martedì 28 ottobre 2014

La "Satira dei Mestieri"

A partire dal Medio Regno, gli scribi egizi elaborano dei testi destinati a diventare molto popolari: in questi scritti esaltavano le virtù e i vantaggi legati alla propria professione, descrivendo gli altri mestieri in modo colorito e, spesso, sarcastico.


A giudicare dalle loro stesse parole, gli scribi egizi non avevano dubbi: la loro migliore professione era la migliore che un giovane potesse intraprendere. Per dimostrarlo, a partire dal Medio Regno, alcuni di questi funzionari reali cominciarono a elaborare dei testi nei quali, sotto forma di "saggezze" o di insegnamenti rivolti ai propri allievi, passavano in rassegna i vari mestieri, soffermandosi sulle difficoltà che un falegname, un vasaio o un barbiere doveva affrontare ogni giorno. Spesso, questi scritti avevano un tono ironico, per questo motivo, sono divenuti celebri con il nome di "satire dei mestieri". Questo vero e proprio genere letterario ci è noto grazie ad alcuni papiri (Anastasi I, III, V, VII; Sallier I e II), a una tavoletta da scriba e a un centinaio di ostraka, tutti risalenti al Nuovo Regno. L'abbondanza di copie ci rivela che, in passato, questi testi dovettero conoscere una notevole popolarità; al contempo, ha permesso agli studiosi di disporre di una preziosissima fonte di informazioni di lavoro nell'antico Egitto.


La satira di Kheti

La Satira dei mestieri per eccellenza, la più antica nel suo genere, risale al Medio Regno ed è opera di uno scriba di nome Kheti. Considerato uno dei 10 testi più importanti dell’Antico Egitto, riscosse ai tempi un enorme successo: a distanza di un millennio, è da qui che i giovani studenti venivano a conoscenza degli inconvenienti e dei contrattempi legati al lavoro manuale. Il testo comincia con queste parole: “Inizio dell’insegnamento redatto da Dua-Kheti, originario di Tjaru, per suo figlio Pepi, mentre viaggia verso la dimora (reale) per iscriverlo alla scuola degli scribi insieme ai figli degli alti funzionari”.
Durante il cammino Kheti esorta suo figlio a impegnarsi nello studio, esaltando la professione di scriba che, a suo dire, “è il più bello dei lavori”: “voglio farti amare la scrittura più di tua madre”, afferma, “voglio che questo ideale entri in te”. E aggiunge: “non esiste mestiere in cui non si ricevano ordini, tranne quello di scriba. Lo scriba è colui che comanda. Se conosci i libri, ti andrà tutto bene. Non deve esistere nessun altro mestiere ai tuoi occhi”. Per rafforzare le sue affermazioni, Kheti non esita a sottolineare la modestia della sue origini: “vedi, io sono un uomo povero di nascita, ma di me non si dirà che sono un contadino. Fa molta attenzione, dunque. Quel che faccio per te, discendendo il fiume verso la dimora, lo faccio per amor tuo. Un solo giorno di scuola ti sarà utile, i suoi frutti saranno duraturi come una montagna (…). Lo scriba è considerato un uomo che ascolta, e colui che ascolta diventa un uomo che ha il potere di agire”.
Mestieri da evitare
Secondo Kheti, dunque, la professione dello scriba è l’unica a poter garantire prestigio sociale e ricchezza. A questo proposito, l’autore si premura di descrivere con toni coloriti gli inconvenienti legati a tutto gli altri mestieri, senza risparmiarne nessuno: “ho visto il fabbro al lavoro, davanti alla bocca della sua fornace. Ha le dita come quelle di un coccodrillo e puzza più delle uova di pesce. (…) Chi taglia le pietre lo fa alla perfezione ma, quando ha finito, ha le braccia a pezzi, è spossato: al tramonto, si siede con le ginocchia e la schiena piegate dallo sforzo. Il barbiere rade fino al calar della sera; se va in città, si mette in un angolo, o va da una strada all'altra alla ricerca alla ricerca di qualcuno da radere. Egli usa le braccia per riempirsi la pancia, come l’ape che mangia mentre lavora. (…) Ti parlerò poi, del muratore: gli fanno sempre male i reni, lavora in mezzo alla corrente e senza vestiti; la sua cintura è una semplice corda che pende sul di dietro; le sue braccia sono praticamente nascoste da sudiciume di ogni tipo. Mentre mangia il pane, al tempo stesso si pulisce le dita. Lo stesso si può dire per l’artigiano che lavora il legno. (…) Quanto al giardiniere, porta in giro la sua pertica e, per ciò, ha le spalle rovinate come quelle di un vecchio e una grossa pustola sul collo. Passa la mattinata a innaffiare l’orto e la sera innaffia le altre piante, dopo aver lavorato nel frutteto. Quando, finalmente, arriva il momento di riposare, muore. Si dice che questo lavoro sia il più difficile di tutti. Il corriere che parte per un paese straniero lascia i suoi beni ai figli, per paura dei leoni e degli asiatici. Torna in se solo quando è di nuovo in Egitto. Quando torna a casa, di sera, è distrutto dalla lunga marcia. Che la sua casa sia di tela o di mattoni, il suo rientro è senza gioia. (…) Ti parlerò anche del pescatore, il peggiore di tutti i lavori. Vedi, non esiste lavoro sul fiume che non costringa a stare in mezzo ai coccodrilli. Al momento della resa dei conti, sono dolori: egli non oserà dire che c’era un coccodrillo il quale, venendo a galla, l’ha accecato di paura, ma dirà: << è la potenza di Dio >>”.
“Diventa scriba!”
Anche durante il Nuovo Regno, gli scribi egizi continuarono a raccogliere annotazioni satiriche sui mestieri più diversi: dal calzolaio al fornaio, fino al sacerdote. Per esempio, scrivevano: “il calzolaio è ricoperto di tannino, ed ha un odore stranissimo; ha le mani rosse di robbia (una pianta dalle cui radici si estraeva una tintura rossastra), come quelle di un uomo insanguinato”. Le descrizioni più feroci, tuttavia, riguardavano i contadini e i militari. Del soldato a cavallo si diceva che venisse preso da piccolo e internato in un campo, che ricevesse colpi dolorosissimi sul ventre e riportasse ferite agli occhi “da spaccargli il sopracciglio”. E ancora: “quando è in marcia verso la Palestina, o in missione sulle dune, porta il cibo e l’acqua sulle spalle, come fosse il fardello di un somaro. (…) Beve acqua salmastra e si ferma solo per montare di guardia. Arriva fino al nemico? E’ come un uccello in trappola, senza un briciolo di forze in corpo. Ritorna in Egitto? E’ come un tronco rosicchiato dai vermi, è malato, costretto a prendere il suo lettino e a caricarlo su un mulo. Gli rubano i vestiti ed il suo scudiero lo abbandona”. Un altro testo di epoca ramesside descrive il mestiere il mestiere del contadino, che lavorando la terra si riduce come una bestia: “lascia che ti parli delle condizioni del contadino, altro penoso mestiere. (…) Quando arriva la piena si inzuppa completamente, e deve sempre prendersi cura dei suoi attrezzi. Di giorno, deve affilare gli utensili per tagliare il grano. Di notte deve fabbricare il cordame. Anche nelle ore pomeridiane deve svolgere il suo lavoro di fattore! Per andare nei campi, si attrezza come se fosse un soldato. Quando raggiunge il suo campo, lo trova anche in cattivo stato. Passa il tempo a coltivare, ma il serpente è alle sue spalle e distrugge ciò che è stato seminato, e il contadino non vede crescere un ramoscello di verde. Ricomincia da capo, con dell’orzo chiesto in prestito. Sua moglie è alla mercé dei commercianti, non avendo nulla da dare in cambio. (…) Da parte sua, lo scriba arriva sulla riva del fiume e registra i raccolti; dietro di lui ci sono dei servitori con dei bastoni, dei nubiani armati di manganello. Lo scriba dice al contadino : << dammi il grano! >>. Se quello risponde << non ce n’è >> riceve un sacco di legnate e viene legato e buttato nel pozzo a testa in giù. Sua moglie viene legata davanti a lui e suoi figli incatenati. (…) Se hai un po’ di buon senso, diventa scriba! Se hai imparato qualcosa del mestiere di contadino, non potrai sceglierlo. Prendi nota!”.
Regole di buon senso
Le satire dei mestieri non miravano solo a esaltare la professione di scriba e a mettere in cattiva luce tutte le altre, ma cercavano anche di impartire degli insegnamenti. A suo figlio Pepi, per esempio, Kheti intendeva insegnare alcune regole di vita dettate dal buon senso. Così, per sostenere le sue idee, lo scriba faceva ricorso ai classici proverbi: “se sei in un luogo in cui ci si batte, stai lontano dai contendenti. Se qualcuno ti rimprovera e tu non sai come placare la sua collera, rispondi dopo un momento di riflessione in presenza di testimoni. Se cammini dietro a personaggi illustri, non avvicinarti, mantieni la distanza come un uomo che sà comportarsi. Se entri in casa di un signore e questi è già impegnato con altri, siediti con la mano davanti alla bocca (in segno di rispetto) e non chiedere niente in sua presenza. Fa quel che ti dice ed evita di avvicinarti alla tavola. Comportati con fermezza e dignità. Non parlare di cose segrete: chi si nasconde il ventre, si fa scudo. Non parlare senza riflettere quando sei con un superiore. Se esci da scuola dopo mezzogiorno, va nell'atrio e continua a discutere della lezione. Se un personaggio illustre ti invia come messaggero, ripeti per bene il messaggio come ti è stato dettato. Non riassumere e non aggiungere nulla. Chi dimentica gli elogi, non dura. A chi è abile in tutto quel che fa, nulla sarà nascosto. Non dire bugie contro tua madre, è una cosa che suscita il disprezzo delle persone autorevoli. Il figlio che si rende utile manterrà la propria condizione. Non commettere il crimine con gli empi, o sarà peggio per te quando lo si verrà a sapere. Se hai mangiato tre pani e bevuto due bicchieri di birra, ma non hai ancora la pancia piena, controllati. Se un altro (continua) a mangiare e a bere, non restare là in piedi e guardati dall'avvicinarti alla tavola. Vedi, ti fa bene anche ascoltare i discorsi dei grandi: formeranno il tuo carattere e ne seguirai le orme”.
Dalla satira Egizia alla Bibbia
Nei cosiddetti “Libri sapienziali” della Bibbia si trova una sorta di satira di mestieri che ricorda il modello egizio: “la sapienza dello scriba si deve alle sue ore di quiete; chi ha poca attività diventerà saggio. Come potrà divenir saggio chi maneggia l’aratro e si vanta di brandire un pungolo? (…) Così ogni artigiano e ogni artista che passa la notte come il giorno (…) Così il fabbro siede davanti all'incudine ed è intento ai lavori del ferro: la vampa del fuoco gli strugge le carni, e col calore del fornello deve lottare (…). Così il vasaio seduto al suo lavoro gira con i piedi la ruota, è sempre in ansia per il suo lavoro (…)”. Tutti costoro hanno fiducia nelle proprie mani; ognuno è esperto nel proprio mestiere. Senza di loro sarebbe impossibile costruire una città; gli uomini non potrebbero né abitarvi né circolare. Ma essi non sono ricercati nel consiglio del popolo (…). Non fanno brillare né l’istruzione né il diritto, non compaiono tra gli autori di proverbi; ma sostengono le cose materiali, e la loro preghiera riguarda i lavori del mestiere”
(Siracide 38, 24.34).
Il potere della parola secondo Kheti
In un altro testo, intitolato semplicemente “L’insegnamento”, è ancora Kheti ad affrontare un nuovo aspetto: non più il potere dello scriba in se, ma quello della parola. Già ai tempi, infatti, l’arte oratoria era considerata indispensabile in politica: “Diventa un artigiano della lingua e trionferai: la lingua è la spada dei Re! Le parole valgono molto più di ogni combattimento: non si può sorprendere un artigiano dell’eloquenza”.

mercoledì 22 ottobre 2014

Le oche di Meidum

Anche nell'antichità, molte specie di uccelli migratori svernavano in Egitto. Il fregio di Meidum ne è una delle più celebri testimonianze. Conservato nella sala XXXII del Museo Egizio del Cairo, proviene dalla mastaba di Nefermaat e Atet, costruita a Meidum all'inizio della IV dinastia, durante il regno di Snefru.


Sei oche in un campo, divise in due gruppi di tre che si rivolgono la schiena: i volatili alle due estremità si stanno cibando, gli altri quattro passeggiano sulla riva del Nilo. Questo affresco fu scoperto nel 1871 da Auguste Mariette. Adornava i muri della mastaba (una tomba dalla forma di un grosso blocco di pietra) di una coppia di principi dell'inizio dell'Antico Regno. Oggi esposto al Museo del Cairo, è uno degli esempi più sorprendenti delle doti artistiche degli antichi egizi. Purtroppo si tratta solo di un frammento, largo 172 cm e alto 27. In origine si inseriva in una scena più ampia, che mostrava i figli di Atet a caccia di uccelli sul fiume, pullulante di selvaggina. Il tempo non ha conservato che questo gruppo di oche che beccano dei chicchi di grano sugli argini del fiume dopo l'abbassamento delle acque.

Messaggere degli dei
Nell'antichità, le oche erano considerate messaggere divine tra il cielo e la terra: il loro ritorno periodico annunciava la stagione delle piene, il nuovo "dono del Nilo" dopo la siccità. L'oca è un animale che si incontra spesso in Egitto: veniva addomesticato e spesso la si trovava nella cinta dei templi; sulle pareti di una cappella funeraria le oche assicuravano al defunto protezione contro le forze del male. Non si trattava, dunque, solamente di raffigurare delle scene commemorative della vita terrena del defunto, ma di permettergli di condurre, anche nell'altro mondo, una vita simile a quella terrena. 

Decoro funebre ed esercizio di stile
Gli affreschi funerari non erano destinati ai viventi: gli egizi credevano al valore magico della pittura. Una volta terminata l'opera, si procedeva a una cerimonia rituale che permetteva alla scena di animarsi di vita eterna. Il muro della mastaba di Meidum porta questa iscrizione: "Ha fatto eseguire queste immagini con un tratto indistruttibile". 
L'artista ha prima scavato dei bassorilievi profondi, poi li ha riempiti con della pasta colorata, per rendere l'aspetto variopinto e cangiante delle piume. I ciuffi d'erba disseminati tra gli uccelli sono dipinti direttamente sul muro. La precisione dei dettagli del piumaggio e i colori di ogni uccello hanno permesso agli egittologi di identificare le diverse specie che l'antico Egitto conosceva. Gli artisti dell'Antico Regno danno prova di uno spiccato senso d'osservazione naturalistica e di grande virtuosismo nell'esecuzione. 
La pittura egizia ignorava la prospettiva e le figure umane erano disegnate seguendo una concezione: viste frontalmente nella parte alta del corpo, di tre quarti il torso e di profilo per quanto riguarda le gambe e il viso. Così, per mostrare che due oche comminano affiancate, l'artista le ha leggermente sfalsate: una cammina dietro l'altra, ma la seconda è in parte nascosta dal corpo di quella vicina. 



martedì 14 ottobre 2014

La marina egizia

Per l'antico Egitto, il Nilo rappresentava la principale via di comunicazione. Di conseguenza, le forze navali costituivano uno strumento di difesa irrinunciabile. Posta sotto gli ordini diretti del faraone, la marina era strettamente legata alle armate di terra.


Fin dall'antichità, la conformazione geografica dell'Egitto ha determinato una stretta interdipendenza tra le forze navali e l'esercito del paese. Il Nilo era la via di comunicazione più accessibile e diretta, pertanto la fanteria egizia si spostava principalmente per nave. D'altra parte, in determinate occasioni i soldati potevano smontare le imbarcazioni e trasportarle lungo le piste del deserto, per poi rimontarle una volta giunti in riva al mare. Man mano che gli scambi commerciali si intensificavano e i conflitti si moltiplicavano, le relazioni tra marina ed esercito di terra divennero sempre più strette. La flotta egizia era onnipresente, sia che si trattasse di difendere il paese dall'interno, sia che vi fosse la necessità di recarsi sui campi di battaglia stranieri o di scortare le navi mercantili.

La flotta in azione
Sulla marina egizia ci sono pervenute numerose testimonianze, costituite sia da testi sia da bassorilievi dell'epoca. A questo proposito, va detto che le vittorie nelle battaglie navali erano sempre un'occasione per celebrare la gloria dei faraoni, le cui gesta venivano immortalate nelle sculture e nelle incisioni dei templi. La cosiddetta Stele di Sobekkhu, dal nome di un ufficiale della XII dnastia (Medio Regno), racconta: "Sua Maestà si diresse in nave verso nord, per sconfiggere gli asiatici. Sua Maestà raggiunse un paese straniero chiamato Sekmem. Sua Maestà ottenne la vittoria e ritornò alla sua residenza in vita, prosperità e salute". 
Le cronache militari ritrovate dagli archeologi forniscono numerosi particolari sulle vittorie navali, sulle conquiste e sulle vie percorse dall'esercito. Alcuni testi sono particolarmente dettagliati: tra questi, ricordiamo il poema di Pentaur, che descrive la battaglia navale condotta contro i Popoli del mare. Grazie ai bassorilievi scolpiti nel tempio di Medinet Habu, infine, gli storici hanno potuto ricostruire il modo in cui si sono svolte alcune delle battaglie navali: la flotta egizia radunava intorno alla foce del Nilo, formando un vero e proprio sbarramento. Sulle navi, gli arcieri presidiavano il ponte mentre i soldati armati di mazze e scudi erano riuniti a poppa. In una prima fase, gli arcieri scagliavano i propri dardi sulle imbarcazioni nemiche, poi si passava all'assalto vero e proprio all'abbordaggio degli avversari, che erano muniti di sole spade. Raramente le navi straniere venivano speronate, anche se in alcune raffigurazioni compaiono imbarcazioni rovesciate. 

Dal Nilo al mare
Sebbene gli egizi fossero da sempre abituati a viaggiare lungo il Nilo, non si può dire che essi avessero una vera e propria vocazione marittima. Oltretutto, la navigazione sul grande corso d'acqua non era così semplice, specialmente nei periodi di piena. Ciononostante fin dall'Antico Regno, i faraoni e il loro popolo si trovarono nella necessità di superare gli ostacoli costituiti dal mar Rosso e dal Mediterraneo, affinché le spedizioni militari e commerciali potessero raggiungere luoghi come il paese di Punt o Byblos. Le prime navi destinate ad affrontare il mare aperto si chiamavano proprio byblos, ed erano chiaramente ispirate al modello delle imbarcazioni fenicie. La navigazione sul Mediterraneo si sviluppò in modo particolare durante il Nuovo Regno, quando il ramo pelusiaco del Nilo divenne un passaggio obbligato per le truppe in partenza dai grandi porti di Mengi e Pi-Ramses.

Marina e Commercio
In tempo di pace, la marina egizia scortava le spedizione commerciali dirette verso i luoghi più lontani. Un bassorilievo dell'epoca della regina Hatshepsut descrive uno dei viaggi compiuti, verso il 1496 a.C., nel paese di Punt. Questo era situato in un punto imprecisato delle coste del mar Rosso, ed era una meta particolarmente ambita per via delle essenze e delle spezie prodotte nella regione.

La flotta egizia nell'Epoca Tolemaica
Le rivalità interne e i disordini che segnarono progressivamente alcuni periodi della storia egizia non favorirono la stabilità e l'unione della marina e dell'esercito. Soprattutto a partire dal Terzo Periodo Intermedio, i vari potentati cominciarono a sfidarsi tra di loro, ognuno con le proprie armate; inoltre, sempre più spesso i monarchi fecero ricordo a soldati e marinai stranieri. 
In Epoca Tarda, l'importanza militare della flotta si accrebbe grazie all'arrivo delle triremi greche. Intano, i mercenari stranieri divennero più numerosi che mai. La marina egizia continuò a intervenire in tre aree: sul Nilo, sul mar Rosso e nel Mediterraneo. Per quanto riguarda il Nilo, nacque una polizia fluviale formata da guardie che sorvegliavano le coste o navigavano su appositi battelli. I poteri di questo corpo furono ampliati dai faraoni man mano che nel paese aumentavano i disordini.
Quanto al Mediterraneo, i sovrani Lagidi riuscirono ad andare oltre i limiti raggiunti dai faraoni della XVIII dinastia, che fino ad allora era stata la più attiva nella navigazione per mare. I Tolomei riuscirono anzi ad allargare la propria sfera d'influenza su tutto il Mediterraneo orientale, compreso il mar Egeo. La fama dei marinai egizi varcò così i confini del paese. Verso la fine dell'Epoca Tolemaica, Antonio e Cleopatra disponevano ancora di una flotta considerevole: la regina poteva contare su duecento navi e Antonio disponeva, a Efeso, di ottocento bastimenti. Purtroppo, questo non impedì la disfatta nella battaglia di Actium del 31 a.C., che segnò la fine dell'indipendenza egizia

mercoledì 1 ottobre 2014

Cosmogonie egizie


Nell'antico Egitto diverse cosmogonie spiegavano l'origine del mondo. Queste facevano capo a tre importanti centri religiosi: Heliopolis, Hermopolis e Menfi. 

Heliopolis
Il più antico mito sembra essere quello dell'antica città di Heliopolis, oggi divenuta un quartiere del Cairo. Al principio vi era Nun, l'oceano primordiale (termine che oggi si traduce spesso con caos); una distesa d'acqua che conteneva i germi  della vita. In esso, tuttavia, avevano sede anche le forze negative; vi galleggiavano le anime di coloro che non avevano potuto godere di una sepoltura, e i bambini nati morti. Da questo caos era emersa una collinetta di terra ricoperta di sabbia, dalla quale sorse, autocreandosi, il dio creatore di Heliopolis, chiamato Atum. Egli creò la prima coppia divina: il dio Shu (l'aria, o il secco) e la dea Tefnut (l'umidità), i quali a loro volta procrearono una seconda coppia dinina, Nut (il cielo), e Geb (la terra), rispettivamente una donna e un uomo. Il loro padre Shu li manteneva separati. Nut e Geb misero al mondo tuttavia quattro figli: Seth, Nefti, Osiride e Iside. Quest'ultima coppia rappresentava il legame tra la creazione e gli uomini; era infatti il prototipo della coppia regale. Da essi nascerà il dio Horo, che prenderà il posto su trono del Paese.

Hermopolis
Secondo il mito di Hermopolis, l'odierna città di Ashmuneim, nel Nun vi erano invee, prima della creazione, quattro coppie di strane divinità a testa di rana o di serpente e che rappresentano le tenebre, le acque, l'infinito e il nulla. Queste divinità crearono un uovo misterioso e lo posero sulla collinetta emersa dal Nun. Quando il guscio si aprì, ne uscì il dio sole, che corse subito in cielo o, secondo un'altra versione, il dio a testa di ibis di nome Thot, divinità principale di Hermopolis e dal quale ebbe inizio la creazione vera e propria.

Menfi
Più intellettuale è invece la cosmogonia di Menfi. Il dio creatore Ptah vagava nel Nun, quando un giorno si fermò sulla collinetta emersa dalle acque primordiali e, assimilandosi a essa, divenne Ptah Ta-tenen. Fermo sulla collinetta, Ptah pensò con il cuore, secondo gli egizi sede della conoscenza. Semplicemente pronunciando il nome di ciò che aveva pensato creò dapprima il dio Atum, poi gli altri dei, le regioni, le città e gli esseri viventi. 

domenica 28 settembre 2014

Le doppie tombe di Saqqara e Abydos

Sembra che la maggior parte dei sovrani sepolti ad Abydos si sia fatta costruire una tomba anche nella necropoli di Saqqara, nei pressi di Menfi, capitale dello stato unificato. Negli anni '30 del XX° secolo, l'archeologo inglese W.B.Emery scavò infatti in quelle zona alcune tombe, dette "mastabe", dotate di sovrastrutture rettangolari in mattoni crudi riempite di ghiaia e contenenti vani che fungevano da depositi. Inizialmente, Emery credette di aver trovato le sepolture di alti funzionari, poiché allora era opinione diffusa che i sovrani delle prime due dinastie fossero seppelliti solo ad Abydos. In seguito, ipotizzò invece che le vere tombe di quei re fossero proprio quelle di Saqqara.
Le tombe di Saqqara sono più grandi di quelle di Abydos. Spesso sono sviluppate su due piani, uno sotterraneo, l'altro al livello del suolo. Quest'ultimo poteva essere alto fino a 2,5 metri ed era provvisto all'esterno di una "facciata di palazzo" decorata a pannelli. All'interno vi erano camere che contenevano vari oggetti del corredo funerario. Al centro si trovava un pozzo rettangolare che conduceva alla camera funeraria vera e propria, costruita in maniera simile a quelle che si trovano nelle tombe di Abydos. 
La "doppia sepoltura" potrebbe esprimere l'intenzione di sottolineare la dualità originaria del paese. Facendosi appropriatamente seppellire nella necropoli di Menfi, i sovrani avrebbero esaltato l'importante ruolo politico; il cenotafio di Abydos avrebbe invece voluto ricordare il vero luogo di origine del potere regale in Egitto.
Il significato della cosiddetta "doppia sepoltura" è tutt'altro che risolto. Mancando ogni prova definitiva sull'attribuzione delle tombe scavate da Emery, alcuni studiosi ritengono che quelle di Saqqara fossero in realtà destinate ad alti funzionari residenti a Menfi. Tuttavia, le tombe di Saqqara sono molto più grandi di quelle di Abydos ed è improbabile, anche se non impossibile, che dei monumenti funerari di subordinati potessero superare quelli dei faraoni. Altri studiosi ritengono invece che sia Saqqara che Abydos ospitassero monumenti regali, ma mentre a Saqqara si trovava la vera tomba del sovrano, ad Abydos, vi era soltanto un cenotafio in onore del re defunto. 
Tirando quindi le somme delle varie ipotesi, possiamo solo giungere alla conclusione che finché qualcosa di nuovo non getterà ulteriore luce su tale tematica, ognuna delle teorie qui riportate restano mere possibilità.

giovedì 18 settembre 2014

La tomba di Hetepheres

La regina Hetepheres era la moglie del Faraone Snefru e madre di Cheope. La sua tomba venne trovata nel 1925 nel cimitero est di Giza da una missione americana, guidata dall’Egittologo Reisner. Nel febbraio di quell'anno, uno dei fotografi che facevano parte delle spedizione americana stava cercando di sistemare il cavalletto della macchina fotografica nei pressi di un angolo di una delle piccole piramidi attorno alla piramide di Cheope, quando scoprì, del tutto casualmente, un ammasso di gesso che nascondeva l’imboccatura, ostruita da pietre squadrate, di una galleria scavata nella roccia. Questa galleria iniziava con dodici gradini per poi finire, dopo qualche metro, in un pozzo pieno di detriti. Nella speranza di essere di fronte all'ingresso di una tomba inviolata, la missione iniziò i lavori di svuotamento del pozzo. A 7 metri di profondità venne trovata una nicchia murata al cui interno c’erano due recipienti per il vino, un cranio e alcune ossa di toro, avvolte in stuoie di canne. Davanti alla nicchia vi erano in oltre dei resti di carbone, il che fece ritenere agli studiosi americani che si trattasse semplicemente di un offerta funeraria consistente nell'aspersione di fumo odoroso tramite la bruciature di un legno fragrante.
Tuttavia, continuando lo scavo, a 26 metri si arrivò a toccare il soffitto di una camera sepolcrale. Dopo alcuni mesi, la camera fu finalmente aperta. All'interno vi era un sarcofago in alabastro, mentre il pavimento era ricoperto, oltre che da vasi e altri suppellettili, da numerosi frammenti d’oro e di intarsi caduti dal mobilio in legno accatastato e in parte decomposto. Il ricco arredo funerario lasciava pensare che la tomba fosse appartenuta a un personaggio di rango elevato, il cui nome rimaneva però ancora sconosciuto. Dopo un mese, una scoperta risolse fortunatamente questo mistero. Alcuni geroglifici d’oro, incastonati in un legno decomposto, restituirono un iscrizione: “la madre del Re dell’Alto e del Basso Egitto… Hetepheres”. Era stata dunque portata alla luce la più antica sepoltura inviolata appartenuta a un membro della famiglia regale, ossia alla madre di Cheope, la quale era rimasta chiusa indisturbata nella sua tomba per più di 4000 anni. Dopo alcuni lavori di recupero del materiale, rimaneva l’ultimo importante compito, ossia l’apertura del sarcofago. Gli archeologi ruppero dapprima i cinque sigilli che ne garantivano la chiusura e finalmente poterono sollevare il coperchio. Purtroppo però una amara sorpresa li attendeva: il sarcofago era completamente vuoto. Ma come era possibile? Reisner aveva trovato nel fondo del pozzo alcuni vasi, come essi fossero stati gettati all'ultimo momento; in oltre aveva notato tracce di forzatura nell'apertura del sarcofago. Su questa base, lo studioso americano avanzò un ipotesi, più o meno convincente. Forse la regina Hetepheres, alla sua morte, venne sepolta in una tomba a Dashur, nei pressi della piramide del suo sposo Snefru. In seguito, dopo essere stato informato di un tentativo di saccheggio della tomba materna, Cheope ordinò di far costruire una nuova sepoltura per la madre nelle immediate vicinanze della sua piramide a Giza, dove avrebbe potuto godere di maggiori controlli. 
Dopo che i lavori furono ultimati, tutto l’arredo funerario e il sarcofago vennero trasferiti da Dashur a Giza e sepolti, probabilmente in tutta fretta, nella nuova tomba. Tuttavia, i predatori della tomba di Dashur avevano rubato la mummia della regina per poterne strappare i monili e i gioielli in oro. Gli addetti alla sorveglianza di questa tomba, per paura di essere severamente puniti, tennero nascosto l’accaduto a Cheope, il quale fece così seppellire a sua insaputa un sarcofago vuoto. Ricordiamo che all'interno della tomba di Giza venne effettuata un ultima scoperta. In una nicchia ricavata in una parete, si trovò un contenitore in alabastro sigillato. Nel suo interno, diviso in scomparti, vi erano custoditi quattro involti, originariamente immersi in una soluzione preservante di carbonato di sodio e contenenti le viscere di Hetepheres. Questa scoperta rappresenta la più antica testimonianza di un usanza che sarà poi ben diffusa nelle epoche posteriori. Il tesoro di Hetepheres, oltre ad essere il più antico, è anche uno dei più belli appartenuti ad un membro della famiglia regale che l’Egitto ci abbia restituito. Nel suo insieme, era composto da una serie di oggetti di uso quotidiano, mobili e contenitori in legno finemente lavorati, in una buona parte vestiti con oro battuto e intarsi di pasta di vetro colorata o pietre dure. Il tesoro includeva vasi di varie forme e dimensioni, alcuni bracciali in argento, oggetti per la toeletta personale della regina, come rasoi, arnesi per le unghie, piccoli vasi in alabastro per oli e altri contenitori in oro per cosmetici. Gli arredi rinvenuti nella tomba ci danno in oltre un’idea di quella che doveva essere una camera da letto di lusso nel periodo delle piramidi. I piedi della poltrona e del letto hanno la forma di zampe di leone: la presenza di questo animale aveva la funzione di proteggere la persona seduta o che dormiva e infonderle parte della sua forza. La testa del letto, leggermente sopraelevata, termina con due fiori di loto sporgenti. Il piano del letto dove la regina dormiva era composto di pelle tesa, attaccata all'intelaiatura per mezzo di cordicelle. Tutt'oggi, la scoperta della tomba di Hetepheres, madre terrena del Dio vivente, è ancora fra le più importante che l’archeologia ricordi.

venerdì 12 settembre 2014

L'origine divina di Hatshepsut

Per governare sull'Egitto come faraone, Hatshepsut dovette proclamare la sua legittimità dinastica, un'operazione che poté compiere grazie al supporto dei sacerdoti di Amon. Con il proposito di affermare i suoi diritti, la regina fece incidere dei rilievi con la storia della sua origine divina sulle pareti dei portici colonnati del tempio funerario di Deir el-Bahari, dedicato ad Amon, alla dea Hathor e al culto del ka o " forza generatrice di vita " di Hatshepsut e di suo padre Thutmosi I. Le scene si svolgono su un muro della seconda terrazza del tempio e illustrano la teogamia, cioè l'unione sacra tra il dio Amon, con le sembianze di Thutmosis I, e la regina Iahmes. In seguito a questa unione sarebbe stata quindi concepita Hatshepsut, la divina figlia di Amon.



  1. Khnum, il vasaio divino, ha ricevuto dal dio Amon l'ordine di modellare Hatshepsut: " Vai a modellare lei e il suo ka. Modella questa figlia mia che ho generato ".
  2. Il dio Khnum, con l'aiuto della dea rana Heket, che presiede i parti e protegge le nascite, modella sul suo tornio di vasaio Hatshepsut, erede di Amon, e il suo ka.
  3. Thot, il dio lunare della sapienza, viene inviato da Amon per annunciare alla regina Iahmes, moglie del faraone Thutmosis I, che darà alla luce un erede divino.
  4. La dea utero Meskhenet, la dea ippopotamo Tueris e il dio nano Bes assistono la regina Iahmes durante il parto.
  5. Amon riceve da Thot Hatshepsut e il suo ka ed esclama: " Gloriosa parte di me, re che prende sempre le Due Terre sul trono di Horus ".
  6. Hatshepsut, rappresentata come un bambino, viene accolta tra le braccia di suo padre Amon, che la riconosce come sua erede e conferma il suo diritto a regnare.
  7. La regina Iahmes tiene in braccio sua figlia mentre due nutrici divine allattano due dei suoi ka. Dodici geni benefici sostengono ognuno dei ka della piccola Hatshepsut.
  8. Il genio dell'inondazione tiene in braccio Hatshepsut e il suo ka, seguito dal genio del latte. Entrambi la presentano al padre Amon, al cospetto di testimoni divini.



lunedì 1 settembre 2014

Stele di Nebra

Questa stele testimonia l'esistenza di un culto reso ad alcune divinità pressoché sconosciute altrove, ma molto amate dagli abitanti di Deir el-Medina. Il "disegnatore" Nebra e due dei suoi figli, Nakhtamon e Khai - disegnatori anch'essi - hanno dedicato questa stele alla rondine Menet Uret e alla gatta Tanuit. Il culto della rondine è attestato a Deir el-Medina da altre stele e anche da statuette di rondini. Incontriamo questo animale, simbolo della rinascita, nel capitolo 86 del Libro dei Morti.

Nebra e la sua famiglia sono presenti in altri monumenti. Il "disegnatore di Amon nella Sede della Verità", Nebra è raffigurato nella tomba di Nebenmaat (TT219) con la moglie Pashed, una delle figlie di Karo, e i suoi figli Nakhtamon, Khai e Paherypedjet. Un altro figlio, Amenemopet, è menzionato su una stele conservata a Torino (CGT 50036). Artigiano specializzato tra gli operai della tomba, Nebra ereditò il mestiere di disegnatore dal padre Pay e lo trasmise ai suoi figli.

Dati:
Periodo: XIX dinastia Materiale: Calcare inciso Misure: Alt.cm 14,2; L 9,2 Collezione: Dovretti, 1824 Luogo di esposizione: Torino, Museo Egizio

lunedì 18 agosto 2014

La scoperta dei sarcofagi di Tutankhamon

"Il coperchio del sarcofago tremò e incominciò a sollevarsi, lentamente e con qualche incertezza si aprì. All'inizio vedemmo solo una stretta fessura nera. Poi, gradualmente, fummo in grado di discernere frammenti di granito che erano caduti dalla frattura del coperchio. Essi ricoprivano un sudario che lasciava intravedere una forma indistinta... ".
James Henry Breasted

Il sarcofago esterno (1)
Quando il coperchio fu completamente rimosso si poté vedere la figura del re morto avvolta nel sudario. I presenti si lasciarono sfuggire un grido di meraviglia quando i due lenzuoli di lino furono sollevati e apparve un magnifico sarcofago mummiforme la cui superficie d'oro brillava alla luce della lampada di Burton. La sua forma suggeriva che c'erano altri sarcofagi dello stesso tipo, uno dentro l'altro come bambole russe. Ma gli archeologi dovettero pazientare; i lavori di conservazione per gli oggetti ritrovati precedentemente avrebbero rimandato l'apertura dei sarcofagi di un anno e mezzo.
Il sarcofago esterno, lungo 2,24 m, con il capo rivolto a ovest, riposava su un basso cataletto di forma leonina ancora intatto nonostante il peso di oltre una tonnellata che sosteneva da più di 3200 anni. In fondo al sarcofago si trovavano frammenti di pietra caduti dal coperchio durante la sepoltura, provocati dai rozzi tentativi fatti dai costruttori di rimediare ad un errore di misura e per adattare il coperchio al sarcofago. Dai frammenti si concluse che la struttura del sarcofago era di cipresso, modellato a rilievo e ricoperto da un sottile strato di stucco a sua volta ricoperto da una lamina d'oro.
Lo spessore della lamina variava: maggiore per il viso e le mani e finissimo per il curioso copricapo khat. Si notarono anche variazione di colore: il viso e le mani erano più pallide, dando, come disse Carter, "l'impressione del grigiore della morte".
Le superfici del coperchio e della base erano decorate con disegni rishi, ovvero a forma di piuma, a bassorilievo. Al di sopra delle decorazioni, sui lati destro e sinistro, si trovano le figure finemente modellate di Iside e Nefti con le ali aperte, il cui abbraccio protettivo si estendeva fino a una delle due file di geroglifici che scorrevano verticalmente sul coperchio. Al di sotto del piede si trovava un'altra immagine della dea Iside, inginocchiata sul geroglifico nub, "oro". Sotto di essa c'erano dieci colonne di testo. 
Il coperchio era stato modellato con un'immagine ad altorilievo del re rappresentato come Osiride, con un ampio collare e braccialetti a bassorilievo; le braccia erano incrociate sul petto e tenevano i simboli regali: lo scettro nella mano sinistra e il flabello nella destra. Sulla fronte del re si ergevano le "Due Signore", Uadjet e Nekhbet; il cobra divino del Basso Egitto e la dea avvoltoio dell'Alto Egitto. Una piccola ghirlanda di foglie di olivo e fiori circondava la coppia ed era legata a una stretta striscia di midollo di papiro. 


Il secondo sarcofago (2)
Il disegno originale del sarcofago più esterno includeva quattro maniglie d'argento - due per lato - usate per metterlo in posizione. Ora, il 13 Ottobre 1925, tre millenni dopo, le stesse maniglie servivano per sollevarlo. Secondo Carter, "fu un momento di ansia ed eccitazione"; ma il coperchio venne sollevato senza difficoltà e mostrò il secondo sarcofago antropomorfo. Anche qui ricopriva il sarcofago un sudario di lino, a sua volta nascosto da ghirlande di fiori simili a quelle trovate da Davis nel Pozzo 54 (le quali fecero credere all'avventuriero di aver trovato la tomba di Tutankhamon). Intorno alle divinità protettrici sulla fronte del faraone, sopra il sudario, c'era una piccola ghirlanda di foglie d'olivo, petali di loto blu e fiordalisi.
Prima di sollevare il drappo di lino, Carter e compagni decisero di rimuovere dal sarcofago la parte inferiore e il contenuto della bara esterna. La fragilità della superficie di stucco e smalto rendeva necessario evitare di toccarla per quanto possibile: si usarono spilli di metallo per allargare i tenoni della barra esterna e si procedette con le carrucole. Si trattò, come ricorda Carter, di "un lavoro difficile"; ma non ci furono incidenti e il sarcofago venne deposto su cavalletti.
Il secondo sarcofago, lungo 2,04 m, si rivelò ancora più incredibile del primo. Costruito in un legno non ancora identificato, era anch'esso ricoperto da una lamina d'oro. Le decorazioni a intarsio, rovinate dall'umidità, erano più vaste di quelle trovate sul precedente. I dettagli come le strisce del copricapo - nemes, le sopracciglia, le linee del trucco e la barba erano intarsi di vetro blu - lapislazzuli. La figura di serpente sulla fronte del re era di legno dorato, con la testa di faïence blu e intarsi di vetro rosso, blu e turchese; anche la testa dell'avvoltoio trovata sul primo sarcofago, aveva un becco di legno nero probabilmente ebano) e gli occhi di ossidiana. I simboli regali, scettro e flabello, erano intarsiati con vetro blu - lapislazzuli e turchese e con faïence blu.
Circondava il collo del re un ampio collare a "forma di falco" su cui spiccavano gemme di vetro rosso, blu e turchese; ai polsi c'erano braccialetti simili al collare. L'intera superficie del corpo era decorata con motivi rishi, ma, a differenza dei decori sul sarcofago esterno, le piume erano qui impreziosite da vetro rosso - diaspro, blu - lapislazzuli e turchese. Al posto delle divinità Iside e Nefti, si trovavano le divinità alate Nekhbet e Uadjet: anche queste figure erano decorate da intarsi di vetro colorato. 





Il terzo sarcofago (3)
A differenza del sarcofago più esterno, il coperchio del secondo non era provvisto di maniglie; inoltre, la rimozione fu resa più difficile del fatto che i 10 chiodi d'argento con la testa d'oro che trattenevano il coperchio non poterono essere tolti mentre esso si trovava all'interno. Carter affrontò il problema con il sangue freddo che riservava a tutto ciò che era egizio. I chiodi furono allentati abbastanza per permettere di attaccarvi un "robusto cavo di rame"; "robusti occhielli di metallo" furono inseriti nel margine del sarcofago esterno, quindi si procedette ad abbassare il sarcofago esterno, mentre quello interno restava sospeso. Lo stesso procedimento fu usato per rimuovere il coperchio del secondo: si inserirono occhielli in quattro punti mentre i chiodi d'argento stavano al posto dei 10 tenoni d'argento rimossi, e il coperchio venne sollevato facilmente. 
L'apertura del coperchio rivelò un terzo sarcofago antropomorfo: al di sopra del copricapo - nemes c'era un lenzuolo di lino, mentre il corpo era ricoperto da un sudario di lino rosso ripiegato tre volte. Il viso era scoperto, il petto decorato con un largo collare estremamente fragile composto di grani di vetro blu, foglie, fiori, bacche e frutti (incluso il Punica granatum - melograno - e il Salix) cuciti su una base di papiro. 


"Mr. Burton fece subito delle fotografie. Poi, io rimossi il collare e il lino. Ci si rivelò un fatto straordinario. Il terzo sarcofago... era fatto d'oro puro! Il mistero dell'enorme peso, che ci aveva fino ad allora assillati, era ormai chiaro. Si spiegava anche perché il peso era così poco diminuito dopo la rimozione del primo sarcofago e del coperchio del secondo. Pesava ancora quanto otto uomini robusti potevano sollevare."

Inizialmente, però, l'aspetto del sarcofago in metallo era tutt'altro che lucente. Era stato ricoperto "da uno strato nero simile a pece che si stendeva dalle mani alle caviglie". Carter calcolò che almeno due secchi di questo liquido di unzione sacra erano stati versati sul sarcofago riempiendo l'intero spazio tra esso e la base del secondo, incollandoli bene insieme. 


Fu alquanto difficile rimuovere questo strato resinoso:

"Questo materiale simile a pece, indurito nei secoli, dovette essere rimosso col martello, i solventi e il calore, mentre le parti dei sarcofagi venivano distaccate l'una dall'altra col calore e il resto veniva temporaneamente protetto contro l'elevata temperatura da barriere di zinco; la temperatura era di parecchie centinaia di gradi Fahrenheit. Quando il sarcofago più interno fu distaccato, ci volle ancora molto tempo prima che il materiale resinoso fosse completamente rimosso."


Il sarcofago misura 1,88 m; lo spessore del metallo, ricavato da pesanti lamine d'oro, varia da 0,25 a 0,3 cm. Nel 1929, quando esso fu pesato, risultò di 110,4 kg; il suo valore minimo sarebbe oggi di circa 1 milione e 300 mila euro, o di poco più di un milione di sterline inglesi. 
L'immagine di Tutankhamon su questo sarcofago sembra quasi eterea a causa della decomposizione dell'alabastro bianco degli occhi. Le pupille sono di ossidiana, le sopracciglia e le linee del trucco sono di vetro color lapislazzuli. La barba, posticcia e attaccata al mento, è intarsiata con vetro dello stesso colore delle linee degli occhi. Il copricapo è nemes, ma qui, a differenza che nel secondo, le pieghe sono in rilievo anziché indicate da intarsi di vetro colorato. Stati di lamine d'oro nascondevano il fatto che il lobo delle orecchie era bucato, dimostrando che la tradizione di portare orecchini per i maschi era abbandonata nella pubertà. 
Sul colo erano state poste due pesanti collane di grani a forma di disco, fatti d'oro rosso e giallo e di faïence blu, legati da quella che sembrava erba tenuta insieme da un filo di lino. Ad ogni capo delle collane c'erano fiori di loto decorati con cornalina, vetro turchese e lapislazzuli. Sotto le collane si trovava il collare a forma di falco, anch'esso separato dal coperchio, intarsiato con undici file di lapislazzuli, quarzo, cornalina, feldspato e vetro turchese a forma di grani tubolari e sul bordo esterno una fila di grani a forma di gocce. 
Anche in questo sarcofago le braccia del re sono incrociate sul petto, con braccialetti simili al collare. Lo scettro e il flabello sono ricoperti di lamine d'oro e decorati con faïence blu, vetro policromo e cornalina. Parte della decorazione del manico del flabello è rovinata a causa della resina nera con cui la bara è stata ricoperta. 
Al di sotto delle mani, le divinità Nekhbet e Uadjet, modellate in oro e decorate con quarzo e vetro color lapislazzuli e turchese, allargano le ali protettive sulla parte superiore del corpo reale. Il coperchio e la base del sarcofago sono decorati anche con immagini delle dee Iside e Nefti su uno sfondo di rishi a protezione del lato destro e sinistro della parte inferiore del corpo. Due colonne verticali di testo sono incise sul coperchio dall'ombelico ai piedi, con la solita figura di Iside inginocchiata sul geroglifico nub, "oro", incisa sulle pianta di piedi. 



Il coperchio di questo sarcofago possedeva maniglie ed era attaccato alla sua base da otto lingue d'oro, quattro per lato, che entravano in cavità predisposte ed erano assicurate da chiodi d'oro. Poiché c'era poco spazio tra i due sarcofagi, i chiodi dovettero essere rimossi uno a uno; infine, il coperchio fu sollevato e la mummia del re scoperta.

"Aprimmo i loro sarcofagi e le loro casse e trovammo la nobile mummia di questo re munita di scimitarra; 
aveva al collo un gran numero di amuleti e gioielli d'oro, e il suo elmo d'oro sopra di lui... "
Brano dalla confessione di un antico tombarolo


"Davanti a noi occupava tutto lo spazio del sarcofago d'oro un'impressionante, bellissima e ben fatta mummia, sulla quale erano stati versati in gran quantità unguenti che si erano solidificati nel tempo. Contrastava col colore scuro degli unguenti una magnifica, si potrebbe dire superba, maschera d'oro brunito a immagine del re, che copriva la testa e le spalle della mummia e, come i piedi, era stata intenzionalmente risparmiata dagli unguenti". 
Howard Carter


venerdì 15 agosto 2014

La pesante eredità di Ramses II

È sempre difficile sostituire un "gigante", soprattutto se si tratta di un sovrano in grado di regnare per oltre mezzo secolo. 
Fu quel che accadde alla morte del faraone Ramses II, quando l'Egitto dovette fronteggiare una serie di crisi di successione e la costante pressione dei popoli stranieri. Alla fine del Nuovo Regno, il paese si avviava ormai verso una fase di declino irreversibile. Verso la seconda metà del XIII secolo a.C., il lungo regno di Ramses II si avviava verso la sua conclusione. Il re era ormai vecchio, ma l'Egitto era un paese ricco e potente, costellato di monumentali meraviglie che testimoniavano lo splendore della civiltà e il genio architettonico del suo sovrano. Il regno delle Due Terre viveva in pace ed esercitava la sua influenza ben oltre i propri confini: il trattato con gli Ittiti stipulava l'equilibrio in tutto il vicino Oriente. Ma gli anni passavano, e la gloria militare di Ramses II si apprestava a divenire un lontano ricordo. 
Poco alla volta, le prime nubi iniziarono a profilarsi all'orizzonte: proprio come accade al crepuscolo di una calda giornata d'estate, le nuvole sembrano lontane. Eppure, la tempesta stava già prendendo forma, e i primi tuoi si potevano già udire in lontananza, benché nessuno facesse caso a ciò che sembrava solamente una vaga minaccia.

L'inizio del declino
Questo era il clima in cui l'Egitto viveva alla fine del lungo regno terreno di Ramses II, che si dice sia durato sessantasette anni. In oltre in mezzo secolo, la società egizia era profondamente cambiata. La distribuzione delle ricchezze tra i vari ceti sociali era diventata ancora più disomogenea, ovviamente a vantaggio delle classi più agiate. Il clero di Amon era sempre più coinvolto nelle questioni politiche, e cominciava a intaccare, in modo impercettibile ma costante, l'autorità del faraone. Nel paese si andava instaurando un clima di decadenza, caratterizzato da un certo degrado dei costumi e della morale, oltre che da una sostanziale impoverimento culturale. Anche all'esterno cominciavano a profilarsi nuove minacce. Il regno degli Ittiti era in procinto di essere invaso da popolazioni del Nord, provenienti dai Balcani e dalle coste del Mar Nero. Lo stesso Egitto, dopo la morte di Ramses II, divenne una preda allettante per gli invasori stranieri, tanto più che la scomparsa del vecchio sovrano aveva acceso la rivalità tra i numerosi pretendenti al trono e aperto così una vera e propria crisi di successione. Inevitabilmente, questa crisi indebolì il paese e lo rese particolarmente vulnerabile a pericoli di ogni sorta. Alla fine, a salire al trono fu Merenptah. Questi era il tredicesimo figlio di Ramses, mentre sua madre era la grande sposa reale Isisnofret. Apparentemente, si trattò di una scelta del tutto legittima e logica: il nuovo faraone si era già occupato a lungo di questioni di Stato, seppure all'ombra del padre; in particolare, Merenptah era stato generale in capo dell'esercito e aveva anche rivestito le alte funzioni di luogotenente generale del regno mentre Ramses combatteva contro gli Ittiti. Vi era, però, una particolarità: il futuro re era nato nei primi anni di regno del padre, pertanto non era più un ragazzo: quando indossò la doppia corona d'Egitto, aveva quasi sessant'anni.
Fra i numerosissimi discendenti di Ramses II, oltre a Merenptah, si distinsero altri due figli, Khaemuaset e Amonherkopeshef. Questi fu il figlio maggiore e il primo avuto dalla regina Nefertari; dopo aver intrapreso la carriera militare, fu principe ereditario per quasi quarant'anni. Dopo la sua morte, avvenuta probabilmente in guerra, il titolo legittimo passò ad un altro figlio di Nefertari e soli molti anni dopo, quando altri principi morirono, Merenptah fu proclamato erede. Khaemuaset, invece, era figlio di Isetnofret e un vero appassionato di studi storici, tanto da divenire una sorta di archeologo ante litteram; restaurò, tra l'altro, diversi templi e studiò le fonti della religione egizia. Fu anche gran sacerdote di Ptah a Menfi, e si occupò personalmente di organizzare le feste Sed in onore di suo padre.

In guerra su tre fonti
Gli eventi si susseguirono molto rapidamente. Appena insediatosi sul trono, Merenptah, realizzò che le frontiere dell'Egitto erano minacciate da più parti: a est dai Palestinesi e dai cosiddetti "popoli del mare" a ovest dai Libi e a sud dai Nubiani. Bisognava quindi batterli su tre fronti. Come abbiamo visto, Merenptah aveva la tempra e l'esperienza di un soldato, sapeva valutare le forse nemiche e aveva già dimostrato di possedere sangue freddo e capacità decisionali. e cercare di batterli uno dopo l'altro. Il primo fronte di guerra si aprì a est, contro i Palestinesi e i popoli del mare. L'esito della campagna fu positivo, ma la vittoria non fu schiacciante: il sovrano egizio aveva fretta di portare le sue truppe all'altro capo del paese per sfidare i Libi, e non ebbe il tempo di inseguire i vinti; dopo una breve ritirata, questi si installarono in prossimità delle frontiere.
Anche a ovest le cose sembrano prendere una piega più difficile rispetto alle previsioni di Merenptah. L'esercito egizio era già provato dalla prima campagna e dalla lunga marcia di trasferimento, e non riuscì a sconfiggere in modo definitivo i Libi. Questi si limitarono a indietreggiare e si insediarono in una zona del Basso Egitto da cui verranno scacciati solo più tardi, durante il regno di Ramses III. Quanto ai Nubiani, sempre in rivolta e pronti ad approfittare di ogni minimo segno di debolezza degli egizi, avevano nuovamente imbracciato le armi e rialzato la testa. Ma, ancora una volta, furono riportati alla ragione con i metodi impietosi più volte utilizzati dai predecessori di Merenptah.
Dopo due anni di guerra, l'Egitto era riuscito a limitare i danni, ma non aveva risolto i propri problemi: le frontiere rimasero infatti sotto la minaccia di popoli nemici che, pur sconfitti, non avevano rinunciato ai loro progetti di conquista. Si stabilì così una pace precaria. Ciononostante, Merenptah passò alla storia come un salvatore del proprio paese. A parte l'aspetto militare, del suo regno non rimango molte tracce. È certo, però, che la morte di questo faraone aprì una nuova crisi di successione, ulteriormente aggravata da un generale declino del paese.


Sethi II contro Amenemesse
Gli eventi che seguirono la morte di Merenptah sono particolarmente difficili da ricostruire. A quanto sembra, il principe ereditario Sethi II s'impose superando notevoli difficoltà. Alla fine ebbe la meglio suoi suoi contendenti, ma ben presto dovette affrontare un avversario, un "anti-faraone" di nome Amenemesse. Chi era costui?
Sulle origini di questo pretendente al trono, sono state formulate diverse ipotesi: forse apparteneva a uno dei rami dell'intricata stirpe di Ramses II, oppure er un figlio di Sethi II ribellatosi al padre; secondo altre supposizioni, invece, era un fratellastro di Sethi II che reclamava la propria parte di potere o, ancora, il leader di una congiura fomentata da un visir ambizioso. Stupisce, in ogni caso, l'autorevolezza acquisita da questo usurpatore, il quale riuscì ad attirare un discreto seguito: per esempio, riuscì a far interrompere i lavori di costruzione della tomba del faraone e far intraprendere quelli relativi alla propria sepoltura. Ma anche Sethi II poteva contare su sostenitori fedeli, a cominciare dal visir Bay, destinato a giocare un ruolo di primo piano nei successivi anni di regno.
Amenemesse scomparve in circostanze ignote e, dopo soli due anni, morì anche Sethi II: ancora una volta, l'Egitto dovette affrontare una crisi di successione. A risolverla fu il deciso intervento di Bay, il quale riuscì a imporre l'incoronazione di Siptah. Intanto, un altro influente personaggio iniziava a insinuarsi tra le pieghe del potere: la regina Tausert.

Siptah, un faraone di passaggio
Anche sulle origini di Siptah sono state avanzate diverse ipotesi. Secondo alcuni storici, era semplicemente un figlio di Sethi II; altri, invece, sostengono che suo padre fosse l'anti-faraone Amenemesse. Ma in tal caso, perché il visir Bay, fedele servitori di Sethi II, avrebbe favorito l'ascesa al trono di un rivale del suo signore? Forse per assicurarsi una posizione di favore accanto al giovane sovrano? Di fatto, il ruolo svolto da Bay, alla corte di Siptah fu considerevole: il nuovo faraone era debole, inesperto e, oltretutto, menomato da un piede torto. Ma il visir era onnipresente, e si può dire che fu proprio lui a regnare. Dopo la morte del sovrano, Bay ebbe l'immenso onore di vedersi riservare metà della tomba reale.
Quanto alla regina Tausert, non attese la morte di Siptah per far valere le proprie pretese al potere: prendendo a pretesto la giovane età del sovrano, si fece designare, forse con la complicità di Bay. Si ritiene che la donna fosse stata una delle spose di Sethi II. A quest'ultima supposizione, molti rispondo che Tausert ebbe solo  figlie femmine. Il mistero rimane. Comunque sia, Tausert divenne alla fine sovrana d'Egitto a tutti gli effetti. Perché ciò accadde, però, dovette attendere la morte del visir Bay, a sua volta correggente di fatto al fianco del giovane e cagionevole Siptah.

La morte di Tausert
In quali circostanze morì la misteriosa Tausert? Nessuno sa rispondere con certezza. Sembra che la sua fu una morte improvvisa, se non violenta. Se si trattò di un incidente, di un assassinio o semplicemente di una grave malattia, rimane un mistero. Resta il fatto che al momento Tausert fu la sola sovrana d'Egitto, insieme ad Hatshepsut, a occupare una tomba nella Valle dei Re.
Nella confusione e nel caos che contraddistinse questa fase della storia egizia, emerse un nuovo enigmatico personaggio: Sethnakht, fondatore della XX dinastia. La sua ascesa cominciò quando Tausert era ancora sul trono, ma non è chiaro quale fu il ruolo giocato dal futuro re rispetto alla regina. Nel frattempo, la situazione lungo i confini dell'Egitto rimaneva incerta. I parziali successi militari di Merenptah avevano scongiurato solo temporaneamente il pericolo di un'invasione, senza definire la questione in modo duraturo: servirono dunque ad assicurare al popolo dei faraoni solo qualche anno di pace. In preda alle sue ricorrenti crisi interne, oltretutto, il paese non seppe prendere alcuna iniziativa diplomatica o militare per mettersi al riparo da nuovi attacchi esterni.
In questa situazione, sembra che Sethnakht abbia giocato un ruolo da "salvatore" dell'Egitto, conducendo nuove campagne che avrebbero, ancora una volta, arginato temporaneamente la minaccia. Questo spiegherebbe come mai le liste reali di Ramses III menzionano Sethnakht direttamente dopo Sethi II, "dimenticandosi" i nomi di Siptah e di Tausert.