martedì 19 giugno 2018

Le sei principesse di Amarna

Amenhotep IV, alias Akhenaton, e la sua sposta Nefertiti ebbero sei figlie: almeno tre di queste principesse ricevettero una educazione da future regnanti. Eppure, nessuna di loro riuscì a succedere al padre sul trono d’Egitto: probabilmente, furono tutte travolte, insieme ai loro genitori, dal crollo dell’utopia Amarniana e della restaurazione del culto di Amon.


Chi non ha mai desiderato, almeno per un attimo, di poter ricominciare daccapo la propria vita, di ripartire da zero? Per la maggior parte delle persone si tratta, ovviamente, di sogno irrealizzabile. La storia dell’Antico Egitto, però, ci fornisce l’esempio di un uomo capace di trasformare questa aspirazione in realtà, ribellandosi addirittura alle millenarie tradizioni religiose dei padri. Il limite dell’avventura di Akhenaton, il faraone “eretico”, forse fu proprio questo: l’aver tentato di lasciarsi alle spalle, da un giorno all'altro, dogmi, riti e usi consolidati. Uno stravolgimento che, in breve tempo, disorientò gli stessi sudditi e gettò il Paese in una delle più gravi crisi religiose e politiche della sua Storia. Come è noto, il giovane Amenhotep IV non si imbarcò da solo in questa impresa. Accanto a se, aveva il sostegno più prezioso: la bellissima regina Nefertiti ("La bella è arrivata"), che aderì con slancio totale alla folle politica del suo sposo.

La coppia reale che voleva cancellare il clero di Amon
Nel momento in cui intrapresero la loro audace avventura, rinnegando credenze religiose che costituivano i pilastri di una intera civiltà, Amenhotep IV e Nefertiti erano ancora molto giovani: il re doveva avere non più di vent'anni, la regina probabilmente circa sedici. Bisogna tenere presente, a questo proposito, che nozione di giovinezza nell'antico Egitto era completamente diversa dalla nostra: in tutte le culture dell’antichità, il passaggio alla vita adulta cominciava molto presto, specialmente nelle famiglie reali. L’età acerba del faraone e della sua sposa, dunque, non costituiva un problema, né impedì loro di attuare il rivoluzionario progetto che li avrebbe portati a sfidare il potentissimo clero di Amon e l’opinione pubblica del Paese.
Amenhotep IV salì al trono introno al 1.370 a.C. Nel corso dei primi dieci anni di regno, Nefertiti gli diede ben sei figlie (o, secondo altre fonti, sette). Fu, invece, durante il quarto anno di regno che il Faraone decise di imporre il culto di Aton, di farsi ribattezzare con il nome di Akhenaton (“Luce di Aton”) e di trasferire la corte ad Akhetaton (“Orizzonte di Aton”), l’odierna Tell el Amarna. All’epoca, probabilmente, erano già venute al mondo le prime tre principesse, nate a Tebe; le altre tre, invece, videro la luce nella nuova capitale. In questa città, sorta dal nulla nel Medio Egitto e a debita distanza da Tebe, la famiglia reale ebbe modo di dedicarsi al culto del nuovo Dio solare, ispirando anche quel rinnovamento artistico che diede vita al cosiddetto “stile amarniano”.

Un uomo, una donna, sei figlie
Proprio gli affreschi, le sculture e i bassorilievi di Amarna hanno consegnato alla Storia l’immagine di una famiglia felice, immortalata in atteggiamenti teneri e in toccanti scene di vita quotidiana. Questo modo di ritrarre i regnanti, senza dubbio, non aveva precedenti nell'iconografia ufficiale del Paese, improntata a criteri decisamente più rigidi e istituzionali. Per la prima volta, i pittori e gli scultori di Amarna mostravano la coppia reale intenta a giocare con i bambini o a rivolgere loro quelle dimostrazioni di affetto che nessun genitore negherebbe ai propri figli: il re e la regina, in questo modo, diventano un papà e una mamma che, come tanti, coccolavano i proprio pargoli tenendoli in grembo o sulle ginocchia. La rilevanza di queste inedite scene di vita quotidiana, tuttavia, non si ferma qui. I bassorilievi di Amarna, infatti, offrono anche preziose informazioni sul piano Dinastico: permettono, cioè, di risalire al ruolo e all'importanza di ciascuna delle sei principesse rispetto alla successione al trono. Una di loro, in particolare, occupa un posto di primo piano in tutti i ritratti della famiglia reale: si tratta della primogenita Meritaton, nome che significa “L’amata da Aton”; sempre raffigurata accanto al Faraone, era probabilmente l’erede designata alla corona d’Egitto. Non a caso, come volevano i costumi dell’epoca, la giovane sposò suo padre stesso. In seguito, Meritaton si unì in matrimonio anche con certo Smenkhara, forse fratello minore di Akhenaton e, quindi, zio della principessa. Tuttavia, nulla si sa di certo sulla figura di Smenkhara e sul matrimonio in questione. Non di meno, questi, fu protagonista di un effimero passaggio sul trono d’Egitto subito dopo il misterioso Neferneferuaton, sulla cui identità noi storici continuiamo a interrogarci: secondo alcuni si sarebbe trattato della stessa Nefertiti. A ogni modo è certo che non fu Meritaton a prendere il posto paterno sul trono: si ritiene, infatti, che la sua prematura scomparsa sia avvenuta prima della fine della parentesi amarniana.

Le spose del padre
I bassorilievi di Amarna riservano un posto di riguardo anche ad altre due figlie di Akhenaton: Makhetaton (“Protetta da Aton”) e Ankhensenpaton (“Lei vive per Aton”). Anche queste principesse sposarono il padre, sempre in ossequio alla tradizione egizia secondo cui la legittimità dinastica doveva perpetuarsi tramite il sangue femminile. Presumibilmente, questi due matrimoni furono celebrati dopo la morte di Meritaton, la cui figura andava sostituita. Anche Makhetaton, però, morì in giovane età, forse proprio mentre partoriva un bambino. Quanto ad Ankhesenpaton, al di là del fatto che fu designata quale nuova erede al trono, non si sà praticamente nulla sui suoi ultimi anni di vita. Ancora meno per altro, si sà sul conto delle ultime tre figlie di Akhenaton e Nefertiti. I nomi di queste principesse erano Neferneferuaton (vale a dire “Bella è la perfezione di Aton”), Neferneferura (“Bella è la perfezione di Ra”) e Bakhetaton (“La serva di Aton”). A parte questo, non sì è riusciti a stabilire quasi niente, neanche se sopravvissero al padre. Proprio la figura di Akhenaton, del resto, suscita ancora oggi gli interrogativi più forti: le sue origini, la durata del suo regno e la causa della sua morte ci restano ancora ignote, e sulle quali noi storici non smettiamo mai di appassionarci. Secondo l’ipotesi più accreditata, il faraone morì vittima di una lunga e grave malattia. Ma si tratta, appunto, di supposizioni: anche da questa incertezza, probabilmente, deriva l’affascinante alone di mistero che circonda da sempre la figura di Akhenaton.

Akhenaton nella cronologia dei Re Egizi
La XVIII Dinastia si colloca storicamente tra il 1580 e il 1310 a.C. circa e vide succedersi sul trono d’Egitto quindici sovrani le cui date di regno vengono ancora oggi dibattute e discusse. Tuttavia, le date più probabili sono quelle forniteci dall'egittologa Edda Bresciani, che vedono l’inizio del regno di Akhenaton nel 1348 e la sua fine nel 1331 a.C.; con una durata complessiva di 17 anni di regno.

L’educazione delle principesse “eretiche”
La figura di ognuna delle sei figlie di Akhenaton e Nefertiti, dunque, è avvolta da una fitta cortina di mistero. Qualcosa di più, in compenso, sappiamo sul modo in cui le principesse amarniane furono educate e istruite. Ancora una volta, ad aiutarci sono i bassorilievi di Akhenaton: a giudicare dall'atmosfera etera e quasi irreale che i tratti della famiglia reale sprigionano, la vita di corte doveva essere improntata al massimo della raffinatezza. In questo ambiente ricercato, e pressoché isolato dal mondo, la primogenita ebbe certamente modo di preparasi a divenire la futura regina, acquisendo la cultura politica e religiosa indispensabile per governare un impero. Probabilmente, fu il faraone stesso a trasmettere alla figlia queste conoscenze, tanto più che molte delle usanze e della tradizioni del passato erano state volutamente accantonate dal sovrano. Solo lui, quindi, era in grado di tramandare la nuova dottrina alla sua erede, assicurando una continuità a quel progetto rivoluzionario che aveva già stravolto il panorama politico, religioso e sociale dell’antico Egitto. In tutto questo, Akhenaton doveva essere spinto da un ideale incrollabile e da un eccezionale sicurezza di se, tali da permettergli di lasciarsi alle spalle il potentissimo clero tebano.
Quanto all'educazione delle figlie più piccole, fu forse meno improntata alla politica e più alla religione. Le principesse, infatti, erano destinate a diventare sacerdotesse di Aton; a tale scopo, dovevano ricevere da parte del clero tutte le conoscenze che avrebbero permesso loro, al momento opportuno, di celebrare i riti della nuova divinità nazionale. Attorno alle figlie del re, inoltre, dovettero riunirsi tutti gli studiosi della capitale, pronti a trasmettere alle giovani i frutti dei loro studi.

Visi sottili e teste allungate
Che aspetto avevano le figlie di Akhenaton? A giudicare dal fascino leggendario della donna che le aveva messe al mondo, Nefertiti, è facile presupporre che doveva trattarsi di bellissime ragazze. Questa impressione è confermata dai ritratti delle principesse, e questo grazie - o, forse, a dispetto - dello stile eccentrico di molte di queste raffigurazioni. Ricordiamo, infatti, che in ossequio alla rivoluzione religiosa propugnata dal Faraone anche gli artisti dell’epoca stravolsero i loro canoni; il risultato fu una tendenza ad accentuare i lineamenti dei soggetti raffigurati, in particolare quelli del viso, come se queste estensioni dovessero rappresentare la grandezza stessa dei soggetti. Così, le labbra erano sempre eccezionalmente carnose e sporgenti, puntualmente atteggiate a un accenno di sorriso, mentre gli occhi allungati verso le tempie, erano quasi a mandorla. Tutto questo finiva per conferire ai visi un espressione costantemente enigmatica. Anche la testa dei personaggi raffigurati era marcatamente allungata nella sua parte posteriore, descrivendo una forma che quasi strideva con la delicatezza del mento e delle mandibole. Queste, a ogni modo, erano le linee ricorrenti nella rinnovata arte amarniana, insieme alle membra gracili, agli addomi prominenti e alle posture quasi languide. Linee, indubbiamente, del tutto originali rispetto a tutto ciò che gli artisti egizi produssero prima e dopo della parentesi eretica. Perché mai? Prima di Akhenaton, l’arte egizia era concepita non per essere vista dai mortali, ma era semplicemente un codice che doveva essere trasmesso agli dei, in modo che essi riconoscessero l’essenza degli uomini e delle altre figure rappresentate. Tant'è vero che nella lingua geroglifica, non esiste un termine che indichi il nostro concetto di arte. Nel periodo amarniano, invece, il messaggio non era rivolto agli dei, di cui il faraone faceva abbondantemente a meno, nonostante non si possa definire monoteistico; ma era rivolto agli uomini. Di conseguenza, il popolo doveva poter osservare caratteristiche a loro riconoscibili, sentimenti comuni e scene consuete; in modo che potessero riconoscere nel faraone il loro unico capo e tramite divino.

lunedì 18 giugno 2018

I testi scolastici nell'antico Egitto

L'insegnamento, nelle suole di palazzo come nelle Case di Vita, prevedeva la copia di una serie di testi, tra i quali, oltre ai classici della letteratura egizia, figurava anche una sorta di manuale a uso degli studenti, organizzato come un compendio delle conoscenze e noto come kemit.


La maggior parte delle grandi opere della letteratura egizia ci è giunta grazie ai "compiti" degli antichi abitanti della valle del Nilo. L'apprendimento della lingua e dei suoi diversi tipi di scrittura era piuttosto complesso. L'insegnamento si basava sul "copiato" di frasi o testi interi in ieratico e geroglifico. Inoltre, benché fosse piuttosto frequente la copia di testi del Medio Regno (2040 - 1786 a.C.), scritti in egizio classico, una grossa importanza veniva data anche a una serie di testi scolastici, il principale dei quali era il celebre kemit, che conteneva un insieme di frasi e di nozioni utili allo scriba. Tra l'altro, venivano utilizzati sia modelli di lettere che liste di nomi reali. Il "copiato" consentiva all'alunno di imparare sintassi e stile. Gli antichi studenti egizi copiavano anche testi di matematica e di astronomia. A differenza degli attuali loro colleghi, gli egizi non sostenevano esami o, perlomeno, non se ne conosce fino al Periodo Tolemaico (332-30 a.C.).

giovedì 1 febbraio 2018

Domande su Ramses II e il suo tempo.

Nel corso del tempo mi sono arrivati molti messaggi privati o e-mail in cui mi si chiedeva di rispondere a quesiti di egittologia, oltre il 50% delle domande riguardava Ramses II, il re dei re, conquistatore di Qadesh e astro del mattino e della sera. Pertanto ho deciso di riportare le domande più importanti, significative e a volte divertenti.


1) Quanti figli ebbe Ramses? Ed erano tutti suoi?

Il numero dei figli di Ramses si aggirava intorno al centinaio, tuttavia si ritiene che la maggior parte venne adottata. Gli unici figli certi del faraone sono quelli che egli ebbe dalla regina Nefertari e dalla seconda sposa Isitnofret. 

2) Come mai Ramses fece costruire dei templi ad Abu Simbel, così lontano dai luoghi di potere?

Il faraone costruì i due templi al confine con la Nubia per testimoniare il suo enorme potere a tutti coloro che sarebbero arrivati in Egitto, del tipo: "Osserva e trema al mio cospetto". Chiunque, che fosse stato un commerciante o un re, arrivato ad Abu Simbel avrebbe dovuto temere il faraone.

3) E come mai costruì un tempio in quel posto anche a Nefertari?

Per testimoniare allo stesso tempo non solo il suo potere ma anche l'amore per colei che era la donna più bella di tutte.

4) Quale è stato il vero ruolo di Nefertari per Ramses?

La regina Nefertari è stata venerata sia in vita che dopo la morte come una dea, nessun'altra nella storia dell'Egitto è stata tenuta così in considerazione (al di fuori di Nefertiti) dal marito faraone. Ramses la consultava in tutto, si fidava del suo giudizio e delle sue capacità diplomatiche. Non ha solo costruito per lei un tempio unico, che non ha paragoni nella millenaria storia egizia, ma ha costruito per la sua vita eterna la tomba più bella di tutte.

5) Quale era invece il ruolo della regina Isitnofret?

A differenza di Nefertari, Isitnofret fu una moglie come tante, di cui evidentemente Ramses non si fidava, tenendola sempre in secondo o in terzo piano. Basti pensare che non ci sono rappresentazioni a noi note della regina fatte costruire da Ramses, le uniche che abbiamo sono ad opera dei figli di lei, i quali, dopo la morte del loro padre, riabilitarono il nome di Isitnofret fino al punto da distruggere le raffigurazioni di Nefertari. 

6) Si conosce il nome di un'altra moglie di Ramses?

In realtà Ramses ebbe molte mogli e tante concubine, ma l'unica che sia degna di nota, al di fuori delle due regine principali, era la principessa straniera Maathorneferura, il piccolo fiore di loto. Ramses la tenne nella sua corte grazie agli sforzi costanti della moglie Nefertari, la quale fu la principale artefice di ogni movimento diplomatico in Egitto.

7) Come morirono Ramses e Nefertari?

Nefertari morì presumibilmente di infarto, o come sostengono alcuni studiosi in tempi recenti, venne avvelenata. Al momento della sua morte la regina aveva poco più di quarant'anni. Ramses morì di setticemia all'età di 93 anni. La mummia della regina è conservata al Museo Egizio di Torino, ritrovata dall'archeologo italiano Ernesto Schiaparelli nel 1904. Anche il restauro della tomba è di firma italiana, iniziato nel 1986. Invece la mummia di Ramses è conservata al Museo Egizo del Cairo.

8) Che tipo di carattere aveva Ramses?

Stando a ciò che si può capire dalle sue opere e da ciò che ha lasciato, Ramses era un uomo determinato, caparbio, coraggioso, collerico e appassionato. Oltre ad essere un egocentrico megalomane. Era capace di grandi gesti di generosità e al contempo scatenare la sua ira voleva dire andare incontro a punizioni esemplari. Si considerava lo strumento della verità e della giustizia e non fece mai nulla in vita sua per contraddire ciò che veramente era giusto. Un uomo come ce ne sono stati pochi.

Ora veniamo alle domande "particolari"...

9) Secondo lei è possibile che Ramses II abbia usurpato la Sfinge e che il viso che vediamo oggi è quello del faraone della XIX dinastia?

Perché no, tutto è possibile con uno come Ramses...

10) Secondo lei è possibile che Ramses si sia reincarnato? 

Quando si tratta di Ramses tutto è possibile, non mi sorprenderei di vederlo camminare vivo e vegeto da qualche parte nel mondo. Egli era imprevedibile, inafferrabile e probabilmente ha trovato il modo di sfuggire anche alla morte. 

Vorrei alla fine aggiungere uno screen di una cosa simpatica che mi è successa e che mi ha dato l'idea per questo articolo: 


Vorrei innanzitutto ringraziare la lettrice che mi ha paragonata alla regina egizia, ha di certo gonfiato il mio ego. Alla domanda della Sfinge ho già risposto, mentre per la piramide di Cheope rimando ad un mio vecchio articolo: I misteri della piramide di Cheope.

lunedì 1 gennaio 2018

I cinque motivi che rendono Alessandro Magno il più grande uomo di sempre.

L'articolo che segue non ha nessuna valenza storica o imparziale, anzi, è il mio personale tentativo di dare una risposta a tutti coloro che mi chiedono: Perché questa ossessione per Alessandro il grande? Perché proprio lui?
Di grandi uomini la storia ne è francamente zeppa, mentre leggete queste righe quasi sicuramente nella vostra mente si affollano nomi come: Napoleone, Cesare o anche Ramses il grande. Tuttavia è mia personale opinione che uno solo fra molti meriti di essere ricordato come il più grande, e quell'uomo risponde al nome di Alessandro Magno.
Molto si è scritto sulla sua vita, sulle sue gesta o sull'enigma della sua tomba, ma c’è qualcosa al di sopra di tutto ciò che lo rende leggendario: la sua umanità. Andiamo quindi ad analizzare i cinque motivi che lo rendono il vero re dei re.


I - La sua fragilità:  Alessandro era solo un ragazzo quando a vent’anni fu chiamato da una sorte ironica a prendere l’ingombrante posto di Filippo. Cresciuto dalla madre alla stregua di un dio, considerato un debole da suo padre, in Alessandro si muovevano potenti incertezze. Di animo sensibile e delicato si fece forza nelle avversità, piegando al proprio volere anche la sua natura più deteriore, superando gli ostacoli e non cedendo mai alla paura.

II - I suoi sogni: Alessandro più di chiunque altro nella storia aveva una propria idea del mondo, popoli uniti in un unico scopo, Oriente e Occidente insieme. Egli era un visionario, e ogni visione, per la consistenza stessa dell’essere che la crea, è lo specchio dell’uomo che la partorisce. Pertanto si può dire di Alessandro che egli era al di sopra di ogni pregiudizio e razzismo.

III - Bianco o nero: Egli era un uomo senza mezze misure, tutto o niente. Solo gli uomini coraggiosi vivono nell’estremismo delle proprie passioni. Poteva essere generoso come nessun’altro ma al contempo non perdonava il tradimento. Amava e odiava in egual modo. Un uomo che non vede i grigi è un uomo che non si può corrompere.

IV - Le capacità militari: Alessandro aveva doti innate, il fiuto, l’intelligenza e il cuore per riuscire sempre nei suoi scopi. Vinse ogni nemico, batté ogni re o capo tribù che si ritrovò davanti, dimostrando grande senso pratico, misericordia per i vinti e per coloro che si arrendevano.

V - Il coraggio e la passione: Non serve spiegare cosa siano, ma Alessandro oltre a possedere queste doti, era capace di suscitarle in coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo: “Come faccio a spiegare cosa significa avere vent’anni e credere quando Alessandro ti guardava negli occhi di poter fare qualsiasi cosa” . Tolomeo.

Egli di certo non era perfetto, uomo come tutti, ma è proprio questa sua umanità, questa sua immensa ricerca di un confine a renderlo il più grande, poiché nessuno come lui è riuscito meglio in tali intenti. Per concludere vorrei semplicemente aggiungere che anche Napoleone e Cesare dovettero ammettere a malincuore che mai esisterà un altro Alessandro. E cosa ne avrebbe pensato Ramses II? Semplice, lo avrebbe amato e ammirato come un fratello. 

domenica 24 dicembre 2017

Il saggio e divino Imhotep

Visir, architetto geniale, uomo dalle conoscenze smisurate e dalle enormi capacità in ogni campo: Imhotep, il "figlio di Ptah", ha lasciato un'impronta indelebile nella storia dell'antico Egitto, al punto da essere adorato alla stregua di un dio.


Del grande Imhotep, il cui nome significa "colui che viene in pace", sappiamo che visse ai tempi della III dinastia, quindi intorno al 2500 a.C. In particolare, fu visir e ispettore dei grandi lavori durante il regno di Djoser. Si ritiene che sia stato lui a ispirare la costruzione delle nuove tombe faraoniche di forma piramidale, convincendo Djoser a non accontentarsi della semplice mastaba che il re si stava facendo costruire a Bet Khallaf, vicino ad Abydos. Imhotep fece così erigere un grandioso complesso funerario, culminante nella piramide di Saqqara: una costruzione che avrebbe fatto scuola. Dopo quasi 4500 anni, questo monumento rimane uno dei più incredibili dell'antico Egitto. La fama di Imhotep, comunque, non è legata solo a questo aspetto: gli smisurati consensi che egli seppe guadagnarsi contribuirono a consegnare alla storia egizia la figura immortale di un uomo buono, saggio e ispirato.

Imhotep il saggio
A riprova delle doti di saggezza attribuite a Imhotep anche dopo la sua morte, ecco il celebre canto di un arpista della XVIII dinastia: "Esistono ancora uomini come Hordjesef? O come Imhotep? Le testimonianze, le predizioni pronunciate dalle loro bocche sono state accettate come sentenze". Un'iscrizione ritrovata a Uadi Hammamat e datata alla XVII dinastia farebbe supporre che lo stesso Imhotep lasciò una traccia delle sue immense conoscenze nel cosiddetto "Libro del dio di Eliopoli". È lecito supporre, inoltre, che i suoi scritti abbiano contribuito a formare le basi della saggezza e dalla morale degli egizi.

Un sacerdote illustre
Imhotep era noto anche in veste di gran sacerdote: nonostante la sua natura umana, era considerato il confidente di grandi divinità, come confermano alcune iscrizioni. Un testo conservato al Museo di Brooklyn, datato alla XXX dinastia, lo definisce "Principe, unico amico, confidente del Signore (Osiris) dell'Alto Egitto, uomo in diretto contatto col dio. Sacerdote delle dee Neith e Amonet di Karnak, estensore della parola divina". Non solo, quindi, Imhotep avrebbe stabilito un contatto diretto con gli dei, ma ne avrebbe anche trascritto le parole.

"Uomo dio" venerato in tutto l'Egitto
Per molto tempo, Imhotep fu considerato una sorta di guida spirituale, ma pur sempre un semplice mortale. A partire dal Nuovo Regno, invece, si sviluppò un vero e proprio culto nei confronti della sua figura. In quel periodo, infatti, furono costruiti in tutto il paese cappelle e luoghi di culto a lui consacrati: i più conosciuti erano quelli di Ermant e di Tebe. In Epoca Tarda, poi, in quasi tutti i grandi templi d'Egitto vi erano epitaffi e massime che glorificavano Imhotep, ormai divinizzato: da Alessandria a Mendes, da Dendera a Karnak, fino a Edfu e a File. In quest'ultima località gli venne addirittura consacrato un tempio, non lontano da quello di Iside. Il culto si propagò anche in Nubia e fino al Sudan; durante il regno di Tolomeo, inoltre, fu ospitato in uno dei più celebri templi d'Egitto: quello di Deir el-Bahari, costruito mille anni prima dalla regina Hatshepsut. In questo santuario vennero costruite due nuove cappelle: la prima era dedicata a Imhotep, la seconda al ministro Amenhotep (figlio di Hapu), vissuto durante il regno di Amenhotep III e divinizzato a sua volta.

Imhotep, figlio di Ptah
Una stele proveniente da Saqqara, oggi conservata a Marsiglia, attesta le origini divine anticamente attribuite a Imhotep. Nel bassorilievo si riconoscono il dio Ptah, Imhotep in posa da scriba e, davanti a lui, il dio Apis- Osiride che riceve le offerte del gran sacerdote. Dopo aver citato Apis-Osiride, le iscrizioni definiscono Imhotep "figlio di Ptah, il dio sublime, colui che dà vita all'umanità", spiegando in tal modo l'origine della natura divina del gran sacerdote.

Imhotep medico
Numerose iscrizioni offrono testimonianze circa le capacità di Imhotep come medico. A Esna, nell'anticamera della sala del tesoro del tempio di Horus, Imhotep è menzionato con l'appellativo di "colui che guarisce i malati". Un'altra citazione si trova sul pilone del tempio di File, dove si legge che "il figlio di Ptah, il dio benevolo e caritatevole, nato dal Tatenen, il Signore della vita" è anche il "Signore della salute, che guarisce tutte le membra che animano il corpo umano che sembrano ormai morte". Imhotep, quindi, proteggeva, guariva, leniva la sofferenza degli uomini: "Sapiente come il grande dio Thot, vivace di cuore, valuta ogni cosa. Conosce il percorso delle stelle, sa misurare il grano, mitiga la carestia [...]. Saggio nelle parole, conosce la parola del dio. Rianima gli uomini e protegge le donne gravide. Feconda la sterile dandole un figlio che rallegra la vecchiaia".

Il mistero della sua tomba
Le tradizioni vogliono che il grande Imhotep sia stato sepolto a Saqqara, benché gli archeologi non siano ancora riusciti a trovare alcuna conferma a tale ipotesi. Scavi condotti negli anni sessanta in questa zona hanno riportato alla luce una vasta necropoli sotterranea, ma per il momento non vi sono tracce delle spoglie del celebre visir. Attualmente a Saqqara è presente una missione polacca che si spera prima o poi riuscirà a risolvere questo affascinante dilemma. 

domenica 12 novembre 2017

L'Anubeion e il Bubasteion

Le necropoli degli animali, situate nella zona settentrionale di Saqqara, costituiscono uno dei grandi complessi di questo sito, ricco di monumenti storici. In un settore chiamato "Hap-neb-es", che significa "colui che nasconde il suo signore", si trovano l'Anubeion, dedicato al dio dalla testa di sciacallo Anubi, e il Bubasteion, dedicato alla dea gatta Bastet.
Sebbene situati l'uno accanto all'altro, l'Anubeion e il Bubasteion costituiscono due necropoli distinte, a est della piana di Ankhtauy, nome dato alla zona delle necropoli degli animali a Saqqara. A ciascuno dei due templi sono associate catacombe destinate alla sepoltura di cani per l'Anubeion e di gatti per il Bubasteion. costruito su un rilievo, l'Anubeion, la "casa del baule di Anubi" costituisce il punto culminante ove il dio dalla testa di cane o di sciacallo (il celebre Tepy-Giuef, cioè "Anubi che sta sulla montagna") si trovava al confine tra due mondi: l'ambiente ostile del deserto e il paesaggio idilliaco della vallata. Infatti il cane, ritenuto dagli egizi un animale in grado di muoversi senza difficoltà tra questi due mondi distinti, ma anche all'interno di ciascuno di essi, era il simbolo di colui che intercede, dell'intermediario. Anubi era quindi il protettore di tutta la necropoli di Saqqara, la sentinella che vegliava sul riposo eterno dei faraoni che avevano fatto costruire la loro ultima dimora nel sito a lui consacrato.


L'Anubeion
Costruito sulle rovine del tempo funerario del re Teti I, faraone della VI dinastia, l'Anubeion è circondato da un muro di cinta attraverso il quale passa un dromos che conduce al Serapeo in cui sono sepolti i tori Hapi. Probabilmente questo stesso percorso rituale veniva anche utilizzato dalle due comunità di sacerdoti, quelli di Anubi e quelli di Hapi, dal momento che i testi del Serapeo fanno spesso menzione dello Uabet (il laboratorio di imbalsamazione di Menfi) presso Anubi, l'imbalsamatore. Grazie a un'apertura potevano raggiungere il vicino Bubasteion per mezzo di una strada lastricata. In questi luoghi, il rito di Anubi risale alla più remota antichità egizia, poiché si possono enumerare non meno di sette fasi costruzione, dall'Antico Regno fino all'era cristiana. I muri alti e la posizione elevata del sito, costruito a terrazze che si affacciano sulla piana di Saqqara, hanno permesso per secoli alle popolazioni che si sono succedute all'interno del muro di cinta di premunirsi contro eventuali attacchi esterni. Questo insieme funerario di primo piano doveva essere assi vasto, dal momento che l'archeologo Quibell, nel corso degli scavi intrapresi all'inizio del XX secolo, vi scoprì diverse camere funerarie consacrate a Bes, una divinità popolare. Quanto al tempio di Anubi propriamente detto, è stato eretto contro il muretto della seconda terrazza. I visitatori vi accedevano attraverso due cortili a peristilio, a partire da una scarpata in salita, e i sacerdoti potevano salire sulla terrazza superiore per mezzo di un scala. Sul secondo terrapieno di trovano i magazzini del tempio. Poiché si trattava di un complesso funerario dedicato agli animali, le catacombe con le mummie dei cani non si trovavano sul sito dell'Anubeion, ma un po' più a nord, e si presentano come due gallerie piuttosto lunghe: i cani mummificati erano sepolti da una parte e dall'altra della galleria principale, entro corridoi laterali.

Il Bubasteion
Separato dall'Anubeion da un corridoio fiancheggiante il muro di cinta delle due necropoli, il Bubasteion era la dimora di Bastet, la dea dalla testa di gatto, signora di Bubastis. Agli occhi degli antichi egizi, Bastet, come Anubi, vigilava sulle località prossime al deserto. Divenuta protettrice della necropoli generale di Saqqara, si faceva garante, con il supporto di Anubi, della sua pace e della sua serenità. A sud del Bubasteion si estendeva un lago sacro. Si suppone che il tempio dedicato a Bastet si elevasse sulla parte rocciosa, ma oggi non ne rimane alcuna traccia. Come l'Anubeion, anche il sito funerario del Bubasteion è circondato da una recinzione, ma quest'ultima è più piccola rispetto a quella del suo prestigioso vicino. Una porta colossale si apre sul sito a sud, mentre un'altra porta assiale, tagliata nel muro di cinta, si affaccia sull'Anubeion. La cinta protegge le catacombe dei fatti, chiamate "casa di riposo dei gatti". Vi è stata ritrovata una grande quantità di mummie di felini risalenti all'epoca tolemaica, quando ormai non era più valida la norma secondo la quale anche una semplice ferita inferta ad un gatto poteva essere punita con percosse corporali. 

mercoledì 25 ottobre 2017

Di cosa è morto Alessandro Magno?

Della vita di Alessandro si conoscono gli alti e i bassi, i gusti, i retroscena: la grande carica di cavalleria a Gaugamela che spazzò via l'esercito persiano, l'amore per Efestione e la sua sconfinata generosità che era pari solo all'immensa ira che covava nei confronti di coloro che lo tradivano. Alessandro il grande è una figura che non costituisce un enigma ed è solo la sua morte che cela un segreto millenario: l'ubicazione della sua tomba.
Alessandro nacque a Pella, nel nord della Grecia, il 20 luglio del 356 a.C., da suo padre Filippo discende, secondo la leggenda, da Ercole, da sua madre Olimpiade discende da Achille. Aristotele fu il suo maestro, Bucefalo il suo cavallo leggendario: a 20 anni diventa re, a 25 invade l'Egitto e diventa faraone, a 26 anni decide di conquistare l'India e gettare così nuovi confini alle terre conosciute, un'impresa che sembra sovrumana già a chi lo venera come un dio. A soli 32 anni, un mese prima del suo compleanno, Alessandro muore a Babilonia.
Molte sono le teorie legate alla sua morte, c'è chi sospetta che venne avvelenato, chi ipotizza che morì di malaria e così altre decine di teorie, ma procediamo con calma e cerchiamo di ricostruire il quadro medico.


A parte le numerose ferite agli arti riportate in battaglia, un anno prima della sua morte aveva sofferto di un trauma penetrante all'emitorace destro, complicato da emopneumotorace. Non fumava tabacco (arrivato in Europa solo dopo il 1500), ma si concedeva abbondanti ancorché saltuarie libagioni divino: la sindrome che lo avrebbe portato a morte iniziò a manifestarsi — con astenia intensa e dolori diffusi a tutto il corpo — proprio il giorno successivo a una notte di baldoria, generosamente annaffiata con 12 pinte di vino. E la sera dopo, consumata un'analoga quantità d'alcool, Alessandro aveva lamentato dolori lancinanti al quadrante addominale superiore destro.
Nei giorni seguenti, il quadro clinico era stato dominato dalla febbre e da un progressivo deterioramento delle condizioni generali. Soprattutto, l'astenia era peggiorata rapidamente, al punto che già all'ottavo giorno di malattia il paziente non era più in grado di parlare e riusciva a malapena a muovere occhi e mani. L'undicesimo giorno, il grande condottiero entrò in coma e spirò. Malaria acuta, pancreatite, perforazione intestinale da infezione tifoidea con paralisi ascendente, poliomielite, intossicazione acuta da piombo e persino avvelenamento da arsenico (nel vino): queste e altre ancora le ipotesi avanzate dagli storici per giustificare il rapido e inarrestabile declino del pur giovane e vigoroso comandante. A uccidere il condottiero macedone sarebbe stata, secondo la mia opinione, la febbre del Nilo occidentale: una sindrome virale (causata dal cosiddetto «West Nile virus») che non era stata presa in considerazione nella rassegna pubblicata nel 1998 sul «New England Journal of Medicine», in mancanza di una precisa collocazione nosografica. Alla mia personale interpretazione, si aggiunge quella del Dr. John S. Marr epidemiologo del Virginia Department of Health, che si era già occupato delle dieci piaghe d'Egitto e della morte dell'ultimo imperatore degli Inca, Hayna Capac; mentre è al Dr. Calisher - qualificato microbiologo della Colorado State University - che si deve presumibilmente l'indagine diagnostica che ha potuto escludere le diverse ipotesi infettivologiche di volta in volta considerate responsabili della morte di Alessandro. E prima di ogni altra il presunto avvelenamento del re macedone: «Solo pochi veleni - scrivono infatti Marr e Calisher - erano disponibili ai tempi di Alessandro, tra cui salicilati, alcaloidi e micotossine, e nessuno di essi avrebbe potuto causare una febbre così elevata».
Sappiamo dunque che Alessandro morì nella tarda primavera del 323 a.C., nell'area dell'attuale città di Baghdad, in Iraq, a causa di una malattia durata due settimane e caratterizzata da febbre e segni che supponiamo indicativi di una forma encefalitica. Nelle precedenti ipotesi diagnostiche l'encefalite da West Nile virus non era invece stata inclusa. Forse perché, avendo il virus fatto la sua comparsa negli Stati Uniti solo nel 1999, prima di allora nessuno aveva fatto caso a un episodio - accuratamente riportato da Plutarco - riguardante il comportamento bizzarro e la morte di numerosi corvi fuori dalle mura di Babilonia. Alla luce di questa e altre osservazioni, ritengo che si possa oggi proporre una valida interpretazione diagnostica per la morte di Alessandro: un'encefalite provocata dal virus West Nile e complicata da una paralisi flaccida, cioè con perdita del tono muscolare. Il virus del Nilo occidentale (che come altri flavivirus si trasmette all'uomo attraverso le punture di un insetto) è stato isolato per la prima volta in Uganda nel 1937, ma i primi casi della malattia umana sono stati descritti negli Stati Uniti solo tra il 1999 e il 2000. Nel 2002 si contavano 4156 contagiati americani, e 284 vittime; nel 2003 il numero degli infetti negli Stati Uniti è salito a 8694, fortunatamente senza un parallelo aumento dei decessi. Nel Colorado, dove l'epidemia del 2003 ha colpito 2945 persone, nel 79 per cento dei casi la febbre del Nilo occidentale si è manifestata nella forma più lieve, con febbre e spossatezza. Ma è ormai risaputo che l'infezione può avere un decorso assai più severo, causando encefalite o una paralisi flaccida acuta che ricorda la poliomielite.
L'enigma scientifico relativo agli ultimi giorni di vita di Alessandro è stato seguito fin dagli esordi, con passione e competenza anche da Donato Fumarola, già professore di microbiologia medica all'Università di Bari: «La febbre del Nilo occidentale - spiega Fumarola - è una malattia infettiva emergente e ubiquitaria (è infatti presente negli Stati Uniti e in Canada, in Europa e in Africa settentrionale, così come in Asia Minore) che può colpire con una forma neurologica, una grave encefalite, spesso letale sia per gli animali che per l'uomo». Sensibili all'azione del virus del Nilo appaiono sia gli animali selvatici che quelli domestici e da reddito, e tra questi ultimi soprattutto i cavalli. Qual è dunque il nesso tra questo agente virale e la misteriosa malattia che portò alla morte Alessandro Magno? Fumarola ci aiuta a comporre le tessere del puzzle: «Come serbatoio del virus funziona sia l'animale sano (o asintomatico) sia quello ammalato; come vettore, invece le più varie specie di zanzare Culex. In questi ultimi anni, però, il serbatoio più significativo è rappresentato dai volatili: in particolare dai corvi, le cui morie da virus del Nilo occidentale sono state ampiamente segnalate in letteratura». Si tratta in pratica di un virus che può passare dagli uccelli alle zanzare, e da queste all'uomo. Quando infatti le zanzare infettate dal virus pungono un vertebrato suscettibile, il virus può essere trasmesso a quest'ultimo. Gli uccelli funzionano da ospiti «amplificatori» e il grado di amplificazione dipende dalla specie aviaria, da condizioni ambientali e da altri fattori. Sono i volatili in fase viremica a rifornire le zanzare di pasti a base di sangue infetto, e queste ultime provvedono successivamente a trasferire l'infezione da West Nile virus agli uomini. Gli uccelli ammalati manifestano sintomi diversi, tra i quali tremore, posture anomale, disorientamento, e anomalie del comportamento; e finiscono spesso per soccombere alla malattia.
Il riferimento ai corvi emerge con chiarezza dalla lettura del volume di Plutarco sulla vita di Alessandro: Il grande storico greco racconta che Alessandro il Grande, rientrato dall'India e giunto presso le mura di Babilonia, s'imbattè in uno stormo di corvi che, lottando fra di loro, si beccavano furiosamente. Molti caddero morti ai piedi del re, che - pur rassicurato dai suoi indovini - ne trasse severi auspici. E ripetuti, si ritrovano nell'opera di Plutarco, altri riferimenti agli incontri ravvicinati tra Alessandro e gli uccelli - specialmente i corvi. Quanto agli insetti, diverse sono le specie di Culex coinvolte in Iraq nella trasmissione dell'infezione da West Nile virus. Le inondazioni primaverili del Tigri e dell'Eufrate forniscono un ideale substrato riproduttivo per le zanzare, delle quali è ben nota la predilezione per le zone paludose. Ma è stato soprattutto il quadro clinico del morbo che stroncò la giovane vita del condottiero macedone, e che si evince dall'analisi attenta del testo di Plutarco, a convincere Marr e Calisher. Premesso che l'ipotesi dell'avvelenamento, pratica abbastanza comune a quei tempi, gode di scarsissimo credito da parte dello stesso Plutarco (anche perché Alessandro era in realtà meno dedito al vino di quanto potesse apparire), la sintomatologia presentata dal condottiero nei suoi ultimi giorni di vita fu tale da suggerire agli studiosi contemporanei l'idea che potesse aver contratto la forma encefalitica della febbre del Nilo: l'esordio della malattia, la febbre violenta e costante, la grande sete e il delirio finale, insieme con l'impossibilità di muoversi e di mantenere la stazione eretta (una vera e propria paralisi flaccida). La critica più fondata che si può muovere a quest'ipotesi è legata alla stagionalità dell'infezione da virus «West Nile» nell'uomo. Alessandro, infatti, si ammalò in maggio, mentre per esempio la maggior parte dei casi registrati nell'epidemia verificatasi nel 2000 in Israele - paese che si trova alla stessa latitudine dell'Iraq - si sono avuti da luglio a settembre (e pochi altri in giugno). La maggiore amplificazione del virus, nelle zanzare e negli uccelli suscettibili, si raggiungerebbe solo alle temperature che caratterizzano l'estate piena. Ma la temperatura media in Iraq in maggio è di 29 gradi - più elevata di quella che si riscontra nello stesso periodo a Tel Aviv (24 gradi) - e dunque una primavera più calda del solito in Iraq nel 323 a.C. potrebbe essersi rivelata fatale ad Alessandro, determinando un più precoce inizio della replicazione virale nei corvi, e un'inspiegabile mortalità in quei volatili. A quei tempi gli oracoli erano attenti osservatori del comportamento degli uccelli, e Plutarco ritenne di dover riferire quel bizzarro episodio capitato al re macedone al suo ingresso a Babilonia. Né sorprende che un tale evento nel 323 a.C. possa essere stato considerato come un presagio della fine imminente e prematura del condottiero. La sua morte continua ancor oggi a richiamare l'interesse degli storici, ed è probabile che anche un'ipotesi diagnostica aggiornata e ben strutturata, come quella sostenuta da me e da Marr e Calisher, venga in futuro rimessa in discussione: appare tuttavia ben difficile, a più di 2300 anni dai fatti, che si riesca a trovare un testimone più attendibile di Plutarco.
Dopo la sua morte, i generali di Alessandro getteranno il mondo in una serie infinita di guerre che avevano come unico scopo quello di accaparrarsi non solo il suo regno ma anche il corpo del condottiero. Tolomeo, Seleuco, Cassandro, Cratero e tutti gli altri erano ben consapevoli, che chiunque fosse entrato in possesso delle spoglie del condottiero macedone, sarebbe sembrato agl'occhi della storia l'erede legittimo. Infine fu Tolomeo, amico fidato del re, ad ottenere le spoglie del sovrano.

sabato 16 settembre 2017

Api e miele nell'antico Egitto

Secondo la leggenda, l'ape, simbolo del Basso Egitto, nacque dalle lacrime di Ra cadute sulla terra. Fin dagli albori della civiltà egizia, l'ape venne addomesticata per la produzione del miele, impiegato come alimento. Nel corso del Medio Regno questo cibo delicato, che durante l'Antico Regno era considerato un privilegio della mensa reale, si diffuse anche tra il popolo. Sebbene sulle pareti delle tombe egizie siano state ritrovate poche rappresentazioni relative all'allevamento delle api, i geroglifici contengono numerosi riferimenti al miele che attestano l'importanza della apicoltura nella vita quotidiana degli antichi egizi. Scene di apicoltura sono presenti su i bassorilievi della tomba di Niuserra, re della V dinastia, e la raccolta del miele viene accuratamente descritta sulle pareti della tomba di Rekhmire, gran visir di Amenhotep II, faraone della XVIII dinastia. Considerato un cibo di lusso, il miele, che sostituiva lo zucchero, sconosciuto agli egizi, rappresentava uno degli alimenti preferiti dei faraoni delle dinastie più antiche, prima che il suo uso si diffondesse durante il Medio Regno. Molti dignitari possedevano numerose arnie nel proprio giardino e avevano al loro servizio apicoltori qualificati. Benché il miele non compaia mai nella lista degli alimenti tradizionali, gli scavi hanno consentito di scoprire documenti in cui venivano registrati le quantità di miele consegnati mensilmente ai funzionari. Oltre a costituire un ingrediente basilare nella preparazione di molti dolciumi, il miele veniva impiegato in numerose preparazioni medicinali, nell'elaborazione di cosmetici, maschere emollienti per la pelle, creme e unguenti, oltre che nelle cerimonie religiose. Infatti, associato al latte, simbolo lunare, il miele, simbolo solare, era un cibo sacro ritenuto fonte di energia divina.

Un esercito alla ricerca del miele selvatico
Nei giardini in cui venivano allevate delle api, le arnie erano costituite da giare cilindriche di terracotta disposte orizzontalmente le une sulle altre, in modo da formare un apiario. Nelle giare venivano collocati i favi in cui le api producevano il miele. In autunno gli apicoltori raccoglievano la preziosa sostanza. Prima di procedere alla raccolta, affumicavano le giare e bruciavano della paglia per intorpidire le api ed evitare di essere punti. Quindi, ritiravano il prezioso liquido che separavano dalla cera mediante pressatura e poi lo trapassavano in grandi anfore sferiche. Una volta riempiti, questi recipienti venivano sigillati ermeticamente. Poteva anche capitare che i faraoni incaricassero qualcuno di cercare nel deserto il miele selvatico, considerato migliore rispetto a quello prodotto nei giardini. Si trattava di vere proprie spedizioni, affidate a professionisti, i cacciatori di miele. Questi uomini, che conoscevano i luoghi più favorevoli, si facevano accompagnare da una scorta di arcieri, poiché, allontanandosi dalla Valle del Nilo, si esponevano a gravi pericoli. Non si conoscono i vari tipi di miele che gli egizi erano soliti produrre, ma si suppone che il miele d'acacia fosse una delle varietà più apprezzate.

Sacerdoti chiamati "api"
Il faraone re dell'Alto e del Basso Egitto era soprannominato "principe ape" poiché l'ape, simbolo solare, rappresentava il principio della regalità. Insieme alla canna, simbolo dell'Alto Egitto, costituiva il quarto nome del faraone. All'interno del tempio il grande sacerdote, che entrava da solo nel "Sancta Sanctorum" (naos), accendeva una candela di cera d'api per illuminare il volto invisibile del dio. Anche i sacerdoti erano soprannominati "le api", in quanto manifestazioni terrene di Ra.

Il miele e la medicina 
I medici utilizzavano numerosi rimedi per curare i loro pazienti. Spesso impiegavano dei composti le cui formule erano alquanto complesse. Tuttavia, l'efficacia dei rimedi dipendeva soprattutto da alcuni ingredienti di base, tra cui il miele. Così, per esempio, per "bloccare la fuoriuscita di sangue da una ferita" era necessario assumere una dose di cera d'api, una di miele, una di grano cotto, una di grasso e infine una di datteri. Erano dunque note le virtù antibatteriche del miele e il fatto che favorisse la cauterizzazione delle piaghe. Il miele era anche considerato un eccellente calmante e un sonnifero naturale, un blando lassativo e un ottimo corroborante (infatti protegge la flora intestinale, accelera il recupero dell'energia dopo uno sforzo e favorisce la crescita contribuendo a fissare il magnesio e il calcio nell'organismo).

martedì 15 agosto 2017

L'Egitto e Creta

La presenza di oggetti egizi a Creta e di manufatti cretesi in Egitto testimonia la relazione intercorsa tra i due Paesi. Tale relazione si incrementò ulteriormente durante il Secondo Periodo Intermedio e nel Nuovo Regno. 


I contatti tra Creta e l'Egitto risalgono all'ultimo periodo del Predinastico (fine del V millennio - 3200 a.C.), come testimonia il ritrovamento a Creta di alcuni vasi egizi in pietra. Successivamente, i contatti divennero sempre più frequenti; appare tuttavia difficile provare che le relazioni tra i due Paesi furono dirette. Taluni studiosi, infatti, ritengono che i prodotti giungessero in Egitto o a Creta passando per il poro fenicio di Biblo (Libano) o di Ugarit (Siria). Altri, invece, sostengono che Cretesi ed Egizi ebbero scambi commerciali diretti; c'è, poi, anche chi afferma che esistessero colonie cretesi in alcune città egizie, così come colonie egizie a Creta. Tuttavia, la presenza di Cretesi in Egitto trova maggior conferma nel ritrovamento di alcuni affreschi di stile minoico tra i resti del palazzo degli hyksos ad Avaris. L'influenza egizia nell'arte minoica è dovuta, con molta probabilità, ai Cretesi, i quali, una volta visitato l'Egitto, ne imitarono i motivi decorativi. 
Possiamo ravvisare indizi dei contatti tra Egitto e Creta già a partire dalla fine del Neolitico cretese, quando sull'isola furono introdotti la lavorazione al tornio e la tecnica della filatura. I contatti si intensificarono durante il Medio Regno (2040 - 1786 a.C.). L'Egitto importava dai Paesi vicini l'argento, metallo scarsamente presente nel suo territorio. Talvolta, l'argento arrivava in Egitto già lavorato, come nel caso del tesoro di Tod, un deposito del tempio di Montu della XII dinastia (1991 - 1786 a.C.), del quale fa parte un vaso d'argento di manifattura egea. La ceramica minoica veniva imitata a Kahun, sebbene giungesse fino ad Abido. A Creta era nota anche la ceramica egizia. Anche se i contatti diretti risultano improbabili fino a quest'epoca, durante il Secondo Periodo Intermedio (1786 - 1552 a.C.) essi risultarono evidenti. A Creta è stato ritrovato il coperchio di un vaso di alabastro con il cartiglio del faraone hyksos Khyan. Probabilmente una colonia di Cretesi si stabilì nella capitale degli hyksos, Avaris, per realizzare gli affreschi del palazzo, ed è possibile che questa decorazione risulti più antica di quella di Cnosso o Santorino. A partire dal regno di Thutmosi III (1490 - 1436 a.C.), della XVIII dinastia, viene menzionato il tributo cretese, con caraffe di ceramica, alcune delle quali decorate con il motivo dei cavalli al galoppo. Durante il regno di Ramses III (1184 - 1154 a.C.), gli abitanti delle isole dell'Egeo erano chiamati "Popoli che si trovano nel Grande Verde". 

venerdì 14 luglio 2017

Ipazia d'Alessandria

“Ipazia rappresentava il simbolo dell'amore per la verità, per la ragione, per la scienza che aveva fatto grande la civiltà ellenica. Con il suo sacrificio cominciò quel lungo periodo oscuro in cui il fondamentalismo religioso tentò di soffocare la ragione”.
Margherita Hack


Quante donne nel mondo antico riuscirono a distinguersi dalla massa di uomini che con la loro virilità soffocavano la femminilità bollandola come una mancanza? Soprattutto, quante donne riuscirono a farlo nel mondo greco-romano? La risposta a queste domande è semplicemente una: poche. Tuttavia una soltanto si erge sopra le altre per intelletto, dedizione allo scopo scientifico e coerenza di valori: Ipazia.
La scienziata nacque ad Alessandria d’Egitto attorno alla metà del IV secolo, in un periodo della storia in cui era quasi impossibile per una donna essere considerata di più di una macchina per figli. L’epoca in cui visse la nostra filosofa fu un’era di cambiamenti e sconvolgimenti. In particolar modo si andava diffondendo la fede cristiana, che difatti metteva fine sia all'era antica sia a quell'ideale di magnificenza del mondo classico, distruggendo definitivamente ogni libertà di pensiero per i successivi diciassette secoli.
Ipazia fu sempre tenuta in grande considerazione, tutti i potenti che si recavano ad Alessandria richiedevano il suo consiglio e l’ascoltavano nelle faccende più delicate. Per questo motivo, e soprattutto perché l’epoca in cui viveva era ormai segnata dal cristianesimo (l’imperatore Teodosio aveva imposto il cristianesimo come religione di stato), il vescovo Cirillo iniziò a considerarla pericolosa.
Iniziamo però col dire che la sua figura ha ispirato in tutta la storia pittori e poeti, e recentemente anche il regista Almodóvar, che le ha dedicato un film dal titolo Agorà. A dispetto di tutto la chiesa cattolica continua però con l’insulto alla sua memoria. Infatti pochi anni fa il papa emerito Benedetto XVI  dichiarò:
“Di Gesù Cristo, verbo di Dio incarnato, san Cirillo di Alessandria è stato un instancabile e fermo testimone”.
Quest’affermazione ha dell’incredibile a mio avviso, poiché non solo si esalta un uomo responsabile di migliaia di martiri pagani, ma che è anche il mandante dell’assassinio di Ipazia.
Della sua filosofia non ci è rimasto molto, tutto ciò che sappiamo ci viene da un suo allievo, un certo Sinesio, che sosteneva che la filosofa gli avesse insegnato a vivere la filosofia come una fede:
“Sinesio sembra aver sperimentato alla scuola d'Ipazia un'autentica conversione alla filosofia. Nei suoi Inni egli si rivela poeta metafisico di intuito religioso di notevole profondità. Inoltre egli, come dimostrano le sue lettere a Ipazia e ad altri, fece parte per tutta la vita di un circolo di iniziati alessandrini, con i quali condivise i misteri della filosofia”. 
Per quanto riguarda le scienze sappiamo che dedicò la sua vita alla matematica e all'astronomia, in particolar modo allo studio dei corpi celesti, come aveva fatto suo padre Teone prima di lei. Purtroppo anche in questo caso non sappiamo molto di più, i suoi scritti non ci sono giunti, e quindi, siamo ancora costretti a rifarci al suo discepolo per comprendere come ella avesse contribuito nelle discipline scientifiche. Sinesio ci informa che al tempo della sua maestra si stavano conducendo studi su ipotesi migliori di quella del sistema tolemaico, che prevedeva la terra al centro con tutti gli altri corpi celesti che ruotavano in cerchio sempre alla stessa distanza. 
Tuttavia è provato che Ipazia non solo ha rivoluzionato l’ideale femminile dell’epoca, ma che contribuì allo sviluppo scientifico della scuola di Alessandria, che era una delle più importanti dell’antichità.
Con tutto ciò è normale che un uomo di scarso talento come Cirillo iniziasse a provare invidia verso quella donna, che dimostrava con tanta forza la superiorità del suo intelletto. 
Si narra che un giorno, mentre Cirillo passeggiava per le strade di Alessandria, fu attratto all'improvviso da una folla di persone che sostavano davanti all'entrata di una casa. Quando il vescovo si avvicinò incuriosito domandò a uno dei presenti cosa stesse accadendo. L’uomo di tutta risposta disse che era lì per ascoltare la filosofa Ipazia che stava tenendo lezione proprio in quel momento. Noi tutti possiamo immaginare la reazione di Cirillo, fu completamente divorato dalla rabbia e dall'invidia, come ci informa anche Damascio:
“Si rose a tal punto nell'anima che tramò la sua uccisione, in modo che avvenisse il più presto possibile, un'uccisione che fu tra tutte la più empia”.
Damascio, cit., 79, 24-25
Fatto sta che Cirillo da allora ci perse il sonno, non desiderava altro che uccidere Ipazia e liberarsi finalmente dell’odiata rivale. 

La Morte
Cirillo aveva arruolato dei vecchi compagni di malefatte, degli agitatori che venivano dal monte Nitria, che lui stesso chiamava “barellieri” e che di facciata erano gli infermieri di campo dell’esercito dei Parabolani (una sorta di soldati di Cristo), ma che in concretezza erano i suoi personali mercenari.
Questi criminali si appostarono per strada e la colsero mentre stava tornando a casa, la catturarono, la portarono in una chiesa, la denudarono e poi la trucidarono. Purtroppo non era finita qui, mentre ancora respirava le cavarono gli occhi e la scorticarono con dei gusci di conchiglia. Ormai morta, le strapparono il cuore e bruciarono i suoi resti dopo averla fatta a pezzi, e infine sparsero le ceneri della poetessa per tutta la città. 
“Dall'animo surriscaldato, guidati da un lettore di nome Pietro, si misero d'accordo e si appostarono per sorprendere la donna mentre faceva ritorno a casa. Tiratala giù dal carro, la trascinarono fino alla chiesa che prendeva il nome da Cesario; qui, strappatale la veste, la uccisero usando dei cocci. Dopo che l'ebbero fatta a pezzi membro a membro, trasportati i brandelli del suo corpo nel cosiddetto Cinerone, cancellarono ogni traccia bruciandoli. Questo procurò non poco biasimo a Cirillo e alla chiesa di Alessandria. Infatti stragi, lotte e azioni simili a queste sono del tutto estranee a coloro che meditano le parole di Cristo".
Socrate Scolastico, cit., VII, 15.