lunedì 9 giugno 2014

Viaggio in Egitto: 04 - 26 Settembre 2015

Con questo post voglio condividere con chiunque segua il mio blog, che sto organizzando un nuovo viaggio in Egitto per Settembre 2015. Con il mio amico e collega Sandro Biagi ho creato uno straordinario itinerario, il sogno di chiunque ami la storia egizia. Di seguito riporto il percorso che seguiremo.
Naturalmente questo viaggio è costruito secondo dei prerequisiti:
  1. Ottima tenuta fisica (ci saranno grandi camminate ed escursioni lunghissime e faticose)
  2. Buona conoscenza della società egizia 
  3. Un minimo di conoscenza della lingua inglese
  4. Curiosità per siti meno eclatanti ma di grande importanza archeologica 
  5. Serietà 



Giorno 1 - Venerdì 4 settembre
Riunione all'aeroporto di Roma Fiumicino, disbrigo delle formalità, imbarco dei bagagli da stiva e successiva partenza per il Cairo. Arrivo all'aeroporto internazionale del Cairo e proseguimento in navetta climatizzata per Alessandria. Arrivo e sistemazione in albergo.

Giorno 2 - Sabato 5 settembre
Sveglia e colazione in hotel. Visiteremo le catacombe di Kom Ash-Shuqqafa.  Dopo pranzo proseguimento alla Colonna di Pompeo e visita del Serapeum. Sosta fotografica al forte di Qaitbay e alla biblioteca di Alessandria. Rientro in hotel e pernottamento.

Giorno 3 - Domenica 6 settembre

Sveglia e colazione in hotel. Visita delle Catacombe di Chatby. Proseguimento per la visita della moschea di An-Nabi Daniel e dell'anfiteatro romano, tempo libero. Pranzo al sacco e proseguimento per il Cairo, con sosta a Wadi Natrun. Arrivo al Cairo e pernottamento.

Giorno 4 - Lunedì 7 settembre
Sveglia e colazione in hotel. Visita del neonato Museo di Giza, che aprirà nell'estate 2015. Pranzo all'interno del complesso museale del GEM. In tardo pomeriggio ritorno in hotel, cena e pernottamento.
(se ipoteticamente il GEM non è ancora aperto, proponiamo questa alternativa: Sveglia e colazione in hotel. Partenza per Avaris e Tanis. Durante il ritorno al Cairo, visita di Bubastis. Cena libera e pernottamento in albergo.)

Giorno 5 - Martedì 8 settembre
Sveglia e colazione in hotel. Visita alla piana di Giza con l'interno delle piramidi di Cheope e Chefren, della Sfinge, del Museo della barca solare e della necropoli dell'Antico Regno. Visita anche al sito di Abu Rawash.  Ritorno in hotel, cena e pernottamento.

Giorno 6 - Mercoledì 9 settembre
Sveglia e colazione in hotel. Visita alla Necropoli di Saqqara, con il Museo di Imhotep, Serapeum e la necropoli del Nuovo Regno. Dopo pranzo visita del piccolo museo di Menfi. Ritorno in hotel. Cena in battello sul Nilo (incluso nel prezzo) e pernottamento.

Giorno 7 - Giovedì 10 settembre
Sveglia e colazione in hotel. Visita del vecchio Museo egizio del Cairo e della sala delle mummie, pranzo al ristorante del Museo e nel pomeriggio motorata nel deserto (facoltativa). Per cena, visita di Khan el Khalili e del famoso caffé Fishawi. Ritorno in hotel e pernottamento.

Giorno 8 - Venerdì 11 settembre
Sveglia e colazione in hotel. Visita delle piramidi di Dahshur, Meidum, Abusir, Zawyet el Aryan e Lisht. Ritorno in hotel e recupero dei bagagli. Proseguimento all'aeroporto e volo per Assuan. Arrivo ad Aswan, cena e pernottamento.

Giorno 9 - Sabato 12 settembre
Sveglia e colazione in hotel. Visita al tempio di Philae e di quello di Kalabsha. Nel pomeriggio visita del Museo archeologico. Ritorno in hotel, cena e pernottamento.

Giorno 10 - Domenica 13 settembre
Sveglia e colazione in hotel. Visita delle tombe dei Nobili. Ritorno in hotel e nel pomeriggio partenza in autobus per Abu Simbel. Arrivo in hotel, cena e pernottamento. Nel pomeriggio possibilità di una prima visita ad Abu Simbel o in serata spettacolo suoni e luci (facoltative).

Giorno 11 - Lunedì 14 settembre
Dopo colazione, visita dei Templi di Abu Simbel. Proseguimento in autobus e ritorno ad Aswan. Sistemazione in hotel

Giorno 12 - Martedì 15 settembre
Sveglia e colazione. Visita del tempio di Kom Ombo. Nel pomeriggio visita dell'isola di  Elefantina. Cena e pernottamento.

Giorno 13 -  Mercoledì 16 settembre
Sveglia presto e partenza per Luxor. Colazione e pranzo a sacco. Soste a Edfu, El Kab e Esna. Arrivo in tarda serata a Luxor, pernottamento.

Giorno 14 - Giovedì 17 settembre
Sveglia e colazione in hotel. Visita del Tempio di Karnak in mattinata. Pranzo e proseguimento con la visita del Tempio e del Museo di Luxor. Cena e pernottamento.

Giorno 15 - Venerdì 18 settembre
All'alba giro in mongolfiera (facoltativo). Colazione al sacco e primo giorno di visite delle Necropoli tebane: Valle delle Regine, Ramesseum, Malkata e Medinet Habu. Cena e pernottamento.

Giorno 16 - Sabato 19 settembre
Sveglia e colazione in hotel. Proseguimento con il secondo giorno di visite delle Necropoli tebane: Valle dei Re, Valle Ovest (Tomba di Ay), Deir el Medina e Tempio di Deir el-Bahri. Cena e pernottamento.

Giorno 17 - Domenica 20 settembre
Sveglia e colazione in hotel. Proseguimento con il terzo giorno di visite dedicato a Tebe ovest: Valle dei nobili, con le tombe di Ramose, Sennefer ecc.. Cena e pernottamento.

Giorno 18 -  Lunedì 21 settembre
Sveglia e colazione in hotel. Partenza per Abydos, pranzo al sacco e durante il tragitto sosta a Dendera. Arrivo e visita del tempio di Abydos, cena e pernottamento.

Giorno 19 - Martedì 22 settembre
Sveglia e colazione in hotel. Seconda visita al tempio di Abydos e proseguimento per la necropoli predinastica. Cena e pernottamento.

Giorno 20 - Mercoledì 23 settembre
Sveglia e colazione, pranzo al sacco. Partenza per Minya e sosta ad Akhmin, dove ammireremo i resti del tempio di Min. Proseguimento per Minya, arrivo, sistemazione in hotel, cena e pernottamento.

Giorno 21 - Giovedì 24 settembre
Sveglia e colazione in hotel. Proseguimento per la visita di Tell el Amarna, l'antica capitale del faraone eretico. Pranzo al sacco, ritorno in hotel. Cena e pernottamento.

Giorno 22 - Venerdì 25 settembre
Sveglia e colazione in hotel. Partenza per il Cairo ma prima visita della tomba di Petosiris e delle tombe di Beni Hassan. Arrivo al Cairo, sistemazione in hotel, cena al ristorante Sequoia e pernottamento.

Giorno 23 - Sabato 26 settembre
Sveglia e colazione in hotel. Proseguimento per l'aeroporto internazionale del Cairo, disbrigo delle formalità, imbarco dei bagagli da stiva e partenza per Roma con volo Alitalia. Arrivo e scioglimento del gruppo.

Per qualsiasi info potete contattarmi all'indirizzo e-mail: kemet@live.it
Successivamente vi fornirò il mio contatto skype o il mio numero di cellulare. Oppure potete contattarmi tramite Facebook, mi raccomando di inviarmi un messaggio perché non accetto amicizie indistintamente. 

lunedì 31 marzo 2014

Il Museo Egizio del Cairo: Statua di Tjay e Naia



I coniugi sono assisi su un sedile con schienale alto: l'uomo ha il palmo destro aperto poggiato sul ginocchio e la mano sinistra chiusa a pugno e appoggiata sulla coscia. La donna ha il palmo sinistro aperto sul ginocchio, mentre con la mano destra cinge la schiena del marito. Tra le due figure, sullo schienale è raffigurato Osiride in trono sotto un baldacchino; sulla parte inferiore del sedile stanno seduti, uno di fronte all'altra, odorando fiori di loto. Sul retro del sedile è scolpito un uomo assiso, che nella mano sinistra reca un drappo e un bastone-sekhem e nella destra un fiore di loto. I geroglifici incisi a bassorilievo sulla gonna di Tjay, sulla base d'appoggio dei piedi delle due statue, sopra la figura di Osiride e sul retro dello schienale contengono formule di offerta per Ra-Horakhti e per Ptah-Sokaris in favore del ka dei due coniugi. 

Dati 
Materiali: calcare
Altezza: 90 cm

Dati della scoperta
Luogo del ritrovamento: Saqqara
Epoca: Nuovo Regno (1550-1075 a.C.).
Archeologo: A. Mariette (1862).
Sala in cui è attualmente custodito: n°14

martedì 18 marzo 2014

Il fiore di Loto

In Egitto si trovavano due specie di ninfee, chiamate dai Greci e dai Latini "loti": il loto bianco e il loto azzurro. Il primo presenta delle foglie dal bordo dentellato, boccioli arrotondati e petali larghi e aperti; il secondo ha invece foglie dal bordo lineare, boccioli appuntiti e petali stretti. Il loto azzurro fu il più sacro e il più rappresentato nell'arte egizia. Poiché il fiore di loto alla sera si chiude e si immerge sotto la superficie dell'acqua, per poi risollevarsi e dischiudersi nuovamente al mattino, esso divenne facilmente un simbolo del sole e della creazione, oltre che della rinascita. Secondo un mito della città di Hermopolis, fu un grande loto che si sollevò dalle acque primordiali (Nun) e da cui, per la prima volta, sorse il sole. L'idea del giovane dio sole che appare come un fanciullo su un fiore di loto è ben descritta nel capitolo XV del Libro dei Morti e fu di frequente rappresentata nell'arte egizia. Questo giovane dio si chiamava Nefertum e portava spesso il titolo di ''signore dei profumi'', evidente allusione alla fragranza del loto stesso. Come simbolo di rinascita, il fiore venne anche strettamente associato al culto funerario. 
I quattro figli di Horus, che si prendevano cura del defunto, sono spesso raffigurati su un fiore che spunta da uno specchio d'acqua dinanzi al trono del dio Osiride, signore dei morti per eccellenza. Il Libro dei Morti contiene poi delle formule che permettevano al defunto di trasformarsi in un fiore di loto, al fine di resuscitare dopo la morte. Un piccolo busto di Tutankhamon (sopra) esprime questo concetto e mostra la testa del giovane faraone che si innalza sopra un fiore di loto a una nuova vita. Il loto appare in scene in cui esso viene offerto agli dei e, durante il Nuovo Regno, viene dipinto nelle tombe in scene di banchetto, sopra delle giare di vino (l'essenza del fiore di loto era forse usata nella preparazione del vino per le sure leggere proprietà narcotiche). Nello stesso periodo il loto divenne un simbolo dell'Alto Egitto. 

venerdì 14 marzo 2014

Tabù, divieti e sacrilegi

Nel pensiero religioso dell'antico Egitto sono molte le divinità che hanno come prerogativa quella di colpire con un tabù una determinata categoria di esseri, di animali, di oggetti o di azioni. Queste proibizioni sacrali sono numerose e devono probabilmente essere ritenute un'eredità di pratiche tribali comuni nei tempi della preistoria delle terre del Nilo. La loro osservanza faceva parte della complessa rete di relazioni che legavano i mortali ai loro padroni ultraterreni. Per la maggior parte, i tabù variavano da città a città, a seconda della divinità dominante e delle specifiche forme del culto locale e potevano essere esercitati in due diversi modi, ossia "a favore" o "contro" qualcosa o qualcuno.
Nel primo caso il tabù serviva in particolar modo per proteggere alcune specie sacre di animali. In alcune località era vietato pescare qualsiasi pesce, maltrattare una mucca, oppure era proibito presentarsi dinanzi a una divinità indossando le spoglie della sua ipostasi o manifestazione terrena.
Ad esempio, nell'isola di Elefantina, sede del dio ariete Khnum, era vitato indossare, in presenza della divinità, abiti fatti con prodotti ricavati dal corpo del dio, come cuoio o lana. Il fatto che l'azione contraria avrebbe potuto suscitare orrore tra gli dei è dimostrato dai maghi, che con questi argomenti, potevano arrivare a minacciare direttamente le divinità affinché queste facessero funzionare i loro incantesimi a loro vantaggio. Le formule rituali di minaccia contengono infatti frasi di questo tipo:

"Se non ascolti le mie parole farò in modo che Sobek si sieda avvolto nella pelle di un coccodrillo, farò si che Anubis si sieda avvolto nella pelle di uno sciacallo..".

A volte l'esigenza del rispetto di questo bizzarro sistema di proibizioni rituali poteva creare delle tensioni tra gli egizi e gli stranieri residenti in Egitto. Sempre a Elefantina, ad esempio, vi era una colonia di Giudeo-Aramaici, i quali sacrificavano arieti a Javeh, con evidente scandalo degli egizi (fenomeno continuo nella storia, si pensi a quante emozioni negative e incontrollabili dia tutt'ora origine in India, la questione della vacca sacra nel rapporto tra induisti e musulmani). 
Nell'antico Egitto, il divieto poteva essere anche "contro" qualcosa; in tal caso non si trattava più di proteggere un animale sacro, bensì di vietare qualcosa che era ritenuto abominevole: un'azione, come accendere il fuoco in un dato luogo, un certo tipo di nutrimento o la presenza di una certa categoria di animali (tipo il maiale). A volte lo studio dei culti delle città e dei molteplici riferimenti sulla mitologia locale contenuti nelle opere d'arte figurativa permette di comprendere il significato di un tabù, in molti casi, tuttavia, i divieti e le proscrizioni restano inspiegabili; le loro radici sono così sepolte in un passato a noi ignoto, che non ci permettono di coglierne le motivazioni.
La cosa, forse, non deve stupirci più di tanto, se pensiamo che ancora oggi ci sono persone che, senza sapere perché, preferiscono evitare di passare sotto una scala o proseguire lungo una strada se questa è stata attraversata da un comune gatto nero.

domenica 9 marzo 2014

Il Museo Egizio del Cairo: Scrigno con bracciali di Hetepheres I



Gli unici gioielli di Hetepheres scampati agli appetiti dei ladri sono questi vivaci braccialetti d'argento, ricavati da un'unica lamina di metallo ricurva e aperta all'interno. Le pietre dure sono incastonate negli alveoli praticati sulla superficie secondo la tecnica dello champlevé e riproducono con felici effetti cromatici la vivacità di quattro farfalle con le ali spiegate. In origine i bracciali erano venti, suddivisi in due file di dieci e inseriti nei cilindri centrali del cofanetto. Sul coperchio, ai lati del pomolo, compaiano le iscrizioni:
"Scatola contenente bracciali" e "Madre del Re dell'Alto e del Basso Egitto, Hetepheres"
Ed è vergata con l'inchiostro l'ulteriore precisazione: "bracciali".


Dati dello scrigno
Materiali: legno dorato
Altezza: 21,8 cm
Lunghezza: 41,9 cm
Larghezza: 33,7 cm

Dati dei bracciali
Materiali: argento, cornalina, lapislazzuli e turchese
Diametro: 9/11 cm

Dati della scoperta
Luogo del ritrovamento: Giza, Tomba di Hetepheres I
Epoca: IV dinastia, regno di Snefru (2575-2551 a.C.).
Archeologo: G. Reisner (1925).
Sala in cui è attualmente custodito: n°37

mercoledì 5 marzo 2014

L'enigmatico Ramses VIII

All'enigmatico Ramses VIII spetta certamente un record negativo: il suo regno durò solo qualche mese. Eppure, a distanza di tremila anni dalla sua morte, gli studiosi continuano a interrogarsi su questa misteriosa figura: chi era veramente? E da chi discendeva?


Tutte le dinastie reali, in tutte le epoche e in tutte le civiltà, hanno il loro “anello debole”. Bastano pochi anni di regno di un sovrano mediocre, troppo insicuro o, semplicemente, poco attento agli affari di Stato e improvvisamente, il caos prende il sopravvento, e tutto ciò che è stato acquisito o costruito dai predecessori vacilla o crolla miseramente. L’Egitto non fa eccezione a questa regola, e la dinastia dei Ramses ce ne offe un esempio. La stirpe ramesside cominciò ad accusare segni di indebolimento già verso la fine del regno di Ramses III, ma la situazione divenne più grave con Ramses V. Figlio di Ramses IV, questi rimase sul trono solamente per quattro anni, e morì in giovane età. Le analisi effettuate sulla mummia hanno rivelato che il re doveva essere affetto da una malattia, e dunque era poco adatto a governare. Il suo successore fu Ramses VI, uno dei figli di Ramses III: il suo regno fu un po’ più lungo, ma non durò più di sette anni e lasciò un’impronta molto labile nella storia del paese. Sette anni durò anche il regno di Ramses VII, figlio del faraone defunto; di questo sovrano si sa molto poco, la sua grande sposa si chiamava Isis, e un suo figlio morì in tenere età.
Sette anni non sono molti, ma in teoria possono bastare a una grande personalità per lasciare il segno del suo passaggio. Non fu il caso dei due Ramses appena citati, e neanche del loro successore, il cui regno, come già detto, durò pochissimo: neanche un anno o, secondo alcuni, non più di tre mesi. Ma chi era Ramses VIII e da dove veniva? Gli storici hanno appurato che Ramses VII non aveva lasciato eredi, si ritiene, perciò, che il nuovo re fosse un nipote di Ramses III e figlio di un certo Setherkopeshef. Ma se questi, a sua volta, era figlio di Ramses III, come mai non salì mai sul trono d’Egitto? Su questo argomento gli egittologi discutono da tempo, senza riuscire a trovare un accordo. Infatti, è noto che la successione di Ramses III, il sovrano più importante della XX dinastia, fu tutt’altro che agevole, ma gli eventi che la caratterizzarono sono a tutt’oggi avvolti dal mistero. Si è riusciti a stabilire soltanto che il futuro Ramses IV era senz’altro un principe ereditario, e che il grande faraone aveva anche un altro figlio, il quale avrebbe poi regnato con il nome di Ramses VI. Bisogna anche ricordare che, poco prima della morte di Ramses III, la nota cospirazione dell’harem aveva scosso profondamente gli ambienti di corte. Attraverso quella congiura, alcuni grandi dignitari avevano cercato di sbarazzarsi del sovrano e del suo erede legittimo. Tuttavia, quest’ultimo seppe reagire in modo rapido: non solo chi aveva organizzato la congiura, ma anche i loro complici furono arrestati, giudicati e puniti; tra cui un principe e sua madre. Nella fermezza dimostrata dal futuro Ramses IV molti hanno voluto vedere un modo per riconfermare la legittimità della successione. D’altra parte, ci si potrebbe chiedere: se il principe era l’erede naturale al trono, che bisogno aveva di sottolineare con tale forza i propri diritti? Fu solo un modo per “riprendere in mano” la corte o, piuttosto, un espediente per liberarsi di pericolosi concorrenti? E se è così, tra i nemici in grado di ostacolare la sua ascesa al potere vi era forse quel Setherkopeshef citato poc'anzi? Naturalmente, si tratta solo di ipotesi, che nulla hanno di scientifico o di archeologico.

(clicca sull'immagine per ingrandirla)

La nostra indagine ci porta ora a Medinet Habu, dove sorge l’edificio sacro più imponente tra quelli voluti da Ramses III: è il suo tempio dei milioni di anni, uno degli edifici meglio conservati dell’antica Tebe. Costruito sul modello del Ramesseum, il celebre tempio funerario di Ramses II. Le sue mura sono ricoperte di magnifici dipinti che illustrano scene di battaglia e di caccia. Vi sono, poi, delle immagini più enigmatiche e delle liste reali che hanno aperto interrogativi non del tutto risolti: secondo gli esperti, si tratta di un elenco di principi reali. In tutto, compaiono trentadue iscrizioni suddivise in due liste, ciascuna delle quali è scolpita su una diversa parete: la prima comprende tredici iscrizioni, la seconda diciannove. Le trentadue diciture sono state raggruppate in tre categorie: i nomi di coloro che sono diventati faraoni, i nomi dei principi morti prima di poter salire sul trono e, infine, dodici iscrizioni “anonime”. Colpisce, innanzitutto, il fatto che il nome di Ramses VI compaia più volte su entrambe le liste: sembra quasi che questo re abbia voluto sottolineare la legittimità della propria ascesa al trono, in qualità di figlio del faraone Ramses III. Una vera e propria ossessione.  Anche il nome di Setherkopeshef compare due volte per ciascuna lista: in due casi è da solo, negli altri è seguito dal nome di Ramses VIII. Si può dedurre, quindi, che due principi portavano questo nome, e che uno dei due era proprio l’effimero Ramses VIII. Questo, però, non risolve il problema da cui siamo partiti: chi era davvero questo re, e da chi discendeva?

Il poco che sappiamo, dunque, è legato a questa ipotesi: il principe Setherkopeshef (futuro Ramses VIII) era figlio di un altro Setherkopeshef, a sua volta figlio maggiore di Ramses III. Ramses VIII, perciò, sarebbe stato un nipote del grande Ramses III. Se ciò fosse vero, resterebbe da chiarire come mai il più anziano dei Setherkopeshef non sia mai salito al trono: si può solo pensare a una morte prematura, oppure a un suo allottamento dalla corte. Quanto al giovane Setherkopeshef, si deve ipotizzare che alla morte del nonno fosse ancora troppo giovane, per regnare da solo, e che pertanto fu uno zio a essere Incoronato con il nome di Ramses IV. Questi, a sua volta, lasciò il trono a un suo figlio, Ramses V, che tuttavia morì senza eredi. A quel punto, la corona toccò al secondogenito di Ramses III, che regnò con il nome di Ramses VI, e poi al figlio di quest’ultimo, Ramses VII. Come abbiamo già visto, anche questo re morì senza discendenti: era logico, quindi, che il nuovo faraone dovesse essere il figlio del terzogenito di Ramses III, in modo da assicurare la continuità della dinastia. Un intreccio apparentemente complicato, dunque. In realtà, se si considera la breve durata dei singoli regni, si può stimare che tra la morte di Ramses III e l’incoronazione di Ramses VIII non passarono più di vent’anni. Resta il fatto che la vita e le gesta di questo misterioso re costituiscono un grosso punto interrogativo nella storia dell’antico Egitto; esattamente come la collocazione di una sua eventuale sepoltura. 


domenica 2 marzo 2014

L'Egitto tra le vie degli arrondissement parigini

Fino a qualche tempo fa ho vissuto nella capitale francese e Parigi è piena di "souvenir" dell'antico Egitto: non solo celebri monumenti, ma anche piccoli reperti ed edifici ispirati alla civiltà dei faraoni. Ecco allora qualche suggerimento per scoprire il volto egizio di Parigi.

Una gita a Parigi può essere l'occasione per scoprire gli innumerevoli monumenti che, più o meno direttamente, derivano dalla civiltà dei faraoni o s'ispirano all'antico Egitto. Benché questi siano molto numerosi, a volte bisogna saperli cercare: oltre al celebre obelisco di place de la Concorde e alla piramide del Louvre, infatti, vi sono anche costruzioni meno appariscenti, che si rivelano solo al visitatore più attento. Molte di esse risalgono all'Impero napoleonico e alla vera e propria "moda" scatenata  della campagna d'Egitto nell'architettura, nella pittura e nelle arti decorative. Riferimenti all'antica civiltà si trovano, però, anche nei luoghi più singolari, come ad esempio, il cimitero di Père-Lachaise o in un cinema degli anni venti.
Ma cominciamo dagli edifici più celebri. Nella famosa place de la Concorde, l'antico Egitto convive con il XVIII secolo, con l'epoca dei Lumi e con il XIX secolo, in un insieme perfettamente armonico. Qui si trova uno dei due obelischi voluti in origine da Ramses II per abbellire l'ingresso del tempio di Luxor. Nel 1829, alla vista di quei monumenti, Jean-François Champollion ne fu talmente affascinato da chiederne uno in regalo al governatore Mehmet Ali e in cambio di un orologio che poi si ruppe solo pochi anni dopo. L'obelisco scelto dall'egittologo francese prese così la via di Parigi, affrontando un viaggio lungo e avventuroso: le tappe del trasferimento sono descritte sul attuale piedistallo dell'obelisco. Viste le eccezionali dimensioni del monolite, si pensò anche di tagliarlo in più parti per agevolare il trasporto, ma alla fine si costruì una nave apposita, la Luxor. Salpata dalla città omonima nel 1831, l'imbarcazione giunse in Francia solo due anni dopo, ma si dovette attendere fino al 1836 per poter ammirare l'obelisco nella sua nuova collocazione. Dopo qualche tempo, sulla sommità del monolite fu aggiunto uno sfavillante puntale d'oro. L'obelisco fu posizionato esattamente nello stesso punto in cui, circa quarantacinque anni prima, fu eretta la ghigliottina che mise fine alla vita di Luigi Capeto e Maria Antonietta, oltre a quelle di Robespierre, Danton e Saint-Just.
La piramide di vetro che funge da ingresso al Museo del Louvre è stata costruita dall'architetto statunitense di origine cinese Ieoh Ming Pei tra il 1984 e il 1988. Come i modelli a cui è ispirata, anche questa possiede un edificio satellite. Interamente realizzata in vetro e acciaio, è alta 21,5 metri, mentre la base quadrata misura 35,50 metri di lato. Da notare che le proporzioni sono le stesse della piramide di Cheope; in scala naturalmente. La sua costruzione fu concepita nell'ambito del progetto "Grand Louvre" e risponde a un assetto urbanistico che vede allinearsi su un unico "asse storico" i più celebri monumenti parigini: oltre al Louvre e alla sua piramide, l'Arco di trionfo del Carrousel, place de la Concorde con l'obelisco di Luxor, l'ampio viale degli Champs-Elyées, l'Arco di trionfo di place de l'Etoile, il Grand Arche e le torri della Deéfense. Il profilo moderno della piramide di Pei, si integra benissimo con gli edifici più antichi, a differenza della costruzione in vetri che Richard Meier ha progettato per il Museo dell'Ara Pacis a Roma, dove la struttura moderna entra in aperto conflitto con le facciate barocche delle chiese di San Rocco all'Augusteo e San Girolamo dei Croati. Tuttavia, la piramide di vetro, non è l'unico monumento d'ispirazione egizia che si trova nei paraggi: passeggiando tra i giardini delle Tuileries, infatti, si possono scoprire due sfingi maestose. La prima si trova di fronte al Louvre e, sebbene assomigli nei tratti a una sfinge greca, tradisce nella forma della testa l'influenza egizia. La seconda scultura invece, si trova di fronte a un grande bacino artificiale.


Dopo l'obelisco e la piramide, place du Chatelet è il luogo di Parigi a più alta concentrazione di simboli legati all'antico Egitto. Al centro della piazza, spicca una sontuosa fontana del 1808, ricca di riferimenti alla civiltà del Nilo: è sormontata da una colonna in stile egizio, a forma di palma e decorata con scene ispirate alla vittoria di Napoleone (a cominciare da quella riportata nella battaglia delle piramidi). La base della fontana è circondata da quattro sfingi: questo tipo di decorazione, agli occhi degli uomini del XVIII secolo, riassumeva perfettamente lo spirito della civiltà egizia, poiché in essa si fondevano mistero, forza e sobrietà.

Anche nella zona della Sorbona si possono trovare diverse tracce della civiltà egizia, in particolare all'interno del Collège de France, il cui cortile ospita una piccola meraviglia: la statua di un colosso. Ai suoi piedi, curiosamente, vi sono i resti di una testa di faraone, simile a quella che si può ammirare nel Ramesseum. Un po' più in là, sulla rue de Sèvres, si trovano due importanti reperti che spesso passano inosservati agli stessi parigini, così come mi hanno dato modo di capire i miei compagni di studi. Si tratta, innanzitutto, di una bellissima fontana (una delle poche del Primo Impero che siano giunte fino a noi), composta di due elementi: da un lato una cornice che riprende la forma del naos di un tempio egizio, dall'altro una grande statua in stile egizio. Purtroppo, alcune parti di questo monumento stanno andando incontro a un prematuro degrado.

Fin dagli esordi della storia del cinema, e soprattutto durante l'età d'oro negli anni 1920-1950, l'antico Egitto ha offerto inesauribili spunti per storie e ambientazioni esotiche, come quelle che hanno reso celebri cineasti del calibro di Cecil B. de Mille. Il paese dei faraoni, divenne simbolo d'evasione, associato ad atmosfere di sogno e pericolo al tempo stesso. Persino i proprietari delle sale cinematografiche, quindi, sceglievano di ispirarsi allo stile egizio per lo stile architettonico e per gli arredi. Le facciate dei cinema, infatti, servivano anche da insegne, ed erano in grado di attirare gli spettatori con il fascino delle loro colonne e degli stucchi dorati. A Parigi c'è ancora un cinema che presenta tracce di questo splendore ormai appartenente al passato: è le Louxor, che si trova al n°170 di boulevard de Magenta, costruito nel 1921, è raggiungibile con la metro, linee 2 e 4, fermata Barbès-Rochechouart. Oggi è prevalentemente chiuso, ma rimane una tappa obbligata per i cinefili; classificato come monumento storico per salvaguardarlo da un degrado irrimediabile, ospita saltuariamente ancora degli eventi.


Gli interni sono stati rimaneggiati nel corso degli anni, ma la facciate è sempre rimasta la stessa: ancora oggi s'intravede il mosaico dorato, ispirato ai fregi egizi, che ricopre la parte superiore del cornicione. L'edificio fu progettato dagli architetti Ripey e Tiberi, e fu quest'ultimo a firmare le splendide decorazioni in cui lo stile egizio si fondeva perfettamente con l'Art Déco. Purtroppo, gran parte degli interni si è deteriorata col tempo, ma non è detto che l'edificio non torni al suo antico splendore: le autorità parigine lo hanno acquistato qualche tempo fa con l'intenzione di farne un Museo della cultura mediterranea.

Alla diffusione dello stile egizio nell'architettura parigina alla fine del XVIII secolo contribuì anche la corrente massonica. Molti furono, di fatto, i simboli dell'antica civiltà ripresi dalla massoneria. Si pensi, per esempio, alla piramide parco Monceau: fu in questo spazio che il massone Louis-Philippe d'Orléans, il futuro Philippe Égalité, decise di farsi costruire un'elegante residenza; la progettazione del parco fu affidata al pittore Louis Carogis detto Carmontelle, mentre l'architetto Poyet lo decorò con monumenti, rovine, colonne e piccoli edifici di cui uno, appunto, a forma piramidale. Il parco comprendeva anche una "Valle delle tombe" e una costruzione, di cui oggi non rimane nulla, che fungeva da tempio. Simboli massonici di derivazione egizia si trovano anche nel Monumento ai Diritti dell'uomo, inaugurato nel 1989, bicentenario della Rivoluzione francese, nel cuore dei Champ-de-Mars, vicino alla torre Eiffel. L'opera dell'architetto Ivan Theimer si ispira ai templi dell'antico Egitto: all'attenzione del visitatore non sfuggiranno certamente il triangolo della facciata ovest e i piloni di bronzo ricoperti da una grande quantità di segni e simboli, oltre che da citazione della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino.


Per il turista forse può trattarsi di una sorpresa inaspettata, ma anche il celebre cimitero di Pèere-Lachaise è ricco di simboli e riferimenti all'antico Egitto. Si tratta, anzi, del luogo di Parigi in cui questo tipo di decorazioni sono  più abbondanti. Come abbiamo visto, dopo la campagna d'Egitto di Napoleone, la Francia visse un periodo di vera e propria infatuazione per l'antico Egitto, che si manifestò in campo letterario come nell'arte e nell'architettura. Anche l'arte funeraria fu influenzata dai nuovi gusti: tra i viali di Père-Lachaise, infatti, non è difficile incontrare le numerose piramidi che decorano le tombe dei personaggi illustri. Ricordiamo per esempio, quella del generale Hugo, padre del celeberrimo scrittore, o quella del famoso chirurgo Dominique Larrey, il cui nome è strettamente legato a Bonaparte: fu, infatti, a capo dei servizi sanitari dell'Esercito d'Oriente. Altre tombe presentano una decorazione simbolica costituita da un sole alato circondato da due cobra, è il caso, per esempio del tempietto che fune da sepolcro del matematico Gaspard Monge, il padre della geometria descrittiva: egli fu tra i partecipanti alla spedizione in Egitto, e questo gli permise di studiare e spiegare per primo il fenomeno dei miraggi. Riferimenti alle leggende e alle supersitioni legate all'antico Egitto si ritrovano sulle sepolture di celebri medium e alchimisti come Caron; ma molte altre sono le tombe che riflettono il fascino esercitato sui francesi dai misteri e dalla magia dell'antico Egitto. Nel cimitero si trovano anche diversi obelischi degni di nota, tra gli altri, quelli delle tombe dell'ingegnere nautico Le Bas (incaricato del trasporto nella capitale francese dell'obelisco di Luxor) e quello della tomba di Jean-François Champollion . Il famoso egittologo è presente anche a Versailles, infatti è raffigurato in uno dei busti dei grandi di Francia che allestiscono il corridoio d'uscita dal castello francese.


mercoledì 26 febbraio 2014

Il mondo animale nell'Antico Egitto, parte 3: rettili e aracnidi

Dopo aver analizzato pesci, insetti, mammiferi e tante altre specie animali, è arrivato il momento di parlare delle ultime due: rettili e aracnidi.



Rettili

Cobra
Un papiro ieratico d'età tarda, conservato al Museo di Brooklyn, contiene la descrizione di trentotto rettili. Ciascuna rubrica di questo vero e proprio trattato di Ofiologia, come lo ha chiamato Serge Sauneron suo editore, riporta un'accurata descrizione delle caratteristiche fisiche del serpente, al fine di poterlo riconoscere, dell'aspetto del morso e delle sue conseguenze con la relativa prognosi. In alcuni casi, aggiunge infine l'indicazione del rimedio, se esisteva. Ciascun serpente vi è considerato manifestazione di una qualche divinità. In una seconda parte del trattato, sono date più diffusamente le ricette dei rimedi e antidoti contro il veleno. In questo trattato, il cobra è descritto in questo modo: " Quanto al serpente cobra, ha il colore della sabbia. Se morde qualcuno, questi sentirà dolore nella metà del corpo dove non è stato morso e non proverà invece dolore nella metà che reca la ferita ... è una manifestazione di Seth ... ".

Coccodrillo
Il coccodrillo del Nilo, Crocodilus niloticus, oggi estinto in Egitto, era nei tempi antichi assai diffuso e infestava non solo le acque del fiume ma anche i canali, gli acquitrini e il grande lago Fayyum. Temibile per il bestiame e per gli uomini, fu perciò oggetto del venerando terrore degli antichi, che ne fecero insieme un simbolo di odiato abominio e una delle più importanti divinità. Tra le deprecate caratteristiche del coccodrillo, la sua avidità e ingordigia erano proverbiali al punto che il geroglifico che lo rappresentava serviva significativamente come determinativo per le parole: avaro e ingordo.

Lucertola
I membri di questa numerosa famiglia, fenotipicamente sospesi tra coccodrilli e serpenti, furono sentiti anche dagli egizi come animali ibridi, ora assimilati ai primi ora ai secondi, e a seconda dei casi, sacri alle divinità e nei luoghi, connessi al coccodrillo o ai serpenti. L'enorme diffusione dell'animale suggerì uno dei suoi stessi nomi, Asha, che significa: molteplici o innumerevoli. La sintetica astrattezza del geroglifico che rappresenta questa specie, non rende conto della capacità degli egizi di osservare e riprodurre le caratteristiche individuali dei vari membri della famiglia: ad esempio, il varano è distinto, nelle raffigurazioni egizie, dalla testa rovesciata all'indietro, movimento impossibile per il rettile acquatico ma tipico del comune coccodrillo terrestre.

Vipera cornuta
Da sempre è un segno geroglifico molto ricorrente, il suo valore fonetico è F ed è usato in parole come determinativo in parole come vipera, per l'appunto, che in egizio si diceva Fy. Il trattato di ofiologia egizio, ne dava questa descrizione: " Il suo colore è simile a quello di una quaglia, ha due corna sulla fronte, la testa è larga, il collo stretto e la coda spessa. Se l'orifizio del morso è ampio, il viso del ferito si gonfia, se il morso è piccolo, chi è stato morso diviene inerte ma [...] avrà febbre per nove giorni e sopravviverà ... è una manifestazione di Horus. Si può tirare fuori il veleno, facendolo vomitare abbondamene ... ".

Aracnidi

Scorpione
L'unico aracnide di questa lunga carrellata di animali è lo scorpione, tenuto in grande considerazione dagli egizi per paura e rispetto. Lo scorpione, così come molti altri animali già citati custodiva significati positivi e negativi. Associato alla dea Serket, lo scorpione, così come la divinità stessa erano simbolo di magia e guarigione. Infatti, la dea veniva invocata in caso di puntura e aveva un corpo di specialisti nella cura dei devastanti effetti della puntura dell'animale. La dea Serket era talmente venerata da essere considerata in alcune zone dell'Egitto, addirittura la sposa di Horus, oltre ad essere la protettrice del dio sole Ra.

giovedì 20 febbraio 2014

Il mondo animale nell'Antico Egitto, parte 2: mammiferi

In questo secondo post andremo a parlare dei mammiferi, e in quello succissivo concluderemo con gli aracnidi e i rettili. Prima di avventurarci nella descrizione faunistica egizia, non bisogna dimenticare però l'importanza del concetto di animale domestico e di fauna selvatica o di importazione.
Già in età neolitica, gli egizi riuscirono ad addomesticare alcuni animali, come il gatto, di cui abbiamo già parlato in un post precedente (clicca qui per leggere l'articolo). Altri, come il cavallo, furono importati dall'estero.

Uno degli animali domestici più comuni in Egitto era il gatto. Discendeva da una specie selvatica (Felis silvestris lybica) dell'Africa settentrionale. La prima prova dell'esistenza del gatto domestico risale al 2100 a.C. Era diffuso soprattutto perché liberava le case dai roditori. I cacciatori lo facevano girare libero nelle paludi, affinché gli uccelli spiccassero il volo e potessero essere catturati più facilmente. Gli egizi avevano cani da caccia o da guardia. Vi era il chesem. Discendente dallo sciacallo, aveva la coda attorcigliata e le orecchie a punta. Nel Nuovo Regno, la parola chesem indicò un altro cane con le orecchie all'ingiù, le zampe corte e la coda attorcigliata. Molti cani venivano utilizzati durante la caccia. Altri animali che figurano nei monumenti fin dalle prime epoche erano le scimmie. Comuni infatti erano i babbuini, che venivano importati dalla Nubia per farli vivere nei templi. I macachi erano molto apprezzati ad esempio dalle donne egizie.

Il cavallo fu introdotto dagli hyksos alla fine del Secondo Periodo Intermedio e si adattò benissimo all'Egitto. Veniva allevato in stalle riservate al faraone e agli altri funzionari, dove veniva addestrato per la caccia o la guerra; si utilizzava, inoltre, per il trasporto. I sovrani davano ai propri cavalli preferiti nomi particolari. Ramses II ne chiamò due rispettivamente: "vittoria in Tebe" e "delizia di Mut". Gli asini erano animali da soma; per molto tempo furono l'unico mezzo di trasporto. La prima specie addomesticata fu l'Equus asinus africanus, utilizzata per le spedizioni nel Sinai, alle oasi dell'ovest e dalle carovane che andavano alle cave della Nubia. Ma questo animale non resisteva molto senza bere né mangiare, obbligando i viaggiatori che attraversavano il deserto a portare acqua e foraggio nei finimenti. Fu usato anche nei lavori agricoli. Anche i cammelli erano conosciuti. A Heluan c'è la tomba di un esemplare del Periodo Tinita e sono stati ritrovati vasi dell'Antico Regno a forma di questo animale. Ma i cammelli furono addomesticati successivamente. Non vi sono loro rappresentazioni ma sappiamo da alcuni testi che erano impiegati come animali da soma. Furono addomesticate anche varie specie di bovini. Vi erano greggi di pecore e capre e anche maiali. Fin dai tempi più antichi furono allevati anche uccelli da cortile, come oche e anatre. La gallina fu introdotta durante il Periodo Persiano.

Questo almeno per quanto riguardava gli animali domestici, ma com'era la fauna selvatica nell'antico Egitto?
All'epoca della formazione della civiltà egizia, la fauna era numerosa e varia, tipicamente africana. Nella valle e nelle vicine savane vivevano elefanti, giraffe, antilopi, daini, camosci, asini selvatici, struzzi e uri. Vi erano anche numerosi predatori, felini e canidi. Gli scimmioni, come il babbuino e il cercopiteco. Alcune specie che dipendevano meno dall'acqua rimasero nelle praterie e negli scarsi e radi boschetti, situati a lato del fiume, o nei deserti. Durante l'Antico Regno gli egizi tentarono di addomesticare alcune specie selvatiche, tra cui le gazzelle, le antilopi, i mufloni, i camosci, le gru, le manguste e persino le iene. I serpenti, come il cobra o la vipera cornuta, erano numerosi nella valle, così come gli scorpioni. Quindi, agli inizi della storia egizia, avremmo potuto incontrare in Egitto una moltitudine di animali, che scomparirono man mano che la desertificazione aumentava, o per altre ragioni naturali o umane. Ecco perché diversi faraoni decisero successivamente di intraprendere spedizioni commerciali. In particolare Thutmosis III, organizzò una spedizione militare in Siria, che finì poi per diventare "scientifica". La fauna e la flora di quelle terre attrassero tanto l'attenzione del re che, al suo ritorno, egli ordinò che fossero raffigurate sui muri del tempio di Karnak. Questi rilievi fanno parte del cosiddetto "orto botanico" di Thutmosis III, che da quella spedizione portò con sé campioni floreali e di fauna. Tuttavia, la principale fonte di rifornimento di prodotti esteri era la Nubia. Dall'Africa venivano importate scimmie, giraffe e leopardi. Infatti i contatti tra la Nubia e l'Egitto sono documentati sin dal Periodo Predinastico. Nelle tombe reali e di alti funzionari, in particolare del Nuovo Regno. Nondimeno, anche nel Medio Regno il commercio d'importazione ebbe un ruolo chiave. Infatti, i templi iniziarono a organizzare alcune spedizioni per importare prodotti specifici. Uno dei casi più noti è quello narrato nelle Disavventure di Unamone, quando il grande sacerdote di Amon invia Unamone a Biblo allo scopo di portare in Egitto del legno di cedro.

Ora passiamo all'analisi per specie:

Ariete
Nel geroglifico che rappresenta l'ariete, gli studiosi vi hanno identificato una rappresentazione dell'Ovis longipes paleoaegyptica, una razza ovina presente fin dalla preistoria in Egitto e scomparsa nel Medio Regno. Poco prima della sua estinzione fece la sua comparsa nella Valle del Nilo una nuova razza, destinata a soppiantare la più antica: l'Ovis platyura aegyptiaca, caratterizzata da una taglia inferiore, dalla grossa coda e, soprattutto, nei maschi, dalle spesse corna ricurve in avanti intorno alle orecchie. Sarà questo l'ariete che poi diventerà sacro ad Amon.

Asino
Benché operosa e paziente bestia da soma e da trasporto, essa fu oggetto dell'ancestrale repulsione degli egizi, sentimento che affonda in un complesso mitico difficile da districare, dove entrano elementi diversi, dagli aspetti sessuali (lussuria) alla condizione selvatica dell'onagro, abbondante nell'antico Egitto, ai collegamenti dell'asino con il mondo dei nomadi asiatici e altri ancora. Sta di fatto che l'asino è assai presto collegato all'animale del dio Seth e accomunato con questi in una furia iconoclastica: non di rado nei testi geroglifici il segno dell'asino è raffigurato con un coltello scaramantico conficcato nella schiena.

Babbuino
Sin dagli inizi della loro storia gli egizi conobbero e rappresentarono due varietà di scimmie africane, i cercopitechi (gef) e i cinocefali, dall'allungata testa canina e, nei maschi, il folto pellame sulle spalle e sul collo. Originario del Sudan e dell'Abissinia ma importato assai presto in Egitto, fu consacrato a Thot. Benché più compassato dagli agili e giocosi cercopitechi, anche il babbuino ebbe una parte molto importante nella vita quotidiana degli egizi ed è piuttosto in questa veste che viene rappresentato nei geroglifici. Gli egizi ne apprezzarono la pronta intelligenza, portata ad esempio agli scolari svogliati e la bramosia sessuale, utilizzandone gli escrementi, a mo' di unguento, in ricette afrodisiache; ma non dimenticarono altri aspetti della personalità di queste scimmie, come ad esempio: l'ira.


Capra
Gli egizi erano dei grandi osservatori, si accorsero infatti della naturale tendenza di questo animale a saltare, caratteristica dovuta forse alla preferenza per i fogliami di arbusti rispetto ai pascoli; e quindi osservata dagli egizi e riprodotta fedelmente in numerose scene. A differenza dei bovini, infatti, per lo più raffigurati in atteggiamenti placidi, al pascolo o nelle sfilate del bestiame, è tipico della rappresentazione delle capre nell'Egitto antico, la posa "rampante".

Cavallo
A partire dal Nuovo Regno, il cavallo divenne un vero e proprio status symbol: principi e nobili si contendevano i destrieri più belli, gli equipaggi più eleganti e non mancavano di magnificare le proprie doti di auriga nelle iscrizioni o di farsi rappresentare sul cocchio nella propria tomba. Secondo l'abitudine asiatica, infatti, non era ritenuto dignitoso montare l'animale e si preferiva esserne trainati su leggeri cocchi. Anche gli egizi si adeguarono all'usanza e bisogna attendere l'età ellenistica perché il re si faccia rappresentare in sella ad un focoso cavallo.

Elefante
Diffuso ancora in età preistorica nei dintorni della Valle del Nilo, in età storica per gli egizi è un animale semisconosciuto, talvolta rappresentato con tratti favolosi, benché l'avorio ricavato dalle sue zanne venisse largamente importato dal sud. Fino al Nuovo regno, quando le guerre di Thutmosis III portarono all'incontro con gli elefanti della valle alta dell'Eufrate e alle mirabolanti cacce del sovrano e dei suoi valorosi, il suo nome è più che altro ricordato in connessione con la città di Elefantina, l'Abu degli egizi, ossia, appunto: città degli elefanti. Era questo, infatti, il mercato per eccellenza dell'avorio africano, anch'esso, ma determinato con la zanna d'elefante, in parte, probabilmente, dal corno dei rinoceronti. Gli elefanti tornarono effettivamente sul suolo, e di conseguenza nei testi egizi nell'età ellenistica, quando, divenuti potente strumento di guerra, saranno catturati e importati dai Tolomei in Egitto.



Gatto
Il gatto domestico assai amato dagli egizi e, come tanti altri animali in quel paese, protetto da tabù potenti, accuratamente mummificato post mortem e divinizzato, per la gioia e il sussiegoso sdegno di tanti benpensanti greci e romani; tuttavia,  fa la sua comparsa in quella terra relativamente tardi. Il suo predecessore sembra essere stato un felino selvatico e aggressivo, probabilmente più simile alle rappresentazione del "gatto" di Eliopoli, che nel Libro dei Morti, uccide il malvagio Apofi. Le vivaci scene dell'Antico Regno, pure affollate di tanta e variegata fauna, non conoscono rappresentazioni del gatto domestico e bisogna spettare gli inizi del secondo millennio a.C., perché esso irrompa nella vita degli egizi, per occuparvi, naturalmente, subito un posto di rilievo. L'aspetto altero e indifferentemente assorto è quello fissato dal geroglifico e poi adottato nelle innumerevoli rappresentazioni di Bastet. Le scene delle tombe, con i loro quadretti di vita privata, ne mettono in risalto anche gli aspetti più giocosi e vitali, o rappresentato in scene di caccia e pesca.

Gazzella
La gazzella rappresentata nelle pitture egizie, o nei geroglifici, è la Gazella dorcas caratterizzata dalla coda assi corta e la doppia curva delle corna. Benché addomesticata assai presto, essa non fu mai considerata dagli egizi un vero e proprio animale domestico: come per la maggior parte della fauna che popolava il deserto, l'immaginario egizio ne ritenne l'aspetto selvatico e  quale elemento dell'ostile paesaggio desertico, e quindi, del mondo non civilizzato, essa fu assimilata alle forze maligne espresse nella figura del dio Seth. Solo nei luoghi dove il deserto acquisiva tutt'altra valenza economica e culturale, la gazzella ritrovava l'aura positiva, attribuita dagli egizi al mondo animale. Insieme ad altre antilopi diffuse nella Valle del Nilo, quali il bianco orice dalle lunghe corna, essa presenta così ai nostri occhi una duplice personalità.

Giraffa
Il determinativo di "giraffa" si usava nella scrittura geroglifica per parole come: ser, che significava "predire" o "avvistare", perché questo erbivoro si poteva scorgere da molto lontano. In età preistorica non era un animale insolito nelle savane che allora fiancheggiavano il Nilo, dove ora è solo deserto. In età storica le giraffe e le sue code sono materia di importazione dai paesi dell'entroterra africano e dalla favolosa Punt.

Ippopotamo
La società contadina dell'antico Egitto ne temeva la devastante voracità dell'ippopotamo, che ancora una volta associava alle forze maligne del mondo: "Non ti ricordi- si narra nei testi di lodi dello scriba - della triste sorte del contadino? Quando è l'ora di registrare il raccolto, il rettile ne ha preso la metà, l'ippopotamo ha mangiato l'altra".
La caccia all'ippopotamo, antico privilegio dei re, assumeva così un significato rituale, come atto di annientamento di una manifestazione del male. Nell'ippopotamo femmina, invece, il ventre prominente richiamava l'immagine della gravidanza e l'animale simboleggiava la fecondità femminile. Era, in questo aspetto benigno, differenziato dal geroglifico rappresentato in posizione eretta, sotto le sembianza delle dee-ippopotamo Tueris e Opet, che proteggevano e favorivano maternità e parti.

Leone
Assai diffuso nella preistoria e ancora presente in Egitto nell'età tarda della civiltà faraonica, il leone fu elemento di rilievo nel simbolismo regale e nell'iconografia divina, quest'ultima per lo più femminile. Gli egizi conobbero della Panthera leo le forme diffuse nel mondo africano e vicino-orientale: il leone berbero (leo barbarus), il senegalese (leo senegalensis) e il persiano (leo persicus) e le designarono dapprima con il nome comune di Ru, poi con Maì, quest'ultimo nome spesso più specificatamente qualificato come Maì hesa (leone feroce). Il re viene molto spesso raffigurato accanto ad un leone, quasi come se condividessero la forza e la fierezza, ma per taluni si trattava di veri e propri leoni addestrati dai faraoni. Sulla regalità dell'animale, gli egizi non nutrivano dubbi; sin dalla preistoria. Ricordiamo ad esempio il leone personale di Ramses II, che secondo alcune fonti, affiancò il re a Kadesh.

Lepre
Questo animale, assai comune in Egitto, è rappresentato frequentemente nelle scene con paesaggi desertici e in quelle di caccia alla selvaggina, tanto da essere rappresentata nel verbo: Un, "correre", scritto con il bilittero wn (la lepre).

Maiale
La natura ferina, unita alla feroce voracità, è probabilmente responsabile della quasi generalizzata avversione che gli egizi provavano per l'animale, visto come una bestia impura (Il legame del maiale con Seth). Nei miti tradizionali il maiale è costantemente rappresentato in atto di divorare: secondo una versione del mito dell'Occhio di Horus, questo sarebbe stato inghiottito periodicamente da un grande maiale nero (Seth). In un'altra diffusa leggenda cosmologica, la Grande Scrofa celeste divora all'alba i suoi porcellini: le stelle.

Sciacallo
Oltre ad Anubi e Upuaut, il nero sciacallo egizio prestò il suo aspetto a molte divinità, sia nell'ambito degli dei funerari che in quelli guerrieri. Tra gli esseri divini, una particolare categoria di sciacalli, che altro nome non ebbero se non quello generico della specie, Sab, è costituita dagli esseri che nell'oltretomba trainano la barca solare nel corso della notte. Nella mitologia e geografia del periplo solare gli sciacalli furono associati all'Occidente.

Toro
Quando osserviamo i vari geroglifici che ritraggono i tori, ci accorgiamo subito che le corna variano molto, spesso riformi e alte, talvolta più corte. Questa particolarità non è dovuta di certo a delle licenze artistiche, ma più che altro ai diversi tipi di tori che portano anche lo stesso nome e possono dunque ritenersi, ad ogni buon conto, appartenenti alla stessa specie, frutto questo degli incroci artificiali operati dagli stessi egizi. Non è certo, benché assai probabile e comunque sicuro per l'età tarda, se gli egizi avessero buoi nelle loro mandrie o solo tori; i testi menzionano talvolta la castrazione ma né le raffigurazioni né il geroglifico, anche negli esempi più dettagliati, lasciano trapelare la differenza tra animali castrati e tori.


mercoledì 19 febbraio 2014

Il mondo animale nell'Antico Egitto, parte 1: uccelli, insetti, pesci e anfibi

In questi due post analizzerò brevemente i diversi tipi di fauna ai tempi dell'antico Egitto, partendo da quella del Nilo, cioè il mondo acquatico.


La fauna che popolava il fiume, i laghi e i bassi fondali era molto diversificata. La scrittura geroglifica, la decorazione delle tombe e anche la mummificazione di alcuni animali consentono di venire a conoscenza delle differenti specie esistenti all'epoca dei faraoni, alcune delle quali oggi estinte in Egitto. 
Le acque e le rive del Nilo offrivano un habitat propizio a numerosi animali, soprattutto ai pesci. Alcune specie facevano parte anche del sistema di simboli geroglifici; altre, invece erano rappresentate sulle pareti delle tombe. Oggi alcune di esse sono esiste, come ad esempio L'Heterobranchus (nar in egizio); questo siluride prestò il suo nome egizio all'unificatore del paese, il faraone Narmer. Il Babus bynni era dotato di una spina velenosa sulla pinna dorsale. Altri siluriformi, i pesci sinodontidi, erano rappresentati di frequente, soprattutto nei bassorilievi delle mastabe dell'Antico Regno. I mormiridi, invece, vivevano nelle zone calde del Nilo; essi possedevano il fondale del fiume in cerca di larve di insetti e vermi. Il Mormyrus Kannume o "pesce di Ossirinco" era piuttosto comune nel Nilo; esso, tra l'altro fu anche oggetto di venerazione nel XIX nomos dell'Antico Egitto. Tre i perciformi si distingueva la Tilapia nilotica, ampiamente raffigurata poiché cova le uova in bocca, e per gli egizi simboleggiava la rinascita, mentre, per via della sua colorazione rossastra, era connessa anche alla simbologia solare. Il Latus niloticus (aha in egizio), perciforme di colore azzurro, fu venerato e mummificato. Nelle scene di tombe figuravano anche insetti, come la cavalletta (Acridium peregrinum), la libellula e diverse specie di farfalle.


In Egitto alcuni insetti erano considerati manifestazione degli dei, potevano avere una funzione utile o dare colore alle scene di vita quotidiana rappresentate nelle tombe. Pertanto, questi animali svolsero un ruolo importante nella società egizia. In Egitto vivevano, e vivono ancora, moltissime specie di insetti. Nella famiglia degli scarabeidi vi era il genere Scarabaeus. Lo Scarabaeus sacer aegyptiorum era lo scarabeo sacro degli antichi, quello definito: stercorario. Oggi si trova quasi esclusivamente nell'Alto Egitto. Gli egizi credevano che nascesse da una palle di sterco, per cui lo considerarono un'immagine dell'autocreazione. In realtà, la femmina formava queste palle, che portava in gallerie precedentemente preparate; poi vi deponeva le larve. Dopo 28 giorni, gli scarabei uscivano in superficie come adulti, fenomeno che coincideva con l'inondazione del Nilo. Questo scarabeo fu identificato con il dio Khepri, dal quale trae il nome.


L'ape, bit in egizio, veniva custodita in tubi vuoti, dalle estremità strette, che fungevano da alveare. Il miele ottenuto si usava soprattutto come alimento, ma anche per preparati medici e unguenti. Come l'ape, anche il miele era chiamato bit, ma nella scrittura il determinativo era un barattolo di miele. L'ape ebbe un significato solare, secondo un mito, quando Ra piangeva, le sue lacrime si trasformavano in api. L'insetto era legato ad Amon, Min o Neith. A Sais il tempio di Neith si chiamava per-bit, "casa dell'ape".

Per quanto riguarda le mosche, gli egizi erano convinti che avessero un ruolo protettivo. Questo insetto, per noi così insignificante, occupa un posto d'onore nel sistema dei geroglifici egizi. I ciondoli d'oro a forma di mosca venivano offerti come onorificenze militari. Nonostante gli insetti ebbero un'importanza così palese nell'antico Egitto, un solo anfibio riuscì a ricoprire lo stesso ruolo per gli egizi: la rana. La Rana mascareniensis, fu venerata grazie alla sua capacità di mimetizzazione, infatti, essa era considerata un animale sacro. La rana, di color verde scuro, abitava nelle zone paludose e nei canali di irrigazione. Nell'antichità fu assimilata ad una divinità legata al parto e alle nascite, la dea Heket.

La fauna ornitologica era piuttosto abbondante. Diverse specie di uccelli erano associate al fiume e ai bassi fondali. Esistevano varie specie di oche, tra le quali l'Apochen aegyptiacus. Vivevano qui anche gli ibis, le cui tre specie sono documentate nel sistema di simboli geroglifici: l'ibis nero (Plegadis falcinellus), peraltro ancora esistente in Egitto, il cui nome egizio era guemet; le altre due erano l'ibis crestato (Ibis comata), con il caratteristico pennacchio sulla testa, e l'ibis sacro (Threskiornis aethiopicus).
L'ibis nell'antico Egitto era associato al dio Thot, e l'immagine del dio eretto sul porta-insegne è almeno risalente alla IV dinastia; un legame che durerà fino all'epoca romana. 


L'airone imperiale (Ardea cinerea) aveva un piumaggio grigio e collo bianco; il suo nome era benu, ed era legato al culto solare. Nel periodo delle inondazioni tornava a popolare le acque della Valle e al sorgere del sole si levava in volo; è all'origine della leggenda greca della fenice. Il suo periodico ritorno con l'inondazione lo connetteva con il potere rigenerante di quelle acque e con il concetto stesso della rigenerazione: esso, divenne per gli egizi immagine vivente della vita che ciclicamente si rinnova, di ogni auspicata rinascita. Acqua e sole, Osiride e Ra, sono gli elementi di base del simbolismo egizio dell'airone cinerino.


Un'altro uccello di notevole importanza in Egitto, fu l'avvoltoio. L'avvoltoio egiziano, chiamato Neophron percnopterus, è rappresentato fin dai tempi più antichi. All'inizio, venne raffigurato con le ali di color grigio o blu, e in genere, nelle rappresentazioni più dettagliate, erano attente nella resa caratteristica della carne implume alla base del becco e del rado piumaggio intorno al collo, particolari che conferiscono a questo rapace una rugosa esilità, tipica dell'avvoltoio. Il Neophron presta le sue spoglie ad un essere divino: il Grande Avvoltoio, che plana sul re morto, in segno del suo potere divino. L'altra avvoltoio rappresentato anche nei segni geroglifici ed associato alla dea Mut, era il Gyps fulvus. La dea è sin dalle origini una Dea Madre, da cui il nome. Gli autori classici riferiscono che secondo gli egizi non esistevano avvoltoi maschi, affermazione da associare alle singolari rappresentazioni di Mut androgina. In età tarda l'avvoltoio rappresenta spesso il principio femminile, associato allo scarabeo che, viceversa, rappresenta quello maschile. Nella scrittura enigmatica, i due segni appaiati rendono i nomi della dea Neith e del dio Ptah, secondo Horapollo per significare così che, in qualità di divinità demiurgiche, riuniscono in sé i due principi.


Gli ultimi tre uccelli di cui bisogna parlare sono la civetta, l'upupa e il cosiddetto "uccello Ba", no perché l'ornitologia egizia si fermi a loro, infatti potremmo anche parlare dell'uccello Rechit, ma perché mentre quest'ultimo non ricoprì un ruolo fondamentale nella fauna egizia, gli altri tre si. Tuttavia, bisogna aggiungere sull'uccello Rechit, che abitualmente migrava nella stagione invernale verso l'Africa del nord ed è assai comune in Egitto, soprattutto nel Delta; bisogna aggiungere che: come fonema, Rechit venne assai presto a designare una categoria di uomini, che costituivano l'intero nucleo dell'umanità assoggettata al faraone. I Rechit, occupavano un ruolo ambiguo, da una parte sono indicati come stranieri, spesso con dense connotazioni ostili, dall'altra rientrano talvolta tra i sudditi egizi. Infatti nei geroglifici possiamo notare come questo uccello venga anche rappresentato con le ali legate, tipico dei prigionieri di guerra.
Tornando ora a parlare dei volatili più presenti nel sistema di scrittura, parliamo della civetta. Non sappiamo se anche nell'antico Egitto la civetta fu ritenuta uccello di malaugurio. Qualche indizio lo fa però pensare: la grafia del verbo hask "tagliare il collo a un uccello", tanto che ogni mummia di civetta ritrovata, presentano la testa tagliata. L'inquietante sguardo del rapace non lasciava evidentemente immuni nemmeno gli egizi! Come geroglifico, non è certo da dove il  segno derivi il suo valore fonetico: presumibilmente dall'antico nome dell'animale, perduto. Il demotico Amuldj e il suo derivato copto, ambedue designanti la civetta, probabilmente sono sostantivi composti, in cui la prima parte Amu/mu riecheggiava il nome originario, e, forse, onomatopeicamente connesso al lugubre verso del rapace.
L'Upupa compare spesso nelle raffigurazioni di templi e tombe, stranamente non ne conosciamo il nome antico, forse Djeb, a giudicare dal valore fonetico assunto dal geroglifico. Horapollo nelle sue bizzarre spiegazioni dei geroglifici, associa il segno dell'upupa alla gratitudine, è il solo essere privo di parola, egli dice, che ricompensa l'affetto ricevuto dai genitori. Una leggenda che forse aveva radici anche nell'antico Egitto: non sono rare le rappresentazioni di bambini che portano in mano, per le ali, proprio questo volatile, così pure sono note statuette del dio bambino Harpocrate. 


Quale fosse invece il rapporto che univa la grande cicogna africana, nota come Jabiru (Mycteria ephippiorhynchus seu senegalensis), al concetto egizio di ba, che impropriamente traduciamo con "anima", non è dato sapere. L'omofonia tra il nome dell'uccello e quello del ba, la comprensibile tendenza degli egizi a rappresentare sotto forma di volatili le componenti più spirituali di un uomo, che si pensava dovessero ascendere verso il cielo alla sua morte, sono una spiegazione sufficiente o altri legami, più intimi e ormai intangibili, diedero al ba l'aspetto del bianco uccello dalle lunghe zampe? Oggi lo Jabiru vive nella regione del Nilo Bianco ma gli egizi furono certo in grado di osservarlo in regione più vicine.