mercoledì 25 ottobre 2017

Di cosa è morto Alessandro Magno?

Della vita di Alessandro si conoscono gli alti e i bassi, i gusti, i retroscena: la grande carica di cavalleria a Gaugamela che spazzò via l'esercito persiano, l'amore per Efestione e la sua sconfinata generosità che era pari solo all'immensa ira che covava nei confronti di coloro che lo tradivano. Alessandro il grande è una figura che non costituisce un enigma ed è solo la sua morte che cela un segreto millenario: l'ubicazione della sua tomba.
Alessandro nacque a Pella, nel nord della Grecia, il 20 luglio del 356 a.C., da suo padre Filippo discende, secondo la leggenda, da Ercole, da sua madre Olimpiade discende da Achille. Aristotele fu il suo maestro, Bucefalo il suo cavallo leggendario: a 20 anni diventa re, a 25 invade l'Egitto e diventa faraone, a 26 anni decide di conquistare l'India e gettare così nuovi confini alle terre conosciute, un'impresa che sembra sovrumana già a chi lo venera come un dio. A soli 32 anni, un mese prima del suo compleanno, Alessandro muore a Babilonia.
Molte sono le teorie legate alla sua morte, c'è chi sospetta che venne avvelenato, chi ipotizza che morì di malaria e così altre decine di teorie, ma procediamo con calma e cerchiamo di ricostruire il quadro medico.


A parte le numerose ferite agli arti riportate in battaglia, un anno prima della sua morte aveva sofferto di un trauma penetrante all'emitorace destro, complicato da emopneumotorace. Non fumava tabacco (arrivato in Europa solo dopo il 1500), ma si concedeva abbondanti ancorché saltuarie libagioni divino: la sindrome che lo avrebbe portato a morte iniziò a manifestarsi — con astenia intensa e dolori diffusi a tutto il corpo — proprio il giorno successivo a una notte di baldoria, generosamente annaffiata con 12 pinte di vino. E la sera dopo, consumata un'analoga quantità d'alcool, Alessandro aveva lamentato dolori lancinanti al quadrante addominale superiore destro.
Nei giorni seguenti, il quadro clinico era stato dominato dalla febbre e da un progressivo deterioramento delle condizioni generali. Soprattutto, l'astenia era peggiorata rapidamente, al punto che già all'ottavo giorno di malattia il paziente non era più in grado di parlare e riusciva a malapena a muovere occhi e mani. L'undicesimo giorno, il grande condottiero entrò in coma e spirò. Malaria acuta, pancreatite, perforazione intestinale da infezione tifoidea con paralisi ascendente, poliomielite, intossicazione acuta da piombo e persino avvelenamento da arsenico (nel vino): queste e altre ancora le ipotesi avanzate dagli storici per giustificare il rapido e inarrestabile declino del pur giovane e vigoroso comandante. A uccidere il condottiero macedone sarebbe stata, secondo la mia opinione, la febbre del Nilo occidentale: una sindrome virale (causata dal cosiddetto «West Nile virus») che non era stata presa in considerazione nella rassegna pubblicata nel 1998 sul «New England Journal of Medicine», in mancanza di una precisa collocazione nosografica. Alla mia personale interpretazione, si aggiunge quella del Dr. John S. Marr epidemiologo del Virginia Department of Health, che si era già occupato delle dieci piaghe d'Egitto e della morte dell'ultimo imperatore degli Inca, Hayna Capac; mentre è al Dr. Calisher - qualificato microbiologo della Colorado State University - che si deve presumibilmente l'indagine diagnostica che ha potuto escludere le diverse ipotesi infettivologiche di volta in volta considerate responsabili della morte di Alessandro. E prima di ogni altra il presunto avvelenamento del re macedone: «Solo pochi veleni - scrivono infatti Marr e Calisher - erano disponibili ai tempi di Alessandro, tra cui salicilati, alcaloidi e micotossine, e nessuno di essi avrebbe potuto causare una febbre così elevata».
Sappiamo dunque che Alessandro morì nella tarda primavera del 323 a.C., nell'area dell'attuale città di Baghdad, in Iraq, a causa di una malattia durata due settimane e caratterizzata da febbre e segni che supponiamo indicativi di una forma encefalitica. Nelle precedenti ipotesi diagnostiche l'encefalite da West Nile virus non era invece stata inclusa. Forse perché, avendo il virus fatto la sua comparsa negli Stati Uniti solo nel 1999, prima di allora nessuno aveva fatto caso a un episodio - accuratamente riportato da Plutarco - riguardante il comportamento bizzarro e la morte di numerosi corvi fuori dalle mura di Babilonia. Alla luce di questa e altre osservazioni, ritengo che si possa oggi proporre una valida interpretazione diagnostica per la morte di Alessandro: un'encefalite provocata dal virus West Nile e complicata da una paralisi flaccida, cioè con perdita del tono muscolare. Il virus del Nilo occidentale (che come altri flavivirus si trasmette all'uomo attraverso le punture di un insetto) è stato isolato per la prima volta in Uganda nel 1937, ma i primi casi della malattia umana sono stati descritti negli Stati Uniti solo tra il 1999 e il 2000. Nel 2002 si contavano 4156 contagiati americani, e 284 vittime; nel 2003 il numero degli infetti negli Stati Uniti è salito a 8694, fortunatamente senza un parallelo aumento dei decessi. Nel Colorado, dove l'epidemia del 2003 ha colpito 2945 persone, nel 79 per cento dei casi la febbre del Nilo occidentale si è manifestata nella forma più lieve, con febbre e spossatezza. Ma è ormai risaputo che l'infezione può avere un decorso assai più severo, causando encefalite o una paralisi flaccida acuta che ricorda la poliomielite.
L'enigma scientifico relativo agli ultimi giorni di vita di Alessandro è stato seguito fin dagli esordi, con passione e competenza anche da Donato Fumarola, già professore di microbiologia medica all'Università di Bari: «La febbre del Nilo occidentale - spiega Fumarola - è una malattia infettiva emergente e ubiquitaria (è infatti presente negli Stati Uniti e in Canada, in Europa e in Africa settentrionale, così come in Asia Minore) che può colpire con una forma neurologica, una grave encefalite, spesso letale sia per gli animali che per l'uomo». Sensibili all'azione del virus del Nilo appaiono sia gli animali selvatici che quelli domestici e da reddito, e tra questi ultimi soprattutto i cavalli. Qual è dunque il nesso tra questo agente virale e la misteriosa malattia che portò alla morte Alessandro Magno? Fumarola ci aiuta a comporre le tessere del puzzle: «Come serbatoio del virus funziona sia l'animale sano (o asintomatico) sia quello ammalato; come vettore, invece le più varie specie di zanzare Culex. In questi ultimi anni, però, il serbatoio più significativo è rappresentato dai volatili: in particolare dai corvi, le cui morie da virus del Nilo occidentale sono state ampiamente segnalate in letteratura». Si tratta in pratica di un virus che può passare dagli uccelli alle zanzare, e da queste all'uomo. Quando infatti le zanzare infettate dal virus pungono un vertebrato suscettibile, il virus può essere trasmesso a quest'ultimo. Gli uccelli funzionano da ospiti «amplificatori» e il grado di amplificazione dipende dalla specie aviaria, da condizioni ambientali e da altri fattori. Sono i volatili in fase viremica a rifornire le zanzare di pasti a base di sangue infetto, e queste ultime provvedono successivamente a trasferire l'infezione da West Nile virus agli uomini. Gli uccelli ammalati manifestano sintomi diversi, tra i quali tremore, posture anomale, disorientamento, e anomalie del comportamento; e finiscono spesso per soccombere alla malattia.
Il riferimento ai corvi emerge con chiarezza dalla lettura del volume di Plutarco sulla vita di Alessandro: Il grande storico greco racconta che Alessandro il Grande, rientrato dall'India e giunto presso le mura di Babilonia, s'imbattè in uno stormo di corvi che, lottando fra di loro, si beccavano furiosamente. Molti caddero morti ai piedi del re, che - pur rassicurato dai suoi indovini - ne trasse severi auspici. E ripetuti, si ritrovano nell'opera di Plutarco, altri riferimenti agli incontri ravvicinati tra Alessandro e gli uccelli - specialmente i corvi. Quanto agli insetti, diverse sono le specie di Culex coinvolte in Iraq nella trasmissione dell'infezione da West Nile virus. Le inondazioni primaverili del Tigri e dell'Eufrate forniscono un ideale substrato riproduttivo per le zanzare, delle quali è ben nota la predilezione per le zone paludose. Ma è stato soprattutto il quadro clinico del morbo che stroncò la giovane vita del condottiero macedone, e che si evince dall'analisi attenta del testo di Plutarco, a convincere Marr e Calisher. Premesso che l'ipotesi dell'avvelenamento, pratica abbastanza comune a quei tempi, gode di scarsissimo credito da parte dello stesso Plutarco (anche perché Alessandro era in realtà meno dedito al vino di quanto potesse apparire), la sintomatologia presentata dal condottiero nei suoi ultimi giorni di vita fu tale da suggerire agli studiosi contemporanei l'idea che potesse aver contratto la forma encefalitica della febbre del Nilo: l'esordio della malattia, la febbre violenta e costante, la grande sete e il delirio finale, insieme con l'impossibilità di muoversi e di mantenere la stazione eretta (una vera e propria paralisi flaccida). La critica più fondata che si può muovere a quest'ipotesi è legata alla stagionalità dell'infezione da virus «West Nile» nell'uomo. Alessandro, infatti, si ammalò in maggio, mentre per esempio la maggior parte dei casi registrati nell'epidemia verificatasi nel 2000 in Israele - paese che si trova alla stessa latitudine dell'Iraq - si sono avuti da luglio a settembre (e pochi altri in giugno). La maggiore amplificazione del virus, nelle zanzare e negli uccelli suscettibili, si raggiungerebbe solo alle temperature che caratterizzano l'estate piena. Ma la temperatura media in Iraq in maggio è di 29 gradi - più elevata di quella che si riscontra nello stesso periodo a Tel Aviv (24 gradi) - e dunque una primavera più calda del solito in Iraq nel 323 a.C. potrebbe essersi rivelata fatale ad Alessandro, determinando un più precoce inizio della replicazione virale nei corvi, e un'inspiegabile mortalità in quei volatili. A quei tempi gli oracoli erano attenti osservatori del comportamento degli uccelli, e Plutarco ritenne di dover riferire quel bizzarro episodio capitato al re macedone al suo ingresso a Babilonia. Né sorprende che un tale evento nel 323 a.C. possa essere stato considerato come un presagio della fine imminente e prematura del condottiero. La sua morte continua ancor oggi a richiamare l'interesse degli storici, ed è probabile che anche un'ipotesi diagnostica aggiornata e ben strutturata, come quella sostenuta da me e da Marr e Calisher, venga in futuro rimessa in discussione: appare tuttavia ben difficile, a più di 2300 anni dai fatti, che si riesca a trovare un testimone più attendibile di Plutarco.
Dopo la sua morte, i generali di Alessandro getteranno il mondo in una serie infinita di guerre che avevano come unico scopo quello di accaparrarsi non solo il suo regno ma anche il corpo del condottiero. Tolomeo, Seleuco, Cassandro, Cratero e tutti gli altri erano ben consapevoli, che chiunque fosse entrato in possesso delle spoglie del condottiero macedone, sarebbe sembrato agl'occhi della storia l'erede legittimo. Infine fu Tolomeo, amico fidato del re, ad ottenere le spoglie del sovrano.

lunedì 12 giugno 2017

Gli Hyksos, il popolo invasore

Indebolito da forti disordini interni, nel Secondo Periodo Intermedio l'Egitto subì l'invasione del popolo degli Hyksos. La guerra condotta contro questi temibili nemici dal principe tebano Ahmose portò alla liberazione del paese e preparò il terreno per la nascita del Nuovo Regno.


<<Non so per quale motivo, una punizione divina ci ha colpiti>>: con queste aspre parole lo storico egizio Manetone introduce la storia dell'invasione degli Hyksos. Questo popolo di conquistatori riuscì a occupare l'Egitto nel cosiddetto "Secondo Periodo Intermedio", compreso tra il Medio e il Nuovo Regno. Più precisamente, tra il 1730 e il 1580 a.C. s'imposero due dinastie straniere: la XV, detta dei "Grandi Hyksos", e la XVI, detta dei "Piccoli Hyksos". Le origini di questo popolo straniero non sono state del tutto chiarite. Secondo alcuni storici, si trattava di tribù che, dopo essere state scacciate dall'Anatolia, dalla Mesopotamia e dall'Iran, si erano dirette verso Canaan e, da qui, verso il delta del Nilo. Manetone diede loro la qualifica di "pastori" mal interpretando il termine hyksos, deformazione greca del termine egizio hekau khasu, cioè "principi di paesi stranieri".

Arrivano gli invasori
La penetrazione degli hyksos fu facilitata dalla difficile situazione politica in cui versava l'Egitto: un periodo di rivolte e divisioni interne aveva fiaccato il paese, le cui frontiere erano ormai prive di protezione. A questo fattore si deve aggiungere l'ondata migratoria che interessò l'Asia verso il 1700 a.C., e che amplificò il movimento di stranieri verso l'Egitto. Il continuo afflusso di manodopera asiatica, avviatosi già sotto il regno di Amenemhat III (1850 - 1800 a.C.), modificò gli equilibri demografici del Nord, che era la parte più vulnerabile del paese dei faraoni. Gli Hyksos si erano insediati nel delta già da diverse generazioni quando, approfittando, dell'arrivo di nuovi immigrati dal vicino Oriente, decisero di estendere la loro influenza e di provare a prendere il potere. Il primo attacco degli Hyksos avvenne tra il 1730 e il 1720 a.C. Dopo aver occupato parte del delta, gli stranieri si spinsero sempre più a sud. Vicino ai confini nordorientali del paese, fondarono un vero e proprio principato la cui capitale era Avaris, cioè Hut-Uret, "il grande castello": si trattava, infatti, di una vecchia cittadina che fu trasformata in città e completamente fortificata. Incursione dopo incursione, e lungo un arco di circa cinquant'anni, gli Hyksos sottomisero in modo piuttosto pacifico tutta la regione del delta giungendo a nord di Eliopoli. Questo provocò una nuova divisione del paese, il cui 'governo ufficiale' fu relegato sempre più a sud: il regno meridionale, alla fine, comprendeva solo gli otto "nomi" compresi tra l'isola di Elefantina e Abydos. A quel punto, i sovrano hyksos poterono proclamarsi faraoni a tutti gli effetti.

Le dinastia Hyksos
La successione dei sovrani di questo periodo è piuttosto oscura e complessa. Nella sua cronologia, Manetone elenca trentaquattro re tebani che avrebbero governato nel Sud e ben centosettantasei sovrani hyksos, i quali si sarebbero succeduti sul trono del Nord in poco meno di due secoli. Tradizionalmente, questi ultimi vengono raggruppati in due diversi dinastie, così come precedentemente accennato. Tra di essi, spicca il nome di Salitis, della XV dinastia: egli regnò vent'anni, probabilmente da Menfi, su un territorio che comprendeva il delta e la valle del Nilo fino a Gebelein e alle piste desertiche che permettevano di raggiungere gli alleati nubiani. Questa situazione rimase inalterata fino all'avvento di Apopo I: questi delegò una parte del suo potere a un ramo hyksos secondario, che Manetone chiama impropriamente 'XVI dinastia'. Allo stesso tempo, un vassallo affrancato di Salitis, Yaqub Har, rimase al potere per circa diciotto anni, intrattenendo delle buone relazioni con i tre re di Tebe che succedettero a Sekhemra: Antef V "il vecchio", Antef VI e Sobkemsaf, il più conosciuto tra i faraoni della XVII dinastia. Il successore di Yaqub Har fu Khyan, con il quale si aprì la dinastia dei "Piccoli Hyksos".

I contributi degli Hyksos
La tradizione egizia di stampo nazionalista presenta gli Hyksos come un popolo di barbari, crudeli e sacrileghi, che bruciarono città, sterminarono popolazioni, distrussero templi e adorarono un solo dio: il sanguinario Seth. Questa, in realtà, è una visione parziale degli avvenimenti, basata su rare testimonianze dell'epoca di matrice chiaramente tebana e da prendere, perciò, con una certa prudenza. Gli storici moderni hanno messo in dubbio questo genere di resoconti e hanno provato a concentrarsi sugli indizi che potevano essere utili a rivelare un volto differente degli invasori. Per esempio, hanno appurato che, a differenza di altri dominatori stranieri, gli Hyksos si adattarono molto bene agli usi e costumi egizi, adottando anche il sistema politico locale. Lungi dal demolire le istituzioni esistenti, i conquistatori sposarono diverse tradizioni secolari, riguardanti per esempio i cerimoniali di corte e gli appellativi dei faraoni: i sovrani stranieri, infatti, continuarono a includere il nome di Ra nelle loro titolature. Sul piano religioso, gli Hyksos adottarono una parte del pantheon egizio, in particolare quella che gravitava intorno a Seth, il dio di Avaris assimilato ai loro Sutekh. Divinità orientali come Baal e Astarte fecero la loro comparsa accanto a quelle egizie, ma sempre nel rispetto del culto di Ra. Quanto ai sacerdoti, si limitarono ad accentuare le caratteristiche semitiche dei loro dei. Gli Hyksos, dunque, assimilarono una parte consistente della cultura egizia, adottando anche la scrittura geroglifica. Ciò non impedì loro, ovviamente, di conservare parte delle proprie tradizioni e consuetudini. Ancora una volta, però, questo andò a vantaggio degli egizi: l'introduzione di nuove armi, come l'ascia e la daga di ferro, oltre che del cavallo e del carro, si rivelò un contributo prezioso allo sviluppo della vita quotidiana ed economica del paese, e aiutò gli egizi a eguagliare le tecniche militari dei popoli vicini. Anche gli artisti furono influenzati da questa novità, cominciando a introdurre nelle loro opere motivi ispirati agli scenari resi possibili dalle innovazioni tecniche. D'altra parte, gli Hyksos non arrivarono mai a elaborare un proprio stile architettonico o pittorico: poco propensi a spendere grandi somme per la realizzazione di nuove opere, si limitarono ad appropriarsi di quelle esistenti, persino delle grandi sfingi dei faraoni del Medio Regno innalzata a Tanis. Nel complesso, si può dire che i sovrano hyksos non apportarono un cambiamento radicale nella civiltà egizia: semmai, catalizzarono le energie del paese e garantirono la continuità del progresso nei diversi settori.

La reazione del paese
Perché l'Egitto reagisse alla dominazione straniera ci volle del tempo. Si dovette aspettare che i principi di Tebe della XVII dinastia si unissero attorno a uno di loro, Ahmose, il quale si propose di allontanare gli invasori e, al tempo stesso, combattere sul fronte meridionale contro i nubiani, alleati degli Hyksos. La tradizione presenta Ahmose come il vero e proprio liberatore dell'Egitto e come il fondatore della XVIII dinastia. In realtà, questo faraone salì al trono dopo il fratello: all'epoca era ancora molto giovane, perciò il potere fu inizialmente esercitato dalla madre Aahotep. Ahmose è conosciuto anche come il consorte di Ahmes Nefertari, la prima regina d'Egitto a essere designata con il titolo di "sposa divina": non fu solo una semplice consigliera del marito, ma da questi ottenne la qualifica di "Colei che presiede le Due Terre". Per qualche tempo, Ahmasi Nefertari detenne anche il titolo di "secondo servitore di Amon", funzione solitamente riservata agli uomini. Il primo successo militare di Ahmose fu la conquista della città di Buhen, occupata dai nubiani, cosa che gli permise di ristabilire il potere nel Sud del paese e di sottomettere la Nubia all'autorità di un governatore di nome Tu-Ra. La presa di Buhen alimentò una spinta nazionalistica che il nuovo sovrano seppe sfruttare a proprio vantaggio; la lotta contro gli Hyksos fu presentata dal faraone come una guerra di religione, una missione voluta dal dio sole: era Ra a esigere la cacciata dei nemici e il ripristino dell'ordine contro le forze del caos. Sull'onda dell'entusiasmo collettivo, Ahmose si rivolse contro gli Hyksos e, dopo aver riconquistato Eliopoli e Silé, pose sotto assedio la capitale occupata, Avaris, fino a costringere il nemico alla resa. Non pago, il faraone inseguì i nemici in fuga verso Canaan: il nuovo assedio, questa volta presso la città di Sharuhen, durò quasi tra anni; alla fine, il re tebano riuscì a far indietreggiare gli avversari fino ai porti fenici. Ahmose fece poi erigere un monumento commemorativo della vittoria sugli invasori, formato da due stele di pietra che si trovano nel tempio di Karnak. La guerra di liberazione era divenuta ormai il mito su cui si sarebbe fondato il Nuovo Regno.

giovedì 1 giugno 2017

L'enigma del faro di Alessandria

Settima meraviglia del mondo il faro di Alessandria è il simbolo del genio della civiltà greca trapiantato in Egitto. Tra mito e realtà, la sua storia non ha mai finito di affascinare gli uomini. I resti di questo colosso giacciono in fondo al mare e solo qualche frammento ritrovato recentemente ha permesso di svelare parte del suo mistero.


Nel 332 a.C., Alessandro Magno liberò gli egizi dalla dominazione persiana e fondò sulla foce del Nilo a magnifica città di Alessandria. I lavori di costruzione del faro cominciarono verosimilmente solo nel 297 a.C., e si conclusero nel 283 a.C., all'inizio del regno di Tolomeo II. La costruzione, quindi, sarebbe durata circa quindici anni, un periodo di tempo molto breve per un'impresa così grandiosa: testimonianza, questa, dell'efficienza degli ingegneri e delle enormi risorse finanziarie investite in quest'opera. Si pensa che nella realizzazione di questo immenso cantiere gli architetti greci siano stati affiancati dagli artigiani egizi, forti di un'esperienza accumulatasi in tremila anni. L'obiettivo principale che portò alla costruzione di questa colossale torre era quello di edificare un'opera monumentale che riuscisse a colpire l'immaginazione e aumentare il prestigio della città. Lo stesso valeva per altri monumenti di Alessandria, come la Grande Biblioteca. Ma il faro corrispondeva anche a una necessità vitale: guidare i navigatori mettendoli al riparo dai pericoli presentati dalle zone costiere e dai numerosi scogli. Infatti, all'epoca, il commercio marittimo era in pieno sviluppo e, se ci si attiene al numero di relitti di navi greche e romane scoperti recentemente, la barriera rocciosa che si estendeva parallelamente alla costa doveva aver causato il naufragio di non poche navi.

Dove si trovava il faro di Alessandria?
Secondo fonti antiche, il faro sarebbe stato costruito sulla punta orientale dell'isola di Pharos, vicino alle rive della città di Alessandria, formando una penisola collegata al continente dell'isola di Pharos, vicino alle rive della città di Alessandria, formando una penisola collegata al continente da un pontile. Oggi, risulta molto difficile ricostruire esattamente l'aspetto della zona, perché dall'antichità la città di Alessandria è sprofondata di diversi metri rispetto al livello del mare; incolte, la regione è stata devastata da una serie di terremoti, tra il IV e il XIV secolo d.C.: In particolare, nel 1303 un terremoto e un maremoto rasero al suolo una parte della città. Alla fine del XV secolo, il sultano mamelucco Qaitbay costruì una fortezza nel luogo in cui si trovava il faro, riutilizzandone in parte i blocchi di pietra.

Che aspetto aveva il faro?
Probabilmente, il faro di Alessandria era costruito con pietre bianche: si trattava di blocchi ricavati dalla roccia calcarea locale, e non di marmo, come sostengono alcune fonti. Le pietre, provenienti dalla costa settentrionale, non sono servite solo alla costruzione della città antica, ma anche a quella della fortezza di Qaitbay e della moderna città di Alessandria. Il colore bianco, reso più intenso dalle tecniche di levigatura dell'epoca, conferiva uno splendore particolare al faro. Recenti ritrovamenti nei fondali della zona, tuttavia, rivelano che alcuni blocchi di pietra sarebbero stati troppo voluminosi per essere ricavati dalla pietra calcarea; sarebbero derivati, invece, da blocchi di granito di Assuan, e lo stesso vale per alcune giunzioni dell'edificio e per le cornici di porte e finestre. Mettendo a confronto tutte le fonti scritte e le diverse illustrazioni del faro, i ricercatori hanno potuto ricostruire oggi l'aspetto dell'edificio: la torre sarebbe stata alta 135 metri e composta da tre piani, il primo di forma quadrata, il secondo a base ottagonale e il terzo cilindrico. Una rampa, sorretta da sedici archi, permetteva l'accesso al primo piano, che posava su una piattaforma quadrangolare, leggermente piramidale, di una decina di metri di lato. Secondo la descrizione del celebre geografo arabo al-Andalusi, vissuto nel XII secolo, il primo piano sarebbe stato alto 71 metri e largo una trentina e avrebbe avuto una rampa interna per permettere l'accesso al secondo piano. L'ampiezza degli spazi era forse dovuta alla necessità di permettere il passaggio di animali da soma che portavano in cima all'edificio il combustibile necessario ad alimentare il fuoco del faro. Il secondo piano misurava 34 metri di altezza ed era dotato di una scala di 32 gradini che portava al terzo piano. Quest'ultimo, di forma cilindrica, era probabilmente il meno alto, solo 9 metri. La cima era sormontata da una lanterna, a sua volta decorata con una statua di Zeus o di Poseidone, secondo quanto affermato da fonti diverse. Distrutta da un terremoto nel X secolo, la parte superiore della torre fu più tardi convertita in stanza di preghiera dal sultano Ahmed Ibn Tulun: divenne così la moschea più alta del mondo.

Le ricerche sottomarine
Nel 1962, il sommozzatore egiziano Kamal Abu el Saadat convinse la marina egiziana a riportare in superficie una statua colossale raffigurante Iside, probabilmente posta su un lato del faro. Nonostante questa scoperta, non furono effettuate altre ricerche- Solo nel 1994 il dipartimento archeologico egiziano chiese al Centro di studi alessandrini di effettuare delle ricerche subacquee tra le rovine sommerse della fortezza di Qaitbay. L'impresa, tra l'altro, ha ricevuto un notevole impulso grazie alla campagna di informazione organizzata dal cineasta egiziano Asma el-Bakri. L'esistenza  di reperti antichi in quei luoghi era già nota almeno dal XVIII secolo, ma la forte espansione che la città conobbe nei secoli successivi scoraggiò gli archeologi, i quali preferirono dedicarsi ai siti faraonici. Grazie al finanziamento di alcuni sponsor, come il gruppo Elf-Aquitania e la fondazione EDF, gli scavi cominciarono sotto la direzione di Jean-Yves Empereur. L'estrazione di circa 2000 pezzi appartenenti a epoche diverse (faraonica, ellenica e romana) fu intrapresa scegliendo tra i quasi tremila blocchi architettonici mescolati nei fondali marini. Alcuni di questi erano stati buttati in mare volontariamente alla fine del'epoca romana, ai tempi dei mamelucchi, per proteggere il porto di Alessandria. Tramite un sistema di palloni gonfiati d'aria, furono riportati in superficie, tra l'altro, n busto di Tolomeo dai tratti faraonici, basi di colonne e parti di sfingi, alcune delle quali pesavano fino a 70 tonnellate. Si pensa che alcuni pezzi siano più antichi della fondazione della città d'Alessandria e risalirebbero all'epoca di Ramses II. Ad oggi, tuttavia, quanto è emerso dalle ricerche non permette ancora di ricostruire il faro nel suo aspetto originale. Lo studio dei pezzi catalogati è un lavoro che richiede temo: bisognerà aspettare ancora molti anni prima che i misteri della settima meraviglia del mondo siano completamente svelati. 

lunedì 29 maggio 2017

Il Ramesseum

Dietro gli impressionanti resti del Ramesseum, c'è una storia tutta da scrivere. Nato come tempio funerario di Ramses II, la cui figura doveva essere così consegnata all'eternità, rivela con il suo nome completo il grandioso programma di un glorioso sovrano: "Il castello di milioni di anni di User Maat Ra Setepenra che si unisce alla città di Tebe nel dominio di Amon, a Occidente". 


Il Ramesseum, l'imponente tempio funerario del leggendario faraone Ramses II, rappresenta da solo un'intera pagina di storia dell'egittologia del XIX secolo. Le nostre conoscenze sul monumento risalgono al 1829, alla prima e unica visita al sito effettuata da Jean-François Champollion. A questo grande filologo, che rimase affascinato dalla maestosità dell'architettura, dobbiamo una descrizione fedele del Ramesseum, da lui definito "ciò che di più nobile e di più puro ci sia tra i grandi monumenti di Tebe". 

Un tempio misterioso
Per gli archeologi, il tempio è stato per lungo tempo un'imponente struttura di pietra caduta nell'oblio. La sua essenza, la sua regione d'essere era scomparsa: perché Ramses II aveva fatto erigere il Ramesseum così vicino ad altri monumenti ancora in uso? Perché non gli aveva riservato un posto più adatto, al riparo delle pareti roccioso della Valle dei Re? Le misteriose scelte del sovrano si spiegano, forse, mettendole in relazione con la potenza del clero di Amon, che pose il proprio dio al vertice della gerarchia divina fino a farne la divinità tutelare della dinastia dei Ramses. Il tempio, quindi, gli era interamente consacrato. Costruito poco dopo l'ascesa al trono di Ramses II, nel 1279 a.C., il Ramesseum fu interamente opera di questo re. Secondo alcune stime, la sua superficie si estendeva su cinque ettari, inclusi i terreni annessi. Era, quindi, un santuario imponente, anche se di dimensioni inferiori a quelle dell'immenso tempio di Karnak, situato proprio di fronte, dall'altra parte del Nilo. Per dare continuità alle opere dei suoi predecessori, Ramses II volle edificare un tempio grandioso ma, al tempo stesso, rispettoso dell'ambiente circostante. Infatti, il Ramesseum fu costruito in prossimità dei templi innalzati dai sovrani della XVIII dinastia, ai quali in realtà venne rubato un po' di spazio. Per gli egizi, del resto, Geb (la terra) e Nut (il cielo) erano elementi di un unico insieme divino e quindi reciprocamente legati: non era quindi sbagliato riutilizzare una parte dell'uno a beneficio dell'altro.

Ramses II, un innovatore dell'architettura?
La costruzione del Ramesseum durò in tutto vent'anni. Il tempio presentava diverse novità architettoniche, rivelando una certa ingegnosità soprattutto nella scelta dei materiali, più che nell'utilizzo di nuove tecniche. I piloni che formavano le porte monumentali vennero costruiti in pietra e non in mattoni, come si era fatto fino a quel momento. Inoltre, per la prima volta furono tracciati dei viali all'interno del santuario, lungo i quali scorrevano le processioni. La costruzione del tempio, di pianta classica, incontrò qualche difficoltà di ordine pratico: il luogo scelto, infatti, era già occupato in parte dalle opere innalzate dai sovrani della dinastia precedente e da Sethi I, padre di Ramses II. Per questo motivo, il Ramesseum finì con l'assumere la pianta di un trapezio piuttosto irregolare. Come spesso accadeva nell'antico Egitto, anche in questo caso furono riutilizzati blocchi di pietra e parti costruzioni preesistenti trovate sul lungo della nuova costruzione. Questi materiali vennero usati soprattutto per le cosiddette "colmate", cioè per riempire e rinforzare le fondamenta e gli interni del nuovo edificio impedendone eventuali sfaldamenti. Purtroppo, quindi, forma e destinazione dei templi più antichi ci sono sconosciute, proprio perché i loro elementi costitutivi venivano in parte riciclati. D'altra parte, questa pratica permetteva considerevoli risparmi di materiale, di tempo e di manodopera, mettendo a disposizione degli operai blocchi già pronti, quasi tagliati a misura: considerazioni che gli architetti e gli ingegneri incaricati della costruzione del Ramesseum dovevano avere ben presenti. Come ogni tempio egizio, anche il Ramesseum era protetto da larghe mura di cinta in mattoni di terra cruda: vi sono ancora dei resti nelle parti nord, sud e ovest. Gli scavi archeologici hanno permesso di ricostruire i confini originari del tempio e di riportare alla luce un ampio viale fiancheggiato da sfingi: questo circondava tutto il santuario e correva tra le mura più esterne del complesso funerario fino a raggiungere i magazzini.

La posa della prima pietra
Funzione essenziale del tempio era tramandare ai posteri l'immagine della potenza del faraone e della grandezza del suo regno: era l'equivalente terreno della tomba scavata nella Valle dei Re, che doveva invece rimanere segreta per garantire la vita del sovrano nell'aldilà. Palazzi, biblioteche, magazzini, giardini: tutto contribuiva a fare del Ramesseum un centro vitale, una vera e propria città. Fu Ramses II a promuovere il progetto iniziale, e fu sempre lui a dare vita al tempio attraverso gli appositi rituali di fondazione: previsti in ogni dettaglio, questi garantivano al complesso sacro la protezione degli dei. Il faraone in persona, accompagnato dalla sposa Nefertari, depose la prima pietra dell'edificio e, con l'aiuto di una zappa, scavò  una fossa vicino al tempio, deponendovi lingotti d'oro d d'argento, amuleti e utensili, prima di ricoprire il tutto con della sabbia. Seguì il momento della purificazione: ispezionando minuziosamente tutta l'area su cui sarebbe stato edificato il tempio, il faraone seminò granelli d'incenso, ritenuti di natura divina. Pronunciò poi la formula rituale secondo cui il tempio non apparteneva a lui, poiché in quel preciso momento ne faceva dono a Maat, "la Regola", affinché questa dea potesse proteggere la persona del re e respingere il male.

La costruzione del tempio
Grazie ad alcuni frammenti di terracotta e a dei graffiti, si è riusciti a ricostruire dettagliatamente le diverse tappe della costruzione del santuario. Per realizzare il suo progetto Ramses II fece arrivare via fiume, dal sud del paese, diversi materiali: blocchi di granito rosa, utilizzati per la maggior parte delle statue; pietra calcarea fine, destinata alle fondamenta, ai rivestimenti e alla pavimentazione dei viali riservati alle processioni; senza dimenticare, infine, i mattoni di terra cruda che servirono a erigere diversi edifici del complesso. Immaginando la lunga fila di imbarcazioni che portavano il materiale da costruzione, possiamo facilmente intuire l'immensità del cantiere che si dovette allestire nel punto in cui le pietre venivano sbarcate e lavorate per diventare utilizzabili. Da lì, i blocchi venivano trascinati fino al luogo della costruzione, tagliati e assemblati. I quotidiani lavori di costruzione coinvolgevano operai di diversi mestieri: questi formavano una vera e propria comunità: erano riuniti nel villaggio di Deir El-Medina ed erano meglio noti con il nome di "artigiani della Valle dei Re".

Tutti i colori del tempio
Le decorazioni del Ramesseum sviluppano in modo armonioso diversi temi, tutti finalizzati all'esaltazione della funzione regale: sono riprodotte soprattutto scene di carattere militare e politico, cui si mescolano riferimenti culturali e familiari. Sui piloni sono illustrate le grandi azioni militari di Ramses II; in particolare, su una delle pareti è incisa una delle scene più importanti e più spesso riprodotte del regno di Ramses: la battaglia di Kadesh. Dalla porta principale del tempio si accede a duna vasta sala ipostila, il cui soffitto era sostenuto, in origine, da quarantotto colonne. I lavori di pulizia e restauro effettuati durante le campagne archeologiche hanno riportato in superficie gli antichi colori delle superfici: dopo lunghi secoli di oblio, è riemersa tutta la luminosità di questa maestosa sala, immagine in miniatura della creazione del mondo. Gli affreschi descrivono, prima di tutto, gli attributi sacri di Ramses II e il riconoscimento della sua natura divina: la scelta degli dei lo ha reso il figlio preferito di Amon, l'eletto designato a salire al trono e a garantire la stabilità del regno. Accanto a questi dipinti, alcuni motivi raffigurano la festa del dio Min, la madre di Ramses, le sorelle e i figli nati prima della sua ascesa al trono. Proseguendo, si incontrano le scene militari, il cui significato si riconduce a un solo principio: il faraone, in qualità di comandante supremo dell'esercito, deve mantenere la stabilità e la pace sia all'interno sia al di fuori del paese. Neutralizzare i pericoli interni (disordini economici e sociali, rivolte, carestie) e le minacce provenienti dall'esterno è uno dei compiti prioritari del sovrano. L'insieme di immagini testimoniano  e sanciscono il sovrano e il suo comportamento eroico, difendendo il popolo dalle forze del male che incessantemente cercano di provocare la fine del mondo.

domenica 14 maggio 2017

Il saggio e divino Imhotep

Visir, architetto geniale, uomo dalle conoscenze smisurate e dalle enormi capacità in ogni campo: Imhotep, il "figlio di Ptah", ha lasciato un'impronta indelebile nella storia dell'antico Egitto, al punto da essere adorato alla stregua di un dio.


Del grande Imhotep, il cui nome significa "colui che viene in pace", sappiamo che visse ai tempi della III dinastia, quindi intorno al 2500 a.C. In particolare, fu visir e ispettore dei grandi lavori durante il regno di Djoser. Si ritiene che sia stato lui a ispirare la costruzione delle nuove tombe faraoniche di forma piramidale, convincendo Djoser a non accontentarsi della semplice mastaba che il re si stava facendo costruire a Bet Khallaf, vicino ad Abydos. Imhotep fece così erigere un grandioso complesso funerario, culminante nella piramide di Saqqara: una costruzione che avrebbe fatto scuola. Dopo quasi 4500 anni, questo monumento rimane uno dei più incredibili dell'antico Egitto. La fama di Imhotep, comunque, non è legata solo a questo aspetto: gli smisurati consensi che egli seppe guadagnarsi contribuirono a consegnare alla storia egizia la figura immortale di un uomo buono, saggio e ispirato.

Imhotep il saggio
A riprova delle doti di saggezza attribuite a Imhotep anche dopo la sua morte, ecco il celebre canto di un arpista della XVIII dinastia: "Esistono ancora uomini come Hordjesef? O come Imhotep? Le testimonianze, le predizioni pronunciate dalle loro bocche sono state accettate come sentenze". Un'iscrizione ritrovata a Uadi Hammamat e datata alla XVII dinastia farebbe supporre che lo stesso Imhotep lasciò una traccia delle sue immense conoscenze nel cosiddetto "Libro del dio di Eliopoli". È lecito supporre, inoltre, che i suoi scritti abbiano contribuito a formare le basi della saggezza e dalla morale degli egizi.

Un sacerdote illustre
Imhotep era noto anche in veste di gran sacerdote: nonostante la sua natura umana, era considerato il confidente di grandi divinità, come confermano alcune iscrizioni. Un testo conservato al Museo di Brooklyn, datato alla XXX dinastia, lo definisce "Principe, unico amico, confidente del Signore (Osiris) dell'Alto Egitto, uomo in diretto contatto col dio. Sacerdote delle dee Neith e Amonet di Karnak, estensore della parola divina". Non solo, quindi, Imhotep avrebbe stabilito un contatto diretto con gli dei, ma ne avrebbe anche trascritto le parole.

"Uomo dio" venerato in tutto l'Egitto
Per molto tempo, Imhotep fu considerato una sorta di guida spirituale, ma pur sempre un semplice mortale. A partire dal Nuovo Regno, invece, si sviluppò un vero e proprio culto nei confronti della sua figura. In quel periodo, infatti, furono costruiti in tutto il paese cappelle e luoghi di culto a lui consacrati: i più conosciuti erano quelli di Ermant e di Tebe. In Epoca Tarda, poi, in quasi tutti i grandi templi d'Egitto vi erano epitaffi e massime che glorificavano Imhotep, ormai divinizzato: da Alessandria a Mendes, da Dendera a Karnak, fino a Edfu e a File. In quest'ultima località gli venne addirittura consacrato un tempio, non lontano da quello di Iside. Il culto si propagò anche in Nubia e fino al Sudan; durante il regno di Tolomeo, inoltre, fu ospitato in uno dei più celebri templi d'Egitto: quello di Deir el-Bahari, costruito mille anni prima dalla regina Hatshepsut. In questo santuario vennero costruite due nuove cappelle: la prima era dedicata a Imhotep, la seconda al ministro Amenhotep (figlio di Hapu), vissuto durante il regno di Amenhotep III e divinizzato a sua volta.

Imhotep, figlio di Ptah
Una stele proveniente da Saqqara, oggi conservata a Marsiglia, attesta le origini divine anticamente attribuite a Imhotep. Nel bassorilievo si riconoscono il dio Ptah, Imhotep in posa da scriba e, davanti a lui, il dio Apis- Osiride che riceve le offerte del gran sacerdote. Dopo aver citato Apis-Osiride, le iscrizioni definiscono Imhotep "figlio di Ptah, il dio sublime, colui che dà vita all'umanità", spiegando in tal modo l'origine della natura divina del gran sacerdote.

Imhotep medico
Numerose iscrizioni offrono testimonianze circa le capacità di Imhotep come medico. A Esna, nell'anticamera della sala del tesoro del tempio di Horus, Imhotep è menzionato con l'appellativo di "colui che guarisce i malati". Un'altra citazione si trova sul pilone del tempio di File, dove si legge che "il figlio di Ptah, il dio benevolo e caritatevole, nato dal Tatenen, il Signore della vita" è anche il "Signore della salute, che guarisce tutte le membra che animano il corpo umano che sembrano ormai morte". Imhotep, quindi, proteggeva, guariva, leniva la sofferenza degli uomini: "Sapiente come il grande dio Thot, vivace di cuore, valuta ogni cosa. Conosce il percorso delle stelle, sa misurare il grano, mitiga la carestia [...]. Saggio nelle parole, conosce la parola del dio. Rianima gli uomini e protegge le donne gravide. Feconda la sterile dandole un figlio che rallegra la vecchiaia".

Il mistero della sua tomba
Le tradizioni vogliono che il grande Imhotep sia stato sepolto a Saqqara, benché gli archeologi non siano ancora riusciti a trovare alcuna conferma a tale ipotesi. Scavi condotti negli anni sessanta in questa zona hanno riportato alla luce una vasta necropoli sotterranea, ma per il momento non vi sono tracce delle spoglie del celebre visir. Attualmente a Saqqara è presente una missione polacca che si spera prima o poi riuscirà a risolvere questo affascinante dilemma. 

lunedì 1 maggio 2017

I greci in Egitto

Le prime testimonianze di una presenza greca in Egitto risalgono a ben prima del 332 a.C., anno in cui Alessandro conquistò la terra dei faraoni. Solo in Epoca Tolemaica, però, le due culture cominciarono a fondersi, almeno in determinati ambiti.


La civiltà dell'antico Egitto esercitò in ogni epoca un grande fascino nei confronti delle vicine popolazioni del Mediterraneo, attirate dalle ricchezze materiali e culturali che la terra dei faraoni poteva offrire. Tuttavia, è impossibile stabilire con certezza a quando risalgono i suoi primi contatti con la Grecia. Antichissimi testi egizi contengono riferimenti al popolo degli Haunebu, termine che potrebbe riferirsi proprio ai greci. L'episodio di Proteo, nell'Odissea, sembra confermare a sua volta che i marinai ellenici si avventurarono sulle coste egizie già in epoca remota. Anche nei secoli successivi, i greci continuarono a frequentare quelle sponde in cerca di lino, papiro, avorio e cerali da scambiare con le loro spezie, gli unguenti e gli oli.

Mercenari greci in Egitto
In Epoca Tarda, il faraone Psamatik I (663-610 a.C. circa), principe di Sais, lanciò una vera e propria campagna di arruolamento internazionale per rinforzare il proprio esercito. Per l'occasione, molti soldati greci giunsero in Egitto e aiutarono l'armata del faraone a respingere gli Assiri fino alla Palestina. Questi militari venivano pagarti dallo stato: un comandante vittorioso poteva ricevere come ricompensa un'intera città. Fu così che molti greci cominciarono a stabilirsi in Egitto e , in particolare, a Menfi, dove occuparono un quartiere chiamato Hellenion. Altri, accompagnati dalle rispettive famiglie, cominciarono in seguito a insediarsi nella nuova colonia di Naucratis, fondata a nordovest del delta del Nilo da Iahmose, penultimo sovrano saita. Questi, secondo Erodoto, "si dimostrò un grande amico della Grecia; tra gli altri benefici concessi alla sua popolazione, vi fu la città di Naucratis, donata a coloro che si trasferivano in Egitto; a chi era solo di passaggio e non voleva stabilirsi definitivamente, concesse degli spazi in cui innalzare altari e santuari agli dei".  Col passare degli anni, molti commercianti, ma anche semplici viaggiatori e studiosi provenienti dalla civiltà ellenica, raggiunsero i primi emigrati e si sparsero poi in tutte le città egizie. Negli ultimi anni di indipendenza dell'Egitto, ancora una volta fu l'appoggio dei mercenari greci  a permettere all'esercito del faraone di tenere testa al nemico persiano. Anche per questo motivo, Alessandro Magno e i suoi successori, i Tolomei, furono accolti favorevolmente dagli egizi, pur tra qualche dissenso.

Tra ironie a e malintesi...
Gli scambi tra le due civiltà si moltiplicarono con il passare del tempo, ma spesso si ebbero anche delle incomprensioni. I testi dei poeti e degli storici greci contengono preziose testimonianze in proposito. Nelle Supplici, Eschilo (525-456 a.C.), il più antico dei poeti tragici, descrive gli egizi come delle persone piuttosto strane: "Da dove spunta questa gente, questa parata che si pavoneggia in vesti non elleniche, in pepli e drappi barbari? Non è d'Argo questa moda delle donne, né d'altri paesi della Grecia". E più avanti: "Somigliate piuttosto a donne libiche, non a quelle del nostro paese; il Nilo educa genti simili a voi".
Quanto a Erodoto, pensava che gli egizi si comportassero a volte in maniera insensata, facendo le cose al contrario: "Negli altri paesi, i sacerdoti hanno i capelli; in Egitto, se li radono. Presso gli altri popoli, quando si entra in lutto, soprattutto i parenti più prossimi si fanno rasare; gli egizi, al contrario, si lasciano crescere capelli e barba dopo la morte dei loro cari, benché fino ad allora si siano regolarmente rasati. Gli altri popoli consumano i pasti in luoghi distinti da quelli riservati alle bestie; gli egizi mangiano insieme agli animali (...). Essi impastano la farina con i piedi, ma raccolgono il fango e il letame con le mani. Gli uomini delle altre civiltà, fatta eccezione per chi ha appreso da loro tale pratica, si tengono gli organi genitali così come sono; loro, invece, si fanno circoncidere. Gli uomini hanno due abiti a testa, le donne solo uno. Gli altri legano gli anelli delle vele e le sartie all'esterno, gli egizi all'interno. I greci scrivono e fanno di conto con dei sassolini , da sinistra verso destra; gli egizi portano la mano da destra verso sinistra, eppure affermano di scrivere e calcolare nel verso giusto, mentre i greci lo farebbero a rovescio. Hanno due modi di scrivere, quello sacro e quello popolare".

...le due culture si avvicinano
L'immagine che gli egizi avevano dei greci era strettamente legata a quella dei soldati che lottavano al loro fianco contro il dominatore persiano. D'altra parte, l'idea che i greci si erano fatti degli egizi, sebbene fosse talvolta velata d'ironia o di un vago disprezzo, non era del tutto negativa. La cultura ellenica, di fatto, non rimase impermeabile a quella egizia; non solo: ai tempi di Alessandro Magno come sotto i Tolomei, nessuno osò lanciarsi in un'opera di "ellenizzazione" forzata del popolo egizio. Ovviamente, il greco fu imposto come nuova lingua ufficiale nella terra dei faraoni, ma rimase sempre affiancato dall'idioma locale, come dimostrano le numerose stele dell'epoca redatte in greco, in demotico e in geroglifico (ad esempio la famosa stele di Rosetta). In Egitto, i greci si distribuirono in modo non omogeneo: pochi di stabilirono nelle cittadine e nei villaggi, dove più facilmente assorbivano usi e costumi locali; molti, invece, scelsero di vivere nelle grandi città, contribuendo a diffondere la propria cultura. Fu così che sorsero i primi teatri, le cappelle, i bagni pubblici e i ginnasi: questi erano degli edifici che includevano una palestra (un largo cortile porticato, di forma quadrata) con tanto di panche destinate agli esercizi fisici, spogliatoi, sale per le conferenze e biblioteche. Inizialmente, i ginnasi erano riservati all'educazione dei giovani greci, ma un po' alla volta anche gli egizi furono ammessi, a dispetto della loro avversione per gli esercizi sportivi, giudicati inutili. Per converso, le biblioteche delle "case della vita" egizie si arricchirono di papiri redatti in greco. I matrimoni misti rimasero vietati ai greci, almeno nelle grandi città come Naucratis. Al contrario di Alessandro, i Tolomei diedero l'esempio evitando di prendere in moglie le donne provenienti dalla famiglia reale egizia, benché questo tipo di unione avrebbe potuto contribuire a legittimare il loro dominio. Anche gli egizi, dal canto loro, vietarono il matrimonio con gli stranieri. Ma quel che in città era legge, non lo era per forza nelle periferie: qui, probabilmente, si ebbero molti matrimoni misti, come sembrano dimostrare i doppi nomi greci ed egizi citati in alcuni documenti dell'epoca.

Il sincretismo religioso e artistico
La fusione delle due culture fu particolarmente accentuato in ambito religioso. Fin dall'inizio, Alessandro Magno dimostrò un grande rispetto per le divinità egizie e per le tradizioni locali, tanto da farsi incoronare faraone dai sacerdoti di Menfi. Alla sua morte, Tolomeo I, nuovo governatore d'Egitto, arrivò a creare un dio comune alle due civiltà: nella figura di Serapis, infatti, si mescolavano tratti di Osiride con altri di Zeus. Il nome di questo dio "ibrido" derivava dalla contrazione di Osiris e Apis, il toro sacro di Menfi; il modo di raffigurarlo, invece, era di matrice greca. Fedeli di entrambe le culture, dunque, affollavano il Serapeum, il più grande tempio di Alessandria a lui consacrato. Lo stesso culto di Osiride attirò l'interesse di molti greci: a partire dal regno di Tolomeo II, la festività del 20 del mese di Athyr, durante la quale si svolgeva il simbolico incontro tra Iside e Osiride, fu celebrata sia dagli egizi sia dai greci, che pure non smisero di adorare le proprie divinità. Elementi greci ed egizi confluirono anche nell'arte del periodo tolemaico. Sulle monete e su alcuni monumenti i Tolomei si fecero raffigurare secondo la tradizione greca, mentre nei santuari delle divinità egizie apparivano vestiti e acconciati come i faraoni egizi. A eccezione della numismatica, peraltro, tutte le opere artistiche egizia rientravano in un ambito religioso. Quel che si può constatare è che i templi innalzati durante la dominazione greca continuarono a seguire gli schemi architettonici della tradizione egizia. A grecizzarsi, invece, fu il modo di rappresentare alcune divinità. Iside, per esempio, cominciò a essere raffigurata con i capelli raccolti, invece che con la classica parrucca, e con indosso una tunica e un mantello di foggia greca. A sua volta, l'arte egizia non mancò di influenzare gli artisti greci, in uno scambio continuo di stili e motivi d'ispirazione. 

martedì 25 aprile 2017

L'Anubeion e il Bubasteion

Le necropoli degli animali, situate nella zona settentrionale di Saqqara, costituiscono uno dei grandi complessi di questo sito, ricco di monumenti storici. In un settore chiamato "Hap-neb-es", che significa "colui che nasconde il suo signore", si trovano l'Anubeion, dedicato al dio dalla testa di sciacallo Anubi, e il Bubasteion, dedicato alla dea gatta Bastet.
Sebbene situati l'uno accanto all'altro, l'Anubeion e il Bubasteion costituiscono due necropoli distinte, a est della piana di Ankhtauy, nome dato alla zona delle necropoli degli animali a Saqqara. A ciascuno dei due templi sono associate catacombe destinate alla sepoltura di cani per l'Anubeion e di gatti per il Bubasteion. costruito su un rilievo, l'Anubeion, la "casa del baule di Anubi" costituisce il punto culminante ove il dio dalla testa di cane o di sciacallo (il celebre Tepy-Giuef, cioè "Anubi che sta sulla montagna") si trovava al confine tra due mondi: l'ambiente ostile del deserto e il paesaggio idilliaco della vallata. Infatti il cane, ritenuto dagli egizi un animale in grado di muoversi senza difficoltà tra questi due mondi distinti, ma anche all'interno di ciascuno di essi, era il simbolo di colui che intercede, dell'intermediario. Anubi era quindi il protettore di tutta la necropoli di Saqqara, la sentinella che vegliava sul riposo eterno dei faraoni che avevano fatto costruire la loro ultima dimora nel sito a lui consacrato.


L'Anubeion
Costruito sulle rovine del tempo funerario del re Teti I, faraone della VI dinastia, l'Anubeion è circondato da un muro di cinta attraverso il quale passa un dromos che conduce al Serapeo in cui sono sepolti i tori Hapi. Probabilmente questo stesso percorso rituale veniva anche utilizzato dalle due comunità di sacerdoti, quelli di Anubi e quelli di Hapi, dal momento che i testi del Serapeo fanno spesso menzione dello Uabet (il laboratorio di imbalsamazione di Menfi) presso Anubi, l'imbalsamatore. Grazie a un'apertura potevano raggiungere il vicino Bubasteion per mezzo di una strada lastricata. In questi luoghi, il rito di Anubi risale alla più remota antichità egizia, poiché si possono enumerare non meno di sette fasi costruzione, dall'Antico Regno fino all'era cristiana. I muri alti e la posizione elevata del sito, costruito a terrazze che si affacciano sulla piana di Saqqara, hanno permesso per secoli alle popolazioni che si sono succedute all'interno del muro di cinta di premunirsi contro eventuali attacchi esterni. Questo insieme funerario di primo piano doveva essere assi vasto, dal momento che l'archeologo Quibell, nel corso degli scavi intrapresi all'inizio del XX secolo, vi scoprì diverse camere funerarie consacrate a Bes, una divinità popolare. Quanto al tempio di Anubi propriamente detto, è stato eretto contro il muretto della seconda terrazza. I visitatori vi accedevano attraverso due cortili a peristilio, a partire da una scarpata in salita, e i sacerdoti potevano salire sulla terrazza superiore per mezzo di un scala. Sul secondo terrapieno di trovano i magazzini del tempio. Poiché si trattava di un complesso funerario dedicato agli animali, le catacombe con le mummie dei cani non si trovavano sul sito dell'Anubeion, ma un po' più a nord, e si presentano come due gallerie piuttosto lunghe: i cani mummificati erano sepolti da una parte e dall'altra della galleria principale, entro corridoi laterali.

Il Bubasteion
Separato dall'Anubeion da un corridoio fiancheggiante il muro di cinta delle due necropoli, il Bubasteion era la dimora di Bastet, la dea dalla testa di gatto, signora di Bubastis. Agli occhi degli antichi egizi, Bastet, come Anubi, vigilava sulle località prossime al deserto. Divenuta protettrice della necropoli generale di Saqqara, si faceva garante, con il supporto di Anubi, della sua pace e della sua serenità. A sud del Bubasteion si estendeva un lago sacro. Si suppone che il tempio dedicato a Bastet si elevasse sulla parte rocciosa, ma oggi non ne rimane alcuna traccia. Come l'Anubeion, anche il sito funerario del Bubasteion è circondato da una recinzione, ma quest'ultima è più piccola rispetto a quella del suo prestigioso vicino. Una porta colossale si apre sul sito a sud, mentre un'altra porta assiale, tagliata nel muro di cinta, si affaccia sull'Anubeion. La cinta protegge le catacombe dei fatti, chiamate "casa di riposo dei gatti". Vi è stata ritrovata una grande quantità di mummie di felini risalenti all'epoca tolemaica, quando ormai non era più valida la norma secondo la quale anche una semplice ferita inferta ad un gatto poteva essere punita con percosse corporali. 

venerdì 14 aprile 2017

La morte di Lord Carnarvon

"Siamo stati molto in pensiero negli ultimi giorni per la malattia di Lord Carnarvon. Non... è ancora fuori pericolo. È difficile pensare che solo venerdì scorso abbiamo cenato insieme. Sarebbe terribile se - ma non voglio pensarci".
Alan Gardiner alla moglie Heddie


La morte inaspettata di Lord Carnarvon segnò la fine di un'epoca nella storia della tomba. Nel giro di una notte Carter divenne una celebrità e aggiunse alle gravose responsabilità dell'archeologo anche il peso delle pubbliche relazioni, che fino allora erano state magistralmente gestite da Carnarvon. Tutto questo sarebbe incominciato con la partenza di Carnarvon per Assuan il 28 febbraio, per qualche giorno di riposo  dopo l'apertura ufficiale della Camera Funeraria. Prima o dopo il suo arrivo ad Assuan, Carnarvon fu punto da una zanzara. Radendosi, inavvertitamente ferì la puntura, che si infettò nonostante le tempestive applicazioni di iodio. La febbre piuttosto elevata (38.3 °C) costrinse Carnarvon a letto, assistito dalla figlia Evelyn. Due giorni dopo stava meglio e decise di visitare la tomba, ma ebbe una ricaduta e la figlia lo fece trasportare al Continental-Savoy del Cairo, il 14 marzo. Ma era troppo tardi: dopo il suo incidente stradale, il cinquantasettenne Conte divenne di salute cagionevole; indebolito ulteriormente dall'infezione, quando ancora non esisteva la penicillina, fu facile vittima di una polmonite. La moglie arrivò in aereo dall'Inghilterra accompagnata dal medico di famiglia, dottor Johnson. In seguito arrivò anche il figlio, Lord Porchester, in tempo per assistere per poche ore il padre in delirio. Il mattino del 5 aprile Lord Carnarvon morì; Carter annotò nel suo diario: "Il povero Lord C. è morto nelle prime ore del mattino". La commozione dei familiari, degli amici e dei colleghi si espresse con un necrologio sulle pagine dei quotidiani del Cairo. Nonostante il chiasso suscitato dall'esclusiva con il Times, Carnarvon era molto amato e rispettato in Egitto. Si decise di preparare senza indugio il corpo del Conte per trasportarlo in Inghilterra e seppellirlo a Beacon Hill, vicino alla sua amata Highclere. Intanto, in Egitto, Carter si trovava al timone di quella che ormai era la "nave" di Lady Carnarvon. Purtroppo, si rivelò un marinaio inesperto. 
Arthur Weigall, ex Ispettore del Service des Antiquités, che lavorò anche come inviato speciale per il Daily Mail, osservando l'eccitazione di Carnarvon all'apertura della Camera Funeraria, si dice che Weigall abbia esclamato: "Se continua con questo ritmo, non gli dò più di sei settimane di vita". Poco più di sei settimane dopo Carnarvon era morto.

sabato 1 aprile 2017

Il mistero dell'origine della Sfinge

La parola "sfinge" deriva dall'egizio shesepankh, che significa "statua vivente". Durante la XVIII dinastia, invece, la sfinge di Giza veniva chiamata "l'Horus dell'orizzonte" o "l'Horus della necropoli", perché rappresenterebbe una forma del dio solare Ra-Horakhty.


Nel 450 a.C. lo storico greco Erodoto attribuì la costruzione della più antica piramide del sito di Giza a Cheope, faraone della IV dinastia: questi l'avrebbe fatta edificare nel 2650 a.C. per utilizzarla come sua futura tomba. La sfinge, secondo Erodoto, sarebbe stata terminata nello stesso periodo in cui fu costruita la piramide di Chefren, il faraone che regnò dal 2520 al 2494 a.C. Questa tesi è stata messa in discussione nel 1991 dalle ricerche dello scrittore ed egittologo John A.West, secondo cui la sfinge risalirebbe a un'epoca ben più antica di quella egizia, cioè addirittura a diecimila anni prima di Cristo. Per sostenere la sua tesi, West si basò sul lavoro di due geologi, K. Laì Gauri e Robert Schoch: questi avevano notato che la sfinge aveva subito l'erosione pluviale e non quella del vento, come era accaduto invece alle pareti delle tombe vicine, che risalivano all'Antico Regno ed erano state scavate nella stessa pietra calcarea dell'altopiano di Giza. Questa tesi era già stata avanzata da alcuni archeologi del XIX secolo, i quali, basandosi sulla velocità di erosione della pietra, avevano concluso che la costruzione della sfinge doveva essere di un'epoca più antica rispetto a quella delle piramidi che la circondano. In effetti, il corpo della sfinge e le pareti del fossato in cui è situata presentano i tipici segni dell'erosione dovuta all'azione dell'acqua. Se, dunque, l'erosione della sfinge non è dovuta al vento del deserto ma all'acqua piovana, questa apparterebbe alla più antica epoca di pioggia conosciuta in Egitto, ovvero alla fine dell'ultima glaciazione. Questo periodo abbraccia un arco di tempo compreso all'incirca tra il 18.000 e il 10.000 a.C.: le piogge torrenziali che lo caratterizzarono erano la conseguenza del riscaldamento del globo, fenomeno che provocò l'innalzamento del livello dei mari di un centinaio di metri. Proprio a quell'epoca risalirebbe il diluvio universale raccontato dall'Antico Testamento e da altri testi trovati in India e in Cina. Questa almeno è la teoria, l'egittologia ufficiale, invece, afferma che la sfinge fu fatta costruire durante l'Antico Regno, e, di certo, il faraone Chefren in particolare, forse avrebbe sostituito la testa leonina originaria con una a propria immagine e somiglianza. 

sabato 18 marzo 2017

Api e miele nell'antico Egitto

Secondo la leggenda, l'ape, simbolo del Basso Egitto, nacque dalle lacrime di Ra cadute sulla terra. Fin dagli albori della civiltà egizia, l'ape venne addomesticata per la produzione del miele, impiegato come alimento. Nel corso del Medio Regno questo cibo delicato, che durante l'Antico Regno era considerato un privilegio della mensa reale, si diffuse anche tra il popolo. Sebbene sulle pareti delle tombe egizie siano state ritrovate poche rappresentazioni relative all'allevamento delle api, i geroglifici contengono numerosi riferimenti al miele che attestano l'importanza della apicoltura nella vita quotidiana degli antichi egizi. Scene di apicoltura sono presenti su i bassorilievi della tomba di Niuserra, re della V dinastia, e la raccolta del miele viene accuratamente descritta sulle pareti della tomba di Rekhmire, gran visir di Amenhotep II, faraone della XVIII dinastia. Considerato un cibo di lusso, il miele, che sostituiva lo zucchero, sconosciuto agli egizi, rappresentava uno degli alimenti preferiti dei faraoni delle dinastie più antiche, prima che il suo uso si diffondesse durante il Medio Regno. Molti dignitari possedevano numerose arnie nel proprio giardino e avevano al loro servizio apicoltori qualificati. Benché il miele non compaia mai nella lista degli alimenti tradizionali, gli scavi hanno consentito di scoprire documenti in cui venivano registrati le quantità di miele consegnati mensilmente ai funzionari. Oltre a costituire un ingrediente basilare nella preparazione di molti dolciumi, il miele veniva impiegato in numerose preparazioni medicinali, nell'elaborazione di cosmetici, maschere emollienti per la pelle, creme e unguenti, oltre che nelle cerimonie religiose. Infatti, associato al latte, simbolo lunare, il miele, simbolo solare, era un cibo sacro ritenuto fonte di energia divina.

Un esercito alla ricerca del miele selvatico
Nei giardini in cui venivano allevate delle api, le arnie erano costituite da giare cilindriche di terracotta disposte orizzontalmente le une sulle altre, in modo da formare un apiario. Nelle giare venivano collocati i favi in cui le api producevano il miele. In autunno gli apicoltori raccoglievano la preziosa sostanza. Prima di procedere alla raccolta, affumicavano le giare e bruciavano della paglia per intorpidire le api ed evitare di essere punti. Quindi, ritiravano il prezioso liquido che separavano dalla cera mediante pressatura e poi lo trapassavano in grandi anfore sferiche. Una volta riempiti, questi recipienti venivano sigillati ermeticamente. Poteva anche capitare che i faraoni incaricassero qualcuno di cercare nel deserto il miele selvatico, considerato migliore rispetto a quello prodotto nei giardini. Si trattava di vere proprie spedizioni, affidate a professionisti, i cacciatori di miele. Questi uomini, che conoscevano i luoghi più favorevoli, si facevano accompagnare da una scorta di arcieri, poiché, allontanandosi dalla Valle del Nilo, si esponevano a gravi pericoli. Non si conoscono i vari tipi di miele che gli egizi erano soliti produrre, ma si suppone che il miele d'acacia fosse una delle varietà più apprezzate.

Sacerdoti chiamati "api"
Il faraone re dell'Alto e del Basso Egitto era soprannominato "principe ape" poiché l'ape, simbolo solare, rappresentava il principio della regalità. Insieme alla canna, simbolo dell'Alto Egitto, costituiva il quarto nome del faraone. All'interno del tempio il grande sacerdote, che entrava da solo nel "Sancta Sanctorum" (naos), accendeva una candela di cera d'api per illuminare il volto invisibile del dio. Anche i sacerdoti erano soprannominati "le api", in quanto manifestazioni terrene di Ra.

Il miele e la medicina 
I medici utilizzavano numerosi rimedi per curare i loro pazienti. Spesso impiegavano dei composti le cui formule erano alquanto complesse. Tuttavia, l'efficacia dei rimedi dipendeva soprattutto da alcuni ingredienti di base, tra cui il miele. Così, per esempio, per "bloccare la fuoriuscita di sangue da una ferita" era necessario assumere una dose di cera d'api, una di miele, una di grano cotto, una di grasso e infine una di datteri. Erano dunque note le virtù antibatteriche del miele e il fatto che favorisse la cauterizzazione delle piaghe. Il miele era anche considerato un eccellente calmante e un sonnifero naturale, un blando lassativo e un ottimo corroborante (infatti protegge la flora intestinale, accelera il recupero dell'energia dopo uno sforzo e favorisce la crescita contribuendo a fissare il magnesio e il calcio nell'organismo).