giovedì 1 dicembre 2016

I Medjai: i poliziotti della tomba

A Deir el-Medina esisteva un corpo di polizia, i medjai della Tomba, che controllava il deserto a occidente di Tebe, alle dirette dipendenze del sindaco di Tebe occidentale, che era la massima autorità a cui essi dovevano rispondere. I medjai dovevano sorvegliare la tomba reale in costruzione e le necropoli regali per reprimere i frequenti tentativi di furto negli ipogei; essi inoltre dovevano garantire la sicurezza e la tranquillità degli operai, ma anche che la loro condotta fosse corretta.
Il nome medjai deriva da quello della regione nubiana Medja. Durante l'Antico e Medio Regno i medjai erano nomadi nubiani con cui gli egizi erano in rapporti più ostili che pacifici. Durante la dinastia XIII (circa 1750 a.C.) i medjai erano stanziati per la maggior parte a sud della seconda cataratta. Verso la fine della dinastia XVII, in qualità di mercenari, i medjai presero parte, agli ordini di Kamose, alla guerra di liberazione contro gli Hyksos. Dopo la dinastia XVIII non esiste alcuna prova effettiva che i medjai fossero di sangue nubiano; i capi dei medjai della tomba e i loro uomini, tranne poche eccezioni, erano ormai completamente assimilati alla cultura egizia e avevano veri nomi egizi.
Il numero di questi poliziotti sembra essere stato molto esiguo durante la XIX dinastia: si suppone che vi fossero due capi e sei uomini, per un totale di otto poliziotti della Tomba. In effetti i pericoli che potevano minacciare le tombe reali nel periodo di Ramses II erano probabilmente pochi. Più tardi, nell'anno 1 del regno di Ramses IV, quando la squadra ammontava a centoventi uomini, i medjai erano sessanta; in un registro dell'anno 17 del regno di Ramses IX compaiono sei capi e diciotto poliziotti, per un totale di ventiquattro persone. Per quanto questo numero sembri eccessivo, tuttavia proprio nell'anno 17° furono scoperti furti su vasta scala nella necropoli tebana e vennero di conseguenza aperte numerose inchieste. Inoltre a partire dal regno di Ramses IV le invasioni libiche dal deserto occidentale avevano reso la sicurezza della regione di Tebe sempre più precaria.
I capi medjai potevano essere membri del tribunale, prendere parte all'ispezione della tomba di un operaio, accompagnare con i loro subordinati la commissione inviata a investigare sui furti della necropoli e riferire al visir l'esito delle loro indagini. Essi erano i messaggeri del sovrano e, quando il visir era nel Basso Egitto, scendevano il fiume per recapitare a lui i rapporti da parte degli scribi della Tomba, così come i capi medjai portavano lettere o messaggi orali alla squadra da parte del visir o di autorità ancora più elevate, per esempio il Primo Sacerdote di Amon. Quando il messaggio era scritto e doveva essere letto agli operai, i medjai giungevano in compagnia di uno scriba. Essi non erano esentati da lavori pesanti, per esempio prestavano il loro aiuto per il trasporto di pesanti blocchi di pietra. 
I medjai erano aggregati alla Tomba, ma tuttavia non appartenevano alla comunità degli operai e non figuravano nella lista di distribuzione delle razioni di grano agli operai. Non vi sono prove che un poliziotto sia mai vissuto a Deir el-Medina, o sia stato seppellito nella necropoli degli operai. Si conoscono i nomi di ventitré capi e di quarantasei semplici medjai.

venerdì 25 novembre 2016

Il faro di Alessandria

Su un isolotto a est dell'Isola di Pharos, in una posizione che permetteva di dominare l'ingresso al grande porto, si ergeva un tempo una delle sette meraviglie del mondo antico, il Faro di Alessandria. Del vero e proprio faro non abbiamo più, come è noto, alcuna traccia: una serie di terremoti, verificatisi tra il X e il XIV secolo, lo hanno completamente distrutto. Inoltre, nel 1480 il sultano mammalucco Kait Bey fece erigere, al suo posto, un castello, che si può ammirare ancora oggi. Alto dai 120 ai 140 metri, il faro era interamente in pietra bianca, verosimilmente in calcare: per la sua costruzione furono stanziati ben 800 talenti, una cifra equivalente a circa 20.800 chilogrammi d'argento. L'edificio, cui si accadeva da una rampa, era a più piani: a una base quadrangolare, di circa 71 metri di altezza, seguiva una struttura ottagonale (alta circa 34 metri),  sua volta seguita da un corpo tondo con una copertura a tholos (termine che indica una volta realizzata a blocchi aggettanti), in cima alla quale era posta, forse, una statua di Zeus. Tutto l'edificio sorgeva poi al centro di un ampio terrazzamento rettangolare, munito di torri difensive e di frangiflutti e ostruito a sua volta al di sopra di una grande cisterna. In cima al faro, infine, ardeva un fuoco, che poteva essere visto da una distanza lontanissima: non sappiamo esattamente come questa fonte di luce fosse amplificata o se venisse in qualche modo indirizzata in una particolare direzione: non è escluso che si facesse uso di specchi concavi. Altrettanto incerti sono i dati circa l'anno esatto della costruzione del faro nonché chi sia stato l'architetto o il promotore del monumento: Strabone menziona un certo Sostrato di Cnido, "amico del re", che avrebbe eretto il faro "per il bene e la sicurezza di tutti coloro che navigavano il mare". Secondo Plinio, Sostrato era il costruttore, mentre il committente sarebbe stato un re tolemaico. Una fonte del X secolo riferisce che il faro fu costruito nell'anno 297 a.C., mentre la notizia diffusa da Ammiano Marcellino, che il famoso monumento fosse opera della regina Cleopatra, deve essere considerata solo una delle tante leggende nate intorno all'ultima regina dei Tolomei.

domenica 20 novembre 2016

La principessa Ita

Tra il 1894 e il 1895, l'egittologo francese Jacques de Morgan scoprì a Dahshur, cercando il monumento funebre di Amenemhat III, le tombe di varie regine e principesse che hanno stupito il mondo con lo splendore dei loro corredi funebri. Si trattava della regina Nofrethenut, sposa del re e delle principesse Menet,Senetsenebi e Mereret; quest'ultima, a sua volta, fu anche sposa del re Amenemhat III (1874 - 1855 a.C.). Successivamente vennero localizzati altri sepolcri, come quello delle principesse Junemet e Ita, all'interno venne ritrovato uno degli oggetti più belli dell'oreficeria egizia.  La principessa Ita fu sepolta con un magnifico pugnale, che oggi si può ammirare al Museo Egizio del Cairo. Il pugnale di bronzo presenta un impugnatura in oro e lapislazzuli, conservato nella sua fodera di cuoio. La principessa lo indossava tramite un cinturone che la sua mummia portava ancora addosso al momento del ritrovamento. La presenza di quest'arma sul cadavere di Ita potrebbe indicare un importante ruolo all'interno dell'esercito. Fatto confermato dal ritrovamento di alcune statue di Ita in Asia, ad Ugarit e a Mishrifé. Bisogna tenere conto che di solito si inviavano le immagini di persone realmente importanti e che avevano un ruolo rilevante all'interno della corte reale. Normalmente erano oggetto di culto e venerazione religiosa da parte dei popoli che le ricevevano. Il piccolo tesoro comprendeva anche braccialetti, cavigliere, una collana e naturalmente la cintura.



giovedì 10 novembre 2016

I pigmenti utilizzati nelle tombe egizie

Mentre nelle parti più profonde della tomba continuava lo scavo, le parti più esterne erano praticamente terminate. Questa razionale organizzazione del lavoro permetteva di procedere con una incredibile rapidità e, sebbene lo sbancamento fosse effettuato con strumenti assai rudimentali, era possibile preparare una tomba reale in pochi mesi; nel caso delle tombe più grandi e complesse, il tempo impiegato variava da sei a dieci anni. Nel lavoro erano impiegati anche i figli maschi degli operai, ai quali venivano affidate mansioni semplici e poco faticose: questi ragazzi lavoravano nella speranza di poter divenire a loro volta "servitori nella Sede della Verità", come venivano chiamati all'epoca gli operai di Deir el-Medina. A tutti costoro si affiancavano anche i servi, che erano semplici manovali forniti alla comunità operaia dal faraone e incaricati dei lavori più umili e faticosi, ma necessari al funzionamento delle squadre degli operai specializzati come, per esempio, il trasporto dell'acqua, la preparazione dell'intonaco, la confezione delle torce per l'illuminazione. Le torce erano costituite da recipienti di terracotta colmi di olio di sesamo e sale o di grasso animale e sale, nei quali galleggiava uno stoppino in tela ritorta. Pare che l'utilizzo del sale servisse a impedire che dalla combustione si sprigionasse il fumo che avrebbe danneggiato le pitture. 


martedì 1 novembre 2016

I primi geroglifici

L'invenzione della scrittura, avvenuta intorno al 3100 a.C., fu uno degli eventi più importanti nella storia dell'antico Egitto. Essa fu ispirata dalla necessità di comunicare ciò che non era possibile esprimere visivamente, come nomi propri, numeri e concetti astratti. L'avvento di questa forma di comunicazione fu preparato dall'uso continuato di diversi sistemi di segni grafici. Anche se per le decorazioni dei vasi e oggetti di uso comune di epoca predinastica non si può ancora parlare di una scrittura vera e propria, esse possono infatti già essere considerate forme di comunicazione visiva. In breve, la scrittura ebbe inizio quando a immagini simili a quelle che comparivano, per esempio, sui vasi furono aggiunti segni che implicavano la loro traduzione nei suoni della lingua: figure che si distinguevano chiaramente dalle rappresentazioni puramente pittoriche e che riproducevano oggetti materiali di ogni genere. Tali segno sono chiamati "geroglifici" (dal greco, "segni sacri"). In Mesopotamia, la scrittura era stata inventata e sviluppata soprattutto al fine di facilitare la contabilità dei templi e dei palazzi. Per quanto riguarda l'antico Egitto, invece, si può notare come l'evoluzione della scrittura sia stata strettamente legata alla rappresentazione del potere e delle sue esigenze pratiche: i sovrani avevano infatti bisogno di rendere più espliciti i cerimoniali legati alla loro persona, come anche di documentare gli avvenimenti importanti dei loro regni. Poiché non ci sono pervenuti testi scritti su papiro risalenti all'epoca Protodinastica (cioè al periodo delle prime dinastie), la più antica storia della scritture deve necessariamente basarsi sulle impronte di sigillo, etichettate e iscrizioni incise sui monumenti regali. Fino al regno di Den, quarto re della I dinastia, i sigilli recavano in genere soltanto il nome del re e dei suoi funzionari. Successivamente, iniziarono a comparirvi anche titoli e annotazioni burocratiche finché, verso la fine della I dinastia, intere frasi poterono essere formulate attraverso sequenze di segni, spesso accostati con il principio del rebus. 

venerdì 28 ottobre 2016

Il tempio di Ramses II ad Abydos

Circa 300 metri a nord del tempio di Sethi I sorgono le vestigia di un santuario eretto da Ramses II, un cenotafio, come l'Osireion, che tuttavia, per planimetria, riecheggiava un tempio tebano del Nuovo Regno e non una tomba reale. Il tetto e la parte superiore delle pareti sono mancanti, ma le scene incise sulle rimanenti superfici sono di particolare interesse poiché conservano la policromia. L'esterno del tempio mostra, su parte della parete sud, un elaborato calendario delle feste e rappresentazioni della battaglia di Qadesh sulle altre pareti. All'interno, un cortile a cielo aperto presenta pilastri osiriaci perimetrali e scene d'offerta sulle pareti. In fondo al cortile, dietro un piccolo portico, quattro cappelle erano dedicate, da destra a sinistra, a Ramses II, all'Enneade, agli antenati regali e a Sethi I. Dietro queste, a destra, un'altra cappella era votata a Osiride. Intorno alla seconda di due sale a otto pilastri, altre cappelle, molte delle quali decorate con fini rilievi, erano dedicate a Osiride, alla Triade Tebana, a Thot e Min. Una stele, collocata di recente al centro della parete di fondo del tempio, cela l'ingresso di una camera che custodisce un grande gruppo statuario composto dalle statue di Ramses, Sethi, Amon e da quelle di due dee.


sabato 22 ottobre 2016

Le trentanove tombe di Beni Hassan

Situata sulla riva destra del Nilo, la necropoli di Beni Hassan conserva uno dei monumenti più preziosi dell'antico Egitto: trentanove tombe scavate in una falesia calcarea, a una ventina di metri sul livello del fiume. Alcune di esse appartenevano ai governatori della provincia dell'Orice, XVI "nomo" dell'Alto Egitto.


Come tutte le città egizie dell'epoca dei faraoni, Beni Hassan fu costruita lungo il Nilo, sulla riva orientale: si trova a circa 270 chilometri a su del Cairo, e fu la capitale della provincia dell'Orice durante tutto il Medio Regno. Il sito archeologico che domina la vallata ospita un complesso funerario scavato nella falesia. In questi luoghi sostò nel 1822 l'egittologo francese Jean-François Champollion: vi ritrovò numerosi affreschi, purtroppo in pessimo stato di conservazione.

La necropoli dei governatori
Come sappiamo, gli antichi egizi attribuivano quasi più importanza alla vita dopo la morta che non all'esistenza terrena. Per le concezioni religiose dell'epoca, vivere significava prima di tutto prepararsi ad accedere nell'aldilà. Anche per questo, gli uomini cercavano di lasciare di sé il miglior ricordo possibile, predisponendo sepolture adeguate al proprio rango. La tomba era per loro la "casa per l'eternità", e dunque doveva essere allestita in modo che il defunto si sentisse come nella propria abitazione. Chiaramente, i membri delle classi più abbienti erano più avvantaggiati in questo senso. Le sepolture di Beni Hassan, per esempio, sono veri e propri "palazzi" fatti costruire dai governatori locali, i "nomarchi": si tratta di almeno trentanove tombe, disposte lungo il fianco scosceso della falesia, a strapiombo sul villaggio. Uno dei nomarchi qui sepolti è Khnumhotep: morì intorno al 1990 a.C., dopo aver amministrato la provincia dell'Orice per molti anni; nell'esercizio del potere locale si era dimostrato un fedele servitore dei faraoni Amenemhat II e Sesostri II, sovrani della XII dinastia. Nella tomba che si era fatto preparare lo attendevano meravigliosi tesori, tra quei gioielli e altri preziosi che furono poi in gran parte trafugati; mi si trovavano anche mobili, stoffe, armi, cibo e bevande, cioè tutto quanto era necessario per affrontare la nuova vita nelle migliori condizioni possibili. Ricordiamo, infatti, che per gli antichi egizi la morte non poneva fine alla esistenza terrena. Si pensava invece che ogni essere vivente umano animale possedesse due anime: il ka, la forza vitale che caratterizza l'individuo e che dopo la morte torna nel mondo degli dei, e il ba, che in certe circostanze può rimanere legato alla terra. Proprio per questa ragione, le tombe erano sempre tenute in perfette condizioni e il defunto veniva commemorato una volta al giorno: si temeva, infatti, che il morto potesse lamentarsi con gli dei per essere stato trascurato, abbandonando e maledicendo la sua dimora.

Le tombe di Beni Hassan e il rispetto della tradizione
In base alle tradizionali credenze egizie, la tomba non serviva solo a soddisfare le esigenze della persona che vi veniva sepolta. Questa, infatti, divideva l'ambiente funebre con i vivi, che vi si recavano regolarmente per rendere omaggio al defunto. La zona riservata al culto, quindi, poteva essere costituita da ampie sale sotterranee, sorrette da colonne e ricoperte da affreschi dei colori vivaci; altari per l'offerte erano collocati davanti alla piccola nicchia che racchiudeva l'effige del defunto, e vi era sempre dell'incenso che bruciava. In altre tombe la struttura era più tradizionale e seguiva i canoni dell'architettura funeraria delle "mastaba" dell'Antico Regno. Queste si componevano di una cappella a volta in cui sacerdote officiava i riti funebri. Nella parte posteriore, ben nascosta e inaccessibile, si trovava una piccola stanza, il serdab, con una statua che rappresentava il ba del defunto. Una falsa porta munita di uno spioncino permetteva al morto di rimanere in contatto con il mondo dei vivi e di servirsi delle offerte. La parte più segreta della tomba, anch'essa ovviamente inaccessibile, custodiva la salma, trasformata nell'immagine di Osiride: vi si accedeva tramite un pozzo funerario abilmente dissimulato, che portava alla sala sotterranea contenente il sarcofago. A differenza di quanto previsto dal modello classico di sepoltura che fiorirà qualche secolo più tardi, la necropoli di Beni Hassan fu eretta in modo che l'ingresso fosse rivolto a ovest. Secondo le antiche credenze, infatti, la nuova vita del morto cominciava quando egli girava il volto verso il tramonto: con il termine "Amenti", infatti, si indicava sia l'occidente che la dimora dei defunto. Tuttavia, la gran parte dei sepolcri è orientata verso est, nella direzione del sole che sorge e, dunque, dell'immortalità. D'altra parte, più importante della direzione simbolica era quella astronomica che legava il defunto alle stelle: a questo proposito, già la mitologia egizia parlava di ascesa del corpo verso il cielo; a quest'idea era collegata la forma delle piramidi, come pure quella del pozzo verticale delle mastaba e delle cappelle funebri del Nuovo Regno: anche la forma architettonica dell'ultima dimora, insomma, doveva agevolare il cammino verso il cielo.

Decorazioni classiche
Gli affreschi delle tombe di Beni Hassan sono di stile classico e raffigurano scene di vita quotidiana all'epoca di Khnumhotep: si riconosco, tra l'altro, contadini impegnati nel lavoro dei campi, battute di pesca e di caccia nelle paludi, artigiani nei loro laboratori, un uomo che sorregge una sorta di boomerang, un altro che suona la lira, giovani atleti impegnati negli esercizi fisici e fanciulle che danzano. Nell'insieme, tutte queste scene restituiscono con molto realismo la vita della popolazione egizia nel periodo del Medio Regno. Champollion individuò anche delle immagini che ritraevano popolazioni nomadi dell'Asia. Rispetto ai temi tradizionali del periodo precedente, sembra esservi stata una certa evoluzione. Le scene sono distribuite lungo tutte le pareti: oltre a quelle che riprendono i diversi aspetti della civiltà del tempo, ve ne sono altre che raffigurano i riti funebri e le offerte riservate al defunto per garantirgli la sussistenza nell'aldilà; altri affreschi a tema mitologico, invece, sono accompagnati da formule che servivano a proteggere il morto durante il lungo viaggio nell'oltretomba. Sembrano scomparse le scene di guerra, indice forse di un periodo di calma o anche del carattere poco bellico del defunto. I primi re del Medio Regno, infatti, si erano prefissi di ricondurre l'Egitto verso l'ordine primordiale della creazione, dopo la travagliata fase del Primo Periodo Intermedio. Alcuni geroglifici incisi e dipinti sulle pareti fanno riferimento ai primi faraoni della XII dinastia: questi arrivarono nella regione per delimitare con precisione i confini tra la quindicesima e la sedicesima provincia "con la precisione del cielo", cioè seguendo la direttiva degli dei, per riprendere il controllo del paese.

A Beni Hassan non riposano solo notabili
Le tombe dei governatori locali sono certamente le più sontuose tra quelle ritrovate a Beni Hassan, ma non sono le uniche ad essere state studiate dagli archeologi. La maggior parte delle sepolture locali, infatti, apparteneva a membri del ceto medio e anche a persone di modesta condizione. Tra la necropoli "popolare" e le tombe dei notabili vi sono evidenti differenze, sia nelle dimensioni sia per il valore degli oggetti contenuti. Non a caso, le seconde sono rimaste indenni ai saccheggi: interessanti per gli studiosi delle antiche civiltà, lo erano certamente di meno per i ladri!

venerdì 14 ottobre 2016

Anello a castone con i nomi di Ramses II e Nefertari


Il tipo di anello qui presentato, assai pesante, a castone piatto inciso con una decorazione, generalmente d'oro, fa la sua comparsa all'inizio del Nuovo Regno e riscuote un notevole successo fino all'epoca di Ramses II. Il monile è in corniola traslucida di colore aranciato pallido. L'anello vero e proprio è piuttosto spesso e solcato da una leggera incisione nella quale è stato appiattito un fiore d'oro; questo trattiene un sottile rettangolo d'oro che, applicato attorno al castone, dà maggiore risalto a quest'ultimo.
Durante il Nuovo Regno, diffondendosi sempre più l'impiego di paste di vetro colorate, la corniola resta la sola pietra semi-preziosa ad essere ancora utilizzata. Le pietre rosse, corniola o diaspro rosso, evocanti il fuoco e il sangue, erano molto apprezzate, anche perché si credeva fossero dotate di un immenso potere magico in grado di assicurare protezione. 
Il castone, rettangolare, reca un'incisione eseguita con tratto rapido e poco accurato. Raffigura due cartigli accostati e sormontati da grandi piume di struzzo ornate dal disco solare. Il nome ufficiale del re Ramses II, User-Maat-Ra è inciso nel cartiglio di sinistra, affiancato a quello di Nefertari, iscritto in quello di destra.
Questo modello di castone decorato con due cartigli giustapposti è assai diffuso fin dalla XVIII dinastia. Generalmente recanti l'incisione di nomi regali, i cartigli potevano anche ospitare la figura del re al cospetto di divinità, o anche soltanto l'immagine di due divinità accostate. All'epoca di Ramses II il motivo dei cartigli sormontati da alte piume diviene molto frequente. Tra le numerosissime spose di Ramses II, Nefertari occupa una posizione unica. In onore della donna amata, Ramses fece costruire un tempio ad Abu Simbel accanto al proprio e fece scavare, nella Valle delle Regine, la tomba più grande e più riccamente decorata. Poche sono le regine che ebbero il loro nome tanto spesso accostato sui monumenti a quello del re, se si eccettua Ty, sposa del faraone Amenhotep III e naturalmente Nefertiti, perennemente affiancata alla persona di Akhenaton.


Dati
Provenienza: sconosciuta
Collezione: Emile Guimet poi Louvre
XIX dinastia - Ramses II
Corniola rossa e oro
2,35x1,3 x x 2,13 cm
Musée du Louvre, Inv.n. E 31890

sabato 1 ottobre 2016

Il tempio di Iside a Pompei

È  l’unico iseo meglio conservato fuori dall'Egitto ed è a Pompei. Parliamo del tempio dedicato alla dea Iside situato nella regio VIII, insula 7. Da che venne riportato alla luce, tra il 1764 ed il 1766, ha catturato l’attenzione sia per le architetture rinvenute in un ottimale stato conservativo che soprattutto per la ricca decorazione parietale, affreschi che furono da subito staccati e dislocati al Museo di Portici, oggi custoditi all’interno del Museo Archeologico nazionale di Napoli insieme a sculture ed altri oggetti di culto rinvenuti in loco. Fu soggetto di numerosi disegni, stampe e incisioni da parte di eruditi e viaggiatori secondo le moda del ‘grand tour d’Italie‘.
Edificato in epoca tardo-sannitica, tra il terzo-quarto del II secolo a.C. e l’80 a.C., verrà poi restaurato a seguito di uno dei tanti terremoti che scossero la città tra il 62 ed il 79 d.C., forse quello del 5 febbraio del 62 d.C.. Il benefattore, il liberto Numerius Popidius Ampliatus, come si legge nell'iscrizione un tempo in bella vista all'ingresso del recinto del tempio ed ora conservata anch'essa al Museo Archeologico nazionale di Napoli, ne attribuirà il merito a suo figlio Celsinus, di appena sei anni, per avviarlo così alla carriera politica. Il tempio è ubicato nel settore sud-occidentale della città, nel cosiddetto “Quartiere dei teatri” mentre l’ingresso è posto lungo la via del Tempio di Iside, strada parallela a sud del più famoso decumano inferiore, la via dell’abbondanza, quasi all'incrocio con la via Stabiana.


Le strutture sacre che oggi è possibile visitare sono il frutto del restauro “popidiano” e quindi pertinenti all'ultima fase di vita prima che l’eruzione vesuviana ne seppellisse le vestigia. L’area del tempio si presenta cinta da un portico quadrangolare contornato da colonne che sappiamo un tempo, stuccate in rosso e in bianco con capitelli tuscanici in rosso decorati con motivi vegetali, sormontato da una copertura in tegole con antefisse raffiguranti maschere di gorgone. Lungo le pareti interne si aprivano diversi varchi di passaggio che davano su vari ambienti tutti pertinenti al culto della dea, esse inoltre erano abbellite da nicchie ospitanti statue di divinità e decorate con pitture di IV stile con la fascia mediana ospitante scorci architettonici e paesaggistici, battaglie navali e nature morte. Il tempio vero e proprio, la aedes, nucleo principale del culto, si colloca al centro del porticato. Di tipo italico, ad esso si accedeva mediante una gradinata che conduceva nel pronaos (una sorta di anticamera) adorno di quattro colonne sulla facciata, da cui si procedeva nel naos (cella) dov'era custodito il simulacro (statua) della dea, verosimilmente realizzato in parte in marmo (testa, mani e piedi) mentre il corpo era in legno addobbato con stoffe e accessori preziosi. L’ingresso della cella, sui lati, era fiancheggiato da due nicchie in cui erano alloggiate le statue di Horus/Arpocrate e Anubis, divinità in stretto legame con Iside. Sulla parete di fondo del naos era presente un alto podio con due piedistalli laterali che ospitavano le statue di Iside e di Serapide o di Osiride mentre un’altra statua di culto, quella di Dioniso con la pantera, rimando associativo tra culti isiaci e dionisiaci, si trovava nella nicchia aperta sulla parete esterna della cella, dove nell'angolo sud-ovest una scala permetteva la comunicazione con l’interno. Le pareti erano inoltre decorate riccamente da stucco bianco e pitture di I stile, mentre i pavimenti, purtroppo perduti, erano, come dimostrato da disegni dell’epoca, in cocciopesto e mosaico.
Dinanzi alla gradinata di accesso, sul lato sud-est, si trova l’altare maggiore, sul quale si compivano i sacrifici in onore delle divinità: durante gli scavi furono rinvenuti resti dei sacrifici ancora poggiati su di esso. Ai piedi è stata rinvenuta una fossa sacra che conteneva inoltre gli avanzi carbonizzati dei sacrifici, mentre altri due altari più piccoli si trovano ai lati del pronao. Davanti al tempio, sul lato meridionale si trova un’altra architettura sacra, dalle sembianze di un tempietto. La struttura, di piccole dimensioni, è abbellita all'esterno da pannelli decorati da candidi stucchi con motivi vegetali e soggetti legati al culto della dea e all'ambito egizio. All'interno si trova inoltre una piccola cavità ipogea accessibile mediante una scala. Probabilmente questo piccolo ambiente custodita l’acqua sacra forse portata direttamente dal fiume Nilo e utilizzata durante sconosciute pratiche rituali, da cui il termine purgatorium, oppure come indicato dal nome, come stanza in cui gli iniziati al culto passavano la notte prima della cerimonia dal termine greco megaron, altro nome con cui è noto l’edificio. Non deve stupire la presenza a Pompei dell’acqua del Nilo che verosimilmente veniva portata direttamente dall'Egitto a Pozzuoli, importante approdo, porto di Roma, prima dell’inaugurazione dello scalo traianeo di Ostia.
Durante la ristrutturazione post-terremoto furono associati al recinto sacro nuovi ambienti che comportarono un ampliamento dell’area sacra. Dalla parete di fondo occidentale del portico per mezzo di cinque varchi si accedeva ad un grande ambiente, noto come ekklesiasterion, di cui se ne ignora la funzione, mentre un’altra apertura nell'angolo sud-ovest dava accesso al sacrarium, una sorta di odierna sacrestia, dove venivano custoditi oggetti e paramenti sacri. Mentre dalla parete meridionale del portico si accedeva ad un triclinium ed un cubiculum.
Ed è proprio dall’ekklesiasterion che provengono i dipinti più famosi dell'iseo pompeiano: Io, Argo ed Hermes e Io a Canopo che vedono protagonista la ninfa Io prigioniera ad Argo che viene liberata dal dio Hermes e che giunge poi in Egitto, nella città di Canopo sul delta del Nilo.
Alcuni studi hanno cercato di ricostruire gli ultimi drammatici momenti vissuti all'interno del tempio: l’eruzione, avvenuta verso l'ora di pranzo sorprese sacerdoti e aiutanti verosimilmente in cucina. Alcuni, dopo aver raccolto in un sacco gli oggetti di maggior valore, scapparono via ma durante la fuga il sacco scivolò dalle mani di colui che lo portava spargendo a terra il contenuto. Riuscirono però a proseguire la loro corsa fino al vicino foro triangolare dove morirono a causa del crollo del porticato. Altri sacerdoti invece non riuscirono o non vollero abbandonare il tempio e pagarono ugualmente con la vita la fedeltà alla dea, travolti dalle esalazioni tossiche che il Vesuvio alitò impietoso sulla città.