martedì 25 aprile 2017

L'Anubeion e il Bubasteion

Le necropoli degli animali, situate nella zona settentrionale di Saqqara, costituiscono uno dei grandi complessi di questo sito, ricco di monumenti storici. In un settore chiamato "Hap-neb-es", che significa "colui che nasconde il suo signore", si trovano l'Anubeion, dedicato al dio dalla testa di sciacallo Anubi, e il Bubasteion, dedicato alla dea gatta Bastet.
Sebbene situati l'uno accanto all'altro, l'Anubeion e il Bubasteion costituiscono due necropoli distinte, a est della piana di Ankhtauy, nome dato alla zona delle necropoli degli animali a Saqqara. A ciascuno dei due templi sono associate catacombe destinate alla sepoltura di cani per l'Anubeion e di gatti per il Bubasteion. costruito su un rilievo, l'Anubeion, la "casa del baule di Anubi" costituisce il punto culminante ove il dio dalla testa di cane o di sciacallo (il celebre Tepy-Giuef, cioè "Anubi che sta sulla montagna") si trovava al confine tra due mondi: l'ambiente ostile del deserto e il paesaggio idilliaco della vallata. Infatti il cane, ritenuto dagli egizi un animale in grado di muoversi senza difficoltà tra questi due mondi distinti, ma anche all'interno di ciascuno di essi, era il simbolo di colui che intercede, dell'intermediario. Anubi era quindi il protettore di tutta la necropoli di Saqqara, la sentinella che vegliava sul riposo eterno dei faraoni che avevano fatto costruire la loro ultima dimora nel sito a lui consacrato.


L'Anubeion
Costruito sulle rovine del tempo funerario del re Teti I, faraone della VI dinastia, l'Anubeion è circondato da un muro di cinta attraverso il quale passa un dromos che conduce al Serapeo in cui sono sepolti i tori Hapi. Probabilmente questo stesso percorso rituale veniva anche utilizzato dalle due comunità di sacerdoti, quelli di Anubi e quelli di Hapi, dal momento che i testi del Serapeo fanno spesso menzione dello Uabet (il laboratorio di imbalsamazione di Menfi) presso Anubi, l'imbalsamatore. Grazie a un'apertura potevano raggiungere il vicino Bubasteion per mezzo di una strada lastricata. In questi luoghi, il rito di Anubi risale alla più remota antichità egizia, poiché si possono enumerare non meno di sette fasi costruzione, dall'Antico Regno fino all'era cristiana. I muri alti e la posizione elevata del sito, costruito a terrazze che si affacciano sulla piana di Saqqara, hanno permesso per secoli alle popolazioni che si sono succedute all'interno del muro di cinta di premunirsi contro eventuali attacchi esterni. Questo insieme funerario di primo piano doveva essere assi vasto, dal momento che l'archeologo Quibell, nel corso degli scavi intrapresi all'inizio del XX secolo, vi scoprì diverse camere funerarie consacrate a Bes, una divinità popolare. Quanto al tempio di Anubi propriamente detto, è stato eretto contro il muretto della seconda terrazza. I visitatori vi accedevano attraverso due cortili a peristilio, a partire da una scarpata in salita, e i sacerdoti potevano salire sulla terrazza superiore per mezzo di un scala. Sul secondo terrapieno di trovano i magazzini del tempio. Poiché si trattava di un complesso funerario dedicato agli animali, le catacombe con le mummie dei cani non si trovavano sul sito dell'Anubeion, ma un po' più a nord, e si presentano come due gallerie piuttosto lunghe: i cani mummificati erano sepolti da una parte e dall'altra della galleria principale, entro corridoi laterali.

Il Bubasteion
Separato dall'Anubeion da un corridoio fiancheggiante il muro di cinta delle due necropoli, il Bubasteion era la dimora di Bastet, la dea dalla testa di gatto, signora di Bubastis. Agli occhi degli antichi egizi, Bastet, come Anubi, vigilava sulle località prossime al deserto. Divenuta protettrice della necropoli generale di Saqqara, si faceva garante, con il supporto di Anubi, della sua pace e della sua serenità. A sud del Bubasteion si estendeva un lago sacro. Si suppone che il tempio dedicato a Bastet si elevasse sulla parte rocciosa, ma oggi non ne rimane alcuna traccia. Come l'Anubeion, anche il sito funerario del Bubasteion è circondato da una recinzione, ma quest'ultima è più piccola rispetto a quella del suo prestigioso vicino. Una porta colossale si apre sul sito a sud, mentre un'altra porta assiale, tagliata nel muro di cinta, si affaccia sull'Anubeion. La cinta protegge le catacombe dei fatti, chiamate "casa di riposo dei gatti". Vi è stata ritrovata una grande quantità di mummie di felini risalenti all'epoca tolemaica, quando ormai non era più valida la norma secondo la quale anche una semplice ferita inferta ad un gatto poteva essere punita con percosse corporali. 

venerdì 14 aprile 2017

La morte di Lord Carnarvon

"Siamo stati molto in pensiero negli ultimi giorni per la malattia di Lord Carnarvon. Non... è ancora fuori pericolo. È difficile pensare che solo venerdì scorso abbiamo cenato insieme. Sarebbe terribile se - ma non voglio pensarci".
Alan Gardiner alla moglie Heddie


La morte inaspettata di Lord Carnarvon segnò la fine di un'epoca nella storia della tomba. Nel giro di una notte Carter divenne una celebrità e aggiunse alle gravose responsabilità dell'archeologo anche il peso delle pubbliche relazioni, che fino allora erano state magistralmente gestite da Carnarvon. Tutto questo sarebbe incominciato con la partenza di Carnarvon per Assuan il 28 febbraio, per qualche giorno di riposo  dopo l'apertura ufficiale della Camera Funeraria. Prima o dopo il suo arrivo ad Assuan, Carnarvon fu punto da una zanzara. Radendosi, inavvertitamente ferì la puntura, che si infettò nonostante le tempestive applicazioni di iodio. La febbre piuttosto elevata (38.3 °C) costrinse Carnarvon a letto, assistito dalla figlia Evelyn. Due giorni dopo stava meglio e decise di visitare la tomba, ma ebbe una ricaduta e la figlia lo fece trasportare al Continental-Savoy del Cairo, il 14 marzo. Ma era troppo tardi: dopo il suo incidente stradale, il cinquantasettenne Conte divenne di salute cagionevole; indebolito ulteriormente dall'infezione, quando ancora non esisteva la penicillina, fu facile vittima di una polmonite. La moglie arrivò in aereo dall'Inghilterra accompagnata dal medico di famiglia, dottor Johnson. In seguito arrivò anche il figlio, Lord Porchester, in tempo per assistere per poche ore il padre in delirio. Il mattino del 5 aprile Lord Carnarvon morì; Carter annotò nel suo diario: "Il povero Lord C. è morto nelle prime ore del mattino". La commozione dei familiari, degli amici e dei colleghi si espresse con un necrologio sulle pagine dei quotidiani del Cairo. Nonostante il chiasso suscitato dall'esclusiva con il Times, Carnarvon era molto amato e rispettato in Egitto. Si decise di preparare senza indugio il corpo del Conte per trasportarlo in Inghilterra e seppellirlo a Beacon Hill, vicino alla sua amata Highclere. Intanto, in Egitto, Carter si trovava al timone di quella che ormai era la "nave" di Lady Carnarvon. Purtroppo, si rivelò un marinaio inesperto. 
Arthur Weigall, ex Ispettore del Service des Antiquités, che lavorò anche come inviato speciale per il Daily Mail, osservando l'eccitazione di Carnarvon all'apertura della Camera Funeraria, si dice che Weigall abbia esclamato: "Se continua con questo ritmo, non gli dò più di sei settimane di vita". Poco più di sei settimane dopo Carnarvon era morto.

sabato 1 aprile 2017

Il mistero dell'origine della Sfinge

La parola "sfinge" deriva dall'egizio shesepankh, che significa "statua vivente". Durante la XVIII dinastia, invece, la sfinge di Giza veniva chiamata "l'Horus dell'orizzonte" o "l'Horus della necropoli", perché rappresenterebbe una forma del dio solare Ra-Horakhty.


Nel 450 a.C. lo storico greco Erodoto attribuì la costruzione della più antica piramide del sito di Giza a Cheope, faraone della IV dinastia: questi l'avrebbe fatta edificare nel 2650 a.C. per utilizzarla come sua futura tomba. La sfinge, secondo Erodoto, sarebbe stata terminata nello stesso periodo in cui fu costruita la piramide di Chefren, il faraone che regnò dal 2520 al 2494 a.C. Questa tesi è stata messa in discussione nel 1991 dalle ricerche dello scrittore ed egittologo John A.West, secondo cui la sfinge risalirebbe a un'epoca ben più antica di quella egizia, cioè addirittura a diecimila anni prima di Cristo. Per sostenere la sua tesi, West si basò sul lavoro di due geologi, K. Laì Gauri e Robert Schoch: questi avevano notato che la sfinge aveva subito l'erosione pluviale e non quella del vento, come era accaduto invece alle pareti delle tombe vicine, che risalivano all'Antico Regno ed erano state scavate nella stessa pietra calcarea dell'altopiano di Giza. Questa tesi era già stata avanzata da alcuni archeologi del XIX secolo, i quali, basandosi sulla velocità di erosione della pietra, avevano concluso che la costruzione della sfinge doveva essere di un'epoca più antica rispetto a quella delle piramidi che la circondano. In effetti, il corpo della sfinge e le pareti del fossato in cui è situata presentano i tipici segni dell'erosione dovuta all'azione dell'acqua. Se, dunque, l'erosione della sfinge non è dovuta al vento del deserto ma all'acqua piovana, questa apparterebbe alla più antica epoca di pioggia conosciuta in Egitto, ovvero alla fine dell'ultima glaciazione. Questo periodo abbraccia un arco di tempo compreso all'incirca tra il 18.000 e il 10.000 a.C.: le piogge torrenziali che lo caratterizzarono erano la conseguenza del riscaldamento del globo, fenomeno che provocò l'innalzamento del livello dei mari di un centinaio di metri. Proprio a quell'epoca risalirebbe il diluvio universale raccontato dall'Antico Testamento e da altri testi trovati in India e in Cina. Questa almeno è la teoria, l'egittologia ufficiale, invece, afferma che la sfinge fu fatta costruire durante l'Antico Regno, e, di certo, il faraone Chefren in particolare, forse avrebbe sostituito la testa leonina originaria con una a propria immagine e somiglianza. 

sabato 18 marzo 2017

Api e miele nell'antico Egitto

Secondo la leggenda, l'ape, simbolo del Basso Egitto, nacque dalle lacrime di Ra cadute sulla terra. Fin dagli albori della civiltà egizia, l'ape venne addomesticata per la produzione del miele, impiegato come alimento. Nel corso del Medio Regno questo cibo delicato, che durante l'Antico Regno era considerato un privilegio della mensa reale, si diffuse anche tra il popolo. Sebbene sulle pareti delle tombe egizie siano state ritrovate poche rappresentazioni relative all'allevamento delle api, i geroglifici contengono numerosi riferimenti al miele che attestano l'importanza della apicoltura nella vita quotidiana degli antichi egizi. Scene di apicoltura sono presenti su i bassorilievi della tomba di Niuserra, re della V dinastia, e la raccolta del miele viene accuratamente descritta sulle pareti della tomba di Rekhmire, gran visir di Amenhotep II, faraone della XVIII dinastia. Considerato un cibo di lusso, il miele, che sostituiva lo zucchero, sconosciuto agli egizi, rappresentava uno degli alimenti preferiti dei faraoni delle dinastie più antiche, prima che il suo uso si diffondesse durante il Medio Regno. Molti dignitari possedevano numerose arnie nel proprio giardino e avevano al loro servizio apicoltori qualificati. Benché il miele non compaia mai nella lista degli alimenti tradizionali, gli scavi hanno consentito di scoprire documenti in cui venivano registrati le quantità di miele consegnati mensilmente ai funzionari. Oltre a costituire un ingrediente basilare nella preparazione di molti dolciumi, il miele veniva impiegato in numerose preparazioni medicinali, nell'elaborazione di cosmetici, maschere emollienti per la pelle, creme e unguenti, oltre che nelle cerimonie religiose. Infatti, associato al latte, simbolo lunare, il miele, simbolo solare, era un cibo sacro ritenuto fonte di energia divina.

Un esercito alla ricerca del miele selvatico
Nei giardini in cui venivano allevate delle api, le arnie erano costituite da giare cilindriche di terracotta disposte orizzontalmente le une sulle altre, in modo da formare un apiario. Nelle giare venivano collocati i favi in cui le api producevano il miele. In autunno gli apicoltori raccoglievano la preziosa sostanza. Prima di procedere alla raccolta, affumicavano le giare e bruciavano della paglia per intorpidire le api ed evitare di essere punti. Quindi, ritiravano il prezioso liquido che separavano dalla cera mediante pressatura e poi lo trapassavano in grandi anfore sferiche. Una volta riempiti, questi recipienti venivano sigillati ermeticamente. Poteva anche capitare che i faraoni incaricassero qualcuno di cercare nel deserto il miele selvatico, considerato migliore rispetto a quello prodotto nei giardini. Si trattava di vere proprie spedizioni, affidate a professionisti, i cacciatori di miele. Questi uomini, che conoscevano i luoghi più favorevoli, si facevano accompagnare da una scorta di arcieri, poiché, allontanandosi dalla Valle del Nilo, si esponevano a gravi pericoli. Non si conoscono i vari tipi di miele che gli egizi erano soliti produrre, ma si suppone che il miele d'acacia fosse una delle varietà più apprezzate.

Sacerdoti chiamati "api"
Il faraone re dell'Alto e del Basso Egitto era soprannominato "principe ape" poiché l'ape, simbolo solare, rappresentava il principio della regalità. Insieme alla canna, simbolo dell'Alto Egitto, costituiva il quarto nome del faraone. All'interno del tempio il grande sacerdote, che entrava da solo nel "Sancta Sanctorum" (naos), accendeva una candela di cera d'api per illuminare il volto invisibile del dio. Anche i sacerdoti erano soprannominati "le api", in quanto manifestazioni terrene di Ra.

Il miele e la medicina 
I medici utilizzavano numerosi rimedi per curare i loro pazienti. Spesso impiegavano dei composti le cui formule erano alquanto complesse. Tuttavia, l'efficacia dei rimedi dipendeva soprattutto da alcuni ingredienti di base, tra cui il miele. Così, per esempio, per "bloccare la fuoriuscita di sangue da una ferita" era necessario assumere una dose di cera d'api, una di miele, una di grano cotto, una di grasso e infine una di datteri. Erano dunque note le virtù antibatteriche del miele e il fatto che favorisse la cauterizzazione delle piaghe. Il miele era anche considerato un eccellente calmante e un sonnifero naturale, un blando lassativo e un ottimo corroborante (infatti protegge la flora intestinale, accelera il recupero dell'energia dopo uno sforzo e favorisce la crescita contribuendo a fissare il magnesio e il calcio nell'organismo).

mercoledì 8 marzo 2017

"Unlucky Mummy": storia di una mummia maledetta

La storia delle leggende nate in terra egiziana costituisce un tema inquietante e avvincente nello stesso tempo: maledizioni di faraoni, tombe maledette come quella di Tutankhamon, per non parlare delle mummie, di cui farebbe parte la famosa "Unlucky Mummy" del British Museum, alla quale sono state attribuite innumerevoli sciagure. Infatti, nel XIX e nel XX secolo, un'incredibile mitologia si sviluppò attorno alla "mummia maledetta". Il fatto non era nuovo. Già nel XVI secolo, le mummie avevano una cattiva reputazione, in particolare tra i marinai, che si rifiutavano di imbarcarle,convinti che scatenassero tempeste spaventose. La mummia in questione - in realtà un semplice coperchio di sarcofago - fu donata al British Museum da un collezionista privato nel 1889. Difficilmente si compre come il viso calmo e sereno di questa sacerdotessa di Amon-Ra abbia potuto suscitare tante sinistre leggende. Cercando di risalire alla sua origine, gli egittologi del museo londinese giunsero alla conclusione che il sarcofago dovesse trovarsi nel sepolcro di Amenhotep II, rinvenuto da Victor Loret, che avrebbe poi scoperto le mummie reali di Deir el-Bahri. L'archeologo francese non aveva avuto il tempo di mettere al sicuro tutti i pezzi contenuti nella tomba, la quale era stata quindi saccheggiata dagli abitanti di Qurna. Furono probabilmente loro che per impadronirsi dei gioielli della sacerdotessa distrussero la sua mummia e poi ne vendettero il sarcofago. 
Quando fu trasportata al British Museum, il feretro aveva già una cattiva reputazione. Circolavano strane voci. Due famosi occultisti dell'epoca, Thomas Douglas Murray e William T. Stead, erano convinti che alcuni luoghi fossero capaci di risvegliare lo spirito delle mummie e, secondo loro, la sala del museo in cui si trovava esposto il coperchio era proprio uno di questi. Vedevano nella figura della sacerdotessa riprodotta sul sarcofago la rappresentazione di un'anima tormentata. Secondo altri, alcune fotografie scattate allo stesso sarcofago avrebbero rivelato, quasi in modo analogo alla Gioconda o alla Santa Sindone, un volto invisibile a occhio nudo. Altre dicerie raccontavano che tutti i possessori del sarcofago fossero stati colpiti da una disgrazia. Al museo stesso, circolavano voci secondo le quali alcuni guardiani erano morti dopo essersi avvicinati all'immagine maledetta. Per quanto riguarda i visitatori, parecchi di loro sostenevano di essere entrati in comunicazione con la misteriosa sacerdotessa. Per queste ragioni, si raccontava che il sarcofago fosse stato relegato nei sotterranei del museo, per essere acquistato da un collezionista americano che l'avrebbe imbarcato sul Titanic.


Il naufragio del Titanic 
Questa mummia fu infatti ritenuta responsabile della naufragio del Titanic, che avvenne il 14 aprile 1912. Gli stessi superstiti erano convinti di una maledizione che aveva colpito il viaggio inaugurale dell'inaffondabile transatlantico. Così, secondo un giurista newyorkese sopravvissuto, un giornalista avrebbe evocato la storia di una mummia egizia che portava sfortuna già da quando se ne raccontavano le vicende. Poi si cambiò versione, e fu proprio la presenza a bordo del sarcofago maledetto che avrebbe condotto alla catastrofe. Altri oggetti presenti a bordo del Titanic furono anch'essi additati come responsabili della sciagura: tra questi il celebre diamante blu, passato tra le mani della regina Maria Antonietta e della principessa di Lamballe, che avrebbe portato sfortuna ai suoi possessori. 

Ultimi contrattempi 
Innumerevoli fiorirono le leggende anche sulla sorte del sarcofago della sacerdotessa. Per alcuni, sarebbe scampata al naufragio e più tardi sarebbe stato imbarcato per raggiungere l'Egitto a bordo del Lusitania, affondato nell'Atlantico nel 1915 da un sottomarino tedesco. Altri si sono persino azzardati a sostenere che la sacerdotessa di Amon-Ra fosse responsabile della Grande Guerra. In realtà, la "mummia maledetta" continua a figurare nelle collezioni del British Museum. Ancora oggi, alcuni visitatori si rifiutano, così pare, di accedere alla sala in cui è esposta. Ma non si segnalano più nuove maledizioni ormai da lungo tempo.

mercoledì 1 marzo 2017

Le vacche e i tori sacri nell'antico Egitto

Da Apis e Mnevis, e da Bat a Ba-ankh: fin Dall'epoca predinastica, tori e bacche furono tra gli animali più spesso elevati al rango di vere proprie divinità, meritandosi grandi onori e seppur tour e degne di un essere umano. Si può quasi dire che i bovini del pantheon egizio fossero numerosi quanto quelli che popolavano la valle del Nilo.
Tra le divinità dell'antico Egitto, molte erano quelle che assumevano la forma di tori o di vacche: più numerose di quelle associate al leone e agli altri felini, erano seconde solo agli dei antropomorfi. Il loro culto ha origini antichissime: in linea generale, le idee che prendevano le fattezze di una vacca erano legate ai concetti di fecondità e di procreazione, mentre i puoi e i tori sacri potevano essere legati ai misteri del cosmo o al potere dei faraoni. Grazie ai numerosi reperti, gli archeologi hanno potuto ricostruire molti dei loro nomi.

Bat, forma arcaica della grande Hathor
La vacca Bat, il cui nome significa "potere femminile" o anche "spirito femminile", fu divinizzata in epoca molto antica: le prime tracce del suo culto risalgono addirittura all'era predinastica. Questa dea è menzionata più volte nei Testi delle piramidi. Sembra che godesse di grande popolarità soprattutto nel settimo nomo dell'alto Egitto, e che il suo principale luogo di culto sorgesse nei pressi dell'odierna Nag Hammadi. Il santuario si chiamava "La casa del sistro", dal nome del tradizionale strumento musicale egizio. Proprio l'associazione di Bat con questo strumento testimonia che nel corso dei secoli la dea venne gradualmente assimilata alla celebre Hathor, adorata e inizialmente nel sesto nomo e a sua volta raffigurata sottoforma di vacca. Durante il Medio Regno, Hathor cominciò ad assumere molte delle caratteristiche tradizionalmente attribuite a Bat, a cominciare dal sistro e dalle orecchie bovine, fino a soppiantarla del tutto e a diventare una delle più prestigiose divinità femminili del pantheon egizio. 

Mehet-Weret, madre di Ra
Tra le dee bovine, merita di essere menzionata Mehet-Weret, il cui nome significa "la grande inondazione". Secondo alcuni racconti mitologici, questa dea emerse dalle acque dell'oceano primordiale dando alla luce addirittura il grande Ra. Per questo motivo, Mehet-Weret veniva spesso raffigurata con il disco solare tra le corna. È il caso, per esempio, del letto funebre ritrovato nella tomba di Tutankhamon, le cui strutture laterali hanno la forma allungata di due vacche: entrambe terminano con la testa della dea, le cui corna a forma di lira proteggono il disco solare. Le sagome dell'animale sono realizzate in legno placcato d'oro, e sono punteggiate da macchioline nere a forma di trifoglio. I testi dell'antico Egitto fanno riferimento anche ad altre vacche divinizzate, sebbene meno conosciute. Tra queste, ricordiamo Sentayet, il cui nome significa "La vedova": questa dea fu ben presto assimilata a Iside, vedova di Osiride, e poi al feretro di quest'ultimo. Si trattava quindi di una divinità legata al culto funerario. 

Ba-akh, "l'Apis" di Hermontis
A differenza delle vacche divinizzate, Che non venivano associate ad animali in carne ossa, i tori adorati dagli antichi egizi erano spesso delle creature viventi, benché sacre. Tra di essi vi era Ba-akh, conosciuto anche con il nome grecizzato di "Buchis" e originario della zona di Armant, l'antica Hermontis. Il suo culto, meno antico rispetto a quello della vacca Bat, si affermò nella regione di Tebe: per molti aspetti, era simile a quello dell'Apis di Menfi. Come quest'ultimo, Ba-akh beneficiava di una necropoli sacra. Il Bucheion di Armant (scoperto nel 1927) era l'equivalente dell'Apeion degli Apis: una vasta area dove si concentravano le tombe di una moltitudine di tori, incarnazione vivente del dio. Una necropoli era riservata anche alle madri dei Ba-akh. Questo culto rimase in vita almeno fino al regno dell'imperatore Diocleziano, verso il 300 d.C. 

Merwer, "l'Apis" di Eliopoli
Merwer (Mnevis in greco) rappresentava per la città di Eliopoli ciò che Apis era per Menfi e Ba-akh per Hermontis: un toro sacro, incarnazione vivente di un dio. Il documento più antico in cui compare il suo nome (nella forma di "Nem-Wer") è un Testo dei sarcofagi della II dinastia. Come Apis era il messaggero di Ptah, Mnevis svolgeva questo ruolo per conto di Ra, di cui rappresentava anche il Ba (l'anima). Inoltre, i sacerdoti di Ra si servivano dell'animale per formulare i propri presagi, proprio come gli addetti al culto di Ptah facevano con Apis.

La saggezza delle vacche
Nell'antico Egitto, non tutte le vacche venivano divinizzate, ma tutti i bovini godevano di un'ottima reputazione. Secondo un testo del Nuovo Regno, erano loro a consigliare ai contadini quale pascolo scegliere: "Le sue vacche gli dicevano: là l'erba è buona. E lui le ascoltava, e le portava al buon pascolo che loro stessi avevano scelto; e le vacche che egli custodiva crescevano in modo straordinario e figliavano molto spesso".

mercoledì 22 febbraio 2017

I figli del faraone Tutankhamon



"Se uno di quei bambini fosse sopravvissuto forse non ci sarebbe mai stato un Ramses" - Howard Carter.


Tra i cofani e le casse ammucchiate nella camera del tesoro c'era anche una scatola di legno non decorata, lunga circa 61 cm, il cui coperchio, originariamente sigillato con l'immagine dello sciacallo e dei nove prigionieri, era stato rimosso nell'antichità. Al suo interno c'erano due casse antropomorfe in miniatura (una lunga 49,5 cm e l'altra 57,7 cm), poste una di fianco all'altra, testa contro piedi. Le punte dei piedi della cassa più grande erano state rozzamente tagliate per permettere al coperchio della scatola di chiudersi. La superficie esterna era coperta di resina nera, su cui si vedevano fasce d'oro con iscrizioni riferentisi agli occupanti semplicemente come "l'Osiride", senza nomi specifici. I coperchi erano attaccati alla base delle casse nel solito modo: con otto tenoni di legno piatti. Strisce di lino avvolgevano le casse all'altezza del mento, della vita e delle caviglie, ciascuna sigillata con l'immagine dello sciacallo e dei nove prigionieri. Queste casse contenevano altri due sarcofagi, la cui superficie era interamente coperta da una lamina d'oro. All'interno si trovavano due piccoli feti mummificati. La prima mummia misurava meno di 30 centimetri e si era conservata quasi perfettamente, era avvolta in fasce trattenute da cinque bende trasversali e due gruppi di tre bende longitudinali. All'altezza della testa era stata posta una maschera di cartonnage dorato con i lineamenti del viso sottolineati in nero. Pur essendo molto piccola, simile a quelle usate per i canopi, la maschera era troppo larga per il feto. 
La seconda mummia, a prima vista meno ben conservata dell'altra, era un pochino più lunga (39,5 cm) ed era avvolta in una fasciatura longitudinale tripla e a quattro trasversali. Non aveva la maschera, sebbene si capisse che ne era stata preparata una: quando gli imbalsamatori si accorsero che era troppo piccola per la testa avvolta nelle bende, era stata lasciata nel corridoio d'entrata tra i rifiuti dell'imbalsamazione, che poi furono riseppelliti nel Pozzo 54 dove Theodore Devis la trovò nel 1907.


Le autopsie
L'esame delle mummie fu affidato a Douglas Derry nel 1932. Carter rimosse le bende della prima mummia mentre Derry poté individuare solo una massa disordinata di strisce di lino spesse 1,5 cm, con imbottiture all'altezza del torace, delle gambe e dei piedi, in modo da dare forma al feto. Il corpo era quello di un bimbo nato prematuro, con la pelle grigia e sotto cui si potevano distinguere le ossa. Non si vedevano le sopracciglia ne le ciglia; le palpebre erano chiuse. Mancava l'incisione addominale e non si poteva vedere in che modo il corpo era stato conservato. Le braccia erano distese contro i fianchi con le mani sulle cosce. Una parte del cordone ombelicale era ancora attaccata al corpo. Secondo Derry si trattava di una bambina. Il feto era lungo appena 25,7 cm e doveva essere nato al quinto mese di gestazione. Fu Derry a sbendare la seconda mummia. Sotto il primo sudario di lino, che era tenuto fermo da fasce, sì trovò un'altra serie di bende che tratteneva un secondo sudario, al di sotto del quale c'era uno strato di bende incrociate e delle imbottiture. Vennero rimosse le altre fasciature che rivelarono la presenza di un ultimo delicato strato di lino. Il corpo del bimbo misurava 36, 1 cm e si trattava anche in questo caso di una femmina. Derry calcolò che dovesse essere nata al settimo mese di gestazione. Meno ben conservato del primo, il corpo era ben disteso con le braccia e le mani contro i fianchi. La pelle era di un grigio uniforme; si vedevano tracce di capelli sulla testa. Le sopracciglia e le ciglia erano visibili; le palpebre, aperte, lasciavano intravedere gli occhi rinsecchiti.
Diversamente dalla prima mummia fu facile stabilire il metodo di imbalsamazione. Il teschio era stato riempito attraverso il naso col lino imbevuto di sale. Derry notò una piccolissima incisione di 1,8 cm immediatamente sopra e parallela all'inguine; la ferita poi sigillata con quella che Derry identificò come resina e che, invece, Lucas scoprì essere tessuto animale alterato. La bambina probabilmente nacque morta oppure morì subito dopo la nascita: lo si capiva dal fatto che il cordone ombelicale, che appariva tagliato assai vicino alla parete addominale, non si era asciugato a sufficienza, come sarebbe avvenuto se la neonata fosse sopravvissuta per un certo tempo. Quando il secondo feto venne riesaminato qualche tempo dopo dall'équipe del professor Harrison dell'Università di Liverpool, le radiografie misero in evidenza chiari segni che suggerivano che la bambina fosse affetta dalla deformità di Sprengel, con una scapola congenitamente più alta, spina dorsale bifida e scoliosi. I raggi X stabilirono l'età intorno agli otto o nove mesi di gestazione. Di chi erano figlie queste bambine? Naturalmente, furono avanzate varie ipotesi, più complesse e "ritualistiche", ma la risposta più probabile è che fossero figli di Tutankhamon e di colei che, allo stato attuale delle nostre conoscenze, sembra essere stata la sua unica moglie: Ankhesenamon. C'erano altri casi, nella XVIII dinastia, di figli di re morti prima del padre e che furono seppelliti nella tomba del padre: Wabensenu, figlio di Amenhotep II, sepolto nella Tomba 35, e Tentamun, Amenemhat e un altro, non identificato, nella tomba di Thutmosis IV.

martedì 14 febbraio 2017

Ramses II e Nefertari

Nel giorno di San Valentino vale la pena ricordare una bellissima coppia, due persone che si sono amate e rispettate oltre tremila anni fa: Ramses II e Nefertari. La loro storia ha ispirato romanzi su romanzi e inoltre ha nutrito la fantasia di decine di persone per secoli. L'amore di Ramses per la bella moglie è testimoniato in diversi siti, a partire dalla tomba della regina fino al tempio minore di Abu Simbel, ed è proprio in questo luogo che si possono leggere le sue ultime parole d'amore:


mercoledì 1 febbraio 2017

L'Egitto e Creta

La presenza di oggetti egizi a Creta e di manufatti cretesi in Egitto testimonia la relazione intercorsa tra i due Paesi. Tale relazione si incrementò ulteriormente durante il Secondo Periodo Intermedio e nel Nuovo Regno. 


I contatti tra Creta e l'Egitto risalgono all'ultimo periodo del Predinastico (fine del V millennio - 3200 a.C.), come testimonia il ritrovamento a Creta di alcuni vasi egizi in pietra. Successivamente, i contatti divennero sempre più frequenti; appare tuttavia difficile provare che le relazioni tra i due Paesi furono dirette. Taluni studiosi, infatti, ritengono che i prodotti giungessero in Egitto o a Creta passando per il poro fenicio di Biblo (Libano) o di Ugarit (Siria). Altri, invece, sostengono che Cretesi ed Egizi ebbero scambi commerciali diretti; c'è, poi, anche chi afferma che esistessero colonie cretesi in alcune città egizie, così come colonie egizie a Creta. Tuttavia, la presenza di Cretesi in Egitto trova maggior conferma nel ritrovamento di alcuni affreschi di stile minoico tra i resti del palazzo degli hyksos ad Avaris. L'influenza egizia nell'arte minoica è dovuta, con molta probabilità, ai Cretesi, i quali, una volta visitato l'Egitto, ne imitarono i motivi decorativi. 
Possiamo ravvisare indizi dei contatti tra Egitto e Creta già a partire dalla fine del Neolitico cretese, quando sull'isola furono introdotti la lavorazione al tornio e la tecnica della filatura. I contatti si intensificarono durante il Medio Regno (2040 - 1786 a.C.). L'Egitto importava dai Paesi vicini l'argento, metallo scarsamente presente nel suo territorio. Talvolta, l'argento arrivava in Egitto già lavorato, come nel caso del tesoro di Tod, un deposito del tempio di Montu della XII dinastia (1991 - 1786 a.C.), del quale fa parte un vaso d'argento di manifattura egea. La ceramica minoica veniva imitata a Kahun, sebbene giungesse fino ad Abido. A Creta era nota anche la ceramica egizia. Anche se i contatti diretti risultano improbabili fino a quest'epoca, durante il Secondo Periodo Intermedio (1786 - 1552 a.C.) essi risultarono evidenti. A Creta è stato ritrovato il coperchio di un vaso di alabastro con il cartiglio del faraone hyksos Khyan. Probabilmente una colonia di Cretesi si stabilì nella capitale degli hyksos, Avaris, per realizzare gli affreschi del palazzo, ed è possibile che questa decorazione risulti più antica di quella di Cnosso o Santorino. A partire dal regno di Thutmosi III (1490 - 1436 a.C.), della XVIII dinastia, viene menzionato il tributo cretese, con caraffe di ceramica, alcune delle quali decorate con il motivo dei cavalli al galoppo. Durante il regno di Ramses III (1184 - 1154 a.C.), gli abitanti delle isole dell'Egeo erano chiamati "Popoli che si trovano nel Grande Verde". 

martedì 24 gennaio 2017

La terminologia geroglifica per principi, principesse egizie e divine adoratrici

Dopo aver analizzato i termini con cui ci si riferiva alle regine egizie, andiamo ora a visualizzare i termini in uso nell'antico Egitto per i principi e le principesse. 
I figli del re erano chiamati Sa Nesu, appunto, "figlio del re" e le femmine invece Sat Nesu, "figlia del re". I fratelli e le sorelle del re avevano invece il titolo di Sen Nesu e Senet Nesu, "fratello del re" e "sorella del re". A cominciare dal Terzo Periodo Intermedio, solo le donne appartenenti alla famiglia reale potevano esercitare la funzione religiosa di "divina adoratrice", cioè di sposa terrena del dio Amon, una figura identificata con certezza solo a Tebe. Le divine adoratrici godevano di una titolatura il cui modello era simile a quello del re. Le più famose furono Karomama, Shepenupet, Amenirdis e Nitocris.
La titolatura era composta da tre appellativi: Hemet Netjer, "sposa del dio", Duat Netjer, "adoratrice del dio" e Djeret Ntejer, "mano del dio". Spesso associati, questi precedevano un nome iscritto in un cartiglio. A partire dalla XXVI dinastia, venne aggiunto all'inizio della titolatura un nome femminile di Horus: "Horet". Il titolo di Nebet Tauy, "Signora delle Due Terre", e altri (come i titoli secondari delle regine) venivano talvolta aggiunti ai titoli religiosi.