giovedì 1 settembre 2016

Statua di Amenemhat III

All'interno del tempio funerario di Amenemhat III a Hauara, citato da Strabone come il celebre "Labirinto", fu rinvenuta una statua frammentaria in calcare raffigurante il faraone seduto sul trono. La scultura doveva ornare l'ampio edificio destinato probabilmente a celebrare la festa-Sed, in occasione della quale si credeva che venisse rinnovato il potere del sovrano. L'immagine di Amenemhat III manca del vigore e della forza muscolare presenti in altre statue dello stesso monarca. La corporatura è meno vibrante e i lineamenti del volto, più idealizzati, danno vita a un ritratto che emana un senso assoluta imperturbabilità. Lo sguardo è fisso e severo, il torso è scarsamente modellato e il resto del corpo presenta forme rigide e schematiche. Il faraone siede con le mani appoggiate sul gonnellino striato sopra un trono che evoca quello di alcune statue analoghe di Sesostri I rinvenute a Lisht. I lati del sedile sono infatti decorati nello stesso modo, con il disegno del sema-tauy (emblema araldico dell'Unione delle Due Terre d'Egitto) affiancato da due immagini del dio Nilo stante davanti a una pianta di papiro e a una di loto, simboli del Nord e del Sud del Paese.

Dati
Materiali: Calcare giallo
Altezza: 160 cm
Luogo del ritrovamento: Hauara
Epoca: XII dinastia (1842-1794 a.C.)
Sala: n°21

lunedì 22 agosto 2016

La cerimonia dell'apertura della bocca


Nell'antico Egitto la morte era considerata una fase di transizione in cui l'essere umano passava a un nuovo stato di esistenza nell'aldilà. Perciò bisognava aiutare il defunto a resuscitare nel mondo dei morti. L'ingresso del defunto nell'aldilà non dipendeva soltanto dal fatto che egli si fosse comportato correttamente durante la sua vita e che, nella pesatura dell'anima, o psicostasia, il tribunale di Osiride lo avesse considerato degno di entrare nel mondo dei morti. Era necessario, infatti, che anche il fisico del defunto si trovasse in ottime condizioni. Egli doveva essere in grado di muoversi da sé nel "mondo inferiore", per cui le estremità dovevano essere rianimate. Allo stesso modo doveva poter mangiare, bere, parlare e avere rapporti sessuali. La cerimonia di apertura della bocca consisteva in un insieme di riti compiuti sulla mummia o su una statua del defunto e volti a far riprendere le sue funzioni vitali. Durante il suo svolgimento, il morto riacquistava anche la vista. Per gli Egizi - come anche in altre culture - "vedere" era sinonimo di "vivere". La vista è uno dei principali mezzi a disposizione dell'essere umano per percepire le cose e la conoscenza di ciò che c'era intorno significava essere vivi. Perciò, il nome completo del rituale era "cerimonia di apertura della bocca e degli occhi".
Dopo che il corteo funebre era arrivato alla necropoli, il rituale veniva compiuto dai sacerdoti, che conoscevano le pratiche necessarie. In base alle rappresentazioni, sappiamo che esso si svolgeva davanti alla tomba. Quest'ultima circostanza è attualmente oggetto di polemica, poiché alcuni egittologi ritengono che la cerimonia si svolgesse all'interno del sepolcro, o al coperto, dopodiché si chiudeva la tomba. Comunque, una volta giunti davanti al sepolcro, o al suo interno, la mummia o la statua del defunto veniva sistemata con il volto rivolto a sud su un monticello di sabbia che simboleggiava la collina primigenia. Secondo la mitologia egizia, questo era il luogo della creazione e la cerimonia di apertura della bocca era un rito creatore, mediante il quale veniva data nuova creazione e si considerava appena nato nell'aldilà. Dopo essersi purificato con acqua, incenso e natron, il sacerdote sem, seguendo le istruzioni del sacerdote lettore, rianimava il defunto. Dopo la consegna delle offerte, la tomba veniva chiusa per l'eternità. 

lunedì 15 agosto 2016

Traduzioni dalla Tomba di Nefertari: Parte 2

Avevo già dedicato un post del genere alla bellissima tomba di Nefertari, ho pensato dunque di fornire ai miei lettori ulteriori traduzioni dei dipinti della QV 66.

L'Unione di Ra e Osiride
Nella parte sud della parete ovest dell'annesso, tra le dee Iside e Nefti è raffigurata una divinità a testa di ariete, con il volto verde, colore della rigenerazione, il capo sormontato da un disco solare rosso e una tunica bianca serrata alla vita da una fascia rossa, tipica dell'abbigliamento di Nefertari. Si tratta di una raffigurazione di Ra che si confonde con Osiride: è il tema del sole che muore e rinasce quotidianamente.


Il toro, le "sette vacche celesti" e i "quattro timoni del cielo"
Sulla parete ovest dell'annesso sono raffigurate le "sette vacche celesti" con un toro e, nel registro inferiore, i "quattro timoni del cielo". Tutta la scena è connessa con il capitolo 148 del Libro dei Morti, le cui formule permettono al defunto di ottenere magicamente i cibi necessari alla sua sussistenza. Il capitolo in questione è intitolato come: "Formula per procurare approvvigionamenti a uno spirito nel regno dei morti". Il defunto, ormai divenuto Horus figlio di Osiride, recitando questi passi nel giorno della luna nuova e conoscendo i nomi e l'identità delle vacche sacre apportatrici di nutrimento, poteva ricevere gli alimenti necessari alla sua sussistenza. 


L'offerta delle stoffe a Ptah
La parete ovest dell'annesso è occupata dalla scena dell'offerta di stoffe al dio Ptah, raffigurato in piedi all'interno di un'edicola, con il volto verde e il capo ricoperto da una calotta nera. Dietro il dio si vede un grande pilastro djed.



lunedì 8 agosto 2016

Statuina di Akhenaton con una delle sue figlie

La statuina è incompiuta ma decisamente di alta qualità artistica, riproduce Akhenaton che regge sulle sue ginocchia una delle figlie, forse la primogenita Meritaton, oppure, secondo ipotesi più recenti, addirittura la sposa secondaria Kiya. Il re, seduto su uno sgabello, indossa una tunica a maniche corte e la corona azzurra (kheperesh), mentre la fanciulla porta una parrucca non ben definita e volge il capo verso il re, in atteggiamento affettuoso. Sono proprio scene di vita di questo tipo, intime e rivelatrici della vita a corte, a caratterizzare l'arte amarniana, che sembra anch'essa orientarsi, come vuole la dottrina sostenuta dal sovrano, verso quell'idea di ''vivere secondo Maat'' che, sul piano dell'immanenza, significa aderire sempre più alla verità armoniosa delle cose. Così, una semplice statuina come questa, rivelatrice di un atto d'amore comune per le nostre aspettative, diventa programmaticamente un manifesto culturale di grande forza innovativa.

Dati
Materiali: Calcare
Altezza: 39,5 cm
Larghezza: 16 cm
Luogo del ritrovamento: Tell el-Amarna, atelier di uno scultore
Epoca: XVIII dinastia, regno di Akhenaton (1350 a.C-1333 a.C)
Scavi: L.Borchardt (1912)
Sala: n°3

lunedì 1 agosto 2016

Il poema di Pentaur, falso storico o resoconto attendibile?


La battaglia di Qadesh fu lo scontro cruciale fra i due principali antagonisti del tempo, l'Egitto di Ramses II e l'impero hittita di Muwatalli.
Il nome che è stato associato al poema, quello dello scriba Pentaur, è solo di colui che ci ha lasciato una delle copie su papiro, eseguita a Menfi durante il regno del successore di Ramses II, Merenptah, e conservata al British Museum di Londra.
La redazione del racconto dovette appoggiarsi al diario di guerra che è quanto si legge in forma sintetica nel cosiddetto ''bollettino'', inciso sulle pareti dei templi. Nel testo è la preghiera, vero testo lirico, con la quale Ramses II si rivolge al dio Amon, e ne invoca l'aiuto, trovandosi solo circondato dai nemici.
Dal racconto di Qadesh si evince l'importanza dei ''servizi segreti'', la battaglia si chiuse alla pari piano tattico, ma riusci vittoriosa per Ramses sul piano strategico, perché l'impero hittita si basava sulla guerra e l'espansionismo, una volta fermato entrò in decadenza. Lo stesso destino toccherà all'impero assiro. Venne collaudata la struttura dell'esercito per divisioni, ancora, appare stupefacente la puntualità dell'incontro a Qadesh, a 450 km dalle basi, dell'esercito di Ramses II col corpo speciale, i Naharin che soccorsero la ''Amon'' nel momento di massimo pericolo ittita.
Nell'anno di regno XXI di Ramses II, egizi e ittiti conclusero paritari il primo trattato di pace internazionale che ci sia noto, dove nella versione egizia si legge ''tu sei in pace con me ed io sono in pace e in fratellanza con te, per sempre''. Tuttavia le due versioni del trattato hanno qualche discordanza, le clausole prevedono eterna pace da salvaguardare con un patto di reciproca non aggressione e alleanza difensiva contro nemici esterni e contro rivolte interne. Sono molto articolate le disposizioni che riguardano l'estradizione di fuggitivi, distinti secondo gerarchie sociali, nessuno dei quali pero dovrà essere accolto dall'altro paese. Sebbene le clausole siano espresse rigorosamente in maniera reciproca, si constatano alcune divergenze che possono pesare nell'interpretazione. Solo nella versione hittita, che è stata riprodotta in Egitto, il re Hattusili III fa riferimento alla scomparsa di Muwatalli e alla sua successione al trono, tacendo di avere detronizzato Mursili III, ma assicurando la sua volontà di pace. Nella stessa versione a Ramses è richiesto di fornire il suo sostegno affinché sia garantita la legittima successione al trono di Hatti.
Tuttavia le fonti Hittite tacciono molti particolari importanti che ci possono indurre a pensare che il trattato di pace fu molto conveniente per la stabilità del regno di Hatti, tutto questo per dire che a Pentaur non va riconosciuto tanto il merito di aver contribuito alla redazione dei testi sulla battaglia di Qadesh, ma quello di aver trascritto su papiro il racconto della battaglia, che non è sicuramente un resoconto storico.

martedì 26 luglio 2016

La mummia al cinema


Le storie di morti viventi e di esseri che tornano dalla tomba sono sempre state una fonte inesauribile per il genere del terrore. Lo scenario dell'antico Egitto forniva inoltre un'aria di esotismo e di mistero alla pellicola. Fin dagli inizi del cinematografo, oltre un secolo fa, furono girati film sulle mummie, ma, sfortunatamente, non si sono conservati. Il più vecchio, è probabilmente, La mummia del re Ramesse, una pellicola francese del 1909. Circa due anni più tardi uscirono tre film intitolati La Mummia, uno francese, uno inglese e un altro americano. Si era aperta la strada verso il genere del terrore. Ma la pietra miliare intitolata anch'essa la Mummia (1932), che continua a essere un gioiello nel suo genere, è la pellicola interpretata da Boris Karloff (a sinistra) e diretta da Karl Freund. La magistrale interpretazione di Karloff non è stata mai superata. In seguito, furono realizzate numerose produzioni cinematografiche su questo tema, compresa una pellicola egiziana destinata a stimolare l'apprezzamento del passato storico e la sua conservazione. Il personaggio della mummia non è superato e ancora oggi, quando appare sul grande schermo, ci fa rabbrividire; l'essere che torna dall'aldilà spaventando vivi è sempre presente nella nostra immaginazione, forse perché unisce l'interesse e il fascino dell'antico Egitto con un tocco di orrore. Dopo la pellicola del 1932, furono creati sottoprodotti di bassa qualità che tentavano di far ridere o di spaventare lo spettatore. Il genere della commedia on si è addentrato molto nel tema della mummia, sebbene alcune pellicole riescano, pur non volendo , a far ridere. Nei film del terrore furono introdotte delle novità, come la creazione di un nuovo personaggio. Così, mentre ne la Mummia di Karloff, quest'ultima e il sommo sacerdote erano la stessa persona, nelle successive versioni il personaggio si sdoppia. Acquista maggiore importanza il sacerdote, che utilizza la mummia come strumento di vendetta, ed essa appare come un burattino o un automa al suo servizio. Questo fenomeno però non è presente nella versione più recente della Mummia, quella del 1999 diretta da Stephen Sommers, che unisce horror e commedia, in un risultato fresco e veloce.

mercoledì 20 luglio 2016

Il ruolo della nutrice nell'antico Egitto

Molte nutrici occuparono un posto importante alla corte d' Egitto. Si pensi, per esempio, all'illustre Tiye, moglie del dignitario Ay, futuro faraone, che diede il seno a Nefertiti e la educò..''Grande nutrice'' è detto della donna che allatta il futuro re, ''colei che ha cresciuto il dio, dal dolce seno, vigorosa nell'allattamento, la cui pelle è stata toccata da Horo''. Disponendo di un servitore, la nutrice reale ha anche la possibilità di farsi scavare una tomba(ultimamente è stata ritrovata la mummia della regina Hatshepsut nella tomba della sua nutrice, Satre, che ebbe il grande onore di vedere erigere la sua statua all'interno della cinta del tempio di Deir el-Bahri).
Il saggio Paheri ha fatto rappresentare tre balie sui muri della sua dimora eterna, Meryt, moglie di un capo tesoriere(tomba tebana n°63), balia della figlia del faraone, venne assunta dal re in persona.
Anche la dea Iside venne molto spesso ritratta nell'atto di allattare il piccolo Horus.
Amenhotep II, il re definito ''sportivo'' per via delle sue prestazioni di tiro con l'arco e di canottaggio, era molto affezionato alla sua nutrice, la madre dell'alto dignitario Kenamon.
Nella tomba tebana(n°93)di quest'ultimo, il re si è fatto rappresentare sulle ginocchia della sua balia, seduta su una specie di trono, all'interno di un padiglione colonnato il cui tetto è decorato con melograni e fiori di loto, ai piedi della balia è accucciato un cane, due fanciulle portano da bere, mentre una terza suona il liuto.

Alcuni contratti di epoca tarda precisano che la nutrice si impegnava ad allattare il neonato o a occuparsi di lui per un determinato periodo in cambio di un certo compenso.
Svolgeva anche funzione medica e curava soprattutto l'enuresi del bambino, somministrandogli pillole composte di frammenti di pietra bollita o un liquido a base di canne.
La mancanza di latte era la cosa peggiore per una nutrice, che disponeva di un rimedio efficace per ovviare a questo inconveniente; ungersi la schiena con un unguento preparato con la spina di un pesce particolare, il lates niloticus, cotta nell' olio.
Dato che secondo le prescrizioni dei medici, i bambini andavano allattati per almeno tre anni, alle balie non mancava certo il lavoro; erano pagate meglio di alcuni terapeuti, in cambio dei suoi servizi una di loro ricevette tre collane di diaspro, un paio di sandali, una cesta, un blocco di legno, dell'avorio e mezzo litro di grasso, la sua collega, due paia di sandali, un vaso di rame, una stuoia, alcune ceste e un litro d'olio.
Ritenute ''il liquido che guarisce'', il latte veniva attentamente esaminato, doveva avere l'odore delle piante aromatiche o della farina di carrube; se, invece, sapeva di pesce era considerato cattivo. La lunga durata dell'allattamento spiega perchè non si è trovata traccia di rachitismo negli scheletri di bambini egizi, il ''prezioso latte'' poteva essere raccolto in recipienti d'argilla a forma di donna che si schiaccia il seno mentre tiene sulle ginocchia un neonato.
Curare il seno delle balie, in modo da evitare pruriti, emorragie o suppurazioni, era uno dei compiti fondamentali dei medici, che utilizzavano a questo scopo prodotti a base di canna, fibre vegetali, stami e pistilli di giunco.
Pensa che su una statua conservata al Metropolitan of Art di New York, è di una balia che per la sua fama fu chiamata a lavorare in Siria, il suo nome era Satnefrure, è un opera molto commovente, voluta dalla stessa nutrice, prima di lasciare l'Egitto fece scolpire quella statuetta perché fosse deposta nella sua dimora eterna, in modo da essere sicura che sarebbe stata sepolta in qualche modo nella sua terra invece che all'estero. Per un egizio era devastante abbandonare la propria terra.

domenica 10 luglio 2016

Introduzione ad Alessandria d'Egitto

Inizio oggi una nuova rubrica dedicata ai luoghi dell'Egitto e ai suoi monumenti, iniziamo con la prima città importante in ordine geografico, Alessandria.

Quando nel 332 a.C. Alessandro Magno, dopo aver sconfitto le armate persiane, giunse in Egitto, si insediò nei pressi del villaggio di Rakotis, arroccato su un'altura di fronte alla vicina isola di Pharos. In quel luogo decise che avrebbe fondato una città, cui sarebbe stato assegnato il suo nome. Costretto a ripartire poco dopo, non sarebbe mai più tornato in Egitto, ma il progetto della futura città, che Alessandro aveva affidato all'architetto Dinocrate, fu portato a realizzazione. Morto Alessandro, i generali macedoni si spartirono l'impero e l'Egitto toccò a Tolomeo, ufficiale macedone e figlio di Lago, che scelse la nuova città di Alessandria come residenza e capitale del suo regno.

Durante il secolo seguente, i primi tre Tolomei, Sotere, Filadelfo ed Evergete (quest'ultimo morì nel 222 a.C), diedero un impulso determinante all'abbellimento della città, facendone anche il più brillante centro culturale e artistico del Mediterraneo, culla della civiltà ellenica. Loro fu l'idea di collegare l'isola di Pharos alla terraferma con una grande chiusa, l'Heptastadion, lunga 7 stadi (circa 1300 metri). La particolare conformazione dell'isola, estesa in lunghezza e parallela alla costa, permise la creazione di due porti naturali, separati dall'Heptastadion, che ancora oggi ritroviamo:il porto Est e il porto Ovest. All'estremità orientale dell'isola, Tolomeo I Sotere fece anche costruire una torre a più piani rientranti (prototipo dei moderni fari), che di notte veniva illuminata alla sommità con un fuoco a legna e con un sistema di specchi, faceva luce a 100 miglia di distanza, al fine di segnalare la presenza del porto alle imbarcazioni che navigavano alla luce delle stelle. Dinocrate aveva progettato la pianta della città a forma di quadrilatero, in modo che le strade, orientate verso nord, nonché i porti potessero d'estate venire rinfrescati dal vento di tramontana. Dietro la zona del porto Est si trovava il quartiere elegante della città, il Bruchion; è su quest'area della città in un ampio parco, che i Lagidi costruirono i loro sontuosi palazzi, un teatro, un mausoleo, destinato a ospitare il corpo di Alessandro, un tempio di Iside e Serapide, e un complesso di edifici dedicato alle Muse. Questo ''Museo'', una sorta di accademia comprendente una biblioteca con oltre un milione di libri, aule scolastiche, palestre e un giardino botanico, resterà uno dei luoghi più prestigiosi della cultura greca fino al trionfo del cristianesimo.
In seguito alla conquista araba, nel VII secolo, Alessandria cominciò a declinare, fino a ridursi a poco più di un villaggio al momento della campagna d'Egitto di Napoleone, nel 1799. Fu merito dei kedivè se Alessandria riprese poi una nuova vita. Nel 1819, Muhamed Alì fece scavare il Canale Mahmudiya, che permise di irrigare le terre vicine e collegò la città al Nilo. Alla fine del XIX secolo, Alessandria era tornata a essere una ricca e fiorente città. ingentilita da ridenti giardini lungo il lago Maryut. I sontuosi palazzi, descritti dai viaggiatori dell'epoca, sono stati sostituiti da costruzioni adibite alle attività commerciali e industriali di una moderna metropoli. Alessandria con i suoi 4 milioni di abitanti, è una città cosmopolita, piena di vita, soprattutto verso il centro, che si irradia da midan (piazza in arabo) Saad-Zaghlul, alle spalle del litorale del porto Est. Primo porto dell'Egitto. Alessandria si trova oggi a dover fronteggiare una forte crescita demografica. Per questo, ai piedi delle colline. vicino a el-Amiriya, sta sorgendo un nuovo insediamento urbano che, alla fine del secolo, potrà raggiungere 1 milione di abitanti.

venerdì 1 luglio 2016

Come misuravano il tempo gli egizi?

Gli antichi Egizi calcolavano il tempo in un modo simile e insieme dissimile al nostro:ogni anno infatti era diviso in dodici mesi di 30 giorni ciascuno, con la aggiunta di 5 giorni supplementai (detti dai greci Epagomen), per un totale di 365 giorni. L'anno veniva diviso in tre stagioni di quattro mesi ciascuna; l'indondazione, l'Uscita e l'Estate. Facendo coincidere il Capodanno egizio con il primo giorno del mese dell'inondazione del Nilo (intorno al 20 luglio), le stagioni risultavano così divise:

1 Akhet (Inondazione:da metà luglio a metà novembre).
2 Peret (''Uscita''della terra dall'acqua:da metà novembre a metà marzo).
3 Shemu (Estate: da metà marzo a metà luglio).
4 Giorni Epagomani dedicati alla nascita di: Osiride, Iside, Horo, Seth e Nefti.



I nomi dei mesi erano:

1 stagione di Akhet: Thot, Phaophi, Abed e Khoiak.
2 stagione di Peret: Tybi, Mekhir, Phamenoth e Pharmuthi.
3 stagione di Shemu: Pakhon, Payni, Ephipi e Mesore.


Il giorno veniva suddiviso in 24 ore, 12 per il giorno e 12 per la notte. Ma gli egizi non misuravano esattamente le ore e accadeva perciò che le ore dei giorni estivi (cioè il tempo intercorso fra il sorgere e il calare del sole diviso per dodici)durassero più a lungo di quelle dei giorni invernali visto che in inverno le giornate si accorciano.
Ora vediamo come si faceva per stabilire una data precisa. Si usava fare riferimento agli anni dei regno del faraone sotto il cui dominio accadeva l'evento, che venivano calcolati a partire dal giorno dell'ascesa al trono. Per scrivere una data si procedeva dunque così:




Si legge: HAT SEP 2(SENU), ABED 3 (KHMET), AKHET, SU 1(UA)

Indico, tra parentesi, la probabile traduzione fonetica, poco usata e non certa dei numeri. Significa letteralmente:''secondo anno di regno, terso mese dell'inondazione, primo giorno'', e a queste parole si aggiungeva infine ''sotto la maestà del re tal dei tali'', includendo così nella data, tra le annotazioni utili all'indicazione del periodo, anche il nome del faraone che governava in quel momento.

domenica 26 giugno 2016

La notazione musicale


Come per molti altri popoli, anche per gli egizi la musica ebbe un ruolo molto importante tanto nella vita religiosa quanto in quella quotidiana. I musicisti compaiono in numerose raffigurazioni di lavori agricoli o di sfilate militari. Benché si conoscano gli strumenti usati dagli egizi e la loro evoluzione, la questione della notazione musicale è ancora avvolta nel mistero. Il fatto che in nessun rilievo appaia un musicista con uno spartito ha indotto gli studiosi a ritenere che gli egizi non avessero un sistema scritto. Ma in molti rilievi dell'Antico Regno, a fianco degli strumentisti compare un personaggio che fa segni con le mani: il chironomista. Esiste un legame tra la posizione delle mani dello strumentista e i segni del chironomista, per cui questi ultimi sembrano essere una forma più antica di notazione musicale. La scomparsa dei chironomisti a partire dal Nuovo Regno fu forse dovuta alla nascita di un sistema scritto, come conseguenza dei contatti con altri popoli. La parola che indicava la musica era heset, rappresentata da diversi fonemi e un determinativo: l'avambraccio. La scomparsa di quest'ultimo segno è da collegare ai cantanti, che con le mani facevano dei gesti agli strumentisti, questa parola indica anche il canto, che per gli egizi si traduceva come ''fare musica con le mani''.