lunedì 25 maggio 2015

Gli egizi e la musica

Nelle occasioni liete come nei funerali, gli egizi ricorrevano alla musica per animare ogni aspetto della loro vita quotidiana e per mettersi in contatto con gli dei. Col tempo, musici e cantori divennero veri e propri professionisti nel loro campo.


A giudicare dalle scene raffigurate nei dipinti dell'epoca, la musica faceva da sottofondo per molte delle occupazioni quotidiane dell'antico Egitto: gli agricoltori e gli operai accompagnavano e ritmavano il loro lavoro con il canto, i pastori pascolavano il bestiame suonando dei motivi con il flauto, e giovani ragazze suonavano i tamburelli per stanare gli uccelli durante le battute di caccia. Gli affreschi delle tombe, poi, mostrano spesso scene ispirate alle feste popolari in cui nascite e matrimoni venivano celebrati a suon di musica. Senza contare, infine, che trombe e tamburi segnavano il passo dei soldati in marcia e risuonavano da lontano quando le truppe militari si radunavano. Nell'Antico Regno, erano soprattutto gli uomini a cantare e suonare gli strumenti musicali. Con il Nuovo Regno, invece, questa pratica artistica divenne tipicamente femminile. In entrambi i casi, i musicisti potevano essere dei veri e propri professionisti, richiesti per la loro abilità. In entrambi i casi, i musicisti potevano essere dei veri e propri professionisti, richiesti per la loro abilità. Gli strumenti più diffusi erano quelli a corde e a fiato: l'arpa, il flauto, il liuto, l'oboe, il tamburello e il sistro.

Musica Sacra
Per gli egizi, la musica aveva soprattutto una valenza sacra: era un modo per mettersi in contatto con gli dei. Ogni tempio disponeva di propri musicisti: si trattava essenzialmente di persone di origine modesta, che prestavano servizio presso gli edifici sacri e si garantivano così la sussistenza. Anche i sacerdoti non trascuravano questo aspetto: i riti quotidiani con cui si prendevano cura del dio locale erano sempre accompagnati da canti e declamazioni. In occasione delle grandi feste religiose, poi, la processione della statua del dio avveniva in un clima di esaltazione scandito da musiche e inni. Col tempo, i cantori entrarono a far parte dell'alto clero, guadagnandosi così un certo prestigio sociale. Il faraone stesso, in alcune cerimonie di culto, non disdegnava il canto e la danza.

Divertimento profano
La maggior parte delle grandi dimore signorili possedeva una propria "orchestra" o, in cado si necessità, si avvaleva di musicisti di professione. A palazzo reale, invece, uno stuolo di musici e cantori era al servizio del faraone e della sua corte: a istruirli e guidarli era un dignitario di alto rango, una sorte di "direttore". Negli harem, infine, le donne ingannavano il tempo suonando: in questo modo allietavano lo sposo durante le sue visite. L'educazione musicale non figurava nei programmi scolastici, ma veniva comunque impartita da maestri o scuole specializzate e presso il palazzo reale. A Menfi, per esempio, coreografi, compositori e direttori d'orchestra si diedero un'organizzazione per insegnare la loro arte agli allievi.

Gli dei e la musica
Numerose divinità del pantheon egizio erano associate alla musica, a cominciare da Hathor: sempre raffigurata come una donna attraente e sorridente, era la dea per eccellenza della gioia, della danza, della musica e dell'ebbrezza. Anche Bastet era una dea legata alla musica, mentre il nano Bes, fra le altre cose, era considerato il dio della danza e delle manifestazioni gioiose; a questo titolo, era spesso rappresentato mentre suonava il tamburello. La dea della musica strumentale, del canto e della danza era invece Meret, sacerdotessa e musicista del mondo divino. Infine, quasi tutti gli dei fanciulli erano associati all'arte musicale: da Ihy, figlio di Hathor, che allietava gli dei suonando il sistro, a Khonsu, dio lunare, che stringeva tra le mani una collana menat utilizzandola come crepitacolo.

lunedì 18 maggio 2015

L'autobiografia di Amenemhab

Questa autobiografia è un esempio di quei testi che raggiunsero il culmine nella XVIII dinastia, e nelle quali viene attribuita molta importanza al fattore storico, oltre che agli avvenimenti più salienti della vita del defunto. Per gli egizi è un vanto aver partecipato alle imprese militari del sovrano, e in particolare questo sentimento è evidente nei contemporanei di Thutmosi III, il più grande guerriero fra i re della dinastia in questione. L'ideale nella XVIII dinastia non è tanto quello di ottenere l'autonomia quanto il desiderio di essere "seguace" del re e di mostrargli il proprio coraggio e le proprie capacità. A vanto di Amenemhab (detto Mahu e proprietario della tomba TT85 a Luxor), che seguì Thutmosi III nelle varie spedizioni, si dice che vide le vittorie regali del suo re. Di alcune delle imprese che egli ricorda esiste anche la versione ufficiale, come per esempio della caccia all'elefante a cui Thutmosi si dedicò durante la sua ottava spedizione.
Tuttavia Amenemhab ci racconta anche le sue imprese personali, gesta che secondo i valori dell'epoca gli recavano onore.

L'episodio della cavalla 
Nel corso di una battaglia, il principe di Kadesh, in Siria sull'Oronte, fece astutamente uscire una puledra in calore per indurre il disordine tra i carri egizi, trainati da stalloni. Amenemhab la inseguì a piedi e la uccise.


Traduzione geroglifica di Alberto Elli:





(cliccare per ingrandire)

mercoledì 13 maggio 2015

Il mistero del Re Scorpione

Nell'Ashmolean Museum di Oxford, in Inghilterra, è conservata una reliquia straordinaria: rinvenuta nel tempio di Hierancopolis, risalirebbe al periodo predinastico. Si tratta della parte superiore di una mazza da guerra in pietra calcarea, su cui sono magnificamente scolpite diverse scene. Una di queste, particolarmente eloquente, sembra avere un significato ben preciso: raffigura, infatti, un personaggio di imponente statura, cinto con la corona dei sovrani dell’alto Egitto. Un re, dunque: è vestito con il tipico gonnellino da cui pende una coda di toro, simbolo di potenza; tra le mani, inoltre, stringe un utensile per arare la terra. Intorno a lui vi sono numerosi altri personaggi, di statura più bassa, una convenzione egizia per esprimere la superiorità del sovrano rispetto ai sudditi: uno di loro regge un cesto in cui è raccolto il terreno scavato dal re. All'altezza del viso di quest’ultimo, risaltano due immagini: una stella a sette raggi (o fiore) e uno scorpione. Poiché non si era interpretare il significato di questi due simboli, il gigantesco e misterioso personaggio è passato alla storia con il nome di “Re Scorpione”.

Molte domande, poche risposte
Noi esperti non siamo ancora riusciti a dare una risposta certa a diverse domande riguardanti il Re Scorpione; e forse non ci riusciremo mai. Per esempio, non si sa ancora con esattezza quando sia vissuto. Alcuni egittologi ritengono che il suo regno risalga a tremila anni prima di Cristo; tuttavia, i dubbi mano a mano che si approfondisce la conoscenza della cronologia dei Faraoni. Chi era, dunque, il Re Scorpione? In quale parte dell’Egitto regnò? Che potere aveva, e quanto durò il suo regno? Sono tutte domande alle quali è davvero difficile dare risposte definitive: spesso, ci si deve limitare a formulare delle ipotesi.
Nel III secolo a.C., lo storico greco-egizio Manetone si occupò per primo di suddividere la storia egizia in trenta dinastie, classificazione ancora utilizzata dagli egittologi moderni. Il termine “Dinastia” adottata per la storia dell’antico Egitto, in realtà, non indica propriamente una successione di sovrani appartenenti alla stessa famiglia. Nella civiltà dei faraoni, la Dinastia corrisponde invece ad un periodo storico ben definito. In genere, gli specialisti riuniscono tutti i Re sepolti ad Abydos nella Dinastia 0. Per questo anche Re Scorpione. Se si osserva con attenzione la scena scolpita nella mazza precedentemente descritta, si può cercare di interpretare l’immagine raffigurata. Il Re è intento a scavare la terra, ma cosa sta facendo esattamente? Sta tracciando un solco, una strada, un canale di navigazione o di irrigazione? Prepara le fondamenta di un palazzo o di un tempio? È un mistero. Quel che è certo è che l’azione compita dal Re, qualunque essa sia, ha un carattere costruttivo ed esemplare: il gesto di scavare la terra, infatti, può essere associato ai concetti di "rendere fertile",  "bonificare", "edificare" e "fondare". Un atto positivo dunque che descrive il sovrano come un benefattore del popolo. Un’altra scena presenta una seria di bandiere di città e provincie, decorate con uccelli e simboli degli dei Seth e Min. È possibile che si tratti di una rappresentazione delle contrade dell’alto Egitto, di cui Seth, dio del caos, era il protettore e sulle quali il sovrano estendeva la propria autorità.
Per quanto riguarda gli uccelli, si potrebbe trattare di una raffigurazione delle popolazioni e delle tribù nomadi sulle quali regnava il Re Scorpione. Una terza scena scolpita sulla testa di mazza offre altri indizi significativi sull'enigmatico personaggio: si tratta, infatti, della sinuosa rappresentazione del Nilo, fonte di fertilità e di vita per il paese. Ogni anno, nei mesi estivi, il fiume si gonfiava d’acqua e tracimava nel suo corso inferiore, inondando tutto il terreno circostante. In autunno, le acque defluivano lasciando il terreno ricoperto di limo, straordinario concime naturale che dava vita a una vegetazione rigogliosa e ricompensava il duro lavoro dei contadini.

Il popolo del Re Scorpione
I sudditi di questo faraone erano sicuramente formati dall'unione di diverse etnie, avvenuta durante i secoli precedenti, quando i primi abitanti della valle del Nilo si erano mescolati con le popolazioni provenienti dal Sahara orientale. Per molto tempo si è affermato che l'unificazione politica dell'antico Egitto avvenne per opera di Narmer, chiamato anche Menes, sovrano della I dinastia che regnò intorno al 3000/3100 a.C. In realtà, questo dato non è affatto confermato. Alcuni studiosi pensano che, ben prima di Narmer, sia esistita in Egitto una civiltà unificata da una scrittura comune, e che l'unione dell'Alto e del Basso Egitto fosse già stata attuata. Questo processo, ovviamente lungo e complesso, avrebbe coinvolto diversi regni. Il re Scorpione, quindi, non sarebbe stato una singola persona, ma un simbolo scelto per rappresentare i diversi sovrani vissuti durante il processo di unificazione. Altri egittologi ritengono di poter attribuire al periodo predinastico precedente Narmer due nomi sovrani: quello del re Scorpione e quello di un sovrano chiamato Ka. Tuttavia, vi sono anche altre tradizioni, che farebbero risalire l'inizio della monarchia dell'Alto Egitto al 5500 a.C.
Vista l'incertezza di diversi miei colleghi, queste ipotesi vanno accolte con cautela. Tuttavia, si può affermare che una certa unità culturale e politica, opera del re Scorpione, sia effettivamente esistita prima di Narmer. Mentre l'unificazione del paese in senso stretto, invece, sarebbe stata opera di quest'ultimo: fu lui a porre definitivamente l'Alto e il Basso Egitto sotto uno stesso governo.


giovedì 7 maggio 2015

I testi degli Ushabti

Quest'oggi affrontiamo un discorso che riguarda il mondo funerario egizio: cioè i testi geroglifici degli Ushabti, le statuette funerarie "rispondenti" (è questo il significato della parola "ushabti"), che venivano posti nelle tombe per rispondere al posto del defunto. 
Quando apparvero nel Medio Regno, di Ushabti ve n'era uno in ogni tomba, poi il senso della sostituzione cambia e la statuetta, che doveva sostituire fisicamente il defunto, diviene un servitore. Di conseguenza il numero salì sempre di più e alla fine, nelle tombe di chi poteva permettersi la spesa, gli Ushabti furono centinaia, sino a uno per ogni giorno dell'anno o più. Se si era in possesso di 365 Ushabti "operai", dovevano esserci anche i supervisori per le squadre (generalmente 10). Si dice che vi fossero più di 700 Ushabti nella tomba di Sethi I, e almeno 414 in quella di Tutankhamon. 

Di seguito l'inizio della formula geroglifica:


Dopo le generalità del defunto inizia la formula vera e propria dell'Ushabti, che era simile per tutti: essa in effetti era tratta dal Sesto Capitolo del Libro dei Morti. Ovviamente si trovano lievi variazioni a seconda delle epoche e dei laboratori artigianali dove venivano prodotte le statuette. Esse potevano esser prodotte in serie, come quelle di pasta vitrea, con la formula identica per tutte, in cui veniva cambiato il nome del defunto, oppure quelle - ovviamente più care - create per i più ricchi personaggi, in legno dipinto, pietre dure o, per i re, in materiali più preziosi.


Più sotto vedremo come continua la formula iscritta sugli Ushabti. Prima però vale la pena fornire qualche informazione sulle iscrizioni geroglifiche di queste statuine. Quelle che fornisco in questo post è la formula standard, generalmente iscritta in più linee orizzontali sul corpo degli Ushabti. Tuttavia sono comuni anche iscrizioni più brevi: esse si trovano generalmente sulle statuette dell'Epoca Tarda, fornite di pilastrino dorsale. È appunto su quest'ultimo che, in un'unica colonnina di testo si trova la breve frase "Risplenda l'Osiride X, figlio di Y", prima frase della formula che abbiamo già visto. A volte la formula si limita ai nomi: "L'Osiride X, figlio di Y". Ma vediamo invece come continua la formula standard, dopo aver ricordato che la prima parte della frase era: "O se questo Ushabti è chiamato..."


Di seguito riporto il resto della costruzione dei testi degli Ushabti, il problema è che queste strutture sono difficili da rendere in italiano, visto che la costruzione è più complessa. Tuttavia fornirò sia la traduzione letterale che l'interpretazione. 


Il senso della frase è dunque il seguente: per gli egizi nell'aldilà bisognava svolgere i lavori che avrebbero permesso il giusto trascorrere della vita eterna. Nel momento in cui il defunto, messo in nota per compiere i lavori che si devono compiere nell'oltretomba, fosse stato chiamato al suo posto, avrebbe dovuto rispondere l'Ushabti, assumendo per sé l'incarico come avrebbe farebbe ogni uomo ligio al proprio dovere, e assolvendo così alla propria funzione il defunto non sarebbe dunque stato costretto a compiere lavori faticosi. La frase si conclude con l'istruzione e l'esortazione alla giusta risposta per l'Ushabti: Tu, dì "eccomi".

Con queste ultime frasi concludiamo le formule degli Ushabti, ricordando però che si tratta della versione di base: oltre a piccole variazioni, si possono incontrare formule più lunghe, specie nei passaggi che riguardano la lista dei lavori da compiere o in ripetizioni della frase sulla risposta da dare quando il defunto messo in lista viene chiamato. Inoltre, nel caso di personaggi importanti, si trovano anche i titoli del defunto. Nell'ultima frase abbiamo visto l'esortazione del defunto verso il servitore a compiere dei lavori, qui vediamo di quali compiti dovesse assolvere. 


Questa frase accenna a quale fosse il lavoro principale del defunto e cioè "trasportare la sabbia da Occidente a Oriente e viceversa", questo trasporto della sabbia si riferisce al lavoro quotidiano dello svuotamento dei canali poiché essi fossero mantenuti puliti. Vi erano però altri lavori agricoli da svolgere nell'aldilà, elencati da formule più complete: "far crescere i campi", "far si che essi siano pieni di canali". Per questa ragione gli Ushabti erano spesso raffigurati con le braccia incrociate e le mani che tenevano la zappa (o due zappe) e la corda del cesto, che era raffigurato sulle spalle. Altri Ushabti possono tenere invece la piuma di Maat, la verità.

Infine ricapitoliamo quindi l'intera iscrizione:


venerdì 1 maggio 2015

Le divine adoratrici di Amon

Durante il Terzo Periodo Intermedio, che fece seguito al Nuovo Regno, l’Egitto cadde sotto il controllo di sovrani stranieri. Per conquistare le simpatie del clero di Amon, i nuovi faraoni riportarono in auge un antica tradizione, ripristinando la figura della “divina adoratrice”. Le principesse investite di questa carica diventarono così un tramite tra il potere spirituale e quello temporale.


Alla morte di Ramsess XI, ultimo faraone a portare questo nome e ultimo re della XX Dinastia, un sovrano di nome Smendes prese il potere nel nord dell’Egitto e fissò la sua capitale a Tanis. Da quel momento, si stabilì un clima di tensione tra il nuovo potentato e il clero di Tebe, che continuava a esercitare l’autorità nel sud del paese. Lo stato faraonico entrava così in una delle sue fasi critiche, caratterizzata dall'indebolimento del potere centrale e, di conseguenza, dal riemergere degli egoismi particolari. Nel sud del paese, infatti, non tardarono a verificarsi i primi disordini: il risultato fu la nascita di piccoli territori autonomi, i cui capi si auto proclamarono sovrani.

Più potere alla figlia del faraone
Intanto, già durante il regno di Ramsess XI, ma soprattutto con il faraone Smendes, cominciava a prendere piede una nuova pratica religiosa, destinata ad avere importanti ripercussioni sul piano politico. Fino ad allora, il ruolo di “sposa divina” di Amon era stato considerato una prerogativa esclusiva delle consorti dei sovrani: nell'antico e nel medio regno, infatti, erano già depositarie di poteri religiosi equiparabili a quelli dei faraoni, che a loro volta erano considerati il tramite tra cielo e terra. Con la fine del nuovo regno, si cominciò ad assegnare la prestigiosa carica non più alla sposa reale, ma a una delle figlie del faraone: in questo modo, la principessa investita del titolo di “sposa divina” (o “divina adoratrice”) diventava di fatto una sorta di regina. La conseguenza più immediata e concreta di questo nuovo costume religioso fu il moltiplicarsi della pratica delle adorazioni, e questo per due motivi: in primo luogo, perché non tutti i faraoni avevano una figlia da destinare a questo tipo di funzione; in secondo luogo, perché investire una principessa di una parte del potere reale serviva ad aumentare l’autorità e l’influenza del faraone. 

Il potere centrale va in frantumi
Col passare degli anni, la situazione politica dell’Egitto divenne, se possibile, sempre più complicata. La XXII e la XXIII Dinastia, formate anche da sovrani di origine libica o etiope, seguirono corsi paralleli: la prima, sulla scia di Smendes, continuò a regnare da Tanis; la seconda, invece, stabilì a Bubastis la propria roccaforte. Ancora una volta, per via dei contrasti tra i diversi potentati, l’autorità centrale andò in frantumi. Iniziava così una nuova fase di anarchia e disordine, denominata dagli storici: Terzo Periodo Intermedio. Fu Osorkon III, sovrano della XXII Dinastia, a tentare di riprendere il controllo del sud del paese, e lo fece proprio facendo leva sul prestigio associata alla carica di “divina adoratrice”: dopo aver abolito la trasmissione ereditaria della funzione di gran sacerdote di Amon, il faraone scelse sua figlia Shepenupet come sposa del dio. Di fatto, agendo in questo modo, Osorkon III aggravò la crisi della sua dinastia: essendo legata ad un dio, infatti, la divina adoratrice non poteva sposare un uomo; questo creò nuovi problemi di successione e indebolì ancora di più il già precario potere reale. A ogni modo, l’autorità di Shepenupet fu più o meno riconosciuta nell’alto Egitto: la divina adoratrice, anzi, inaugurò una stirpe di spose divine che sarebbe durata per ben due secoli. Negli anni in cui la principessa svolse la sua funzione, la dinastia paterna si estinse, e sul trono d’Egitto salirono i faraoni venuti dal regno di Kush, cioè dalla Nubia. Intanto, però, Shepenupet  compì un gesto destinato a ribadire la legittimità del suo ruolo: ordinò la costruzione di una sontuosa cappella dedicata a Osiride presso il tempio di Karnak. Facendo erigere un edificio sacro, la principessa riaffermava il suo potere sovrano. 

Il regno dei “faraoni neri”
Fu in quel momento che i re di Kush presero il comando dell’Egitto e, in particolare, della regione tebana. Il fondatore della dinastia nubiana si chiama Kashta: per prima cosa, volle far adottare sua figlia Amenirdis da Shepenupet; in questo modo, dimostrava di riconoscere nella figlia di Osorkon III la legittima discendente e continuatrice del potere faraonico. Amerindi, dunque, divenne a sua volta divina adoratrice e sposa del dio Amon. Sul suo conto non si sa molto, ma è lecito supporre che questa principessa affiancò Shepenupet in una sorta di coreggenza. Una statua che la immortala è oggi custodita al museo egizio del Cairo: in origine ricoperta d’oro, raffigura la sposa divina nel costume tradizionale da sacerdotessa, adornato da oggetti e paramenti sia divini che regali. In seguito, Amenirdis adottò una nipote che prese il nome di Shepenupet, probabilmente per affermare la continuità della dinastia regnante. La nuova sacerdotessa era la sorella dei faraoni Piankhy e Shabaka. Il primo salì sul trono intorno al 747 a.C. e vi restò per circa trent'anni. Signore di Tebe e dell’alto Egitto, approfittò della divisione del paese per tentare la conquista: nelle sue mani caddero prima la regione del Fayum e il medio Egitto, poi Menfi e la zona del Delta. Piankhy riuscì così a diventare il sovrano di tutto l’Egitto. Stranamente, invece di godere di questo trionfo, preferì ritornare nella sua lontana capitale nubiana, Napata. Questo, forse, perché temeva i suoi rivali, ancora silenziosi e apparentemente sottomessi, ma che in realtà aspettavano solo la prima occasione per impugnare le armi e ribellarsi al potere reale.

Assurbanipal sconfigge l’esercito di Taharqa
Come abbiamo visto Piankhy era intimorito dai suoi rivali, di fatto, egli morì senza che i suoi timori si realizzassero, e gli succedette il fratello Shabaka. Intanto, Shepenupet II continuava a esercitare il suo ruolo di divina adoratrice, presiedendo alle cerimonie quotidiane e alle grandi festività annuali, e regnando su un assemblea di sacerdotesse. Il suo potere era indiscusso. Come già aveva fatto Amenirdis, Shepenupet II adottò una principessa che assunse il nome di Amenirdis II.  Le due esercitarono congiuntamente il potere per molti anni. Nel frattempo, Shabaka morì lasciando il posto sul trono al faraone Taharqa. Apparentemente, questo avvicendamento non modifico le prerogative delle due spose divine. Fu durante questo regno, però, che il re assiro Assurbanipal cercò di impossessarsi dell’Egitto. Gli invasori presero Menfi e avanzarono progressivamente verso il sud, conquistando anche Tebe. Sconfitto, l’esercito del faraone dovette ritirarsi: le due divine adoratrici si trovarono così a dover affrontare l’invasore. Non è chiaro quale fu il loro ruolo durante l’occupazione assira, ma tutto lascia presumere che le due spose divine furono trattate con grande rispetto, perché parteciparono anche alle negoziazioni politiche che accompagnarono il ritiro degli Assiri. Nel frattempo, il faraone Taharqa, che si era rifugiato in nubia morì. Ciò nonostante, preoccupato di essersi spinto troppo oltre in terra straniera, Ashurbanipal preferì continuare l’evacuazione di gran parte del territorio ripiegando verso il delta. Fu Tanuatamun, figlio e successore di Taharqa, a inseguire gli invasori e a riconquistare poco per volta il paese. Mentre occupavano l’Egitto, però, gli assiri avevano già riconosciuto come faraone Psammetico I, re di Sais e fondatore della XXVI Dinastia: fatalmente, i due sovrani egizi giunsero allo scontro diretto. Nella circostanza, Assurbanipal corse in aiuto di Psammetico I. Sconfitto, Tanuatamun non poté che tornare a Napata, come già aveva fatto suo padre. Con lui si concluse la XXV Dinastia.

Una rinascita culturale ed economica
In tutti quegli anni, le divine adoratrici avevano assistito agli eventi dalla loro città, Tebe. Con le sconfitte di Taharqa e Tanuatamun, e con la fine della XXV dinastia, Amenirdis II e Shepenupet II si ritrovarono a fronteggiare una situazione analoga a quella già vissuta da Shepenupet I: erano, infatti, le ultime rappresentanti di una stirpe reale bruscamente conclusasi con la fuga di Tanuatamun in Nubia. Amenirdis II, allora, pensò bene di adottare la figlia di Psammetico I, Nitrocri I, che divenne a sua volta adoratrice divina. L'episodio è descritto anche nella cosiddetta "stele dell'adozione". 
La pratica dell’adozione delle divine adoratrici era già in uso durante il nuovo regno, in particolare durante la XVIII e XIX Dinastia, ma sembra essere stata ufficializzata con l’ascesa al potere della XXVI Dinastia. Lo dimostrano le iscrizioni della cosiddetta “stele dell’adozione”. Il testo, destinato in origine ad essere esposto nel tempio di Amon, riferisce dell’adozione di Nitocris I, figlia di Psammetico I, da parte di Amenirdis II. Sono riportati dei particolari di accordi diplomatici che prepararono l’evento e l’inventario dei beni lasciati in eredità alla nuova sposa divina. 
Dopo un periodo così turbolento, il regno di Psametico I coincise con una sorta di rinascita dell'Egitto: alla ritrovata stabilità politica, corrisposero un nuovo periodo di prosperità economica e un rifiorire della cultura. A questo proposito, gli storici parlano di un vero e proprio "rinascimento saita": Quanto al ruolo di divina adoratrice, a Nitocris I succedette Ankhenesneferibre, la figlia di Psammetico II. Dopodiché, ancora una volta, il caos riprese il sopravvento: il faraone Apries, successore di Psammetico II, fu destituito dal generale Iahmes, che si proclamò faraone. Puntuali, i popoli stranieri approfittarono della nuova crisi interna: toccò ai Persiani, stavolta, invadere l'Egitto e prendere il potere. Psammetico III, ultimo re della XXVI dinastia, fu arrestato, deportato e ucciso. Al suo posto, salì al trono Cambise, primo faraone persiano e fondatore della XXVII dinastia.

I Persiani fondano la XXVII dinastia
Testimone del crollo della XXVI dinastia e dell'avvento dei dominatori persiani fu Nitocris II, figlia di Iahmes, adottata da Ankhenesneferibre come nuova sposa di Amon. Da quel momento in poi, non è chiaro quale sia stato il destino delle divine adoratici, né se questa funzione fu conservata dai Persiani durante la loro permanenza sul trono d'Egitto. Si può solo presumere che gli invasori, come fecero in altri campi, accolsero anche questa usanza locale. Probabilmente, quindi, la pratica dell'adozione continuò, ma non sappiamo se riguardò delle principesse persiane o delle giovani egizie.

martedì 28 aprile 2015

La tomba di Ramses I: KV16


Misure
Altezza massima: 4,96 m
Larghezza minima: 1.28 m
Larghezza massima: 6.26 m
Lunghezza totale: 49.34 m
Superficie totale: 147,94 m²
Volume totale: 283,83 m³

Reperti
Resti umani
Sculture
Equipaggiamento da tomba


Scavi
Belzoni, Giovanni Battista (1817): Discovery
Belzoni, Giovanni Battista (1817): Excavation (conducted for Henry Salt)
Burton, James (1825): Mapping/planning
Lane, Edward William (1826-1827): Visit
Franco-Tuscan Expedition (1828-1829): Epigraphy
Lepsius, Carl Richard (1844-1845): Epigraphy
Piankoff, Alexandre (1957): Epigraphy

©Theban Mapping Project



Saggio di Erik Hornung da "La Valle dei Re" pag.32/34 - Einaudi

"Questo fondatore della XIX dinastia, designato da Horemheb come suo successore, arrivò sul trono ormai in età molto avanzata e non poté dunque contare di regnare a lungo; in effetti vi riuscì solo per un anno e quattro mesi. La progettazione della sua tomba ne tenne conto fin dall'inizio e ridusse la pianta e la decorazione al minimo. A una scala, a un corridoio e a una seconda scala segue subito la relativamente piccola camera del sarcofago. Solo questa fu completamente dipinta, su un costante sfondo azzurro; si rinunciò all'esecuzione al rilievo e anche il sarcofago di granito del re ha solo una decorazione dipinta. Nel programma figurativo manca l'Amduat, sostituito, come nel caso di Horemheb, da una parte del Libro delle Porte. Su ognuno dei lati minori dell'ambiente e riportata un'ora notturna tratta da questo testo: a destra la terza, a sinistra la quarta, entrambe senza il registro superiore poiché le parti basse non offrivano spazio a sufficienza.
Nella terza ora la barca solare è tirata attraverso una struttura allungata che è definita la "Barca della Terra" e incarna il mondo degli inferi che il dio sole percorre nella sembianza notturna con la testa di ariete. Il suo viaggio è continuamente minacciato dal gigantesco serpente Apophis che è raffigurato sotto la barca. Nella quarta ora la barca del dio sole passa davanti ad una serie di sarcofagi con mummie dipinte di nero; sono ancora immerse nel sonno della morte, dunque prima che il richiamo del dio le svegli e le provveda di un nuovo corpo che non avrà più l'aspetto della mummia. Sotto c'è una rappresentazione simbolica del tempo: è raffigurato come il corpo dalle spire multiple di un serpente, dal quale le singole ore sono via via "partorite" e infine di nuovo "ingoiate". Le dodici ore della notte si incarnano in dodici dee che spiccano su strutture triangolare, dipinte a metà con linee che raffigurano l'acqua e a metà di nero (che indicano l'oscurità), e rimandano in tal modo al buio mondo degli inferi pieno dell'acqua primordiale.
A sinistra rimase ancora posto per una scena che mostra il re fra Horus-figlio di Iside e Anubi. Anche le due pareti maggiori della camera rettangolare sono dipinte con scene di dei. Su entrambi i lati dell'ingresso la dea Maat accoglie il re che sta entrando: impersona la giustizia, la verità e l'ordine che si vuole governino anche il regno dei morti. Dietro la dea, Ramses prega oppure sacrifica: a sinistra a cospetto di Ptah (che è davanti ad un grande amuleto Djed), a destra a cospetto di Nefertum (con l'amuleto Tit) che ha un fiore di loto in testa. Al centro della parete di fondo troneggiano, schiena contro schiena, Khepri (con lo scarabeo al posto della testa) e Osiride; Khepri è la rappresentazione mattutina, ringiovanita dal dio sole, mentre Osiride, nel Nuovo Regno appare come la sua forma notturna. Davanti ad Osiride, con una pelle di leopardo addosso, c'è una piccola figura del sacerdote Inmutef, che ha il ruolo del figlio ideale di Osiride; da destra, tenendosi per mano, Horus figlio di Iside, Atum e la dea Mehit conduco il re davanti al dio. A sinistra Ramses sacrifica sopra quattro contenitori di indumenti davanti a Khepri, e compare poi, subito accanto, fra un'anima dalla testa di falco di Nekhen (Ieracompoli) e un'anima dalla testa di sciacallo di Pe (Buto), antiche potenze divine delle due metà del paese che eseguono qui, assieme al re, un gesto di giubilo. Sotto questa scena si apre una piccola nicchia in cui si scorge Osiride in piede su un serpente, protetto da un ureo (il cobra egizio, simbolo centrale della regalità faraonica) e assistito da Anubi, il quale - rara eccezione - ha qui una testa di ariete (immagine a destra) che una testa di sciacallo; altre nicchie nella parete di destra e in quella di sinistra sono senza decorazione."





Traduzione della scena di Ramses I con Horus e Anubi (cliccare per ingrandire):


domenica 19 aprile 2015

Il Museo greco-romano di Alessandria d'Egitto

Il Museo Greco Romano di Alessandria fu ufficialmente inaugurato il 17 ottobre 1892 dal Khedivè Abbas Helmy II. All’italiano Giuseppe Botti fu assegnato l’incarico di creare un museo ad Alessandria dedicato al periodo greco-romano. 
L’interesse per questo periodo diventò più serio dopo il 1866, quando Mahmoud El-Falaki concluse i suoi scavi ad Alessandria, portando alla luce il progetto dell’intera città. L’interesse nei confronti del museo aumentò grazie alla fondazione della Società d’Archeologia ad Alessandria nel 1893. 
Inizialmente le collezioni erano ospitate in una sezione di un edificio situato in Via Rosetta, attualmente Via El-Horreih. La costruzione delle prime dieci gallerie dell’attuale edificio fu completata nel 1895. Quanto alle gallerie supplementari (dal numero 11 al numero 16), esse furono completate nel 1899 mentre i lavori di completamento della facciata terminarono nel 1900. Alcuni artefatti greco-romani, specialmente la collezione di monete, provenivano dal Museo di Bulaq (l’attuale Museo Egizio) del Cairo. 
Quando Giuseppe Botti divenne il responsabile della gestione, il museo fu arricchito da collezioni ritrovate durante i suoi scavi nella città e i suoi dintorni. In seguito, quando Evaristo Breccia e Achille Adriani si assunsero la direzione del museo, continuarono ad arricchirlo con oggetti provenienti dagli scavi di Alessandria. Cominciarono, inoltre, ad ottenere artefatti provenienti dagli scavi della regione del Fayoum. 
Le collezioni nel museo risalgono prevalentemente ad un periodo che va dal III secolo a.C. al III secolo d.C. e coprono il periodo tolemaico e quello romano. Le collezioni sono categorizzate ed organizzate in 27 sale mentre alcuni oggetti sono esposti nel piccolo giardino.
Attualmente il museo è ancora in restauro dal 2008.

domenica 12 aprile 2015

L'omicidio di Ramses III

Tutti noi abbiamo sentito parlare della congiura dell'Harem di Ramses III, recentemente degli studi hanno dimostrato che il faraone è stato assassinato, proprio per quella congiura ardita dai suoi cari.


Le prime TAC effettuate per esaminare la mummia del re hanno rivelato un taglio abbastanza profondo da essere fatale all'altezza del collo. Il segreto è stato nascosto per secoli dalle bende che ricoprivano la gola della mummia, che non erano state rimosse per non arrecare danni alla mummia.
Antichi documenti, tra cui un papiro giudiziario conservato a Torino, raccontano la storia del suo assassinio. Il problema che ha scatenato diverse discussioni è che alcuni resoconti indicavano che il re era deceduto in seguito al complotto, altri invece raccontavano una storia diversa. Questo ha creato diversi dibattiti tra gli storici. Di conseguenza questi nuovi studi rivelano un'importante verità. 
Gli esami hanno evidenziato un'ampia ferita di 7 cm appena sotto la laringe, i medici e gli scienziati hanno ipotizzato quindi che il re sia morto sgozzato. Il Dr Zink ha detto:
"Prima di adesso non sapevamo nulla di certo sul destino di Ramses III, molte persone avevano esaminato il suo corpo prima, utilizzando anche le radiografie, ma non hanno notato nessun trauma. Questo perché non avevano di certo accesso al tipo di TAC effettuata da noi. "
Un'altra mummia esaminata è quella del cosiddetto "Individuo E", il team ha scoperto che il corpo apparteneva ad un ragazzo giovane, 18 anni, e che era imparentato con Ramses III, probabilmente suo figlio Pentawere; colui che mise in atto la congiura.
"Intorno al collo del giovane abbiamo riscontrato delle ferite compatibili con un strangolamento mortale."
Inoltre sembra che la mummificazione dell'individuo E sia di pessima qualità per essere così strettamente imparentato con il re.



domenica 5 aprile 2015

La lettera di Pepi II a Herkhuf: un nano fortunato


Herkhuf, vissuto durante la VI dinastia, venne sepolto ad Assuan. Nella sua tomba sono presenti numerose immagini della sua vita e delle spedizioni condotte in Nubia. Tra le tante scene, spicca su tutte, l'incisione di una lettera di Pepi II indirizzata proprio ad Herkhuf, in cui il giovane re raccomanda ogni sorta di premura per un pigmeo (nano), catturato durante una spedizione e che viaggiava con l'esploratore verso la terra del Nilo. Andiamo quindi a leggerne la traduzione:

Rigo 1/a
  • Anno di Regno 2, mese 3 dell'Inondazione, giorno 15. Decreto reale per il Compagno Unico, sacerdote lettore, sovrintendente degli interpreti Herkhuf. Si è conosciuta...

Rigo 1/b
  • ...la parola di questa tua lettera che tu hai fatto presso il re per il Palazzo, per far si che si conoscesse che tu sei sceso...

Rigo 1/c
  • ...in pace da Iam insieme con l'esercito che era con te. Tu hai detto in questa tua lettera che...

Rigo 2/a
  • ...hai portato ogni dono grande bello che diede Hathor, signora di Imaau, per il Ka di...

Rigo 2/b
  • ...Re dell'Alto e del Basso Egitto Neferkara possa egli vivere eternamente fino alla eternità. Tu hai detto in questa tua lettera che hai portato un nano...

Rigo 2/c
  • ...delle danze del dio della terra degli Spiriti, copia del nano che portò il portasigilli del dio...

Rigo 3/a 
  • ...Baurdjed da Punt al tempo di Isesi. Tu hai detto alla mia maestà che mai accadde che venisse portato...

Rigo 3/b
  • ...una sua copia da parte di ogni altro che fece Iam precedentemente. Orbene, come sai tu fare ciò che ama e ciò che loda...

Rigo 3/c
  • ...il tuo signore; invero, tu trascorri la notte preoccupandoti di fare ciò che ama, ciò che loda e ciò che comanda...

Rigo 4/a
  • ...il tuo signore. Sua maestà farà le tue onoranze numerose eccellenti per essere utile al figlio...

Rigo 4/b
  • ...di tuo figlio per l'eternità, perché dica la gente tutta (quando) udranno ciò che ha fatto per te la mia maestà: "C'è qualcosa come quello fatto per...

Rigo 4/c
  • ...il Compagno Unico Herkhuf quando scese da Iam a causa della vigilanza che egli aveva fatto per fare ciò che ama...

Rigo 5/a
  • ...ciò che loda e ciò che comanda il suo Signore?". Vieni tu andando a nord verso la residenza immediatamente e porta tu...

Rigo 5/b
  • ...questo nano con te che tu porti dalla terra degli spiriti essendo vivo essendo prospero essendo sano, per le danze...

Rigo 5/c
  • ...del dio, per rallegrare, per far lieto il cuore di re dell'Alto e Basso Egitto Neferkara possa egli vivere eternamente. Se egli scende...

Rigo 6/a
  • ...con te sulla barca, fa' persone eccellenti che sono attorno a lui sui due fianchi della barca, stà attento che egli non cada...

Rigo 6/b
  • ...in acqua. Se egli dorme di notte, fa' inoltre persone eccellenti che dormono attorno a lui...

Rigo 6/c
  • ...nella sua tenda, controlla volta 10 per notte. Ama la mia maestà vedere questo nano più di doni...

Rigo 7/a
  • ...del Sinai e di Punt. Se tu arrivi alla residenza ed ecco questo con te essendo vivo...

Rigo 7/b
  • ...essendo prospero essendo sano, la mia maestà farà per te una cosa grande più di ciò che fu fatto per il portasigilli del dio Baurdjed al tempo di...

Rigo 7/c
  • ...Isesi, secondo il desiderio della mia maestà di vedere questo nano.

Parafrasi:

Anno secondo, terzo mese dell'Inondazione, giorno 15. 
Decreto reale per il Compagno Unico (Titolo di Corte), sacerdote ritualista e sovrintendente degli interpreti Herkhuf. "Si è conosciuto il contenuto di questa tua lettera che hai scritto al re, a Palazzo, per far sapere che sei ritornato felicemente da Iam (terra non ben identificata, a sud dell’Egitto) insieme con l'esercito che era con te. Tu hai detto, in questa tua lettera, che hai portato ogni grande e bel dono che Hathor, signora di Imaau, ha dato per il Ka del Re dell'Alto e Basso Egitto Neferkare possa egli vivere per tutta l'eternità. In questa tua lettera, tu hai detto che hai portato un nano delle danze del dio dalla terra degli Spiriti, simile al nano che portò il portasigilli del dio Baurdjed da Punt al tempo di Isesi (Djedkare V dinastia, 2420 - 2380). Tu hai detto alla mia Maestà che mai un suo simile fu portato da qualunque altro che abbia visitato Iam in tempi precedenti. Orbene, tu sai, in verità, compiere ciò che il tuo Signore ama e loda. Invero, tu passi giorno e notte preoccupandoti di fare ciò che il tuo Signore ama, loda e comanda. Sua Maestà ti farà numerose ed eccellenti onoranze, cosicché (ciò) sia utile (anche) al figlio di tuo figlio, per sempre, e tutta la gente dica, quando avranno udito ciò che la mia Maestà ti avrà fatto:

C’è forse qualcosa di simile a quello che è stato fatto per il Compagno Unico Herkhuf quando tornò da Iam, a causa della vigilanza che aveva mostrato per fare ciò che il suo Signore ama, loda e comanda? Vieni subito verso nord, alla Residenza (a corte) e porta con te questo nano che riporti dalla terra degli Spiriti, vivo, in buone condizioni e sano, per le danze del dio, per rallegrare e far lieto il cuore del re dell’Alto e Basso Egitto Neferkare possa vivere eternamente. Se ritorna con te sulla barca, nomina delle persone eccellenti che siano accanto a lui sui due lati della barca e sta attento a che non cada in acqua. Se di notte dorme, nomina altre persone eccellenti che dormano accanto a lui nella sua tenda; controlla dieci volte per notte. La mia Maestà desidera vedere questo nano più dei doni del Sinai e di Punt. Se raggiungi la Residenza e questo nano è con te, vivo, in buone condizioni e sano, la mia Maestà farà per te qualcosa di grande, più di quello fatto al portasigilli del dio Baurdjed al tempo di Isesi, in conformità al desiderio della mia Maestà di vedere questo nano”.



Basato su una traduzione di Alberto Elli

mercoledì 1 aprile 2015

Il trono della principessa Satamon

La principessa Satamon, figlia di Amenhotep III e della regina Ty, depose come dono funerario nella tomba dei suoi nonni Yuia e Tuya una raffinata sedia lignea che le era appartenuta. Sorretta da quattro gambe che imitano muscolose zampe leonine, la sedia è formata da parti in legno sapientemente assemblate per mezzo di mortase, tenoni e chiodi di bronzo. La parte frontale è impreziosita da due protomi femminili che hanno il volto, il collo, la collana e la corona ricoperti di foglia d’oro, mentre la parrucca è lasciata del colore naturale del legno. I due alti braccioli sono istoriati da pennelli con scene dorate. I riquadri interni rappresentano una processione di quattro fanciulle, sul cui capo sono riprodotte piante di papiro. Le donne sorreggono vassoi colmi di gioielli in oro, “dono dei Paesi stranieri del Sud”, e incedono verso lo schienale, dove si conclude la processione. Qui, in due scene speculari, è raffigurata una fanciulla che porge una grande collana a una donna seduta, identificata dall'iscrizione geroglifica soprastante come “la figlia de re, la grande, la sua amata Satamon”. La principessa, ornata con collana, orecchini e bracciali, indossa una parrucca cinta da un nastro e sormontata dall'immagine di una pianta di papiro, emblema di rinascita e fecondità. Nelle mani impugna un sistro e una collana-menat, consueti strumenti femminili usati dalle suonatrici nel corso delle processioni religiose. Satamon, come le fanciulle che le porgono omaggio, indossa una lunga gonna plissettata. Nei riquadri esterni dei braccioli compaiono le figure di Bes e Tueris impegnate in una danza apotropaica al ritmo di tamburelli. Le due divinità erano strettamente connesse con l’universo femminile, per la funzione magica e protettiva da loro accordata alle donne gravide e partorienti.


Dati

MATERIALI: legno stuccato, foglia d’oro e fibre vegetali
ALTEZZE: altezza sedia 77 cm, altezza del sedile 34 cm
LUOGO DEL RITROVAMENTO: Valle dei Re, Tomba di Yuia e Tuya
ARCHEOLOGO: Th. M. Davis
ANNO DEL RITROVAMENTO: 1905
DINASTIA: XVIII
REGNO: Amenhotep III (1387-1350 a.C.)
SALA IN CUI E’ CONSERVATO IL REPERTO: n. 43