martedì 19 marzo 2019

Un papà dell'antico Egitto

Oggi in onore della festa del papà voglio parlarvi di un padre vissuto nell'antico Egitto. Al Museo egizio di Torino è conservato un sarcofago appartenente allo scriba reale Butehamon, che è stato una figura chiave della sua epoca, personaggio vissuto a cavallo della fine del Nuovo Regno  (XX din. - Ramesse XI) e l'inizio del Terzo Periodo Intermedio (XXI din. - Smendes), quando la comunità degli artigiani delle tombe dei faraoni si era già trasferita dalla propria sede originaria, il villaggio di Deir el-Medina, al tempio di Medinet Habu.
Butehamon, figlio dello scriba Djehutymes e della moglie di questi, Baketamun, era il discendente di un’illustre famiglia di scribi e letterati che risale fino al celebre Amonnakht figlio di Ipuy, redattore di importanti documenti conservati nella collezione torinese, come il Papiro dello Sciopero e due inni regali.
Numerosi graffiti con il nome di Butehamon evidenziano l’attività dello scriba nella necropoli regale come documenta anche, in particolare, l’annotazione sulla mummia di Ramesse III che attesta la presenza di Butehamon tra gli ufficiali incaricati dal gran sacerdote di Amon-Ra, Pinodjem I, di provvedere al ripristino della mummia e della sepoltura del faraone che infatti, insieme a molte altre, sono a quell'epoca restaurate e trasportate nella cosiddetta cachette di Deir el-Bahari (DB 320).
Butehamon sposa la cantatrice di Amon, Ikhtay, dalla quale ha una numerosa prole. Il nome della donna si è preservato grazie ad un’iscrizione proveniente dalla casa della coppia, situata nel recinto del tempio di Medinet Habu e ancora oggi visibile. Il dolore di Butehamon per la morte che coglie Akhtay è raccolto nella delicata lettera, oggi conservata su un ostrakon del Museo del Louvre, che egli scrive rivolgendosi al sarcofago della defunta, affinché questi si faccia tramite per comunicarle il suo affetto.
Tra le fonti che delineano la vita personale e professionale di Butehamon hanno  grandissima importanza la corrispondenza con il padre Djehutymes, dalla quale ricaviamo anche alcune interessanti informazioni circa gli avvenimenti politici che caratterizzano gli ultimi anni del regno di Ramesse XI. Nondimeno, in questa corrispondenza, sono evidenti le preoccupazioni di un padre per suo figlio, pensieri che sottolineano un rapporto fra i due non molto dissimile da miglia di altri legami padre/figlio di oggi.





Fonti: Musei Vaticani/Museo Egizio di Torino

venerdì 1 marzo 2019

La Bibbia NON aveva ragione.


Un uomo chiamato Mosè. La sfida al grande faraone e la libertà dalla schiavitù per il suo popolo, dopo le dieci piaghe d’Egitto. Le acque del Mar Rosso che prima si separano e poi si richiudono, inghiottendo le armate degli inseguitori egizi. Quindi un esodo nel deserto durato 40 anni. Stando ai racconti biblici, gli Egizi non furono teneri con gli Ebrei. Ma se si cercano conferme nei papiri, sulle iscrizioni o tra i resti archeologici, la storia che emerge non è questa.
L’Esodo biblico viene collocato comunemente intorno al 1440 a.C., e la Bibbia cita in particolare la costruzione della città di Ramses, dove gli Ebrei avrebbero lavorato come schiavi nei cantieri. Ma il primo faraone di nome Ramses salì al trono solo nel 1292 a.C. I documenti egizi parlano sì di una città con quel nome (Pi-Ramses/La casa di Ramses), ma questa fu costruita ai tempi di Ramses II, che regnò dal 1279 al 1212 a.C., cioè due secoli dopo la data in cui sarebbe avvenuto l’Esodo. Elemento ancora più importante, una stele del faraone Merenptah, figlio di Ramses II, racconta di una campagna militare nella terra di Canaan, nel corso della quale un popolo chiamato Israele fu decimato fino al punto che il faraone potette annunciare “Non vi è più il seme di Israele”. Questo indica che a quel tempo esisteva già una nazione ebraica e poiché uno stato ha bisogno di notevole tempo per nascere, sembra inverosimile che l’Esodo si sia verificato sotto il regno di Ramses II; infondo la Bibbia stessa colloca la formazione di Israele dopo la morte di Mosè.
Tuttavia va detto che l’Esodo si basa almeno su un fatto reale, cioè, quando gli Ebrei non erano ancora un popolo e i loro antenati si trovavano forse fra i pagani Hyksos, pastori seminomadi provenienti dalla terra di Canaan che presero il potere in Egitto fra il XVII e il XVI secolo a.C. La natura di queste genti spiegherebbe anche la forzatura del racconto biblico che vuole gli Ebrei in stato di schiavitù.
Nondimeno ogni racconto ha una base, un punto da cui viene tratta e riscritta; infondo tutti abbiamo visto almeno una volta il film 'I dieci comandamenti' di DeMille, con un prestante Charlton Heston nei panni di Mosè e con un'affascinante Yul Brynner in quelli di Ramses II. E se Mosè non fosse solo un profeta della tradizione giudaica-cristiana? E se Ramses non ha nulla a che fare con l'Esodo, chi è il faraone in questione? Qual è la verità dietro l'enigma religioso?
In questo straordinario libro, scritto dopo un decennio di ricerche e duro lavoro, l'autore non solo ricostruisce circa cinquemila anni di teologia e storia, ma, ritrovando i pezzi mancanti, termina quell'immenso puzzle di tasselli minuscoli che è la verità dietro l'Esodo.
Il libro sarà disponibile il prossimo mese sui principali siti italiani.


Alessandro Biagini contatti...
E-mail: ptr.alex@gmail.com
Sito internet: Neb Mer


Segnalo inoltre la sua prima pubblicazione dedicata alle piramidi e all'Antico Regno: Neb Mer - il Signore della piramide. 

La mummia di Amenhotep III

Figlio di Thutmosi IV e della regina Mutemuia, Amenhotep sposò Ty, figlia di Yuya e Thuya, la cui tomba venne ritrovata nella Valle dei Re. Amenhotep fu un grande costruttore e inoltre ampliò notevolmente i templi di Karnak e Luxor. Tra i suoi monumenti ricordiamo particolarmente il tempio funerario situato sulla riva ovest e di cui oggi restano solo i colossi di Memnon. La sua tomba è numerata come la WV22, ubicata nella Valle ad Ovest.

La mummia: Ritrovata nella tomba di Amenhotep II nel 1898 da Victor Loret. Conservata al Museo del Cairo, numero di reperto: 6349A.

I sacerdoti della XXI dinastia scrissero il nome di Amenhotep III non solo sul sarcofago in cui alloggiarono la mummia ma anche sulle bende, che vennero rimosse da Elliott Smith il 23 settembre del 1905. Egli rivelò numerosi danni: la testa è staccata, manca la parte anteriore del corpo, tutti gli arti sono danneggiati e praticamente nessuno dei tessuti molli è rimasto attaccato al corpo. Rendendo quindi la mummia di Amenhotep III quella conservata peggio tra le mummie reali.
Smith ebbe notevoli difficoltà a fissare pertanto l’età del re al momento del decesso, stimabile probabilmente fra i quaranta o i cinquant'anni. Esami più recenti hanno stabilito che l’età della morte era più vicina ai cinquanta che ai quaranta. Inoltre, si è potuto stabilire anche che il re soffrisse di obesità. 
Gli imbalsamatori utilizzarono una nuova tecnica durante la preparazione del corpo: impacchettarono una pasta resinosa e pezzi di lino sotto la pelle, che furono poi modellati in un estremo tentativo di ripristinare un aspetto realistico.
In particolare i denti sono stati riscontrati in pessimo stato, probabilmente il re soffrì di enormi pene negli ultimi anni della sua vita a causa di un ascesso molto grave. Il faraone era alto circa 1,56 cm.

venerdì 15 febbraio 2019

Traduzioni dalla tomba di Nefertari: corridoio discendente ovest

La volta scorsa vi ho fornito le traduzione della parete est, in questo articolo invece affronteremo la parte ovest; potrete notare come in sostanza i testi non cambino.


Qui Nefertari è davanti a Iside, a Nefti e ancora a Maat. “Figlia di Ra, Signora del cielo, Sovrana delle Due terre”. Il testo riferito a Iside, “la grande, madre del dio, Signora del cielo, Sovrana di tutti gli dei”, dice: “Io ti do l’eternità come Ra”.
Dietro la grande Iside, sua sorella, la dea Nefti e Maat, il cui testo è uguale a quello di Maat, si possono difatti leggere per entrambe i titoli: “Nefti/Maat, Signora del cielo, Sovrana delle Due terre”. L’unica differenza si trova per un epiteto aggiuntivo di Maat: “Figlia di Ra”.



venerdì 1 febbraio 2019

Traduzioni dalla tomba di Nefertari: corridoio discendente est

Nel post del mese scorso ho usato un’immagine della tomba di Nefertari per spiegare in che modo e in quale direzione si leggono i geroglifici, questo mese invece vi fornirò la traduzione della suddetta scena.

Nelle nicchie laterali è raffigurata Nefertari che tiene nelle mani due vasi-nu contenenti vino, in piedi davanti alla tavola delle offerte e al cospetto di diverse divinità. A destra vi sono Hathor, Selkis e Maat in forma pterofora. Hathor “Colei che presiede a Tebe, la Dama del cielo, la Sovrana di tutti gli dei”, si rivolge alla regina dicendole:
“Io ti do l’apparenza di Ra nel cielo. Io ti do l’eternità come (quella) di Ra”.

Accanto alla figura di Nefertari il testo dice:
“La Grande sposa del re, Signora delle Due Terre, ricca di fascino, dolce d’amore, padrona dell’Alto e del Basso Egitto, l’Osiri Nefertari Meryenmut, giustificata presso Osiride a capo dell’Occidente. Ogni protezione, vita, durata, vigore, salute e ogni gioia, siano attorno a lei come Ra, ogni giorno”.

Anche Selkis, “Dama del cielo, Sovrana della Sacra terra”, rivolge parole di augurio a Nefertari:
Io ti do l’eternità come mio padre Ra. Possa tu restare infinitamente”.

Analogamente a Selkis, anche Maat si rivolge alla regina:
Parole dette da Maat, figlia di Ra, Sovrana della Sacra terra, colei che protegge la sua figlia, la Grande sposa reale, Nefertari Meryenmut”.

martedì 15 gennaio 2019

In che direzione si leggono i geroglifici?

La scrittura egizia fu molto ricca, sia nei sistemi sia nella direzione seguita dei testi. La combinazione delle direzioni conferiva alla scrittura valore estetico, oltre ad alcune connotazioni religiose. 


Gli scribi egizi conobbero e usarono diversi tipi di scrittura. In primo luogo vi furono quella geroglifica e il suo corsivo, lo ieratico; nella Bassa Epoca fu creato Il demotico, un corsivo dello ieratico. Infine si ricorse all'alfabeto greco per scrivere in copto. Alla complessità di queste forme di scrittura si univa il problema della direzione delle parole. Per sapere in quale verso è scritto un testo, bisogna osservare i segni di animali o persone: la direzione in cui guardano indica l'inizio. 
La direzione dipendeva da diversi fattori. In principio si utilizzava, sia in geroglifico sia in ieratico, il sistema a colonne, in cui si scriveva da destra a sinistra, anche se era possibile alternare qualche colonna da sinistra a destra, e qualche fila, specialmente nei contesti funerari. A partire dal Medio Regno, si diffuse la scrittura in file e, con l'introduzione del demotico, da destra a sinistra, anche se il Libro dei Morti si continuava a scrivere ancora in colonne. 
La direzione dipendeva anche da questione estetiche. A seconda dello spazio, si poteva scrivere in un senso o nell'altro. Generalmente influivano molto le idee religiose, come il rispetto per alcune immagini di divinità o di faraoni, e la necessità del defunto di leggere i testi nell'aldilà. 

La direzione della scrittura delle altre lingue 
Alla fine della storia dell'antico Egitto, si scriveva in copto o in latino, e da sinistra a destra. Dopo l'invasione degli arabi, gli egizi adottarono la lingua e la scrittura, con tratti e legature simili a quelle dello ieratico, e sì passò a scrivere da destra a sinistra come negli antichi testi faraonici. Le direzioni usate dagli egizi si possono trovare oggi nei diversi tipi di scrittura moderna, anche se è raro incontrarne uno che utilizzi vari versi. Nella maggior parte dei casi si scrive da sinistra a destra, in file, con alcune notevoli eccezioni, come gli ideogrammi cinesi e giapponesi, in colonna. Un altro caso è quello della lingua araba, che si scrive in file e da destra a sinistra come l'ebraico. 

martedì 1 gennaio 2019

Le sei principesse di Amarna

Amenhotep IV, alias Akhenaton, e la sua sposta Nefertiti ebbero sei figlie: almeno tre di queste principesse ricevettero una educazione da future regnanti. Eppure, nessuna di loro riuscì a succedere al padre sul trono d’Egitto: probabilmente, furono tutte travolte, insieme ai loro genitori, dal crollo dell’utopia Amarniana e della restaurazione del culto di Amon.


Chi non ha mai desiderato, almeno per un attimo, di poter ricominciare daccapo la propria vita, di ripartire da zero? Per la maggior parte delle persone si tratta, ovviamente, di sogno irrealizzabile. La storia dell’Antico Egitto, però, ci fornisce l’esempio di un uomo capace di trasformare questa aspirazione in realtà, ribellandosi addirittura alle millenarie tradizioni religiose dei padri. Il limite dell’avventura di Akhenaton, il faraone “eretico”, forse fu proprio questo: l’aver tentato di lasciarsi alle spalle, da un giorno all'altro, dogmi, riti e usi consolidati. Uno stravolgimento che, in breve tempo, disorientò gli stessi sudditi e gettò il Paese in una delle più gravi crisi religiose e politiche della sua Storia. Come è noto, il giovane Amenhotep IV non si imbarcò da solo in questa impresa. Accanto a se, aveva il sostegno più prezioso: la bellissima regina Nefertiti ("La bella è arrivata"), che aderì con slancio totale alla folle politica del suo sposo.

La coppia reale che voleva cancellare il clero di Amon
Nel momento in cui intrapresero la loro audace avventura, rinnegando credenze religiose che costituivano i pilastri di una intera civiltà, Amenhotep IV e Nefertiti erano ancora molto giovani: il re doveva avere non più di vent'anni, la regina probabilmente circa sedici. Bisogna tenere presente, a questo proposito, che nozione di giovinezza nell'antico Egitto era completamente diversa dalla nostra: in tutte le culture dell’antichità, il passaggio alla vita adulta cominciava molto presto, specialmente nelle famiglie reali. L’età acerba del faraone e della sua sposa, dunque, non costituiva un problema, né impedì loro di attuare il rivoluzionario progetto che li avrebbe portati a sfidare il potentissimo clero di Amon e l’opinione pubblica del Paese.
Amenhotep IV salì al trono introno al 1.370 a.C. Nel corso dei primi dieci anni di regno, Nefertiti gli diede ben sei figlie (o, secondo altre fonti, sette). Fu, invece, durante il quarto anno di regno che il Faraone decise di imporre il culto di Aton, di farsi ribattezzare con il nome di Akhenaton (“Luce di Aton”) e di trasferire la corte ad Akhetaton (“Orizzonte di Aton”), l’odierna Tell el Amarna. All’epoca, probabilmente, erano già venute al mondo le prime tre principesse, nate a Tebe; le altre tre, invece, videro la luce nella nuova capitale. In questa città, sorta dal nulla nel Medio Egitto e a debita distanza da Tebe, la famiglia reale ebbe modo di dedicarsi al culto del nuovo Dio solare, ispirando anche quel rinnovamento artistico che diede vita al cosiddetto “stile amarniano”.

Un uomo, una donna, sei figlie
Proprio gli affreschi, le sculture e i bassorilievi di Amarna hanno consegnato alla Storia l’immagine di una famiglia felice, immortalata in atteggiamenti teneri e in toccanti scene di vita quotidiana. Questo modo di ritrarre i regnanti, senza dubbio, non aveva precedenti nell'iconografia ufficiale del Paese, improntata a criteri decisamente più rigidi e istituzionali. Per la prima volta, i pittori e gli scultori di Amarna mostravano la coppia reale intenta a giocare con i bambini o a rivolgere loro quelle dimostrazioni di affetto che nessun genitore negherebbe ai propri figli: il re e la regina, in questo modo, diventano un papà e una mamma che, come tanti, coccolavano i proprio pargoli tenendoli in grembo o sulle ginocchia. La rilevanza di queste inedite scene di vita quotidiana, tuttavia, non si ferma qui. I bassorilievi di Amarna, infatti, offrono anche preziose informazioni sul piano Dinastico: permettono, cioè, di risalire al ruolo e all'importanza di ciascuna delle sei principesse rispetto alla successione al trono. Una di loro, in particolare, occupa un posto di primo piano in tutti i ritratti della famiglia reale: si tratta della primogenita Meritaton, nome che significa “L’amata da Aton”; sempre raffigurata accanto al Faraone, era probabilmente l’erede designata alla corona d’Egitto. Non a caso, come volevano i costumi dell’epoca, la giovane sposò suo padre stesso. In seguito, Meritaton si unì in matrimonio anche con certo Smenkhara, forse fratello minore di Akhenaton e, quindi, zio della principessa. Tuttavia, nulla si sa di certo sulla figura di Smenkhara e sul matrimonio in questione. Non di meno, questi, fu protagonista di un effimero passaggio sul trono d’Egitto subito dopo il misterioso Neferneferuaton, sulla cui identità noi storici continuiamo a interrogarci: secondo alcuni si sarebbe trattato della stessa Nefertiti. A ogni modo è certo che non fu Meritaton a prendere il posto paterno sul trono: si ritiene, infatti, che la sua prematura scomparsa sia avvenuta prima della fine della parentesi amarniana.

Le spose del padre
I bassorilievi di Amarna riservano un posto di riguardo anche ad altre due figlie di Akhenaton: Makhetaton (“Protetta da Aton”) e Ankhensenpaton (“Lei vive per Aton”). Anche queste principesse sposarono il padre, sempre in ossequio alla tradizione egizia secondo cui la legittimità dinastica doveva perpetuarsi tramite il sangue femminile. Presumibilmente, questi due matrimoni furono celebrati dopo la morte di Meritaton, la cui figura andava sostituita. Anche Makhetaton, però, morì in giovane età, forse proprio mentre partoriva un bambino. Quanto ad Ankhesenpaton, al di là del fatto che fu designata quale nuova erede al trono, non si sà praticamente nulla sui suoi ultimi anni di vita. Ancora meno per altro, si sà sul conto delle ultime tre figlie di Akhenaton e Nefertiti. I nomi di queste principesse erano Neferneferuaton (vale a dire “Bella è la perfezione di Aton”), Neferneferura (“Bella è la perfezione di Ra”) e Bakhetaton (“La serva di Aton”). A parte questo, non sì è riusciti a stabilire quasi niente, neanche se sopravvissero al padre. Proprio la figura di Akhenaton, del resto, suscita ancora oggi gli interrogativi più forti: le sue origini, la durata del suo regno e la causa della sua morte ci restano ancora ignote, e sulle quali noi storici non smettiamo mai di appassionarci. Secondo l’ipotesi più accreditata, il faraone morì vittima di una lunga e grave malattia. Ma si tratta, appunto, di supposizioni: anche da questa incertezza, probabilmente, deriva l’affascinante alone di mistero che circonda da sempre la figura di Akhenaton.

Akhenaton nella cronologia dei Re Egizi
La XVIII Dinastia si colloca storicamente tra il 1580 e il 1310 a.C. circa e vide succedersi sul trono d’Egitto quindici sovrani le cui date di regno vengono ancora oggi dibattute e discusse. Tuttavia, le date più probabili sono quelle forniteci dall'egittologa Edda Bresciani, che vedono l’inizio del regno di Akhenaton nel 1348 e la sua fine nel 1331 a.C.; con una durata complessiva di 17 anni di regno.

L’educazione delle principesse “eretiche”
La figura di ognuna delle sei figlie di Akhenaton e Nefertiti, dunque, è avvolta da una fitta cortina di mistero. Qualcosa di più, in compenso, sappiamo sul modo in cui le principesse amarniane furono educate e istruite. Ancora una volta, ad aiutarci sono i bassorilievi di Akhenaton: a giudicare dall'atmosfera etera e quasi irreale che i tratti della famiglia reale sprigionano, la vita di corte doveva essere improntata al massimo della raffinatezza. In questo ambiente ricercato, e pressoché isolato dal mondo, la primogenita ebbe certamente modo di preparasi a divenire la futura regina, acquisendo la cultura politica e religiosa indispensabile per governare un impero. Probabilmente, fu il faraone stesso a trasmettere alla figlia queste conoscenze, tanto più che molte delle usanze e della tradizioni del passato erano state volutamente accantonate dal sovrano. Solo lui, quindi, era in grado di tramandare la nuova dottrina alla sua erede, assicurando una continuità a quel progetto rivoluzionario che aveva già stravolto il panorama politico, religioso e sociale dell’antico Egitto. In tutto questo, Akhenaton doveva essere spinto da un ideale incrollabile e da un eccezionale sicurezza di se, tali da permettergli di lasciarsi alle spalle il potentissimo clero tebano.
Quanto all'educazione delle figlie più piccole, fu forse meno improntata alla politica e più alla religione. Le principesse, infatti, erano destinate a diventare sacerdotesse di Aton; a tale scopo, dovevano ricevere da parte del clero tutte le conoscenze che avrebbero permesso loro, al momento opportuno, di celebrare i riti della nuova divinità nazionale. Attorno alle figlie del re, inoltre, dovettero riunirsi tutti gli studiosi della capitale, pronti a trasmettere alle giovani i frutti dei loro studi.

Visi sottili e teste allungate
Che aspetto avevano le figlie di Akhenaton? A giudicare dal fascino leggendario della donna che le aveva messe al mondo, Nefertiti, è facile presupporre che doveva trattarsi di bellissime ragazze. Questa impressione è confermata dai ritratti delle principesse, e questo grazie - o, forse, a dispetto - dello stile eccentrico di molte di queste raffigurazioni. Ricordiamo, infatti, che in ossequio alla rivoluzione religiosa propugnata dal Faraone anche gli artisti dell’epoca stravolsero i loro canoni; il risultato fu una tendenza ad accentuare i lineamenti dei soggetti raffigurati, in particolare quelli del viso, come se queste estensioni dovessero rappresentare la grandezza stessa dei soggetti. Così, le labbra erano sempre eccezionalmente carnose e sporgenti, puntualmente atteggiate a un accenno di sorriso, mentre gli occhi allungati verso le tempie, erano quasi a mandorla. Tutto questo finiva per conferire ai visi un espressione costantemente enigmatica. Anche la testa dei personaggi raffigurati era marcatamente allungata nella sua parte posteriore, descrivendo una forma che quasi strideva con la delicatezza del mento e delle mandibole. Queste, a ogni modo, erano le linee ricorrenti nella rinnovata arte amarniana, insieme alle membra gracili, agli addomi prominenti e alle posture quasi languide. Linee, indubbiamente, del tutto originali rispetto a tutto ciò che gli artisti egizi produssero prima e dopo della parentesi eretica. Perché mai? Prima di Akhenaton, l’arte egizia era concepita non per essere vista dai mortali, ma era semplicemente un codice che doveva essere trasmesso agli dei, in modo che essi riconoscessero l’essenza degli uomini e delle altre figure rappresentate. Tant'è vero che nella lingua geroglifica, non esiste un termine che indichi il nostro concetto di arte. Nel periodo amarniano, invece, il messaggio non era rivolto agli dei, di cui il faraone faceva abbondantemente a meno, nonostante non si possa definire monoteistico; ma era rivolto agli uomini. Di conseguenza, il popolo doveva poter osservare caratteristiche a loro riconoscibili, sentimenti comuni e scene consuete; in modo che potessero riconoscere nel faraone il loro unico capo e tramite divino.

sabato 1 dicembre 2018

La vita e gli amori di Cleopatra VII

''L'incestuosa Tolomeide (...). L'empia sorella si sposa col fratello, già sposa del condottiero latino e,
 passando da un marito all'altro, possiede l'Egitto e si guadagna Roma''.
Lucano, Pharsalia, X, 68 e 357-359.


I versi di Lucano rappresentano il ritratto giunto fino a noi dell’ultima sovrana d’Egitto, che lussuriosa e disinibita incatenava il cuore di tutti gli uomini per arrivare al “trono” di Roma. Cleopatra è da sempre rappresentata come una capricciosa regina, e anche Dante la colloca tra i peccatori, ma era questa la sua vera natura?
Cleopatra VII era di stirpe macedone, discendeva del generale Tolomeo, amico fidato di Alessandro Magno, e che divenne poi il primo faraone della dinastia tolemaica, o lagida . Si dice di lei che era bella come nessun’altra e che fosse abile nell’arte della seduzione. In realtà oggi si pensa che non fosse tanto la sua bellezza ad attrarre gli uomini più potenti del mondo romano, quanto la sua voce melodiosa, che mista a una cultura senza pari, la rendevano molto più affascinante che graziosa. Infatti la sovrana tolemaica era capace di declamare i grandi autori greci a memoria, conosceva circa sette lingue e tra queste c’erano anche l’egizio, il latino e naturalmente il greco.
Tra i suoi uomini ci sono nomi come Cesare e Marco Antonio, personalità di grande spessore, che non solo condizionarono il tempo in cui hanno vissuto, ma anche la nostra modernità. Cleopatra sposò prima Tolomeo XIII per regnare sul trono d’Egitto dopo la morte di suo padre, quando poi cercò di deporla dal trono, Cleopatra scappò per radunare un esercito. Questa situazione creò naturalmente una guerra civile, che venne placata solo dall'intervento di Cesare, il quale li convocò entrambi ad Alessandria, ma poiché su Cleopatra esisteva una taglia, la regina preoccupata per la sua sorte, chiese al fedele Apollodoro di trasportarla fin da Cesare chiusa al sicuro in un tappeto. Si narra che questo stratagemma colpì così tanto il conquistatore romano che i due diventarono amanti la notte stessa. Arrivata ormai ad Alessandria e con il sostegno di Cesare garantito dalla loro relazione, Cleopatra abbandonò ogni paura sposando un altro fratello, Tolomeo XIV.
Cesare era arrivato in Egitto inseguendo Pompeo, il quale aveva dichiarato il conquistatore nemico della patria, in seguito alla campagna in Gallia. Cesare fu costretto perciò a tornare in Italia, i suoi nemici difatti tentavano di rovinarlo politicamente, però egli non si perse d’animo e ordinò una marcia forzata, attraversò il Rubicone e piombò a Roma, quando ormai i suoi avversari erano già fuggiti. Naturalmente la caccia a Pompeo gli aveva creato altri rivali, e il disfacimento interno dell'Egitto lo costrinsero a rimanere nella terra del Nilo per alcuni anni, nei quali intrecciò una lunga storia con Cleopatra, per poi ripartire alla volta di Roma. Dalla loro relazione nacque un figlio, Tolomeo Cesare, che venne ribattezzato con il vezzeggiativo di Cesarione. Questo bambino aveva una forte importanza per il popolo egizio, poiché garantiva l’aiuto romano attraverso il legame di sangue con il padre. Purtroppo, nel 44 a.C., Giulio Cesare venne assassinato e Cleopatra, che si trovava a Roma da due anni, fu costretta ancora una volta alla fuga. La morte di Cesare non solo significava la fine di un sentimento, ma anche la fine di un sogno. Difatti ambedue avevano fatto loro la visione di Alessandro Magno: un impero unito da Occidente a Oriente, dalle colonne d’Ercole all’India.
Gli anni che seguirono la morte di Cesare furono contraddistinti dalla guerra di Marco Antonio e Ottaviano contro i cesaricidi , che vennero inseguiti e uccisi fino all’ultimo. Alcuni autori antichi, tra cui Plutarco, raccontano dei vari sogni che Bruto fece a proposito di un fantasma che lo terrorizzava. In un'occasione in particolare, Bruto, facendosi coraggio chiese allo spettro chi fosse e cosa volesse da lui, e lo spirito rispose:

"Ci rivedremo a Filippi"

Durante la notte che precedette la battaglia di Filippi, Bruto tornò a sognare questo cupo fantasma. Ormai sconfitto dall'esercito di Marco Antonio e di Ottaviano, decise di togliersi la vita, e mentre era in procinto di uccidersi, rispose a chi lo esortava a fuggire:

"Fuga sì, ma questa volta con le mani, non con i piedi”

Lo spettro, forse quello di Cesare, aveva dunque ragione: In seguito alla battaglia Bruto non fu l'unico che si tolse la vita, Casca, che era stato il primo a trafiggere Cesare, si uccise e così anche Gaio Cassio, che si pugnalò con la stessa daga che aveva adoperato contro il "dittatore".
Questa ennesima guerra civile durò molti anni e portò di nuovo Roma sull'orlo dell’instabilità politica, a tal punto Marco Antonio e Ottaviano strinsero un accordo che prevedeva anche la presenza di un terzo uomo: Marco Emilio Lepido, un generale che era rimasto a guardia di Roma durante le battaglie contro le forze repubblicane . Tale contratto è ricordato come il Secondo Triumvirato  e prevedeva l’assegnazione dell’Oriente ad Antonio, l’Africa a Lepido e i restanti territori, inclusa Roma, a Ottaviano. Per suggellare tale patto Ottaviano propose ad Antonio di sposare sua sorella Ottavia, e ovviamente il generale accettò. Il problema era che tempo addietro Marco Antonio, durante una spedizione contro la Giudea, chiese a Cleopatra di incontrarlo a Tarso e da quel momento in poi erano divenuti amanti. Quindi il nuovo matrimonio di Antonio fece infuriare la fascinosa regina. Passata la tempesta Cleopatra diede tre figli al condottiero romano: Elios, Selene e Tolomeo. Purtroppo la presenza di Antonio in Egitto e il matrimonio che ne susseguì crearono non pochi dissensi a Roma. Infatti Ottaviano era da sempre alla ricerca di un motivo per dichiarare guerra ad Antonio, ottenendo così l’intero controllo del territorio romano. Quando furono consegnate le ultime volontà del condottiero, che contemplavano non solo il desiderio che i figli avuti da Cleopatra ereditassero i suoi diritti, ma anche il proposito di essere sepolto in Egitto, Ottaviano ebbe finalmente in pugno l’arma che tanto cercava. Rese pubblico il contenuto del testamento di Antonio e dichiarò guerra all’Egitto e a Cleopatra, ma non ad Antonio stesso, che era ancora molto amato a Roma, e visto che quella era la prova che la sua mente era stata annebbiata dalla meretrice egizia, bisognava appunto salvarlo dalle sue grinfie. Difatti è questo il motivo per cui ancora oggi Cleopatra è considerata una donna lussuriosa, ingorda e malvagia, perché Ottaviano, con l’aiuto del suo leale compare Mecenate, mise in scena una vera e propria campagna di denigrazione ai danni della regina, e nonostante siano passati duemila anni, è ancora oggi potente come all’epoca. La guerra tra Ottaviano e i due amanti si concluse con la battaglia di Azio, dove le forze egizie furono spazzate via da quelle del nuovo dittatore. In seguito alla battaglia Ottaviano invase l’Egitto e arrivò fino ad Alessandria. Non avendo scampo Antonio si tolse la vita, e così fece anche Cleopatra.

La Morte

Tutti noi abbiamo sentito parlare di come si uccise l’ultima sovrana d’Egitto, poiché la sua morte segnò anche la fine del regno faraonico. La leggenda vuole che Cleopatra si sia suicidata con il morso di un aspide, che nascosto dentro ad un cesto di fichi, decretò l’ultimo respiro della regina macedone. Tuttavia sono molte le cose che fanno pensare che l’animale usato per darle la morte fosse stato in realtà un cobra. Infatti  questo serpente è da sempre legato alla regalità egizia e agli dei stessi.


Articolo tratto dal libro Oltre il Gineceo di Antonietta G. Napoli

domenica 4 novembre 2018

L'autobiografia di Amenemhab

Questa autobiografia è un esempio di quei testi che raggiunsero il culmine nella XVIII dinastia, e nelle quali viene attribuita molta importanza al fattore storico, oltre che agli avvenimenti più salienti della vita del defunto. Per gli egizi è un vanto aver partecipato alle imprese militari del sovrano, e in particolare questo sentimento è evidente nei contemporanei di Thutmosi III, il più grande guerriero fra i re della dinastia in questione. L'ideale nella XVIII dinastia non è tanto quello di ottenere l'autonomia quanto il desiderio di essere "seguace" del re e di mostrargli il proprio coraggio e le proprie capacità. A vanto di Amenemhab (detto Mahu e proprietario della tomba TT85 a Luxor), che seguì Thutmosi III nelle varie spedizioni, si dice che vide le vittorie regali del suo re. Di alcune delle imprese che egli ricorda esiste anche la versione ufficiale, come per esempio della caccia all'elefante a cui Thutmosi si dedicò durante la sua ottava spedizione.
Tuttavia Amenemhab ci racconta anche le sue imprese personali, gesta che secondo i valori dell'epoca gli recavano onore.

L'episodio della cavalla 
Nel corso di una battaglia, il principe di Kadesh, in Siria sull'Oronte, fece astutamente uscire una puledra in calore per indurre il disordine tra i carri egizi, trainati da stalloni. Amenemhab la inseguì a piedi e la uccise.


Traduzione geroglifica di Alberto Elli:





(cliccare per ingrandire)

sabato 20 ottobre 2018

Laboratori e sotterranei delle collezioni egizie

Ogni giorno, centinaia di specialisti si dedicano all'analisi e al restauro di operare d’arte e reperti archeologici. Per certi aspetti, il loro lavoro assomiglia a quello di veri e propri investigatori: vediamo come si svolge entrando in uno dei più importanti centri di ricerca del mondo.


Uno dei più importanti laboratori di ricerca in campo artistico si trova a Parigi, presso il museo del Louvre. Si tratta di una struttura multidisciplinare, collegata al centro di ricerche e restauro dei musei di Francia. La metà del suo personale è costituita da scienziati, ingegneri e tecnici, mentre il resto comprende conservatori, documentaristi, storici e impiegati amministrativi. Il laboratorio si trova sotto il giardino del Carrousel, dodici metri più in basso rispetto al livello stradale, si articola su tre livelli, per una superficie totale di cinquemila metri quadrati. Una parte degli ambienti è destinata agli esami fotografici e radiografici, mentre nella parte restante si utilizzano tecniche di analisi che puntano a identificare i materiali costitutivi di opere d’arte e reperti archeologici. Arrivare a conoscere la struttura e la composizione chimica di questi oggetti, infatti, è il primo passo da compiere in ogni ricerca storica, così come di ogni intervento di conservazione e restauro. Il laboratorio comprende anche un ampio centro di documentazione, aperto ai ricercatori e a chiunque ne faccia richiesta. La stessa struttura organizza attività didattiche e supervisiona l’inquadramento di dottorandi e tirocinanti in materie scientifiche e storiche. Il laboratorio del centro di ricerche e restauro dei musei di Francia ha collaborato attivamente a realizzare le riproduzioni a grandezza naturale delle due tombe egizie esposte al museo “de Tessé” di Le Mans. Inoltre, si è occupato del restauro e della risistemazione della collezione egizia. Prima degli interventi di restauro, si è reso necessario approfondire la conoscenza dei materiali, identificarli e datarli. Allo scopo, è stata attuata una lunga serie di esami sui pigmenti colorati, sulle sostante leganti, sulle resine, sulla pietra calcarea delle steli, ecc. Così, per esempio, analizzando una bellissima immagine della celebre triade funeraria Ptah-Sokar-Osiride si è potuto stabilire che l’artista aveva utilizzato due tipi di legno: quello di sicomoro per l’acconciatura, quello di tamerice per il corpo e per la base della statuetta. Tuttavia il museo del Louvre non è l’unica istituzione al mondo che comprende un ampio laboratorio.

Il museo del Cairo di oggi
La prima pietra dell’attuale museo egizio del Cairo fu posato da Abbas Hilmi II il 1 Aprile 1897, da allora il museo ha fatto numerosi passi avanti; il sotterraneo è adibito a magazzino, mentre l’esposizione occupa il pian terreno e il primo piano. Il secondo piano, meno spazioso, non è aperto al pubblico. Attorno ad un atrio centrale si susseguono più di cento sale, che presentano al pubblico magnifiche collezioni d’oggetti d’arte dell’antico Egitto. L’attuale disposizione dei reperti del museo egizio del Cairo sono qualche problema: il più evidente è senz'altro quello della mancanza di spazio, che penalizza la presentazione delle ricchissime collezioni di oggetti. Molti di questi non sono neanche visibili, relegati come sono negli angoli più nascosti delle vetrine. Per i conservatori del museo, dunque, la difficoltà non è tanto quella di arricchire le collezioni (anche se, in effetti, i fondi destinati a questa attività sono piuttosto limitati), quanto riuscire a trovare un posto per i nuovi reperti che continuano a venire alla luce dagli scavi. La valorizzazione dei tesori del museo avrebbe bisogno di lavori di ristrutturazione delle sale molto costosi. Servirebbero diversi milioni di dollari per l’installazione dell’aria condizionata nelle sale espositive, per il riordino degli oggetti ammassati, per l’installazione di un impianto di illuminazione appropriato e per l’acquisizione di un sistema di allarme che protegga da furti e incendi. A tutto ciò si aggiungo il problema del traffico automobilistico, che provoca pericolose vibrazioni, e quello dell’inquinamento causato da una vicina stazione di autobus. Per fronteggiare a questi problemi il Governo Egiziano ha indetto il 7 maggio 2002 un concorso internazionale per la creazione di un grande Museo Egizio (GEM), che sarà edificato su un area di cinquanta ettari, con una capacità di accoglienza di quindicimila visitatori al giorno. Collocato vicino alle piramidi di Giza, si propone di far conoscere e ammirare al meglio i monumenti e i tesori della storia dell’antico Egitto. Questa nuova struttura doveva essere aperta al pubblico quest’anno, ma visti i grandi ritardi nella costruzione e molto probabile che ci vorranno ancora diversi anni. 

Altri musei in terra d’Egitto
Per alleggerire il già ingombro museo del Cairo, la politica del dipartimento delle Antichità Egiziane è quella di dare più importanza ad altri musei che potrebbero accogliere gli oggetti attualmente conservati nei magazzini della capitale. Già dal 1975 a Luxor è stato allestito un museo molto moderno, e ad Assuan ritroviamo ora un museo consacrato alle Antichità Nubiane. Altre città, tra cui Zagazig e Ismailia possiedono collezioni degne di interesse, senza contare quella, non meno prestigiosa, del grande museo greco-romano di Alessandria d’Egitto