mercoledì 1 ottobre 2014

Cosmogonie egizie


Nell'antico Egitto diverse cosmogonie spiegavano l'origine del mondo. Queste facevano capo a tre importanti centri religiosi: Heliopolis, Hermopolis e Menfi. 

Heliopolis
Il più antico mito sembra essere quello dell'antica città di Heliopolis, oggi divenuta un quartiere del Cairo. Al principio vi era Nun, l'oceano primordiale (termine che oggi si traduce spesso con caos); una distesa d'acqua che conteneva i germi  della vita. In esso, tuttavia, avevano sede anche le forze negative; vi galleggiavano le anime di coloro che non avevano potuto godere di una sepoltura, e i bambini nati morti. Da questo caos era emersa una collinetta di terra ricoperta di sabbia, dalla quale sorse, autocreandosi, il dio creatore di Heliopolis, chiamato Atum. Egli creò la prima coppia divina: il dio Shu (l'aria, o il secco) e la dea Tefnut (l'umidità), i quali a loro volta procrearono una seconda coppia dinina, Nut (il cielo), e Geb (la terra), rispettivamente una donna e un uomo. Il loro padre Shu li manteneva separati. Nut e Geb misero al mondo tuttavia quattro figli: Seth, Nefti, Osiride e Iside. Quest'ultima coppia rappresentava il legame tra la creazione e gli uomini; era infatti il prototipo della coppia regale. Da essi nascerà il dio Horo, che prenderà il posto su trono del Paese.

Hermopolis
Secondo il mito di Hermopolis, l'odierna città di Ashmuneim, nel Nun vi erano invee, prima della creazione, quattro coppie di strane divinità a testa di rana o di serpente e che rappresentano le tenebre, le acque, l'infinito e il nulla. Queste divinità crearono un uovo misterioso e lo posero sulla collinetta emersa dal Nun. Quando il guscio si aprì, ne uscì il dio sole, che corse subito in cielo o, secondo un'altra versione, il dio a testa di ibis di nome Thot, divinità principale di Hermopolis e dal quale ebbe inizio la creazione vera e propria.

Menfi
Più intellettuale è invece la cosmogonia di Menfi. Il dio creatore Ptah vagava nel Nun, quando un giorno si fermò sulla collinetta emersa dalle acque primordiali e, assimilandosi a essa, divenne Ptah Ta-tenen. Fermo sulla collinetta, Ptah pensò con il cuore, secondo gli egizi sede della conoscenza. Semplicemente pronunciando il nome di ciò che aveva pensato creò dapprima il dio Atum, poi gli altri dei, le regioni, le città e gli esseri viventi. 

domenica 28 settembre 2014

Le doppie tombe di Saqqara e Abydos

Sembra che la maggior parte dei sovrani sepolti ad Abydos si sia fatta costruire una tomba anche nella necropoli di Saqqara, nei pressi di Menfi, capitale dello stato unificato. Negli anni '30 del XX° secolo, l'archeologo inglese W.B.Emery scavò infatti in quelle zona alcune tombe, dette "mastabe", dotate di sovrastrutture rettangolari in mattoni crudi riempite di ghiaia e contenenti vani che fungevano da depositi. Inizialmente, Emery credette di aver trovato le sepolture di alti funzionari, poiché allora era opinione diffusa che i sovrani delle prime due dinastie fossero seppelliti solo ad Abydos. In seguito, ipotizzò invece che le vere tombe di quei re fossero proprio quelle di Saqqara.
Le tombe di Saqqara sono più grandi di quelle di Abydos. Spesso sono sviluppate su due piani, uno sotterraneo, l'altro al livello del suolo. Quest'ultimo poteva essere alto fino a 2,5 metri ed era provvisto all'esterno di una "facciata di palazzo" decorata a pannelli. All'interno vi erano camere che contenevano vari oggetti del corredo funerario. Al centro si trovava un pozzo rettangolare che conduceva alla camera funeraria vera e propria, costruita in maniera simile a quelle che si trovano nelle tombe di Abydos. 
La "doppia sepoltura" potrebbe esprimere l'intenzione di sottolineare la dualità originaria del paese. Facendosi appropriatamente seppellire nella necropoli di Menfi, i sovrani avrebbero esaltato l'importante ruolo politico; il cenotafio di Abydos avrebbe invece voluto ricordare il vero luogo di origine del potere regale in Egitto.
Il significato della cosiddetta "doppia sepoltura" è tutt'altro che risolto. Mancando ogni prova definitiva sull'attribuzione delle tombe scavate da Emery, alcuni studiosi ritengono che quelle di Saqqara fossero in realtà destinate ad alti funzionari residenti a Menfi. Tuttavia, le tombe di Saqqara sono molto più grandi di quelle di Abydos ed è improbabile, anche se non impossibile, che dei monumenti funerari di subordinati potessero superare quelli dei faraoni. Altri studiosi ritengono invece che sia Saqqara che Abydos ospitassero monumenti regali, ma mentre a Saqqara si trovava la vera tomba del sovrano, ad Abydos, vi era soltanto un cenotafio in onore del re defunto. 
Tirando quindi le somme delle varie ipotesi, possiamo solo giungere alla conclusione che finché qualcosa di nuovo non getterà ulteriore luce su tale tematica, ognuna delle teorie qui riportate restano mere possibilità.

giovedì 18 settembre 2014

La tomba di Hetepheres

La regina Hetepheres era la moglie del Faraone Snefru e madre di Cheope. La sua tomba venne trovata nel 1925 nel cimitero est di Giza da una missione americana, guidata dall’Egittologo Reisner. Nel febbraio di quell'anno, uno dei fotografi che facevano parte delle spedizione americana stava cercando di sistemare il cavalletto della macchina fotografica nei pressi di un angolo di una delle piccole piramidi attorno alla piramide di Cheope, quando scoprì, del tutto casualmente, un ammasso di gesso che nascondeva l’imboccatura, ostruita da pietre squadrate, di una galleria scavata nella roccia. Questa galleria iniziava con dodici gradini per poi finire, dopo qualche metro, in un pozzo pieno di detriti. Nella speranza di essere di fronte all'ingresso di una tomba inviolata, la missione iniziò i lavori di svuotamento del pozzo. A 7 metri di profondità venne trovata una nicchia murata al cui interno c’erano due recipienti per il vino, un cranio e alcune ossa di toro, avvolte in stuoie di canne. Davanti alla nicchia vi erano in oltre dei resti di carbone, il che fece ritenere agli studiosi americani che si trattasse semplicemente di un offerta funeraria consistente nell'aspersione di fumo odoroso tramite la bruciature di un legno fragrante.
Tuttavia, continuando lo scavo, a 26 metri si arrivò a toccare il soffitto di una camera sepolcrale. Dopo alcuni mesi, la camera fu finalmente aperta. All'interno vi era un sarcofago in alabastro, mentre il pavimento era ricoperto, oltre che da vasi e altri suppellettili, da numerosi frammenti d’oro e di intarsi caduti dal mobilio in legno accatastato e in parte decomposto. Il ricco arredo funerario lasciava pensare che la tomba fosse appartenuta a un personaggio di rango elevato, il cui nome rimaneva però ancora sconosciuto. Dopo un mese, una scoperta risolse fortunatamente questo mistero. Alcuni geroglifici d’oro, incastonati in un legno decomposto, restituirono un iscrizione: “la madre del Re dell’Alto e del Basso Egitto… Hetepheres”. Era stata dunque portata alla luce la più antica sepoltura inviolata appartenuta a un membro della famiglia regale, ossia alla madre di Cheope, la quale era rimasta chiusa indisturbata nella sua tomba per più di 4000 anni. Dopo alcuni lavori di recupero del materiale, rimaneva l’ultimo importante compito, ossia l’apertura del sarcofago. Gli archeologi ruppero dapprima i cinque sigilli che ne garantivano la chiusura e finalmente poterono sollevare il coperchio. Purtroppo però una amara sorpresa li attendeva: il sarcofago era completamente vuoto. Ma come era possibile? Reisner aveva trovato nel fondo del pozzo alcuni vasi, come essi fossero stati gettati all'ultimo momento; in oltre aveva notato tracce di forzatura nell'apertura del sarcofago. Su questa base, lo studioso americano avanzò un ipotesi, più o meno convincente. Forse la regina Hetepheres, alla sua morte, venne sepolta in una tomba a Dashur, nei pressi della piramide del suo sposo Snefru. In seguito, dopo essere stato informato di un tentativo di saccheggio della tomba materna, Cheope ordinò di far costruire una nuova sepoltura per la madre nelle immediate vicinanze della sua piramide a Giza, dove avrebbe potuto godere di maggiori controlli. 
Dopo che i lavori furono ultimati, tutto l’arredo funerario e il sarcofago vennero trasferiti da Dashur a Giza e sepolti, probabilmente in tutta fretta, nella nuova tomba. Tuttavia, i predatori della tomba di Dashur avevano rubato la mummia della regina per poterne strappare i monili e i gioielli in oro. Gli addetti alla sorveglianza di questa tomba, per paura di essere severamente puniti, tennero nascosto l’accaduto a Cheope, il quale fece così seppellire a sua insaputa un sarcofago vuoto. Ricordiamo che all'interno della tomba di Giza venne effettuata un ultima scoperta. In una nicchia ricavata in una parete, si trovò un contenitore in alabastro sigillato. Nel suo interno, diviso in scomparti, vi erano custoditi quattro involti, originariamente immersi in una soluzione preservante di carbonato di sodio e contenenti le viscere di Hetepheres. Questa scoperta rappresenta la più antica testimonianza di un usanza che sarà poi ben diffusa nelle epoche posteriori. Il tesoro di Hetepheres, oltre ad essere il più antico, è anche uno dei più belli appartenuti ad un membro della famiglia regale che l’Egitto ci abbia restituito. Nel suo insieme, era composto da una serie di oggetti di uso quotidiano, mobili e contenitori in legno finemente lavorati, in una buona parte vestiti con oro battuto e intarsi di pasta di vetro colorata o pietre dure. Il tesoro includeva vasi di varie forme e dimensioni, alcuni bracciali in argento, oggetti per la toeletta personale della regina, come rasoi, arnesi per le unghie, piccoli vasi in alabastro per oli e altri contenitori in oro per cosmetici. Gli arredi rinvenuti nella tomba ci danno in oltre un’idea di quella che doveva essere una camera da letto di lusso nel periodo delle piramidi. I piedi della poltrona e del letto hanno la forma di zampe di leone: la presenza di questo animale aveva la funzione di proteggere la persona seduta o che dormiva e infonderle parte della sua forza. La testa del letto, leggermente sopraelevata, termina con due fiori di loto sporgenti. Il piano del letto dove la regina dormiva era composto di pelle tesa, attaccata all'intelaiatura per mezzo di cordicelle. Tutt'oggi, la scoperta della tomba di Hetepheres, madre terrena del Dio vivente, è ancora fra le più importante che l’archeologia ricordi.

venerdì 12 settembre 2014

L'origine divina di Hatshepsut

Per governare sull'Egitto come faraone, Hatshepsut dovette proclamare la sua legittimità dinastica, un'operazione che poté compiere grazie al supporto dei sacerdoti di Amon. Con il proposito di affermare i suoi diritti, la regina fece incidere dei rilievi con la storia della sua origine divina sulle pareti dei portici colonnati del tempio funerario di Deir el-Bahari, dedicato ad Amon, alla dea Hathor e al culto del ka o " forza generatrice di vita " di Hatshepsut e di suo padre Thutmosi I. Le scene si svolgono su un muro della seconda terrazza del tempio e illustrano la teogamia, cioè l'unione sacra tra il dio Amon, con le sembianze di Thutmosis I, e la regina Iahmes. In seguito a questa unione sarebbe stata quindi concepita Hatshepsut, la divina figlia di Amon.



  1. Khnum, il vasaio divino, ha ricevuto dal dio Amon l'ordine di modellare Hatshepsut: " Vai a modellare lei e il suo ka. Modella questa figlia mia che ho generato ".
  2. Il dio Khnum, con l'aiuto della dea rana Heket, che presiede i parti e protegge le nascite, modella sul suo tornio di vasaio Hatshepsut, erede di Amon, e il suo ka.
  3. Thot, il dio lunare della sapienza, viene inviato da Amon per annunciare alla regina Iahmes, moglie del faraone Thutmosis I, che darà alla luce un erede divino.
  4. La dea utero Meskhenet, la dea ippopotamo Tueris e il dio nano Bes assistono la regina Iahmes durante il parto.
  5. Amon riceve da Thot Hatshepsut e il suo ka ed esclama: " Gloriosa parte di me, re che prende sempre le Due Terre sul trono di Horus ".
  6. Hatshepsut, rappresentata come un bambino, viene accolta tra le braccia di suo padre Amon, che la riconosce come sua erede e conferma il suo diritto a regnare.
  7. La regina Iahmes tiene in braccio sua figlia mentre due nutrici divine allattano due dei suoi ka. Dodici geni benefici sostengono ognuno dei ka della piccola Hatshepsut.
  8. Il genio dell'inondazione tiene in braccio Hatshepsut e il suo ka, seguito dal genio del latte. Entrambi la presentano al padre Amon, al cospetto di testimoni divini.



lunedì 1 settembre 2014

Stele di Nebra

Questa stele testimonia l'esistenza di un culto reso ad alcune divinità pressoché sconosciute altrove, ma molto amate dagli abitanti di Deir el-Medina. Il "disegnatore" Nebra e due dei suoi figli, Nakhtamon e Khai - disegnatori anch'essi - hanno dedicato questa stele alla rondine Menet Uret e alla gatta Tanuit. Il culto della rondine è attestato a Deir el-Medina da altre stele e anche da statuette di rondini. Incontriamo questo animale, simbolo della rinascita, nel capitolo 86 del Libro dei Morti.

Nebra e la sua famiglia sono presenti in altri monumenti. Il "disegnatore di Amon nella Sede della Verità", Nebra è raffigurato nella tomba di Nebenmaat (TT219) con la moglie Pashed, una delle figlie di Karo, e i suoi figli Nakhtamon, Khai e Paherypedjet. Un altro figlio, Amenemopet, è menzionato su una stele conservata a Torino (CGT 50036). Artigiano specializzato tra gli operai della tomba, Nebra ereditò il mestiere di disegnatore dal padre Pay e lo trasmise ai suoi figli.

Dati:
Periodo: XIX dinastia Materiale: Calcare inciso Misure: Alt.cm 14,2; L 9,2 Collezione: Dovretti, 1824 Luogo di esposizione: Torino, Museo Egizio

lunedì 18 agosto 2014

La scoperta dei sarcofagi di Tutankhamon

"Il coperchio del sarcofago tremò e incominciò a sollevarsi, lentamente e con qualche incertezza si aprì. All'inizio vedemmo solo una stretta fessura nera. Poi, gradualmente, fummo in grado di discernere frammenti di granito che erano caduti dalla frattura del coperchio. Essi ricoprivano un sudario che lasciava intravedere una forma indistinta... ".
James Henry Breasted

Il sarcofago esterno (1)
Quando il coperchio fu completamente rimosso si poté vedere la figura del re morto avvolta nel sudario. I presenti si lasciarono sfuggire un grido di meraviglia quando i due lenzuoli di lino furono sollevati e apparve un magnifico sarcofago mummiforme la cui superficie d'oro brillava alla luce della lampada di Burton. La sua forma suggeriva che c'erano altri sarcofagi dello stesso tipo, uno dentro l'altro come bambole russe. Ma gli archeologi dovettero pazientare; i lavori di conservazione per gli oggetti ritrovati precedentemente avrebbero rimandato l'apertura dei sarcofagi di un anno e mezzo.
Il sarcofago esterno, lungo 2,24 m, con il capo rivolto a ovest, riposava su un basso cataletto di forma leonina ancora intatto nonostante il peso di oltre una tonnellata che sosteneva da più di 3200 anni. In fondo al sarcofago si trovavano frammenti di pietra caduti dal coperchio durante la sepoltura, provocati dai rozzi tentativi fatti dai costruttori di rimediare ad un errore di misura e per adattare il coperchio al sarcofago. Dai frammenti si concluse che la struttura del sarcofago era di cipresso, modellato a rilievo e ricoperto da un sottile strato di stucco a sua volta ricoperto da una lamina d'oro.
Lo spessore della lamina variava: maggiore per il viso e le mani e finissimo per il curioso copricapo khat. Si notarono anche variazione di colore: il viso e le mani erano più pallide, dando, come disse Carter, "l'impressione del grigiore della morte".
Le superfici del coperchio e della base erano decorate con disegni rishi, ovvero a forma di piuma, a bassorilievo. Al di sopra delle decorazioni, sui lati destro e sinistro, si trovano le figure finemente modellate di Iside e Nefti con le ali aperte, il cui abbraccio protettivo si estendeva fino a una delle due file di geroglifici che scorrevano verticalmente sul coperchio. Al di sotto del piede si trovava un'altra immagine della dea Iside, inginocchiata sul geroglifico nub, "oro". Sotto di essa c'erano dieci colonne di testo. 
Il coperchio era stato modellato con un'immagine ad altorilievo del re rappresentato come Osiride, con un ampio collare e braccialetti a bassorilievo; le braccia erano incrociate sul petto e tenevano i simboli regali: lo scettro nella mano sinistra e il flabello nella destra. Sulla fronte del re si ergevano le "Due Signore", Uadjet e Nekhbet; il cobra divino del Basso Egitto e la dea avvoltoio dell'Alto Egitto. Una piccola ghirlanda di foglie di olivo e fiori circondava la coppia ed era legata a una stretta striscia di midollo di papiro. 


Il secondo sarcofago (2)
Il disegno originale del sarcofago più esterno includeva quattro maniglie d'argento - due per lato - usate per metterlo in posizione. Ora, il 13 Ottobre 1925, tre millenni dopo, le stesse maniglie servivano per sollevarlo. Secondo Carter, "fu un momento di ansia ed eccitazione"; ma il coperchio venne sollevato senza difficoltà e mostrò il secondo sarcofago antropomorfo. Anche qui ricopriva il sarcofago un sudario di lino, a sua volta nascosto da ghirlande di fiori simili a quelle trovate da Davis nel Pozzo 54 (le quali fecero credere all'avventuriero di aver trovato la tomba di Tutankhamon). Intorno alle divinità protettrici sulla fronte del faraone, sopra il sudario, c'era una piccola ghirlanda di foglie d'olivo, petali di loto blu e fiordalisi.
Prima di sollevare il drappo di lino, Carter e compagni decisero di rimuovere dal sarcofago la parte inferiore e il contenuto della bara esterna. La fragilità della superficie di stucco e smalto rendeva necessario evitare di toccarla per quanto possibile: si usarono spilli di metallo per allargare i tenoni della barra esterna e si procedette con le carrucole. Si trattò, come ricorda Carter, di "un lavoro difficile"; ma non ci furono incidenti e il sarcofago venne deposto su cavalletti.
Il secondo sarcofago, lungo 2,04 m, si rivelò ancora più incredibile del primo. Costruito in un legno non ancora identificato, era anch'esso ricoperto da una lamina d'oro. Le decorazioni a intarsio, rovinate dall'umidità, erano più vaste di quelle trovate sul precedente. I dettagli come le strisce del copricapo - nemes, le sopracciglia, le linee del trucco e la barba erano intarsi di vetro blu - lapislazzuli. La figura di serpente sulla fronte del re era di legno dorato, con la testa di faïence blu e intarsi di vetro rosso, blu e turchese; anche la testa dell'avvoltoio trovata sul primo sarcofago, aveva un becco di legno nero probabilmente ebano) e gli occhi di ossidiana. I simboli regali, scettro e flabello, erano intarsiati con vetro blu - lapislazzuli e turchese e con faïence blu.
Circondava il collo del re un ampio collare a "forma di falco" su cui spiccavano gemme di vetro rosso, blu e turchese; ai polsi c'erano braccialetti simili al collare. L'intera superficie del corpo era decorata con motivi rishi, ma, a differenza dei decori sul sarcofago esterno, le piume erano qui impreziosite da vetro rosso - diaspro, blu - lapislazzuli e turchese. Al posto delle divinità Iside e Nefti, si trovavano le divinità alate Nekhbet e Uadjet: anche queste figure erano decorate da intarsi di vetro colorato. 





Il terzo sarcofago (3)
A differenza del sarcofago più esterno, il coperchio del secondo non era provvisto di maniglie; inoltre, la rimozione fu resa più difficile del fatto che i 10 chiodi d'argento con la testa d'oro che trattenevano il coperchio non poterono essere tolti mentre esso si trovava all'interno. Carter affrontò il problema con il sangue freddo che riservava a tutto ciò che era egizio. I chiodi furono allentati abbastanza per permettere di attaccarvi un "robusto cavo di rame"; "robusti occhielli di metallo" furono inseriti nel margine del sarcofago esterno, quindi si procedette ad abbassare il sarcofago esterno, mentre quello interno restava sospeso. Lo stesso procedimento fu usato per rimuovere il coperchio del secondo: si inserirono occhielli in quattro punti mentre i chiodi d'argento stavano al posto dei 10 tenoni d'argento rimossi, e il coperchio venne sollevato facilmente. 
L'apertura del coperchio rivelò un terzo sarcofago antropomorfo: al di sopra del copricapo - nemes c'era un lenzuolo di lino, mentre il corpo era ricoperto da un sudario di lino rosso ripiegato tre volte. Il viso era scoperto, il petto decorato con un largo collare estremamente fragile composto di grani di vetro blu, foglie, fiori, bacche e frutti (incluso il Punica granatum - melograno - e il Salix) cuciti su una base di papiro. 


"Mr. Burton fece subito delle fotografie. Poi, io rimossi il collare e il lino. Ci si rivelò un fatto straordinario. Il terzo sarcofago... era fatto d'oro puro! Il mistero dell'enorme peso, che ci aveva fino ad allora assillati, era ormai chiaro. Si spiegava anche perché il peso era così poco diminuito dopo la rimozione del primo sarcofago e del coperchio del secondo. Pesava ancora quanto otto uomini robusti potevano sollevare."

Inizialmente, però, l'aspetto del sarcofago in metallo era tutt'altro che lucente. Era stato ricoperto "da uno strato nero simile a pece che si stendeva dalle mani alle caviglie". Carter calcolò che almeno due secchi di questo liquido di unzione sacra erano stati versati sul sarcofago riempiendo l'intero spazio tra esso e la base del secondo, incollandoli bene insieme. 


Fu alquanto difficile rimuovere questo strato resinoso:

"Questo materiale simile a pece, indurito nei secoli, dovette essere rimosso col martello, i solventi e il calore, mentre le parti dei sarcofagi venivano distaccate l'una dall'altra col calore e il resto veniva temporaneamente protetto contro l'elevata temperatura da barriere di zinco; la temperatura era di parecchie centinaia di gradi Fahrenheit. Quando il sarcofago più interno fu distaccato, ci volle ancora molto tempo prima che il materiale resinoso fosse completamente rimosso."


Il sarcofago misura 1,88 m; lo spessore del metallo, ricavato da pesanti lamine d'oro, varia da 0,25 a 0,3 cm. Nel 1929, quando esso fu pesato, risultò di 110,4 kg; il suo valore minimo sarebbe oggi di circa 1 milione e 300 mila euro, o di poco più di un milione di sterline inglesi. 
L'immagine di Tutankhamon su questo sarcofago sembra quasi eterea a causa della decomposizione dell'alabastro bianco degli occhi. Le pupille sono di ossidiana, le sopracciglia e le linee del trucco sono di vetro color lapislazzuli. La barba, posticcia e attaccata al mento, è intarsiata con vetro dello stesso colore delle linee degli occhi. Il copricapo è nemes, ma qui, a differenza che nel secondo, le pieghe sono in rilievo anziché indicate da intarsi di vetro colorato. Stati di lamine d'oro nascondevano il fatto che il lobo delle orecchie era bucato, dimostrando che la tradizione di portare orecchini per i maschi era abbandonata nella pubertà. 
Sul colo erano state poste due pesanti collane di grani a forma di disco, fatti d'oro rosso e giallo e di faïence blu, legati da quella che sembrava erba tenuta insieme da un filo di lino. Ad ogni capo delle collane c'erano fiori di loto decorati con cornalina, vetro turchese e lapislazzuli. Sotto le collane si trovava il collare a forma di falco, anch'esso separato dal coperchio, intarsiato con undici file di lapislazzuli, quarzo, cornalina, feldspato e vetro turchese a forma di grani tubolari e sul bordo esterno una fila di grani a forma di gocce. 
Anche in questo sarcofago le braccia del re sono incrociate sul petto, con braccialetti simili al collare. Lo scettro e il flabello sono ricoperti di lamine d'oro e decorati con faïence blu, vetro policromo e cornalina. Parte della decorazione del manico del flabello è rovinata a causa della resina nera con cui la bara è stata ricoperta. 
Al di sotto delle mani, le divinità Nekhbet e Uadjet, modellate in oro e decorate con quarzo e vetro color lapislazzuli e turchese, allargano le ali protettive sulla parte superiore del corpo reale. Il coperchio e la base del sarcofago sono decorati anche con immagini delle dee Iside e Nefti su uno sfondo di rishi a protezione del lato destro e sinistro della parte inferiore del corpo. Due colonne verticali di testo sono incise sul coperchio dall'ombelico ai piedi, con la solita figura di Iside inginocchiata sul geroglifico nub, "oro", incisa sulle pianta di piedi. 



Il coperchio di questo sarcofago possedeva maniglie ed era attaccato alla sua base da otto lingue d'oro, quattro per lato, che entravano in cavità predisposte ed erano assicurate da chiodi d'oro. Poiché c'era poco spazio tra i due sarcofagi, i chiodi dovettero essere rimossi uno a uno; infine, il coperchio fu sollevato e la mummia del re scoperta.

"Aprimmo i loro sarcofagi e le loro casse e trovammo la nobile mummia di questo re munita di scimitarra; 
aveva al collo un gran numero di amuleti e gioielli d'oro, e il suo elmo d'oro sopra di lui... "
Brano dalla confessione di un antico tombarolo


"Davanti a noi occupava tutto lo spazio del sarcofago d'oro un'impressionante, bellissima e ben fatta mummia, sulla quale erano stati versati in gran quantità unguenti che si erano solidificati nel tempo. Contrastava col colore scuro degli unguenti una magnifica, si potrebbe dire superba, maschera d'oro brunito a immagine del re, che copriva la testa e le spalle della mummia e, come i piedi, era stata intenzionalmente risparmiata dagli unguenti". 
Howard Carter


venerdì 15 agosto 2014

La pesante eredità di Ramses II

È sempre difficile sostituire un "gigante", soprattutto se si tratta di un sovrano in grado di regnare per oltre mezzo secolo. 
Fu quel che accadde alla morte del faraone Ramses II, quando l'Egitto dovette fronteggiare una serie di crisi di successione e la costante pressione dei popoli stranieri. Alla fine del Nuovo Regno, il paese si avviava ormai verso una fase di declino irreversibile. Verso la seconda metà del XIII secolo a.C., il lungo regno di Ramses II si avviava verso la sua conclusione. Il re era ormai vecchio, ma l'Egitto era un paese ricco e potente, costellato di monumentali meraviglie che testimoniavano lo splendore della civiltà e il genio architettonico del suo sovrano. Il regno delle Due Terre viveva in pace ed esercitava la sua influenza ben oltre i propri confini: il trattato con gli Ittiti stipulava l'equilibrio in tutto il vicino Oriente. Ma gli anni passavano, e la gloria militare di Ramses II si apprestava a divenire un lontano ricordo. 
Poco alla volta, le prime nubi iniziarono a profilarsi all'orizzonte: proprio come accade al crepuscolo di una calda giornata d'estate, le nuvole sembrano lontane. Eppure, la tempesta stava già prendendo forma, e i primi tuoi si potevano già udire in lontananza, benché nessuno facesse caso a ciò che sembrava solamente una vaga minaccia.

L'inizio del declino
Questo era il clima in cui l'Egitto viveva alla fine del lungo regno terreno di Ramses II, che si dice sia durato sessantasette anni. In oltre in mezzo secolo, la società egizia era profondamente cambiata. La distribuzione delle ricchezze tra i vari ceti sociali era diventata ancora più disomogenea, ovviamente a vantaggio delle classi più agiate. Il clero di Amon era sempre più coinvolto nelle questioni politiche, e cominciava a intaccare, in modo impercettibile ma costante, l'autorità del faraone. Nel paese si andava instaurando un clima di decadenza, caratterizzato da un certo degrado dei costumi e della morale, oltre che da una sostanziale impoverimento culturale. Anche all'esterno cominciavano a profilarsi nuove minacce. Il regno degli Ittiti era in procinto di essere invaso da popolazioni del Nord, provenienti dai Balcani e dalle coste del Mar Nero. Lo stesso Egitto, dopo la morte di Ramses II, divenne una preda allettante per gli invasori stranieri, tanto più che la scomparsa del vecchio sovrano aveva acceso la rivalità tra i numerosi pretendenti al trono e aperto così una vera e propria crisi di successione. Inevitabilmente, questa crisi indebolì il paese e lo rese particolarmente vulnerabile a pericoli di ogni sorta. Alla fine, a salire al trono fu Merenptah. Questi era il tredicesimo figlio di Ramses, mentre sua madre era la grande sposa reale Isisnofret. Apparentemente, si trattò di una scelta del tutto legittima e logica: il nuovo faraone si era già occupato a lungo di questioni di Stato, seppure all'ombra del padre; in particolare, Merenptah era stato generale in capo dell'esercito e aveva anche rivestito le alte funzioni di luogotenente generale del regno mentre Ramses combatteva contro gli Ittiti. Vi era, però, una particolarità: il futuro re era nato nei primi anni di regno del padre, pertanto non era più un ragazzo: quando indossò la doppia corona d'Egitto, aveva quasi sessant'anni.
Fra i numerosissimi discendenti di Ramses II, oltre a Merenptah, si distinsero altri due figli, Khaemuaset e Amonherkopeshef. Questi fu il figlio maggiore e il primo avuto dalla regina Nefertari; dopo aver intrapreso la carriera militare, fu principe ereditario per quasi quarant'anni. Dopo la sua morte, avvenuta probabilmente in guerra, il titolo legittimo passò ad un altro figlio di Nefertari e soli molti anni dopo, quando altri principi morirono, Merenptah fu proclamato erede. Khaemuaset, invece, era figlio di Isetnofret e un vero appassionato di studi storici, tanto da divenire una sorta di archeologo ante litteram; restaurò, tra l'altro, diversi templi e studiò le fonti della religione egizia. Fu anche gran sacerdote di Ptah a Menfi, e si occupò personalmente di organizzare le feste Sed in onore di suo padre.

In guerra su tre fonti
Gli eventi si susseguirono molto rapidamente. Appena insediatosi sul trono, Merenptah, realizzò che le frontiere dell'Egitto erano minacciate da più parti: a est dai Palestinesi e dai cosiddetti "popoli del mare" a ovest dai Libi e a sud dai Nubiani. Bisognava quindi batterli su tre fronti. Come abbiamo visto, Merenptah aveva la tempra e l'esperienza di un soldato, sapeva valutare le forse nemiche e aveva già dimostrato di possedere sangue freddo e capacità decisionali. e cercare di batterli uno dopo l'altro. Il primo fronte di guerra si aprì a est, contro i Palestinesi e i popoli del mare. L'esito della campagna fu positivo, ma la vittoria non fu schiacciante: il sovrano egizio aveva fretta di portare le sue truppe all'altro capo del paese per sfidare i Libi, e non ebbe il tempo di inseguire i vinti; dopo una breve ritirata, questi si installarono in prossimità delle frontiere.
Anche a ovest le cose sembrano prendere una piega più difficile rispetto alle previsioni di Merenptah. L'esercito egizio era già provato dalla prima campagna e dalla lunga marcia di trasferimento, e non riuscì a sconfiggere in modo definitivo i Libi. Questi si limitarono a indietreggiare e si insediarono in una zona del Basso Egitto da cui verranno scacciati solo più tardi, durante il regno di Ramses III. Quanto ai Nubiani, sempre in rivolta e pronti ad approfittare di ogni minimo segno di debolezza degli egizi, avevano nuovamente imbracciato le armi e rialzato la testa. Ma, ancora una volta, furono riportati alla ragione con i metodi impietosi più volte utilizzati dai predecessori di Merenptah.
Dopo due anni di guerra, l'Egitto era riuscito a limitare i danni, ma non aveva risolto i propri problemi: le frontiere rimasero infatti sotto la minaccia di popoli nemici che, pur sconfitti, non avevano rinunciato ai loro progetti di conquista. Si stabilì così una pace precaria. Ciononostante, Merenptah passò alla storia come un salvatore del proprio paese. A parte l'aspetto militare, del suo regno non rimango molte tracce. È certo, però, che la morte di questo faraone aprì una nuova crisi di successione, ulteriormente aggravata da un generale declino del paese.


Sethi II contro Amenemesse
Gli eventi che seguirono la morte di Merenptah sono particolarmente difficili da ricostruire. A quanto sembra, il principe ereditario Sethi II s'impose superando notevoli difficoltà. Alla fine ebbe la meglio suoi suoi contendenti, ma ben presto dovette affrontare un avversario, un "anti-faraone" di nome Amenemesse. Chi era costui?
Sulle origini di questo pretendente al trono, sono state formulate diverse ipotesi: forse apparteneva a uno dei rami dell'intricata stirpe di Ramses II, oppure er un figlio di Sethi II ribellatosi al padre; secondo altre supposizioni, invece, era un fratellastro di Sethi II che reclamava la propria parte di potere o, ancora, il leader di una congiura fomentata da un visir ambizioso. Stupisce, in ogni caso, l'autorevolezza acquisita da questo usurpatore, il quale riuscì ad attirare un discreto seguito: per esempio, riuscì a far interrompere i lavori di costruzione della tomba del faraone e far intraprendere quelli relativi alla propria sepoltura. Ma anche Sethi II poteva contare su sostenitori fedeli, a cominciare dal visir Bay, destinato a giocare un ruolo di primo piano nei successivi anni di regno.
Amenemesse scomparve in circostanze ignote e, dopo soli due anni, morì anche Sethi II: ancora una volta, l'Egitto dovette affrontare una crisi di successione. A risolverla fu il deciso intervento di Bay, il quale riuscì a imporre l'incoronazione di Siptah. Intanto, un altro influente personaggio iniziava a insinuarsi tra le pieghe del potere: la regina Tausert.

Siptah, un faraone di passaggio
Anche sulle origini di Siptah sono state avanzate diverse ipotesi. Secondo alcuni storici, era semplicemente un figlio di Sethi II; altri, invece, sostengono che suo padre fosse l'anti-faraone Amenemesse. Ma in tal caso, perché il visir Bay, fedele servitori di Sethi II, avrebbe favorito l'ascesa al trono di un rivale del suo signore? Forse per assicurarsi una posizione di favore accanto al giovane sovrano? Di fatto, il ruolo svolto da Bay, alla corte di Siptah fu considerevole: il nuovo faraone era debole, inesperto e, oltretutto, menomato da un piede torto. Ma il visir era onnipresente, e si può dire che fu proprio lui a regnare. Dopo la morte del sovrano, Bay ebbe l'immenso onore di vedersi riservare metà della tomba reale.
Quanto alla regina Tausert, non attese la morte di Siptah per far valere le proprie pretese al potere: prendendo a pretesto la giovane età del sovrano, si fece designare, forse con la complicità di Bay. Si ritiene che la donna fosse stata una delle spose di Sethi II. A quest'ultima supposizione, molti rispondo che Tausert ebbe solo  figlie femmine. Il mistero rimane. Comunque sia, Tausert divenne alla fine sovrana d'Egitto a tutti gli effetti. Perché ciò accadde, però, dovette attendere la morte del visir Bay, a sua volta correggente di fatto al fianco del giovane e cagionevole Siptah.

La morte di Tausert
In quali circostanze morì la misteriosa Tausert? Nessuno sa rispondere con certezza. Sembra che la sua fu una morte improvvisa, se non violenta. Se si trattò di un incidente, di un assassinio o semplicemente di una grave malattia, rimane un mistero. Resta il fatto che al momento Tausert fu la sola sovrana d'Egitto, insieme ad Hatshepsut, a occupare una tomba nella Valle dei Re.
Nella confusione e nel caos che contraddistinse questa fase della storia egizia, emerse un nuovo enigmatico personaggio: Sethnakht, fondatore della XX dinastia. La sua ascesa cominciò quando Tausert era ancora sul trono, ma non è chiaro quale fu il ruolo giocato dal futuro re rispetto alla regina. Nel frattempo, la situazione lungo i confini dell'Egitto rimaneva incerta. I parziali successi militari di Merenptah avevano scongiurato solo temporaneamente il pericolo di un'invasione, senza definire la questione in modo duraturo: servirono dunque ad assicurare al popolo dei faraoni solo qualche anno di pace. In preda alle sue ricorrenti crisi interne, oltretutto, il paese non seppe prendere alcuna iniziativa diplomatica o militare per mettersi al riparo da nuovi attacchi esterni.
In questa situazione, sembra che Sethnakht abbia giocato un ruolo da "salvatore" dell'Egitto, conducendo nuove campagne che avrebbero, ancora una volta, arginato temporaneamente la minaccia. Questo spiegherebbe come mai le liste reali di Ramses III menzionano Sethnakht direttamente dopo Sethi II, "dimenticandosi" i nomi di Siptah e di Tausert.

venerdì 8 agosto 2014

L'ascesa al trono di Thutmosi I

Membro dell'alta nobiltà egizia, ma non imparentato con la famiglia reale, Thtumosi Aakheperkara fu designato come successore di Amenhotep I dalla regina madre Ahmes-Nefertari. Quando salì al trono, il nuovo faraone era già padre di una bambina, la futura regina Hatshepsut. 


Compagno d'armi
Verso il 1800 a.C., il popolo orientale degli Hyksos invase la regione del delta del Nilo e vi si insediò. Stanca di subire l'occupazione di una parte del paese, la nobiltà tebana prese le armi contro gli invasori. Molti condottieri si succedettero alla testa dell'esercito egizio, ma fu un giovane generale, il principe Ahmose, a riconquistare Avaris, la capitale degli Hyksos, e a ricacciare gli stranieri fuori dal paese. Ahmose fu festeggiato come un liberatore: divenuto faraone, fondò la XVIII dinastia. Tra i giovani ufficiali che si erano battuti valorosamente al suo fianco, c'era Thutmosi. Questi si distinse per il suo coraggio, ma anche per la sua saggezza, per il suo acume politico e per il senso religioso. Dopo la morte di Ahmose, sua moglie Ahmes-Nefertari restò molto vicina al compagno d'armi del marito defunto. 
Nel settimo mese del ventesimo anno del suo regno, il ventesimo giorno del terzo mese di Peret (la stagione primaverile), morì il faraone Amenhotep I, secondo sovrano della XVIII dinastia. La sua scomparsa addolorò tutti i suoi sudditi e gettò nello sconforto i dignitari di corte: la tradizione voleva che, per evitare i rischi connessi a un vuoto di potere, un nuovo sovrano dovesse essere incoronato subito dopo la morte del precedente; il problema, in questo caso, era che Amenhotep I non aveva eredi diretti, poiché la sua sposa Meritamon non gli aveva dato neanche un figlio. A prendere l'iniziativa fu quindi la regina madre Ahmes-Nefertari, vedova di colui che aveva liberato l'Egitto dagli Hyksos. La sua scelta cadde su un ufficiale di famiglia nobile, che come è stato detto, era stato anche compagno d'armi di suo marito: si chiamava appunto Thutmosi Aakheperkara.

Una successione contestata
La regina Ahmes-Nefertari era generalmente considerata una donna di carattere, capace di ponderare le proprie azioni. Tuttavia, la sua decisione di designare Thutmosi I come successore al trono d'Egitto non mancò di suscitare qualche malumore all'interno della corte. Il nuovo sovrano, infatti, apparteneva sì all'alta nobiltà tebana, ma non era direttamente imparentato con la famiglia reale. Per questo, altri pretendenti manifestarono apertamente la propria insoddisfazione, ritenendo di avere diritto di precedenza nella lista dei possibili successori di Amenhotep I.


La scelta migliore
A dispetto dei contrasti insorti in seno alla corte, la madre del re defunto dimostrò di sapere ciò che faceva: Thutmosi I, infatti, si era già guadagnato un certo prestigio, anche in virtù dell'esperienza sul campo che aveva acquisito; possedeva, inoltre, doti naturali di comando che ben presto servirono a placare le contestazioni. Soprattutto, poteva contare sull'appoggio incondizionato del clero di Amon, senza il quale nessuna decisione poteva essere presa. Nel momento in cui saliva al trono, Thutmosi I era già padre di famiglia. La sua sposa Ahmes gli aveva dato due figlie, Hatshepsut e Neferubity, che divennero principesse reali. La prima avrebbe poi conosciuto un destino eccezionale, arrivando a regnare come una delle più prestigiose sovrane del paese. Da una sposa secondaria, Thutmosi I ebbe altri tre figli: uno di loro, Thutmosi, avrebbe poi sposato la sorella Hatshepsut e sarebbe diventato re con il nome di Thutmosi II.

Un re condottiero
Non appena indossata la corona bianca e rossa delle Due Terre, il nuovo faraone dovette riprendere le armi: dal paese di Kush, giungevano gli echi di una nuova rivolta che minacciava le frontiere meridionali dell'impero. Il re organizzò una massiccia spedizione navale che, risalendo il corso del Nilo, si spinse al di là della seconda cateratta. Per navigare più agevolmente sulle acque del Nilo, il sovrano approfittò della stagione della piena: l'innalzarsi del livello delle acque giocava a suo favore.
La campagna fu un successo: sorpresi dalla rapidità delle truppe faraoniche e dalla loro audacia, i ribelli furono schiacciati e ridotti al silenzio. Al culmine del massacro, il capo dei rivoltosi fu ucciso da una freccia che lo colpì in pieno petto. A scoccare quel dardo fu proprio Thutmosi I: il faraone considerava un onore marciare alla testa delle sue truppe e prendere parte al combattimento; già in occasione della guerra di liberazione contro gli Hyksos, del resto, aveva dimostrato le sue qualità di soldato e il suo coraggio.
Prima di rientrare nella capitale, il re fece erigere a Tombos una stele commemorativa della sua vittoria. Riprese poi la navigazione verso nord, questa volta seguendo il corso del fiume. A Tebe, una folla esultante salutò il ritorno del re, che aveva fatto appendere il cadavere del capo ribelle, a testa in giù, all'albero maggiore del Falcone, la nave ammiraglia. Ovviamente, il sovrano riportò con sé anche un ingente bottino di guerra e migliaia di prigionieri, molti dei quali furono arruolati nell'esercito egizio.

Subito dopo il suo ritorno, Thutmosi I intraprese un viaggio nel Nord del paese, nella regione del delta, e si fece accompagnare da sua figlia Hatshepsut. La principessa, che già si distingueva per la sua bellezza e la sua intelligenza, si dimostrava molto interessata agli affari di Stato, e già da qualche tempo veniva educata come un'erede al trono: a Menfi, il padre la presentò in questa veste ai dignitari e ai più alti funzionari della città. Stranamente, però, quand'era ancora in vita, Thutmosi I designò come suo successore il figlio Thutmosi, che fu incoronato con il nome di Thutmosi II Aakheperenra e affiancò il padre in una sorta di coreggenza. Nel frattempo, il futuro faraone aveva sposato proprio Hatshepsut, sua sorellastra. Nonostante le ambizioni coltivate fin dalla più tenera età, la principessa dovette accontentarsi di diventare grande sposa reale: il suo momento doveva ancora venire.
Per i Thutmosi, intanto, si ripresentava la necessità di difendere la monarchia dalle rivolte: una seconda campagna militare condusse l'esercito egizio nel paese di Kush e, ancora una volta, fu Thutmosi I a condurre personalmente i suoi soldati. Al suo fianco c'era anche Thutmosi II, che tuttavia non partecipò direttamente alle operazioni: a quanto sembra, si accontentò di seguirle a distanza. Di fatto, al successore di Thutmosi I mancavano diverse qualità per diventare un sovrano all'altezza del suo compito.

Il segreto della camera funebre
Verso il decimo anno di regno, Thutmosi I cominciò a mettere da parte gli obiettivi militari concentrandosi sugli affari interni del paese e, soprattutto, sulle grandi opere architettoniche: il guerriero aveva deposto le armi, e ormai dedicava gran parte del suo tempo a visitare il cantiere di Karnak con il direttore dei lavori Ineni, architetto e orefice, nonché amico fidato del re. Questi non si stancava mai di ammirare l'impressionante allineamento dei pilastri osiriaci, eretti nella sala che stava dietro al quarto pulone, e i due obelischi che aveva fatto erigere davanti al quinto pilone, verso ovest. Ma altrettanto gradita doveva risultargli la vista degli obelischi che decoravano la facciata del tempio: costruiti nell'isola di Elefantina, vicino alla prima cateratta, erano stati scelti per ricordare al sovrano le sue schiaccianti vittorie sui ribelli del paese di Kush.  
Un altro dei passatempi preferiti dal faraone era passeggiare tra le lussuriose piantagioni di alberi da frutta che Ineni aveva fatto piantare per lui sulle sponde del grande lago. Eppure, le maggiori preoccupazioni riguardavano un monumento destinato a rimanere rigorosamente invisibile e in costruzione sulla riva sinistra del Nilo: si trattava della sua camera mortuaria, i cui scavi procedevano nel più grande segreto. Come il suo predecessore, Thutmosi I aveva avuto modo di constatare quanto fossero diventate vulnerabili le tombe sormontate da cappelle funerarie: profanazioni e saccheggi delle sepolture reali tendevano purtroppo a moltiplicarsi, così il sovrano decise di nascondere con cura la propria sepoltura agli occhi dei curiosi e dei malintenzionati. Appena salito al trono, Thutmosi I discusse a lungo la questione con il fido Ineni. Fu proprio quest'ultimo a occuparsi personalmente di scegliere il luogo adatto, che si trovava al di là del grande lago, oltre le piantagioni di alberi da frutta all'ombra dei quali il sovrano amava passeggiare e meditare. Nei pressi di uno uadi asciutto che discendeva lungo i fianchi ripidi della montagna, a mezza altezza, si apriva un'incrinature invisibile: il luogo era abbastanza lontano da qualsiasi attività umana e, per arrivarci, bisognava camminare a lungo attraversando un paesaggio ostile- Nel segreto più assoluto, e avvalendosi di operai di fiducia, il capo dei lavori fece scavare nella roccia una lunga galleria, che portava alla camera funebre.
Non si conosce la data esatta in cui Thutmosi I esalò l'ultimo respiro lasciando il trono a suo figlio, il cagionevole Thutmosi II, che lo seguirà nella tomba poco dopo. L'anziano re fu sepolto nella grotta che il suo amico Ineni aveva fatto scavare in gran segreto: la mummia fu rinchiusa in due sarcofagi di legno, posti l'uno dentro l'altro, poi la tomba fu accuratamente murata affinché si confondesse perfettamente nella parete rocciosa. 

Le tribolazioni della mummia reale



Passarono diversi anni: Thutmosi II morì a sua volta e Hatshepsut, sua sposa, ne prese il posto sul trono. La regina si trovò nella condizione di dover provare la legittimità della sua successione, dovendo fare i conti con l'incombente presenza di Thutmosi III, suo figliatro e nipote, che non aveva alcuna intenzione di lasciarle la guida del paese. Per dimostrare la sua discendenza reale, Hatshepsut aveva bisogno della "garanzia" postuma di Thutmosi I: decise quindi di spostare la salma del padre nella propria tomba, facendo anche sostituire le due casse di legno con un sarcofago scolpito nel quarzo rosso. Per fare ciò. bisognava trovare la sepoltura nascosta: il vecchio Ineni era morto poco tempo dopo il suo signore, portando con sé il suo segreto. Grazie a un suo coetaneo ancora in vita, però, fu possibile scoprire il nascondiglio in cui Thutmosi I riposava per l'eternità. Era destino, peraltro, che le spoglie del vecchio sovrano non potessero trovare una pace duratura. Altri problemi, infatti, sorsero quando Thutmosi III riuscì a salire al trono: divenuto faraone a pieno titolo dopo la morte della matrigna, questi decise di cancellarne il ricordo. Fece dunque aprire la tomba della regina e riesumò sia le sue spoglie, sia quelle del nonno. Queste furono trasferite in una tomba scavata nella Valle dei Re: questa volta, si trattò davvero del loro ultimo viaggio.






domenica 3 agosto 2014

L'assassinio del principe ittita Zannanza

Dopo la morte di Tutankhamon, la sua vedova, la regina Ankhesenamon, chiese al re degli Ittiti di darle in sposo uno dei suoi figli. La scelta cadde sul principe Zannanza, che fu assassinato mentre si recava in Egitto. Perché? Chi aveva interesse a sbarazzarsi di lui?
Tutankhamon è certamente uno dei faraoni più famosi, se non il più celebre in assoluto, nella storia dell'antico Egitto. Per assurdo, però, è anche uno dei sovrani egizi i cui anni di regno sono avvolti da una fitta cortina di mistero. Il giovane re rimase sul trono solamente per una decina d'anni al massimo, e quando morì non doveva averne più di venti; la sua tomba, piccola e poco appariscente, fu dimenticata persino dai saccheggiatori di sepolcri; i quali vi entrarono una sola volta. Quest'ultimo fatto si è poi rivelato una fortuna, e aiutato dalla costruzione della tomba di Ramses VI (KV9-King Valley Tomb n°9), proprio sopra quella del re fanciullo, ha permesso all'archeologo Howard Carter di ritrovare l'ultima dimora di Tutankhamon.
Alla ristretta cerchia di questo faraone apparteneva un altro enigmatico personaggio, piuttosto misconosciuto, che pure seppe farsi carico degli interessi della corona dopo la scomparsa prematura del re: era la sposa di Tutankhamon, una giovane donna di nome Ankhesenamon. A quanto sembra, era la seconda o la terza figlia di Akhenaton e Nefertiti, ed era più anziana di qualche anno rispetto al suo consorte. Alcune sculture ritrovate a Karnak la ritraggono come una donna minuta e piuttosto magra, ma dal bellissimo viso: i suoi lineamenti ricordano quelli della madre, passata alla storia come una delle più affascinanti regine dell'antico Egitto.


Una strana corrispondenza
Agli occhi degli storici Ankhesenamon sarebbe rimasta semplicemente la vedova di un giovane ed effimero sovrano, se non fosse stata l'ispiratrice di una singolare corrispondenza con il re ittita Suppiluliuma. Il testo di queste lettere è stato ricostruito grazie a un ritrovamento effettuato nel 1906 dall'archeologo tedesco Hugo Winckler: tra le rovine dell'antica capitale del regno di Hatti, a Baghaz-Koy (Anatolia), è riemersa una serie di tavolette scolpite, opera del principe ittita Mursilis, figlio di Suppiluliuma. Con l'intenzione di tracciare una sorta di biografia paterna, Mursilis narrò anche un episodio di cui si rese protagonista la "regina di Misra" (come gli Ittiti chiamavano l'Egitto), "vedova del re Bibhuria" (nome ittita di Tutankhamon). Ecco come il principe riepilogò i fatti:
"La sua vedova, la regina d'Egitto, inviò un ambasciatore a mio padre, con una lettera che diceva: «Mio marito è morto e io non ho figli. Si dice che tu ne abbia molti. Se me ne invierai uno, egli diverrà il mio sposo, poiché mi ripugna l'idea di prendere uno dei miei servitori come consorte». Quando mio padre apprese tutto ciò, riunì il consiglio dei grandi e disse loro: «Fin dai tempi più antichi, una cosa simile non era mai accaduta». Decise di inviare Hattu-Zittish, il ciambellano, e lo istruì così: «Va' e portami delle informazioni credibili: forse vogliono ingannarmi, forse non desiderano davvero che uno dei miei figli regni su di loro». Mentre Hattu-Zittish era assente e si trovava sul suolo egizio, mio padre conquistò la città di Carchemish. In primavera, Hattu-Zittish tornò insieme a Hani, messaggero egizio. La regina d'Egitto rispondeva a mio padre in una lettera, con queste parole: «Perché tu dici: cercano di ingannarmi? Se avessi un figlio, scriverei forse a un re straniero, umiliando me stessa e il mio paese? Non solo non mi credi, ma arrivi addirittura a dirmelo! Colui che fu mio marito è morto, e io non ho figli. Dovrei forse prendere uno dei miei servitori come marito? Non ho scritto a nessun altro paese. Ho scritto soltanto a te. Si dice che tu abbia molti figli. Mandamene uno, ed egli sarà mio sposo e signore del paese d'Egitto». E poiché mio padre era un uomo generoso, decise di fidarsi della regina egizia e prese a cuore la questione".

Assassinato lungo la strada
Ed ecco il tragico epilogo: il principe Zannanza, uno dei figli del re Suppiluliuma, fu inviato in Egitto. Il giovane intraprese il lungo viaggio accompagnato da una scorta armata, poiché sapeva che bande di predoni infestavano le regioni desertiche. Ma, lungo la strada, Zannanza e i suoi uomini furono assassinati. Chi furono gli autori del delitto? Certamente, non si trattava di semplici banditi. La scorta del giovane principe, infatti, era formata da soldati esperti e ben armati: difficilmente gli uomini ittiti si sarebbero fatti sorprendere e sopraffare da una manipolo di rapinatori. Inoltre, il racconto di Mursilis è molto preciso al riguardo, poiché specifica che il fratello fu attaccato "dagli uomini e dai carri d'Egitto".
L'identikit degli aggressori, dunque, sembra molto chiaro, se si esclude il risentimento personale di Mursilis. Per essere riusciti ad avere la meglio sugli uomini di Zannanza, del resto, gli assassini dovevano essere in un numero pari o superiore rispetto agli avversari, e il principe ittita non doveva avere motivo di dubitare di loro. Inoltre, l'espressione "gli uomini e i carri d'Egitto" lascia supporre che si trattasse di un regolare drappello, ben organizzato e armato; forse erano i soldati egizi che Zannanza si aspettava per essere scortato a Tebe?
Nella migliore delle ipotesi, era una pattuglia egizia addetta al controllo delle piste desertiche, forse ingannatasi sulle reali intenzioni degli ittiti, o forse all'oscuro dei propositi della loro regina. Più probabilmente, però, si trattò di un vero e proprio agguato, di un attacco premeditato nei confronti di Zannanza.


I possibili mandanti
Chi, dunque, aveva interesse a impedire il matrimonio tra la regina Ankhesenamon e il principe Zannanza? La risposta è semplice: un pretendente al trono egizio che ambiva a sposare la vedevo di Tutankhamon, e che non aveva alcuna intenzione di vedersi usurpare la corona da uno straniero. Se così stavano le cose, la rosa dei possibili indiziati si restringerebbe a due nomi: Ay e Horemheb.
All'epoca in cui si svolsero i fatti, Ay era piuttosto anziano: doveva avere circa sessant'anni, un'età già avanzata per quei tempi; rappresentava il tipico uomo di corte, carico di onorificenze ed esperto in tutte le questioni diplomatiche, politiche e amministrative. In passato, era stato un intimo consigliere di Akhenaton, il faraone "eretico"; secondo alcuni, era addirittura il padre di Nefertiti e, pertanto, il nonno di Ankhesenamon. Soprattutto, Ay si era guadagnato il titolo di "padre divino" di Tutankhamon. Nei confronti del giovane re, non agì da semplice precettore, bensì da guida e da consigliere: fu un mentore saggio ed esperto, incaricato di sostenere e orientare, passo dopo passo, il cammino del sovrano lungo la via del potere.
Date queste premesse, è impossibile supporre che Ay non fosse a conoscenza del progetto di Ankhesenamon: se non fu la regina stessa a confidarglielo, certamente il dignitario ne venne a conoscenza tramite le sue spie. È opinione generalmente accettata che l'anziano pretendente aveva a disposizione tutti i mezzi per organizzare un'imboscata al principe ittita e per sbarazzarsi del pericoloso rivale, il cui arrivo in Egitto avrebbe dissolto le sue ambizioni di comando. Ay, del resto, non era di sangue reale, e solo sposando la vedova di Tutankhamon poteva legittimare la propria ascesa al trono. Diversamente, avrebbe dovuto accontentarsi di prolungare quel periodo di coreggenza che certamente vi fu, come sembra dimostrare anche un reperto archeologico: uno scarabeo su cui sono incisi i cartigli della regina e del vecchio dignitario.
Eppure, Ay non era un uomo privo di scrupoli, pronto a tutto pur di dare sfogo alle sue ambizioni. Sembra, invece, che si trattasse di una persona accorta, riflessiva e, soprattutto, rispettosa dell'autorità reale, poco incline perciò a organizzare un golpe o un assassinio politico. È possibile allora, che Ay fosse stato informato fin dal principio delle intenzioni della regina, ma che l'abbia addirittura incoraggiata nel suo piano allo scopo di sbarrare la strada a un secondo pretendente. Forse, era proprio quest'ultimo il "servitore" che Ankhesenamon non intendeva prendere in sposo: un personaggio, in questo caso, con molti meno scrupoli di Ay.

Sospetti su Horemheb
Il secondo pretendete al trono d'Egitto era Horemheb, il solo a poter aspirare, al pari di Ay, alla corona del doppio paese. Poco per volta, questo importante personaggio era diventato sempre più influente presso il re fanciullo, a discapito del suo anziano rivale: se Ay aveva mantenuto il ruolo di "padre divino" e di consigliere del faraone, Horemheb si era gradualmente affermato come il braccio destro del sovrano e, forse, come l'ispiratore delle sue volontà. D'altra parte, non sembra che tra Ankhesenamon e Horemheb vi fosse la stessa confidenza che caratterizzava i rapporti tra la regina e Ay. Questo avvalorerebbe l'ipotesi secondo cui la ripugnanza cui la vedova reale alludeva nelle sue lettere fosse rivolta proprio contro Horemheb.
Ma se il generale non era in così stretti rapporti con la regina, come poté venire a conoscenza del suo progetto e dell'imminente arrivo in Egitto di Zannanza? Forse avvertito proprio da Ay? Che non era così in grado di organizzare un omicidio ma era sicuramente all'altezza di far fare il lavoro "sporco" a qualcun'altro? O probabilmente anche questo pretendente al trono disponeva di una potente rete di spie disseminate in tutti gli ambienti di corte e, persino, tra i servitori più vicini alla regina; come del resto lo era Ay. È possibile, quindi, che egli riuscì a intercettare la corrispondenza intercorsa tra Ankhesenamon e il re ittita, prendendo le adeguate contromisure.
Contro Horemheb, poi, sembra esserci anche un altro indizio. Come abbiamo visto, tutto lascia supporre che l'agguato subito dal principe nel deserto fu lanciato da una milizia ben armata e perfettamente organizzata: è vero che Ay aveva svolto in passato degli incarichi militari e che conservava una certa influenza presso l'esercito egizio, ma il suo rivale Horemheb, all'epoca, era un generale in servizio.

Conclusioni
Ay o Horemheb, dunque? Quale dei due fece assassinare il principe Zannanza? Di certo, se ora ci ritrovassimo in un tribunale romano con Ay e Horemheb sotto inchiesta, colui che risponderebbe meglio al criterio del "cui bono" è sicuramente e senza orma di dubbio Ay. Ci sono tuttavia, poche possibilità che questo enigma venga un giorno risolto. Tutto ciò che sappiamo è che, dopo il tragico episodio, Ay salì al trono e vi rimase quattro o cinque anni, e che Horemheb gli succedette. Quanto alla bella regina, la sua fine è avvolta nel mistero.

Dubbi storici

Alcuni archeologi obiettano che il periodo trascorso tra la morte di Tutankhamon e l'ascesa al trono di Ay sarebbe stato troppo breve perché potesse avvenire uno scambio di missive tra Tebe e Carchemish, dove allora si trovava il re degli Ittiti. In proposito, va detto che tra i due eventi intercorsero almeno settanta giorni, quelli necessari a preparare il corpo di Tutankhamon per i funerali: è quindi possibile che gli ambasciatori abbiano avuto il tempo di andare e tornare più volte dalle due città.

giovedì 31 luglio 2014

Amenhotep III e i suoi scarabei: matrimonio con la principessa mitannica Khilughipa


Dopo aver analizzato lo scarabeo di Ty, passiamo a quello del matrimonio con Khilughipa. È il più interessante tra gli scarabei di Amenhotep III, del quale sono noti cinque esemplari. Esso celebra il matrimonio, avvenuto nel'anno decimo di regno, tra Amenhotep III e Khilughipa, figlia di Shuttarna II, re di Mitanni. La giovane principessa era giunta in Egitto accompagnata da ben 317 damigelle d'onore. 

Comparazione del testo con l'originale:




Traduzione del testo: