lunedì 25 aprile 2016

La famiglia di Amenhotep III

Amenhotep III è stato uno dei più importanti faraoni non solo del Nuovo Regno, ma della storia egizia in generale. Grande costruttore, innovatore e faraone di rara grandezza, plasmò l'Egitto secondo il proprio volere. Costruì una nuova dimora a Malqata, sulla riva ovest del Nilo rispetto a Tebe, iniziando così quel distacco dal clero tebano che poi condusse suo figlio Akhenaton a quella famosa "eresia" che tutti noi conosciamo. Di Amenhotep e di suo figlio, così come di suo padre Thutmosis IV e di suo nonno Amenhotep II, si è scritto di tutto e tanto, ma chi erano gli atri membri della sua famiglia?


Tiaa
Moglie di Amenhotep II e madre di Thutmosis IV. Diversi monumenti a Giza, Tebe e nel Fayyum sono riconducibili a lei, incluso del materiale usurpato alla suocera: Meryetra-Hatshepsut. Venne sepolta nella tomba KV32 (Amenhotep II), dove sono stati trovati diversi resti del suo corredo funerario. Per molto tempo si è creduto erroneamente che ella fosse la madre del faraone Siptah (XIX dinastia).

Mutemuia
Moglie di Thutmosis IV e madre di Amenhotep III, nel tempio viene mostrata la divina nascita di suo figlio. Una statua che la raffigura è oggi conservata al British Museum, proveniente forse dal suo tempio funerario. Mutemuia è presente anche sui Colossi di Memnon e nella tomba di Heqareshu (TT226), dove è raffigurata in compagnia del figlio.



Ty
Moglie di Amenhotep III, la loro unione viene commemorata in una serie di scarabei detti del "matrimonio"; madre di Akhenaton e di diversi principi e principesse reali, figlia di Yuya e Thuju. Conosciamo moltissimi reperti che la ritraggono con suo marito e anche diverse statue individuali. Ty venne raffigurata nelle tombe di Userhat (TT47), Kheruef (TT192) e Huya (TA1). Alcuni suoi ushabti vennero ritrovati nella tomba di Amenhotep III. Tuttavia alcuni indizi indicano che fu sepolta dapprima ad Amarna e poi nella KV55. Una ciocca dei capelli di Ty è stata ritrovata all'interno di un sarcofago in miniatura del re Tutankhamon. Sembra molto impobabile che la sua mummia sia quella ritrovata all'interno del nascondiglio nella tomba di Amenhotep II e che oggi viene chiamata "la dama anziana".

Thutmosis, principe.
Figlio maggiore di Amenhotep III, sappiamo dal del materiale conservato a Saqqara che egli fu il primo sacerdote di Memphis. Una sua piccola statua è custodita al museo del Louvre, mentre una sua immagine mummiforme è conservata a Berlino, e infine, al Cairo, è conservato il sarcofago di un gatto che reca il suo nome. Probabilmente il principe morì durante la terza decade del regno di suo padre.

Nebetiah
Figlia di Amenhotep III, è stata raffigurata sui colossi di Medinet Habu.

Sitamun
Moglie e probabile figlia di Amenhotep III, è raffigurata su una stele della sua nutrice, Nebetkabeny, proveniente da Abydos e su una sedia (leggi articolo) proveniente dalla tomba dei suoi nonni materni, Yuya e Thuju, mentre, come moglie del re, è raffigurata su un disco oggi conservato ad Oxford. Probabilmente morì tra i trenta e i trentacinque anni.

Iset
Figlia di Amenotep III e di Ty, venne rappresentata come moglie di suo padre su una statua oggi appartenente alla collezione G.Ortiz, di lei ci resta anche una placca di corniola, oggi conservata al Metropolitan Museum of Art di New York.

Henuttaneb
Figlia di Amenhotep III e Ty, è raffigurata insieme ai suoi genitori e alle sue sorelle nel tempio di Soleb e sui colossi del tempio di Medinet Habu. Viene menzionata su una stele proveniente da Malqata.

Baketaton
Figlia più giovane di Amenhotep III e Ty, raffigurata insieme alla madre nella tomba di Huya ad Amarna. Una statua della principessa venne ritrovata in un'altra zona della stessa tomba.


Nefertiti: leggi articolo, clicca QUI.

Kiya
Moglie di Akhenaton, e convenzionalmente creduta figli di Tushratta, re dei Mitanni. Il suo nome è stato ritrovato su vari blocchi originari di Amarna, su dei vasi canopo e su altri reperti che vennero usurpati dalle figlie di Akhenaton. Probabilmente è anche la madre di Tutankhamon.

Principesse amarniane: leggi articolo, clicca QUI.


Articolo basato sul libro di Aidan Dodson e Dylan Hilton: The Complete Royal Families of ancient Egypt - edito da Thames & Hudson

lunedì 18 aprile 2016

La necropoli di Tuna el Gebel: le tombe di Petosiris e Isadora

Poco alla volta, anche il Medio Egitto comincia ad attirare il turismo di massa. In questa zona si trova la necropoli di Tuna El-Gebel: tra i tanti tesori in essa rinvenuti, spiccano la tomba di Isadora e il monumento funebre di Petosiris, con i loro bassorilievi ispirati a scene di vita quotidiana e religiosa.



L'antica necropoli di Tuna El-Gebel, un nome che al grande pubblico suona quasi sconosciuto, è situata in una regione che, al momento, non rientra nei classici circuiti turistici. Per molto tempo, infatti, tutto il Medio Egitto, è stato abbastanza trascurato, a vantaggio di altre mete archeologiche più rinomate. Un po' alla volta, però, anche questa parte del paese sta attirando l'attenzione dei turisti, cominciando a svelare i suoi tesori; con il vantaggio di trovarsi lontano dalle zone tradizionalmente invase dai visitatori.

La sfortunata Isadora
Anticamente, Tuna era la necropoli di Ermopoli Magna, la città del dio Thot. La parte più importante del sito archeologico, quindi, consiste nel ricco complesso funerario. Qui si trova la tomba di una fanciulla di nome Isadora, vissuta nel II secolo d.C. Col passare del tempo la sua vicenda personale si è trasformata in una specie di leggenda che ancor oggi gli egiziani tramandano di padre e figlio. Innamorata di un giovane contro la volontà paterna, Isadora cercò di attraversare il Nilo per raggiungerlo a bordo di una barca, ma morì lungo il tragitto. Poiché il padre si rifiutò di pagare le esequie, fu il giovane amante a farsene carico: dovendosi procurare i soldi necessari, però, dovette vendersi come schiavo. Oggi, la tomba ospita la mummia di Isadora e un'iscrizione che paragona la defunta a una dea.

La perla di Tuna
Il fiore all'occhiello del sito è la stupefacente sepoltura di Petosiris, nome che significa "il dono di Osiride". Il defunto era un sacerdote vissuto tra la fine della seconda dominazione persiana e l'inizio dell'Epoca Tolemaica; sul suo conto si è potuto stabilire che si trattava dell'amministratore del locale tempio di Thot. La sua tomba riflette la volontà di esaltare le gesta di questo sacerdote, che si fece raffigurare nell'atto di porgere alcune offerte agli dei: un compito, questo, che in teoria spettava solamente al faraone. Dopo la sua morte la figura di Petosiris divenne oggetto di un vero e proprio culto, attirando moltitudini di pellegrini. Oggi, del suo monumento funebre rimangono solo un vialetto, un cortile, un altare dai lati triangolari e la tomba. Questa ha la struttura di un tempio, con i muri scolpiti, un elegante colonnato e dei bei bassorilievi sulla facciata. All'interno, in una cappella sorretta da quattro colonne, un posso permette di accedere alla tomba. In questa sala sono stati ritrovati numerosi sarcofagi.

Mestieri e animali
Tra i temi utilizzati per le decorazioni della tomba di Petosiris, spiccano quelli ispirati ai mestieri e agli animali. Diversi bassorilievi raffigurano scene di artigiani al lavoro, come orefici, profumieri e falegnami. In ossequio alla grande attenzione che gli egizi riservavano al lavoro agricolo, poi, ecco le rappresentazioni della vendemmia, della semina, dell'aratura e della mietitura del grano. Ampio spazio è dedicato anche agli animali. Oltre alle scene di pastorizia, vi è un bassorilievo che raffigura una vacca che sta partorendo; in un'altra immagine scolpita, invece, lo stesso animale volge teneramente la testa contro il vitellino mentre si accinge ad allattarlo.

Le influenze artistiche
I personaggi dei bassorilievi della tomba di Petosiris sono raffigurati con grande realismo e molta cura dei particolari: ripresi nel pieno delle loro azioni, mentre compiono i loro gesti quotidiani, colpiscono l'attenzione dei visitatori suscitando anche una certa emozione. Un esame accurato di questi bassorilievi ha permesso di rilevare elementi che tradiscono un'influenza greca: alcuni personaggi hanno un aspetto efebico, altri sono barbuti, altri ancora sono raffigurati di profilo o completamente nudi.

La famiglia di Petosiris

Le decorazioni della tomba di Petosiris sono divise in due sezioni: la parte sinistra della tomba è dedicata al padre del sacerdote, Sishu, quella destra al frtello Zedthotefankh. Sulla parete in fondo si scorgono i defunti seduti davanti a Osiride, Iside e Nefti; più in basso, si può ammirare una bellissima composizione: Nekhbet, con la testa di avvoltoio e la corona bianca, e Uadjet, la dea dalla testa di cobra, fanno vento con le ali a uno scarabeo, che giace su un fregio serekh (1) ed è cinto con la corona atef (2). Il gesto delle due divinità ha un significato simbolico preciso: corrisponde, infatti, al "dare la vita".



Note:
(2) L'Atef era la corona più usata dalle divinità ed era il simbolo di Osiride. Per l'immagine: clicca qui.

domenica 10 aprile 2016

Eracleopoli Magna

Capitale dell'Egitto tra la IX/X dinastia (2160-2040 a.C.) nel difficile Primo Periodo Intermedio, si trovava alle porte della ricca e fertile zona di el-Fayyum.


Alla fine dell'Antico Regno l'Egitto visse un'epoca di gravi conflitti sociali, la monarchia non era capace di mantenere l'ordine e di conseguenza i nomarchi si ribellarono, riuscendo a rendersi indipendenti; il paese si trovò diviso in numerosi poteri locali mentre il Delta venne occupato da popolazioni straniere. La corte abbandonò Menfi e si trasferì a Eracleopoli Magna, nella ricca zona di el - Fayyum. Actoes I, nomarca di Eracleopoli, con un colpo di stato sottomise Neferirkare, ultimo re menfita. Secondo Manetone, egli fu il fondatore della IX dinastia eracleopolitana. Riorganizzò la capitale, con un'amministrazione centrale, secondo il modello menfita. Da un documento, gli Insegnamenti per Merikare, sappiamo che iniziò la cacciata degli Asiatici dal Delta. Al tempo di Actoes II il Basso Egitto rimase sotto il controllo di Eracleopoli. Ma Actoes IV dovette lottare ancora contro gli Asiatici al confine orientale e raccomandò al successore, Merikare, la fortificazione della frontiera est del Basso Egitto.
I sovrani della IX e X dinastia dovettero rivaleggiare con il crescente potere dei nomarchi del Medio e dell'Alto Egitto, soprattutto di quelli tebani. La biografia di Ankhtifi ne dà testimonianza. Verso il 2133 a.C., Montuhotep I, nomarca di Tebe, si proclamò indipendente e rifiutò la sovranità di Eracleopoli. Questo governante fu considerato dai suoi successori il primo re tebano. Vi furono guerre civili, carestia e ricolte popolari. I re tebani Inyotef I, Inyotef II e Inyotef III crearono una confederazione di nomarchi sotto la loro autorità. Merikare fu l'ultimo sovrano di Eracleopoli. Montuhotep II pose fine alla guerra, prese Eracleopoli nel 2040 a.C. e la capitale a Tebe, dando inizio al Medio Regno.


Storia del sito di Eracleopoli Magna
La città di Eracleopoli visse la sua fase più importante durante il Primo Periodo Intermedio, tuttavia essa mantenne la propria importanza durante altri periodi della storia dell'Egitto. Così, il tempio di Arsafe fu ampliato al tempo della XVIII dinastia, ma fu il grande Ramses II a volere un vasto programma di restauro, nell'ambito del quale venne costruito un santuario nella parte a sud-est, con sepolcri che vanno dal Primo Periodo Intermedio all'epoca greco-romana. A Menfi fu riscoperta una stele, le cui iscrizioni indicavano che i fondatori della XXII dinastia provenissero proprio da Eracleopoli. Infatti nel citato sito furono trovanti numerosi monumenti che risalivano al Terzo Periodo Intermedio. In seguito anche i Greci, i Romani e i Copti lasciarono la propria impronta a Eracleopoli Magna. Gli scavi di Naville hanno riportato alla luce belle sculture e decorazioni architettoniche dell'epoca cristiana.

venerdì 1 aprile 2016

Il tempio di Ramses III a Karnak


Il tempio nell'angolo sudorientale (a destra in fondo) del primo cortile è una delle strutture architettoniche meglio conservate di Karnak. Ramses III prese a modello la pianta del suo tempio funerario di Medinet Habu, sulla sponda occidentale di Tebe. Il piccolo santuario, in aggetto dal muro di cinta, sembra essere fuori posto perché fu costruito prima che fosse cintato il primo cortile. Fino al 1896 il tempio era, per lo più, sepolto sotto uno strato di detriti, la cui altezza si arguisce dall'evidente chiazzatura delle pareti. Il tempio è decorato nello stile poco armonico e tracciato con mano pesante, peculiare della maggior parte dei monumenti di Ramses III, ma è in buone condizioni - in larga misura grazie al suo interramento - e, a differenza di molti templi più grandi, la sua pianta è di facile comprensione. Due statue di Ramses III si ergono davanti al I pilone, nelle immediate vicinanze, iscrizioni descrivono una grande porta a doppio battente in legno di acacia, rivestita di bronzo, che chiudeva il portale tra loro. La facciata del pilone presenta  raffigurazioni del recinto della doppia corona dell'Alto e del Basso Egitto sul destro (ovest). Nelle scene è ritratto al cospetto di Amon nel tradizionale atteggiamento di brandire la mazza in una mano e afferrare prigionieri stranieri con l'altra. Amon impugna e solleva la spada della vittoria. I nomi delle città e dei Paesi erano elencati ma purtroppo ora sono scomparsi. Le pareti esterne dei muri est e ovest del tempio illustrano la processione delle barche da Karnak verso il tempio di Luxor durante la Festa di Opet, lo stesso tema raffigurato nel colonnato del complesso. 
All'interno del tempio, un piccolo cortile a peristilio presenta porticati di otto pilastri sui lati est e ovest. A essi sono addossate figure mummiformi di Osiride, statue massicce che poco spartiscono con la cura delle proporzioni o del particolare. La parte posteriore dei pilastri mostra diverse divinità. Sulla parte sinistra (est) del cortile, la barca sacra di Amon e portata in processione da sacerdoti. Sulla parte destra (ovest), altri officianti recano statue infalliche di Amon. Sulla faccia interna del pilone, Amon dona lunga vita a Ramses III. All'estremità meridionale del cortile una rampa da accesso a un vestibolo (o pronao) con quattro pilastri osiriaci a quattro colonne.
Oltre questo edificio si estende una sala ipostila a otto colonne, sul fondo della quale si aprono le tre porte dei sacrari di Amon (al centro), Mut (a sinistra) e Khonsu (a destra) (Triade Tebana), ognuno dotato di una camera laterale. 

Una processione a Karnak 
Immaginate un'antica processione in questo tempio, è primo mattino, fa già molto caldo e la luce del sole è intensa. I sacerdoti di rango superiore portano a spalla la barca lignea con l'edicola dorata che ospita la statua del dio. Al seguito, altri sacerdoti recano vesti, alimenti e libagioni destinati alle offerte divine. Gli officianti, usciti dai recessi profondi del tempio di Amon, sostano a pregare prima di continuare verso il molo. All'esterno, la luce del sole accende i vivaci colori che decorano i muri del tempio: rosso, blu, giallo e bianco. Il corteo si inoltra, lentamente nelle sale, sempre più fredde e buie, e i sacerdoti indugiano per consentire alla vista di abituarsi al dissolversi della luce. Il Sancta Sanctorum, al fondo del tempio, dove la statua divina deve essere deposta, è completamente privo di luce e silenzioso. Soltanto a pochi è concesso di penetrarvi - i sacerdoti di alto rango, il re e membri scelti della famiglia reale - per salutare il simulacro del dio e augurargli un buon viaggio. 
Assistere a una cerimonia in un luogo simile doveva essere un'esperienza molto intensa e profonda. L'edificio consacrato da Ramses III, eccellente esempio di tempio del Nuovo Regno, comporta tutte le strutture fondamentali che gli sono tradizionalmente proprie: la facciata del tempio è costituita da un pilone i cui alti torrenti evocano le montagne all'orizzonte separate da una valle dove si leva e cala il sole. Il tempio presenta una simmetria bilaterale lungo un unico asse. Rampe di pietra, in corrispondenza di ogni porta, si raccordano al pavimento delle camere, il cui livello è più alto della precedente; al contempo i soffitti si abbassano e le dimensioni si riducono. Questo procedere da un ambiente aperto e assolato verso sale progressivamente ristrette, buie, silenziose e oppressive, rafforza la sensazione di penetrare in un luogo sacro.

venerdì 25 marzo 2016

Il lino e il cotone nell’antico Egitto

Resa fertile dal Nilo, la terra d’Egitto permetteva di coltivare diversi tipi di piante: tra queste, il lino occupava un posto speciale, poiché serviva a realizzare gli abiti indossati dall'intero Paese. Non molte notizie, invece, si hanno sulla coltivazione del cotone. 


Lungo le rive del Nilo, gli egizi coltivavano diversi tipi di piante tessili, dedicando particolari cure a quelle di lino. Fin dalla più remota antichità, infatti, gli uomini avevano appreso l’arte di sfruttare le fibre ricavate dai fusti del Linum usitatissimum, una pianta della famiglia delle Linacee. Gli esemplari più antichi di stoffe di lino risalgono al sesto millennio prima di Cristo, e sono stati ritrovati nell'odierna Turchia. Quanto all'antico Egitto, i suoi tessuti di lino erano rinomati in tutto il mondo antico. Non a caso, oggi è disponibile una ricca documentazione riguardo a questa cultura. Lo stesso, purtroppo, non si può dire circa la coltivazione del cotone, sulle cui origini gli archeologi continuano ad avere conoscenze piuttosto lacunose. Considerata la scarsità di piogge che caratterizza ancora oggi il clima egiziano, la coltivazione di questa pianta così bisognosa d’acqua doveva richiedere un sistema di irrigazione molto fitto. Eppure, le informazioni a riguardo sono scarse, è presumibile, comunque, che gli egizi conoscessero il cotone da molto tempo, o perché ne coltivavano alcune varietà locali, oppure perché se lo procuravano per mezzo degli scambi commerciali con i paesi al di là del Mar Rosso. Nel secondo secolo dell’era cristiana, Giulio Polluce, precettore dell’imperatore Commodo e originario dell’Egitto, ricordava di aver visto nel suo paese natale alcune coltivazioni di cotone: nel suo trattato Onomastikon, infatti, raccontava di un albero sul quale “nasce frutto che sembra una noce con tre fessure; una volta seccato, se ne ricava una lana che viene filata e usata per tessere una trama”.

Il re dei tessuti
Quella del lino è una pianta annuale, ha dei fiori azzurri ed è molto alta e sottile. Per giungere alla piena maturazione, ha bisogno di circa tre mesi: quando i fiori cominciano ad appassire e compaiono delle infruttescenze, è il momento del raccolto. Nell'antichità, i contadini effettuavano questo lavoro a mano: non tagliavano i fusti, ma li strappavano dal terreno, li scrollavano per liberarli dalla terra e poi li raccoglievano in fasci, che venivano legati con altri fusti. Il lino così preparato veniva portato in spazi appositi, dai contadini incaricati di battere il raccolto. Quando le piante erano ben secche, si toglievano le infiorescenze, a mano o con l’aiuto di una lunga tavola munita di denti e chiamata appunto “pettine”. A quel punto, il lavoro nei campi era terminato: le fibre erano pronte per essere filate.

Un’attività tipicamente femminile
Testi e bassorilievi dell’epoca testimoniano che la filatura e la tessitura del lino erano attività tipicamente femminili. In alcun raffigurazioni, si riconoscono anche degli uomini impegnati a lavorare su telai verticali, forse più pesanti e più difficili da manovrare, ma a far funzionare i telai orizzontali erano le donne. Numerose fonti, inoltre, confermano che le grandi proprietà e i palazzi più importanti possedevano i propri laboratori di filatura e tessitura, destinati a realizzare le stoffe necessarie alle famiglie benestanti. È probabile che nei laboratori lavorassero decine di persone, il più delle volte donne, specializzate in questo genere di manifattura. 

Un intero paese vestito di lino
Si può ben dire che nell'antico Egitto il lino fosse il re dei tessuti. Da prima del 3.000 a.C., infatti, gli abitanti di questo Paese dal clima così ostile presero ad indossare abiti leggerissimi. Il lino si prestava perfettamente a questa esigenza: lo indossavano tutti, uomini e donne, dai più poveri ai più ricchi, fino al Faraone. Ovviamente, a seconda delle classi sociali, vi erano grandi differenze nella fattura e nello stile degli abiti. Alcune immagini risalenti all'epoca predinastica mostrano uomini seminudi: indossano solo una cintura intorno alla vita, da cui pende un pezzo di tessuto che copre gli organi genitali, oppure un gonnellino di fibre vegetali. A cominciare dal Nuovo Regno, le persone di più alto rango cominciarono a indossare eleganti tuniche, lunghe fino alle caviglie. 

Le bende dell mummie
Gli egizi utilizzavano il lino anche per ricavare le strisce di tessuto in cui avvolgevano le mummie: sono innumerevoli i corpi ancora bendati che gli archeologi hanno riesumato dalle antiche sepolture. Un’antica leggenda racconta che a inventare le bende di lino fu la dea Iside, per avvolgere il corpo di Osiride, suo fratello e sposo. Secondo gli egizi, questa fibra aveva un carattere sacro e origini divine: del resto, si trattava del tessuto più antico. Il suo colore immacolato inoltre, ne fece un simbolo di purezza, era infatti l’unico tipo di tessuto che poteva essere introdotto in un tempio. 

La coltura del cotone
Rinomato ancora oggi, il cotone egiziano ha fibre lunghe, robuste e lisce. La coltivazione del cotone richiede tempi di vegetazione e maturazione molto lunghi, tanto sole e acqua abbondante durante il periodo di crescita, e un clima secco durante il raccolto. L’Egitto, dunque, offriva e offre ancora oggi condizioni ideali per questa coltura.

mercoledì 16 marzo 2016

Sir Flinders Petrie, padre dell’egittologia inglese

Vero precursore e figura eminente dell’archeologia, Petrie si accostò alla disciplina seguendo un approccio “totale” e una metodologia rivoluzionaria. Uno dei frutti del suo incessante lavoro fu il ritrovamento dell’antica civiltà di Naqada.


William Matthew Flinders Petrie nacque il 3 giugno 1853. Suo padre, ingegnere del genio civile, era anche agrimensore, particolare che si sarebbe rivelato molto importante  per la carriera dell’archeologo. Petrie, inoltre, era imparentato per parte di madre con Matthew Flinders, il navigatore britannico che all'inizio dell’800 aveva esplorato l’Australia. Il suo interesse per l’antico Egitto nacque a soli traduci anni, grazie alla lettura di un'opera di Charles Piazzi Smith, astronomo scozzese, dedicata alla grandi piramidi. Ben presto, la curiosità del giovane Petrie divenne una passione. Ciononostante, egli non completò gli studi in una scuola ufficiale e non frequentò l’università. La sua cultura da autodidatta si sarebbe presto rivelata un punto di forza e, allo stesso tempo, uno svantaggio: se, da un lato, Petrie si rivelò uno studioso originale e poco influenzabile, dall'altro finì per trascurare i pur validi contributi di alcuni colleghi. In ogni caso, il livello della sua formazione giovanile fu eccellente. Seguendo le orme del padre, Petrie si fece conquistare anche da un’altra passione che non l’avrebbe più abbandonato: quella per i sistemi di calcolo dei pesi e delle misure. Fu così che, nel 1872, partecipò ai lavori di misurazione del colosso di Stonehenge e, tra il 1875 e il 1880, di numerosi altri siti archeologici dell’Inghilterra meridionale. Il primo incontro di Petrie con l’Egitto avvenne nel 1880, quando il giovane si recò a Giza per osservare da vicino le piramidi. Vi rimase due anni, poi effettuò degli scavi per conto delle istituzioni britanniche. In seguito, decise di lavorare autonomamente e formò una propria squadra. I primi tempi furono difficili ma, dal 1887, Petrie riuscì a effettuare degli scavi regolari con l’aiuto degli archeologi Haworth e Kennard. Infine, grazie alla generosità di Emilia Edwards, fu creata per lui la prima cattedra inglese di Egittologia, presso l’università di Londra.

Un esploratore instancabile
Flinders Petrie ebbe la fortuna di vivere in un'epoca pionieristica, in cui l’archeologia aveva ancora tantissimo da scoprire. Egli sfruttò quest’opportunità lavorando in modo instancabile in innumerevoli siti dell’Alto e del Basso Egitto: a Tanis, a Dendera, a Tebe, a Giza, a Menfi, solo per citarne alcuni. Ritrovò, così, i meravigliosi gioielli di Lahun, riesumò le vestigia più antiche nelle tombe reali di Abydos, scoprì i primi testi scritti della zona del monte Sinai, effettuò scavi a Naucratis, Arsinoe e Qufti (la greca Coptos). Senza contare, poi, i siti della Palestina, cui si dedicò negli ultimi anni della sua vita: tra questi, Gaza, dove effettuò degli scavi tra il 1927 e il 1934, a quasi ottant'anni. La morte lo colse a Gerusalemme, il 28 luglio 1942. Al di là delle numerose scoperte, l’eredità più preziosa lasciata da Petrie all'archeologia fu il suo metodo: per tutta la vita, insistette sull'importanza di un’osservazione sistematica e rigorosa e di una classificazione attenta di tutti i reperti, anche i più piccoli. Per la prima volta, grazie a lui, fu adottato un approccio scientifico alla disciplina.

Naqada!
“Naqada": un semplice nome dietro cui si nascondeva una scoperta sensazionale, destinata a trasformare il volto dell’egittologia. Fino al 1895, anno in cui Petrie iniziò gli scavi in questo villaggio situato a nord di Karnak, gli archeologi credevano che le origini della civiltà egizia risalissero al 2600 a.C. Questa concezione, però, era destinata a essere stravolta dagli studi di Petrie. Procedendo con le ricerche, l’archeologo ritrovò una seria di sepolture molto particolari: in fondo a un pozzo, giacevano delle spoglie distese in posizione fetale. Inizialmente, Petrie era in dubbio se datarle alla fine dell’Antico Regno, o anche al Primo Periodo Intermedio, se non addirittura al Medio Regno. Ma nessuna di queste ipotesi lo convinceva. Continuando gli scavi, nel 1898/99, arrivò finalmente alla conclusione che doveva trattarsi dei resti di una civiltà predinastica. Di conseguenza, adottò un nuovo sistema di datazione basato sulle cosiddette “Sequence Dates”, o “SD”. Il periodo predinastico fu assegnato alle SF comprese tra 30 e 80, mentre le SD da 1 a 29 furono lasciate libere per eventuali scoperte successive. Petrie suddivise l’epoca predinastica in tre periodi, che chiamò “Amratiano”; “Gerzeano” e “Semaineano”. Questi termini saranno poi sostituiti con altre denominazioni: Naqada I (dal 4000 al 3600 a.C.), Naqada II (dal 3600 al 3200 a.C.) e Naqada III (dal 3200 al 3100 a.C.). Quest’ultima è stata identificata negli anni cinquanta dall'archeologo W.Kaiser. Dopo Petrie, è stata scoperta anche un’altra antichissima civiltà, quella del “Badariano” (4500-4000 a.C.), ma gli archeologi continuano a basarsi sulla datazione introdotta dallo studioso britannico.

Un collezionista accanito
Flinders Petrie fu anche un grande collezionista. Per coltivare questa passione, si basò prima di tutto sui frutti dei suoi scavi: ogni anno organizzava delle mostre per sensibilizzare l’interesse pubblico circa la necessità di continuare le ricerche in siti archeologici sempre nuovi. La vendita di reperti ai musei, inoltre, gli garantiva i capitali necessari a lavorare in autonomia. Infine, Petrie effettuava anche degli acquisti in terra egiziana: mentre i suoi contemporanei disdegnavano certe “anticaglie”, lui comprava di tutto. Alla fine, l’archeologo britannico riuscì a mettere insieme una formidabile collezione. Oggi, le sue scoperte più importanti sono esposte al Museo del Cairo e in altri musei inglesi e statunitensi. La sua collezione di vasellame palestinese è conservata all'Istituto di Archeologia di Londra; senza dimenticare l’interessantissimo museo di Londra a lui dedicato, non lontano dal British Museum.

martedì 8 marzo 2016

Gli scavi di Ernesto Schiaparelli

Grazie all'opera instancabile dell’archeologo torinese allievo del grande Gaston Maspero, il museo Egizio di Torino può vantare oggi una raccolta di antichità che abbraccia tutte le epoche della civiltà faraonica.


Il museo Egizio di Torino deve una buona parte della sua fama internazionale agli scavi condotti da Ernesto Schiaparelli agli inizi del Novecento. Fu fondato, infatti, nel 1824, quando Carlo Felice di Savoia acquistò la magnifica collezione Drovetti: una raccolta unica, ma anche incompleta, dal momento che comprendeva pochissimi reperti dell’antico e del medio regno. Consapevole di questa lacuna, Schiaparelli decise di porvi rimedio conducendo personalmente numerose missioni archeologiche in terra d’Egitto. 

Il fiuto di un grande egittologo
Ernesto Schiaparelli (1856-1928) intraprese i suoi studi di archeologia a Torino, con Francesco Rossi, poi li completò a Parigi con Gaston Maspero fra il 1877 e il 1880. Il talento di ricercatore e l’intuito di cui era dotato gli valsero ben presto incarichi molto ambiti, in particolare a Firenze: nel 1880, fu incaricato di trasferire e riordinare le antichità Egizie nella nuova sede del museo Egizio toscano, che era stato istituito nel 1855. Pochi anni dopo, Ernesto compì la sua prima missione in Egitto. Ne sarebbero seguite molte altre: tra 1903 e il 1920 l’egittologo condusse almeno dodici campagne di scavi. Si recò così ad Assist, a Gebelein e nella Valle delle Regine. Fu anche a Giza e a Deir el Medina, nell'antico villaggio degli artigiani reali, dove riportò alla luce la bellissima tomba dell’architetto Kha e di sua moglie: ritrovata intatta e colma di decorazioni e oggetti dell’antichità, fu immediatamente trasportata e ricostruita nel Museo di Torino, dove è tuttora esposta. Proprio nella città piemontese Schiaparelli concluse la sua brillante carriera, costellata di meravigliose scoperte.

Da Gebelein e Assiut…
Tra le spedizioni più importanti di Ernesto Schiaparelli, merita di essere menzionata quella condotta a trenta chilometri a sud di Tebe, nella località di Gebelein. Anticamente, questa era una città di provincia ma conobbe una certa prosperità durante il Primo e Secondo Periodo Intermedio, quando il potere centrale dei faraoni andò allentandosi. Gli scavi cominciarono nel 1910, e portarono alla scoperta di ciò che rimane del tempio di Hathor. Questo monumento era stato fondato ai tempi della Prima Dinastia, poi fu rimaneggiato durante l’XI Dinastia e da Thutmosi III nella XVIII Dinastia; probabilmente, proprio durante il regno di quest’ultimo fu scolpita una vasca cerimoniale in pietra calcarea, dedicata alla dea: per quanto incompleta, costituisce ancora oggi uno dei pezzi forti della collezione torinese. In alcune tombe di Assiut, invece, Schiaparelli ritrovò delle magnifiche sculture in legno, datate al I Periodo Intermedio.

…a Dei el Medina
A Deir el Medina, Schiaparelli ebbe modo di venire a contatto con le vestigia del Nuovo Regno e, in particolare, della XVIII Dinastia. Il sito archeologico era stato individuato già da Drovetti nei primi anni dell’Ottocento, ma fu Schiaparelli ad avviare gli scavi, nel 1904. Oltre al celeberrimo villaggio degli artigiani della Valle dei Re, riemersero anche magnifiche sepolture, tra queste la cappella di Maya, magnificamente affrescata. 

Giza e la Valle delle Regine
Sull'altopiano di Giza la missione archeologica Italiana contribuì agli scavi dell’immensa necropoli: riemersero numerose tombe e mastabe datate all’Antico Regno. All'attenzione dell’egittologo piemontese non sfuggirono neanche le sepolture della Valle delle Regine: in questo corridoio di roccia, che accoglieva le spoglie delle grandi spose reali della XIX e della XX Dinastia, Schiaparelli ritrovò nel 1904 circa ottanta tombe; tra queste le più belle sono quelle di Kaemwaset e Amonherkopeshef, figli di Ramses III. Ciononostante la scoperta più importante di tutte fu quella del ritrovamento della tomba di Nefertari, grande sposa reale di Ramses II. Purtroppo, non ritrovò la mummia della regina, ma portò in Italia il coperchio in granito rosa del sarcofago, circa una trentina di Ushabti, altri oggetti funerari e i sandali della regina. Ancora oggi, questi reperti sono esposti al Museo Egizio di Torino.

Schiaparelli e il Museo Egizio di Torino
Se oggi il Museo Egizio di Torino può raccontare quattromila anni di storia dell’antico Egitto, come si è detto, lo si deve in buona parte al contributo di questo straordinario archeologo che con intelligenza e perspicacia, riuscì a completare la collezione arricchendola con reperti di grande valore. Tra questi, ricordiamo ancora la “finta porta” della mastaba di Uehem-Neferet, sorella del faraone Snofru e, ancora, il sarcofago di granito di Duaenra, figlio di Cheope e visir di Macerino: tutti pezzi che ancora oggi fanno della raccolta di antichità torinese un punto di riferimento per gli appassionati e gli studiosi; soprattutto dopo le ultime innovazioni scaturite dal lavoro del Dottor Christian Greco, attuale direttore del Museo.



martedì 1 marzo 2016

Il Museo greco-romano di Alessandria d'Egitto

Il Museo Greco Romano di Alessandria fu ufficialmente inaugurato il 17 ottobre 1892 dal Khedivè Abbas Helmy II. All’italiano Giuseppe Botti fu assegnato l’incarico di creare un museo ad Alessandria dedicato al periodo greco-romano. 
L’interesse per questo periodo diventò più serio dopo il 1866, quando Mahmoud El-Falaki concluse i suoi scavi ad Alessandria, portando alla luce il progetto dell’intera città. L’interesse nei confronti del museo aumentò grazie alla fondazione della Società d’Archeologia ad Alessandria nel 1893. 
Inizialmente le collezioni erano ospitate in una sezione di un edificio situato in Via Rosetta, attualmente Via El-Horreih. La costruzione delle prime dieci gallerie dell’attuale edificio fu completata nel 1895. Quanto alle gallerie supplementari (dal numero 11 al numero 16), esse furono completate nel 1899 mentre i lavori di completamento della facciata terminarono nel 1900. Alcuni artefatti greco-romani, specialmente la collezione di monete, provenivano dal Museo di Bulaq (l’attuale Museo Egizio) del Cairo. 
Quando Giuseppe Botti divenne il responsabile della gestione, il museo fu arricchito da collezioni ritrovate durante i suoi scavi nella città e i suoi dintorni. In seguito, quando Evaristo Breccia e Achille Adriani si assunsero la direzione del museo, continuarono ad arricchirlo con oggetti provenienti dagli scavi di Alessandria. Cominciarono, inoltre, ad ottenere artefatti provenienti dagli scavi della regione del Fayoum. 
Le collezioni nel museo risalgono prevalentemente ad un periodo che va dal III secolo a.C. al III secolo d.C. e coprono il periodo tolemaico e quello romano. Le collezioni sono categorizzate ed organizzate in 27 sale mentre alcuni oggetti sono esposti nel piccolo giardino.
Attualmente il museo è ancora in restauro dal 2008.

lunedì 22 febbraio 2016

Gli egizi e la musica

Nelle occasioni liete come nei funerali, gli egizi ricorrevano alla musica per animare ogni aspetto della loro vita quotidiana e per mettersi in contatto con gli dei. Col tempo, musici e cantori divennero veri e propri professionisti nel loro campo.


A giudicare dalle scene raffigurate nei dipinti dell'epoca, la musica faceva da sottofondo per molte delle occupazioni quotidiane dell'antico Egitto: gli agricoltori e gli operai accompagnavano e ritmavano il loro lavoro con il canto, i pastori pascolavano il bestiame suonando dei motivi con il flauto, e giovani ragazze suonavano i tamburelli per stanare gli uccelli durante le battute di caccia. Gli affreschi delle tombe, poi, mostrano spesso scene ispirate alle feste popolari in cui nascite e matrimoni venivano celebrati a suon di musica. Senza contare, infine, che trombe e tamburi segnavano il passo dei soldati in marcia e risuonavano da lontano quando le truppe militari si radunavano. Nell'Antico Regno, erano soprattutto gli uomini a cantare e suonare gli strumenti musicali. Con il Nuovo Regno, invece, questa pratica artistica divenne tipicamente femminile. In entrambi i casi, i musicisti potevano essere dei veri e propri professionisti, richiesti per la loro abilità. In entrambi i casi, i musicisti potevano essere dei veri e propri professionisti, richiesti per la loro abilità. Gli strumenti più diffusi erano quelli a corde e a fiato: l'arpa, il flauto, il liuto, l'oboe, il tamburello e il sistro.

Musica Sacra
Per gli egizi, la musica aveva soprattutto una valenza sacra: era un modo per mettersi in contatto con gli dei. Ogni tempio disponeva di propri musicisti: si trattava essenzialmente di persone di origine modesta, che prestavano servizio presso gli edifici sacri e si garantivano così la sussistenza. Anche i sacerdoti non trascuravano questo aspetto: i riti quotidiani con cui si prendevano cura del dio locale erano sempre accompagnati da canti e declamazioni. In occasione delle grandi feste religiose, poi, la processione della statua del dio avveniva in un clima di esaltazione scandito da musiche e inni. Col tempo, i cantori entrarono a far parte dell'alto clero, guadagnandosi così un certo prestigio sociale. Il faraone stesso, in alcune cerimonie di culto, non disdegnava il canto e la danza.

Divertimento profano
La maggior parte delle grandi dimore signorili possedeva una propria "orchestra" o, in cado si necessità, si avvaleva di musicisti di professione. A palazzo reale, invece, uno stuolo di musici e cantori era al servizio del faraone e della sua corte: a istruirli e guidarli era un dignitario di alto rango, una sorte di "direttore". Negli harem, infine, le donne ingannavano il tempo suonando: in questo modo allietavano lo sposo durante le sue visite. L'educazione musicale non figurava nei programmi scolastici, ma veniva comunque impartita da maestri o scuole specializzate e presso il palazzo reale. A Menfi, per esempio, coreografi, compositori e direttori d'orchestra si diedero un'organizzazione per insegnare la loro arte agli allievi.

Gli dei e la musica
Numerose divinità del pantheon egizio erano associate alla musica, a cominciare da Hathor: sempre raffigurata come una donna attraente e sorridente, era la dea per eccellenza della gioia, della danza, della musica e dell'ebbrezza. Anche Bastet era una dea legata alla musica, mentre il nano Bes, fra le altre cose, era considerato il dio della danza e delle manifestazioni gioiose; a questo titolo, era spesso rappresentato mentre suonava il tamburello. La dea della musica strumentale, del canto e della danza era invece Meret, sacerdotessa e musicista del mondo divino. Infine, quasi tutti gli dei fanciulli erano associati all'arte musicale: da Ihy, figlio di Hathor, che allietava gli dei suonando il sistro, a Khonsu, dio lunare, che stringeva tra le mani una collana menat utilizzandola come crepitacolo.

lunedì 15 febbraio 2016

I giardini e gli orti nell'antico Egitto

Dipinti e bassorilievi ritrovati nelle tombe egizie dimostrano che gli egizi coltivarono la passione per i giardini fin dalle epoche più remote. Fiori e alberi ornamentali circondavano i palazzi reali e le residenze delle famiglie benestanti, che non esitavano a procurarsi le piante più rare facendole arrivare da paesi lontani.


Fin dagli albori della loro civiltà, gli egizi dimostrarono un vivo interesse per la cura dei giardini e degli orti. Il paese abbondava ovunque di fiori e piante, e persino le decorazioni dei monumenti erano spesso ispirate alla vegetazione. Nei templi si presentavano offerte floreali agli dei, e corone di fiori accompagnavano i morti nell'aldilà. Le abitazioni, infine, venivano adornate con ogni tipo di pianta. Per gli egizi più benestanti, i giardini rappresentavano un luogo dove trascorrere qualche ora di serenità e riposo, ma anche un simbolo della loro ricchezza e un modo per ostentare la raffinatezza del padrone di casa. Di fatto, le classi agiate erano le uniche a poter esibire questo amore per le piante. I meno fortunati, infatti, possedevano solo piccoli appezzamenti di terra, mentre gli abitanti più poveri delle città, che vivevano in umili casupole, erano gli unici a non poter godere di uno spazio verde tutto per loro. Le più antiche testimonianze relative alla pratica del giardinaggio tra gli egizi, un "hobby" che poteva rivelarsi anche molto dispendioso, risalgono addirittura all'inizio dell'Antico Regno. Un testo datato alla III dinastia, e più precisamente al regno del faraone Snefru, menziona un certo Meten, che acquistò diversi terreni; di questi, uno si estendeva per circa 10.000 metri quadrati e fu adibito in gran parte a giardino: il nuovo proprietario vi fece piantare moltissimi alberi, tra cui dei fichi, e una vigna, e vi fece scavare un lago artificiale di notevoli dimensioni.

L'organizzazione di un giardino
Numeroso sono le testimonianze che comprovano l'esistenza di giardini coltivati durante il Nuovo Regno. Si tratta soprattutto di affreschi e di testi ritrovati nelle tombe, grazie ai quali è possibile farsi un'idea circa la vera e propria passione nutrita dagli egizi per il piacere ispirato dai fiori e dall'ombra degli alberi. All'epoca, i giardini erano recintati da alte mura in cui si aprivano porte monumentali. All'interno, un reticolo di viali, dalla rigorosa geometria, creava ampie aiuole fiorite e alberate. Talvolta, sotto gli alberi venivano costruiti dei pergolati: qui i padroni di casa potevano riposare, godendo del paesaggio naturale e del clima rinfrescato da piccoli laghetti artificiali, di forma quadrata o rettangolare. Fiori di loto, papiri, anatre e pesci di vario tipo rendevano ancora più gradevoli alla vista questi piccoli specchi d'acqua. Per fare il bagno, bastava immergersi scendendo degli scalini; infine, se le dimensioni lo permettevano, il laghetto poteva ospitare anche una barca, attraccata in attesa di ospiti per cene e banchetti.  In una tomba del Nuovo Regno, è stata ritrovata un'immagine del defunto, presumibilmente molto ricco, in compagnia della moglie: i due si erano fatti ritrarre davanti al loro giardino, in cui vi erano quasi cinquecento alberi di ventotto specie diverse.

Gusti da Re
Anche i faraoni, ovviamente, apprezzavano i giardini curati, il profumo dei fiori e le fragranze delle piante più rare: palazzi e templi ne erano pieni. Anche in questo caso, le documentazioni più numerose risalgono al Nuovo Regno. Si è potuto appurare, per esempio, che Thutmosi III volle far riprodurre sulle pareti di un tempio di Karnak diversi tipi di piante esotiche, portate in Egitto dalle spedizioni militari di ritorno dall'Asia. Amenhotep III, invece, si fece costruire a Tebe un palazzo dotato di un immenso parco. Di Amenhotep IV (Akhenaton), rimane celebre il giardino fatto costruire nella sua nuova capitale, Amarna: lo percorreva un viale che, partendo dal palazzo del faraone, conduceva fino al punto d'approdo della nave reale, sul Nilo. Spesso citati nei testi dell'epoca sono anche i giardini che circondavano il tempio di Aton, sempre ad Amarna. Tra tutti i faraoni, però, a distinguersi nettamente dagli altri in fatto di passione per i fiori e le piante fu Ramses III. Negli anni di permanenza al trono, egli fece ristrutturare o creare ex novo numerosi giardini, dispose la sostituzione di piante e il risanamento di canali abbandonati, indispensabili per innaffiare la vegetazione. A Tebe, fece piantare alberi e aiuole di fiori, se necessario importandoli dall'estero.


La cura degli orti
Se nei giardini si trovavano le fragranze più rare, gli orti avevano certamente un aspetto meno appariscente, ma non per questo venivano trascurati. Ancora una volta, è grazie alle decorazioni delle tombe che possiamo farcene un'idea. Alcune sepolture di nomarchi del Medio Regno contengono immagini di giardini in mezzo ai quali spiccano dei filari di verdure, divisi in quadrati. Si riconoscono, tra l'altro, mazzetti di porri e qualcosa di simile a piante giovani n vaso, forse destinate a essere interrate. Si intravedono, inoltre, dei servitori intenti a curare e innaffiare l'orto.