolta, l'argento arrivava in Egitto già lavorato, come nel caso del tesoro di Tod, un deposito del tempio di Montu della XII dinastia (1991 - 1786 a.C.), del quale fa parte un vaso d'argento di manifattura egea. La ceramica minoica veniva imitata a Kahun, sebbene giungesse fino ad Abido. A Creta era nota anche la ceramica egizia. Anche se i contatti diretti risultano improbabili fino a quest'epoca, durante il Secondo Periodo Intermedio (1786 - 1552 a.C.) essi risultarono evidenti. A Creta è stato ritrovato il coperchio di un vaso di alabastro con il cartiglio del faraone hyksos Khyan. Probabilmente una colonia di Cretesi si stabilì nella capitale degli hyksos, Avaris, per realizzare gli affreschi del palazzo, ed è possibile che questa decorazione risulti più antica di quella di Cnosso o Santorino. A partire dal regno di Thutmosi III (1490 - 1436 a.C.), della XVIII dinastia, viene menzionato il tributo cretese, con caraffe di ceramica, alcune delle quali decorate con il motivo dei cavalli al galoppo. Durante il regno di Ramses III (1184 - 1154 a.C.), gli abitanti delle isole dell'Egeo erano chiamati "Popoli che si trovano nel Grande Verde". 

martedì 24 gennaio 2017

La terminologia geroglifica per principi, principesse egizie e divine adoratrici

Dopo aver analizzato i termini con cui ci si riferiva alle regine egizie, andiamo ora a visualizzare i termini in uso nell'antico Egitto per i principi e le principesse. 
I figli del re erano chiamati Sa Nesu, appunto, "figlio del re" e le femmine invece Sat Nesu, "figlia del re". I fratelli e le sorelle del re avevano invece il titolo di Sen Nesu e Senet Nesu, "fratello del re" e "sorella del re". A cominciare dal Terzo Periodo Intermedio, solo le donne appartenenti alla famiglia reale potevano esercitare la funzione religiosa di "divina adoratrice", cioè di sposa terrena del dio Amon, una figura identificata con certezza solo a Tebe. Le divine adoratrici godevano di una titolatura il cui modello era simile a quello del re. Le più famose furono Karomama, Shepenupet, Amenirdis e Nitocris.
La titolatura era composta da tre appellativi: Hemet Netjer, "sposa del dio", Duat Netjer, "adoratrice del dio" e Djeret Ntejer, "mano del dio". Spesso associati, questi precedevano un nome iscritto in un cartiglio. A partire dalla XXVI dinastia, venne aggiunto all'inizio della titolatura un nome femminile di Horus: "Horet". Il titolo di Nebet Tauy, "Signora delle Due Terre", e altri (come i titoli secondari delle regine) venivano talvolta aggiunti ai titoli religiosi. 


mercoledì 18 gennaio 2017

La terminologia geroglifica delle regine egizie

Oltre alle titolature dei faraoni, molto conosciute, esistevano anche dei titoli riservati a regine e principi: erano più brevi, ma permettevano comunque di identificare questi nobili nei testi e nelle incisioni dei templi e delle tombe. In questo post andremo a vedere i termini usati per indicare le regine. Già nel Medio Regno, il nome delle regine era talvolta iscritto in un cartiglio, tuttavia, è solo a partire dal Nuovo Regno che questa usanza si diffonde.
Dopo l'Antico Regno, la regina è designata regolarmente con tre titoli. Poiché il re può avere diversi mogli, la sposa principale era chiamata Hemet Nesu Uret, "La grande sposa del re", mentre le altre donne portano più semplicemente il titolo di Hemet Nesu, "Sposa regale". La madre del re, importante personalità di corte, era chiamata Mut Nesu, "madre del re". Accanto a questi titoli principali esistevano numerosi appellativi secondari, come Repat Hatet Uret Hesut Nebet Imat Bener Merut, "La principessa, dai grandi favori, dama della grazia, dolce e amorevole" o Henut Tauy, "sovrana delle dure Terre", o anche scritto come Nebet Tauy, "Signora delle due terre". Durante l'Antico Regno, e molto più raramente in seguito, la regina era presentata come Mat Hor Seth, "Colei che vede Horus e Seth".


martedì 10 gennaio 2017

La morte di Lord Carnarvon

"Siamo stati molto in pensiero negli ultimi giorni per la malattia di Lord Carnarvon. Non... è ancora fuori pericolo. È difficile pensare che solo venerdì scorso abbiamo cenato insieme. Sarebbe terribile se - ma non voglio pensarci".
Alan Gardiner alla moglie Heddie


La morte inaspettata di Lord Carnarvon segnò la fine di un'epoca nella storia della tomba. Nel giro di una notte Carter divenne una celebrità e aggiunse alle gravose responsabilità dell'archeologo anche il peso delle pubbliche relazioni, che fino allora erano state magistralmente gestite da Carnarvon. Tutto questo sarebbe incominciato con la partenza di Carnarvon per Assuan il 28 febbraio, per qualche giorno di riposo  dopo l'apertura ufficiale della Camera Funeraria. Prima o dopo il suo arrivo ad Assuan, Carnarvon fu punto da una zanzara. Radendosi, inavvertitamente ferì la puntura, che si infettò nonostante le tempestive applicazioni di iodio. La febbre piuttosto elevata (38.3 °C) costrinse Carnarvon a letto, assistito dalla figlia Evelyn. Due giorni dopo stava meglio e decise di visitare la tomba, ma ebbe una ricaduta e la figlia lo fece trasportare al Continental-Savoy del Cairo, il 14 marzo. Ma era troppo tardi: dopo il suo incidente stradale, il cinquantasettenne Conte divenne di salute cagionevole; indebolito ulteriormente dall'infezione, quando ancora non esisteva la penicillina, fu facile vittima di una polmonite. La moglie arrivò in aereo dall'Inghilterra accompagnata dal medico di famiglia, dottor Johnson. In seguito arrivò anche il figlio, Lord Porchester, in tempo per assistere per poche ore il padre in delirio. Il mattino del 5 aprile Lord Carnarvon morì; Carter annotò nel suo diario: "Il povero Lord C. è morto nelle prime ore del mattino". La commozione dei familiari, degli amici e dei colleghi si espresse con un necrologio sulle pagine dei quotidiani del Cairo. Nonostante il chiasso suscitato dall'esclusiva con il Times, Carnarvon era molto amato e rispettato in Egitto. Si decise di preparare senza indugio il corpo del Conte per trasportarlo in Inghilterra e seppellirlo a Beacon Hill, vicino alla sua amata Highclere. Intanto, in Egitto, Carter si trovava al timone di quella che ormai era la "nave" di Lady Carnarvon. Purtroppo, si rivelò un marinaio inesperto. 
Arthur Weigall, ex Ispettore del Service des Antiquités, che lavorò anche come inviato speciale per il Daily Mail, osservando l'eccitazione di Carnarvon all'apertura della Camera Funeraria, si dice che Weigall abbia esclamato: "Se continua con questo ritmo, non gli dò più di sei settimane di vita". Poco più di sei settimane dopo Carnarvon era morto.

domenica 1 gennaio 2017

Ipazia d'Alessandria

“Ipazia rappresentava il simbolo dell'amore per la verità, per la ragione, per la scienza che aveva fatto grande la civiltà ellenica. Con il suo sacrificio cominciò quel lungo periodo oscuro in cui il fondamentalismo religioso tentò di soffocare la ragione”.
Margherita Hack


Quante donne nel mondo antico riuscirono a distinguersi dalla massa di uomini che con la loro virilità soffocavano la femminilità bollandola come una mancanza? Soprattutto, quante donne riuscirono a farlo nel mondo greco-romano? La risposta a queste domande è semplicemente una: poche. Tuttavia una soltanto si erge sopra le altre per intelletto, dedizione allo scopo scientifico e coerenza di valori: Ipazia.
La scienziata nacque ad Alessandria d’Egitto attorno alla metà del IV secolo, in un periodo della storia in cui era quasi impossibile per una donna essere considerata di più di una macchina per figli. L’epoca in cui visse la nostra filosofa fu un’era di cambiamenti e sconvolgimenti. In particolar modo si andava diffondendo la fede cristiana, che difatti metteva fine sia all'era antica sia a quell'ideale di magnificenza del mondo classico, distruggendo definitivamente ogni libertà di pensiero per i successivi diciassette secoli.
Ipazia fu sempre tenuta in grande considerazione, tutti i potenti che si recavano ad Alessandria richiedevano il suo consiglio e l’ascoltavano nelle faccende più delicate. Per questo motivo, e soprattutto perché l’epoca in cui viveva era ormai segnata dal cristianesimo (l’imperatore Teodosio aveva imposto il cristianesimo come religione di stato), il vescovo Cirillo iniziò a considerarla pericolosa.
Iniziamo però col dire che la sua figura ha ispirato in tutta la storia pittori e poeti, e recentemente anche il regista Almodóvar, che le ha dedicato un film dal titolo Agorà. A dispetto di tutto la chiesa cattolica continua però con l’insulto alla sua memoria. Infatti pochi anni fa il papa emerito Benedetto XVI  dichiarò:
“Di Gesù Cristo, verbo di Dio incarnato, san Cirillo di Alessandria è stato un instancabile e fermo testimone”.
Quest’affermazione ha dell’incredibile a mio avviso, poiché non solo si esalta un uomo responsabile di migliaia di martiri pagani, ma che è anche il mandante dell’assassinio di Ipazia.
Della sua filosofia non ci è rimasto molto, tutto ciò che sappiamo ci viene da un suo allievo, un certo Sinesio, che sosteneva che la filosofa gli avesse insegnato a vivere la filosofia come una fede:
“Sinesio sembra aver sperimentato alla scuola d'Ipazia un'autentica conversione alla filosofia. Nei suoi Inni egli si rivela poeta metafisico di intuito religioso di notevole profondità. Inoltre egli, come dimostrano le sue lettere a Ipazia e ad altri, fece parte per tutta la vita di un circolo di iniziati alessandrini, con i quali condivise i misteri della filosofia”. 
Per quanto riguarda le scienze sappiamo che dedicò la sua vita alla matematica e all'astronomia, in particolar modo allo studio dei corpi celesti, come aveva fatto suo padre Teone prima di lei. Purtroppo anche in questo caso non sappiamo molto di più, i suoi scritti non ci sono giunti, e quindi, siamo ancora costretti a rifarci al suo discepolo per comprendere come ella avesse contribuito nelle discipline scientifiche. Sinesio ci informa che al tempo della sua maestra si stavano conducendo studi su ipotesi migliori di quella del sistema tolemaico, che prevedeva la terra al centro con tutti gli altri corpi celesti che ruotavano in cerchio sempre alla stessa distanza. 
Tuttavia è provato che Ipazia non solo ha rivoluzionato l’ideale femminile dell’epoca, ma che contribuì allo sviluppo scientifico della scuola di Alessandria, che era una delle più importanti dell’antichità.
Con tutto ciò è normale che un uomo di scarso talento come Cirillo iniziasse a provare invidia verso quella donna, che dimostrava con tanta forza la superiorità del suo intelletto. 
Si narra che un giorno, mentre Cirillo passeggiava per le strade di Alessandria, fu attratto all'improvviso da una folla di persone che sostavano davanti all'entrata di una casa. Quando il vescovo si avvicinò incuriosito domandò a uno dei presenti cosa stesse accadendo. L’uomo di tutta risposta disse che era lì per ascoltare la filosofa Ipazia che stava tenendo lezione proprio in quel momento. Noi tutti possiamo immaginare la reazione di Cirillo, fu completamente divorato dalla rabbia e dall'invidia, come ci informa anche Damascio:
“Si rose a tal punto nell'anima che tramò la sua uccisione, in modo che avvenisse il più presto possibile, un'uccisione che fu tra tutte la più empia”.
Damascio, cit., 79, 24-25
Fatto sta che Cirillo da allora ci perse il sonno, non desiderava altro che uccidere Ipazia e liberarsi finalmente dell’odiata rivale. 

La Morte
Cirillo aveva arruolato dei vecchi compagni di malefatte, degli agitatori che venivano dal monte Nitria, che lui stesso chiamava “barellieri” e che di facciata erano gli infermieri di campo dell’esercito dei Parabolani (una sorta di soldati di Cristo), ma che in concretezza erano i suoi personali mercenari.
Questi criminali si appostarono per strada e la colsero mentre stava tornando a casa, la catturarono, la portarono in una chiesa, la denudarono e poi la trucidarono. Purtroppo non era finita qui, mentre ancora respirava le cavarono gli occhi e la scorticarono con dei gusci di conchiglia. Ormai morta, le strapparono il cuore e bruciarono i suoi resti dopo averla fatta a pezzi, e infine sparsero le ceneri della poetessa per tutta la città. 
“Dall'animo surriscaldato, guidati da un lettore di nome Pietro, si misero d'accordo e si appostarono per sorprendere la donna mentre faceva ritorno a casa. Tiratala giù dal carro, la trascinarono fino alla chiesa che prendeva il nome da Cesario; qui, strappatale la veste, la uccisero usando dei cocci. Dopo che l'ebbero fatta a pezzi membro a membro, trasportati i brandelli del suo corpo nel cosiddetto Cinerone, cancellarono ogni traccia bruciandoli. Questo procurò non poco biasimo a Cirillo e alla chiesa di Alessandria. Infatti stragi, lotte e azioni simili a queste sono del tutto estranee a coloro che meditano le parole di Cristo".
Socrate Scolastico, cit., VII, 15.

sabato 24 dicembre 2016

Traduzione dell'iscrizione posta ai piedi del sarcofago della KV55

1- Parole dette da XXXX Giustificato.

2- Possa respirare il dolce vento del nord che viene verso la tua bocca.

3- Possa vedere il(la) tuo/a... Ogni giorno; la mia preghiera è quella.

4- Di udire la tua dolce voce nel vento del nord.

5- Possano essere Giovani le tue membra con il vivere del tuo amore.

6- Dammi le tue braccia che possiedono il tuo spirito, che lo riceva e possa vivere.

7- In esso. Possa fare da guida al mio nome per l'eternità e che esso non manchi.

8- Dalla tua bocca, o Padre Mio Aton Ra- Horakhty XXXX. Ecco tu sei come Ra.

9- Per l'eternità e per sempre vivente come Aton...

10- Il Signore dell'Alto e del Basso Egitto vivente nella Maat, padrone delle due Terre XXXX il figlio.

11- Meraviglioso dell'Aton vivente. In verità egli è qui.

12- Vivente per sempre eternamente, il figlio di Ra XXXX giustificato.

giovedì 15 dicembre 2016

I miti della dea Seshat

Proprio come la dea Maat, con cui talvolta si confonde, Seshat non era collegata a nessuno dei grandi cicli mitologici egizi. Era la personificazione di concetti astratti quali la scrittura, il calcolo e la memoria: il suo talento in queste materie non era certo inferiore a quello di Thot, il suo omologo maschile. Nei più importanti racconti mitologici dell'antico Egitto, la presenza di Seshat è limitata a sporadiche apparizioni, in cui la dea, comunque, viene sempre apprezzata, a dimostrazione della grande stima che le altre divinità nutrivano per lei: un rispetto che nasceva soprattutto dalle sue doti intellettuali.


I nomi di Seshat
"Sono colei che vigila sulle scritture", ricordava con vigore la dea, "colei che è stata la prima a scrivere". La scrittura, il calcolo, il disegno erano al centro dei suoi interessi: era lei, infatti, a "sorvegliare i libri divini e gli archivi" regali, è quindi sottinteso che fosse Seshat a scrivere e registrare tutto ciò che si conosce sulla storia degli dei e sugli avvenimenti legati alla vita del faraone: dalla genealogia dei re alla redazione dei libri contabili del Tesoro regale, Seshat prendeva nota di tutto ciò che veniva attuato per garantire il buon funzionamento del paese. Non solo: la dea includeva nelle proprie competenze, oltre alla scrittura in senso stretto, anche altri ambiti legati al sapere, "Sono la signora dei progetti", scrivevano di lei, e anche "la signora delle costruzioni". Fungeva quindi anche da memoria, da archivio vivente dell'architettura, e contribuiva attivamente allo sviluppo di questa disciplina grazie alle solide conoscenze matematiche (calcolo e geometria) e astronomiche (utili per decidere l'orientamento degli edifici). Seshat non aveva dunque nulla da invidiare allo sposo Thot.

Parenti virtuali
La figura di Seshat ebbe origine come personificazione di un concetto astratto, più che come divinità. Per questo, non le furono inizialmente attribuite particolari relazioni con altri dei. Ma, come spesso accadeva nella religione egizia, parenti e paredri le vennero assegnati in un secondo momento. Il caso Seshat anzi, è esemplare a questo proposito. La più antica di queste parentele è stata identificata grazie ai famosi Testi delle Piramidi dell'Antico Regno, in cui Seshat viene messa in relazione con la dea felina Mafdet. Il tipo di legame che le univa non è ancora chiaro, ma si può supporre che Seshat e Mafdet venissero considerate come due sorelle, addirittura gemelle. Non a caso, i rituali dedicati alle due dee si tenevano nello stesso giorno dell'anno. Durante il Nuovo Regno, Seshat cominciò ad essere accostata a Thot, anche perché svolgeva funzioni simili a quelle del dio della scrittura: divenne così, al tempo stesso, sua moglie, sua sorella e figlia! Un fatto, del resto, che non suscitava alcuno scandalo, visto che all'interno del pantheon non mancavano rapporti tra consanguinei e talvolta incestuosi. Bisogna aspettare il periodo tolemaico (a partire dal 300 a.C.) per vedere Seshat affiancata da un vero consorte: si tratta del dio Seshau, una particolare forma di Osiris su cui, tuttavia, non sappiamo molto. Più tardi, in epoca romana, Seshat verrà assimilata ad alcune tra le più grandi dee egizie: Hathor, Iside, Nefti o ancora Rattaui, dea venerata soprattutto a Tebe.

Seshat la maga
La magia occupava un posto per nulla trascurabile nella vita degli egizi: serviva a guarire dalle malattie ma anche a prevenirle, ed era legata alle offerte presentate ai morti come agli dei. La magia era presente ovunque, e il fatto che Seshat ne fosse la divinità non faceva che aumentarne il prestigio: persino gli dei, del resto, avevano bisogno di un tocco magico per avere la meglio durante le loro liti o i loro, combattimenti. Per questo motivo, Seshat occupava una posizione di rilievo sull'imbarcazione di Ra: tra Thot e Hika (altro dio della magia), esercitava le proprie arti contro Apep, il serpente maligno che ogni notte, instancabilmente, assaliva il vascello solare.

giovedì 8 dicembre 2016

Il vaiolo nell'antico Egitto

Sembra che la sesta piaga dell’Egitto annunciata da Mosé al Faraone fosse proprio il vaiolo. Diversi studiosi lo hanno identificato con la malattia “shehin”, parola ebraica che si trova nell'antico testamento, ed è nel Pentateuco che troviamo diversi riferimenti a questa malattia; oltre a quelle che si trovano nel Deuteronomio, “il Signore ti colpirà con le ulcere d’Egitto” (Deut. 28,27), “il Signore ti colpirà alle ginocchia e alle cosce con un ulcera maligna dalla quale non potrai guarire; ti colpirà dalla pianta del piedi alla sommità del capo” (Deut. 28,35), è molto importante il passo dell’Esodo: “il Signore disse a Mosé e ad Aronne: procuratevi una manciata di fuliggine di fornace: Mosé la getterà in aria sotto gli occhi del Faraone. Essa diventerà un pulviscolo diffuso su tutto il Paese d’Egitto e produrrà, sugli uomini e sulle bestie, un ulcera con pustole, e in tutto il Paese d’Egitto” (Es. 9,8 - 9). Alcuni studi ritengono trattarsi di vaiolo, anche se a dire il vero appare un po' problematica l’estensione dell’infezione agli animali, dal momento che il virus del vaiolo umano è diverso da quello bovino e di altri animali, quindi colpisce solo l’uomo e le scimmie. Una conferma ci viene tuttavia da un testo posteriore di Filone di Alessandria, filosofo ebreo vissuto a cavallo tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., dove, nel trattato storico apologetico “de vita Moysis”, descrive il vaiolo nella sua forma confluente: “la polvere si depositò immediatamente sugli uomini e sugli animali e provocò una ulcerazione violenta e dolorosa di tutta la pelle e, nello stesso momento in cui si produceva l’eruzione, i corpi gonfiavano con delle flittene suppuranti di cui si sarebbe detto fossero provocate da un fuoco invisibile. Tormentati dalle sofferenze e dai dolori, sia a causa dell’ulcerazione che a causa del bruciore, essi soffrivano nella loro anima tanto quanto nei loro corpi; poiché si poteva vedere un'ulcera unica e continua estendesi dalla testa fino ai piedi, non appena le pustole che si erano estese sugli arti e sul tronco si sviluppavano e formavano un unica massa”.



Lasciando perdere le testimonianze bibliche, che nulla hanno di storico, le documentazioni istopatologiche che ci possono venire in aiuto sono scarse, ma abbastanza probanti: una mummia della XX Dinastia, scoperta a Deir el Bahari da Ruffer e Ferguson, presenta sulla pelle tracce di lesioni le cui caratteristiche di forma e localizzazione posso ragionevolmente attribuirsi al vaiolo; l’esame istologico ha confermato la presenza di vescicole con struttura a setti verticali caratteristici (dovuta a rottura delle cellule malphighiane con formazione di una cavità pluriloculata;  nel derma erano presenti anche numerosi batteri Gram positivi). Anche la mummia di Ramses V (XX Dinastia) presenta sul viso, addome e cosce l’esito di una eruzione papulosa molto verosimilmente da riconoscere come di natura vaiolosa.

giovedì 1 dicembre 2016

I Medjai: i poliziotti della tomba

A Deir el-Medina esisteva un corpo di polizia, i medjai della Tomba, che controllava il deserto a occidente di Tebe, alle dirette dipendenze del sindaco di Tebe occidentale, che era la massima autorità a cui essi dovevano rispondere. I medjai dovevano sorvegliare la tomba reale in costruzione e le necropoli regali per reprimere i frequenti tentativi di furto negli ipogei; essi inoltre dovevano garantire la sicurezza e la tranquillità degli operai, ma anche che la loro condotta fosse corretta.
Il nome medjai deriva da quello della regione nubiana Medja. Durante l'Antico e Medio Regno i medjai erano nomadi nubiani con cui gli egizi erano in rapporti più ostili che pacifici. Durante la dinastia XIII (circa 1750 a.C.) i medjai erano stanziati per la maggior parte a sud della seconda cataratta. Verso la fine della dinastia XVII, in qualità di mercenari, i medjai presero parte, agli ordini di Kamose, alla guerra di liberazione contro gli Hyksos. Dopo la dinastia XVIII non esiste alcuna prova effettiva che i medjai fossero di sangue nubiano; i capi dei medjai della tomba e i loro uomini, tranne poche eccezioni, erano ormai completamente assimilati alla cultura egizia e avevano veri nomi egizi.
Il numero di questi poliziotti sembra essere stato molto esiguo durante la XIX dinastia: si suppone che vi fossero due capi e sei uomini, per un totale di otto poliziotti della Tomba. In effetti i pericoli che potevano minacciare le tombe reali nel periodo di Ramses II erano probabilmente pochi. Più tardi, nell'anno 1 del regno di Ramses IV, quando la squadra ammontava a centoventi uomini, i medjai erano sessanta; in un registro dell'anno 17 del regno di Ramses IX compaiono sei capi e diciotto poliziotti, per un totale di ventiquattro persone. Per quanto questo numero sembri eccessivo, tuttavia proprio nell'anno 17° furono scoperti furti su vasta scala nella necropoli tebana e vennero di conseguenza aperte numerose inchieste. Inoltre a partire dal regno di Ramses IV le invasioni libiche dal deserto occidentale avevano reso la sicurezza della regione di Tebe sempre più precaria.
I capi medjai potevano essere membri del tribunale, prendere parte all'ispezione della tomba di un operaio, accompagnare con i loro subordinati la commissione inviata a investigare sui furti della necropoli e riferire al visir l'esito delle loro indagini. Essi erano i messaggeri del sovrano e, quando il visir era nel Basso Egitto, scendevano il fiume per recapitare a lui i rapporti da parte degli scribi della Tomba, così come i capi medjai portavano lettere o messaggi orali alla squadra da parte del visir o di autorità ancora più elevate, per esempio il Primo Sacerdote di Amon. Quando il messaggio era scritto e doveva essere letto agli operai, i medjai giungevano in compagnia di uno scriba. Essi non erano esentati da lavori pesanti, per esempio prestavano il loro aiuto per il trasporto di pesanti blocchi di pietra. 
I medjai erano aggregati alla Tomba, ma tuttavia non appartenevano alla comunità degli operai e non figuravano nella lista di distribuzione delle razioni di grano agli operai. Non vi sono prove che un poliziotto sia mai vissuto a Deir el-Medina, o sia stato seppellito nella necropoli degli operai. Si conoscono i nomi di ventitré capi e di quarantasei semplici medjai.

venerdì 25 novembre 2016

Il faro di Alessandria

Su un isolotto a est dell'Isola di Pharos, in una posizione che permetteva di dominare l'ingresso al grande porto, si ergeva un tempo una delle sette meraviglie del mondo antico, il Faro di Alessandria. Del vero e proprio faro non abbiamo più, come è noto, alcuna traccia: una serie di terremoti, verificatisi tra il X e il XIV secolo, lo hanno completamente distrutto. Inoltre, nel 1480 il sultano mammalucco Kait Bey fece erigere, al suo posto, un castello, che si può ammirare ancora oggi. Alto dai 120 ai 140 metri, il faro era interamente in pietra bianca, verosimilmente in calcare: per la sua costruzione furono stanziati ben 800 talenti, una cifra equivalente a circa 20.800 chilogrammi d'argento. L'edificio, cui si accadeva da una rampa, era a più piani: a una base quadrangolare, di circa 71 metri di altezza, seguiva una struttura ottagonale (alta circa 34 metri),  sua volta seguita da un corpo tondo con una copertura a tholos (termine che indica una volta realizzata a blocchi aggettanti), in cima alla quale era posta, forse, una statua di Zeus. Tutto l'edificio sorgeva poi al centro di un ampio terrazzamento rettangolare, munito di torri difensive e di frangiflutti e ostruito a sua volta al di sopra di una grande cisterna. In cima al faro, infine, ardeva un fuoco, che poteva essere visto da una distanza lontanissima: non sappiamo esattamente come questa fonte di luce fosse amplificata o se venisse in qualche modo indirizzata in una particolare direzione: non è escluso che si facesse uso di specchi concavi. Altrettanto incerti sono i dati circa l'anno esatto della costruzione del faro nonché chi sia stato l'architetto o il promotore del monumento: Strabone menziona un certo Sostrato di Cnido, "amico del re", che avrebbe eretto il faro "per il bene e la sicurezza di tutti coloro che navigavano il mare". Secondo Plinio, Sostrato era il costruttore, mentre il committente sarebbe stato un re tolemaico. Una fonte del X secolo riferisce che il faro fu costruito nell'anno 297 a.C., mentre la notizia diffusa da Ammiano Marcellino, che il famoso monumento fosse opera della regina Cleopatra, deve essere considerata solo una delle tante leggende nate intorno all'ultima regina dei Tolomei.