domenica 1 marzo 2015

Le collusioni delle tombe nella Valle dei Re

La Valle dei Re è stata utilizzata per oltre cinquecento anni e di conseguenza più tombe sono state scavate in un sottosuolo sempre più affollato. Gli ingressi delle tombe così venivano nascosti ulteriormente dagli scavi di nuove sepolture, perdendo così la conoscenza precisa delle tombe scavate in precedenza, visto che nessun piano generale della Valle sembra essere stato redatto. Era quindi inevitabile che gli operai addetti a nuove tombe potessero, inavvertitamente,  irrompere in quelle precedenti. In effetti, è sorprendente pensare che sia accaduto solo tre volte: nella KV 47 (Siptah - XIX din.), KV 11 (Setnakht - XX din.) e quando gli operai di Ramses VI, della KV 9, sbucarono nella KV 12 (proprietario sconosciuto).

KV 47 e KV 32 (Tomba di Tia'a)
La KV 47, cioè la tomba di Siptah, è una tipica sepoltura della dinastia XIX dinastia: una successione di corridoi conduce alla camera a colonne e da lì a un grande camera funeraria a volta. Quando gli operai entrarono nella KV32, gli scavatori studiarono la situazione, decisero così di rattoppare il buco (foto) e scavare ulteriormente lungo l'asse principale del KV 47. Quindi, ciò che era stato pensato come camera di sepoltura fu adoperato come corridoio, mentre la camera sepolcrale finale è stata ritagliata diversi metri dentro la collina, lontano dalla KV 32. A quanto pare, gli operai, a corto di tempo, hanno poi abbandonato il progetto.

KV 11 e KV 10 (Tomba di Amenemesse)
Gli scavatori che hanno iniziato il lavoro nella KV 11 non sapevano di certo che all'estremità meridionale della Valle si trovasse la tomba di Amenemesse. In realtà questa tomba appartiene anche alla regina faraone Tauseret, quando il suo successore salì a trono decise di ingrandirla e durante i lavori, gli scavatori entrarono nella KV 10, abbandonando di conseguenza lo scavo. Così cambiarono l'orientamento assiale della tomba per evitare ulteriori problemi, creando una delle tombe più grandi della Valle.

KV 9 e KV 12
Un terzo caso verificato è quello che coinvolge la tomba di Ramses V e Ramses VI. Gli operai anche questa volta entrarono casualmente nella KV 12, per risolvere il problema, hanno cambiato il piano di scavo abbassando il soffitto e creando un piano inclinato.

mercoledì 25 febbraio 2015

Howard Carter: una vita per l'egittologia

"Ho un temperamento caldo, quella tenacia di propositi che gli osservatori meno amichevoli chiamano ostinazione, e che oggi... i miei nemici si compiacciono di chiamare... un mauvais caractère. Ebbene, non posso farci niente!"
Howard Carter

Howard Carter nacque a Londra il 9 maggio del 1874 da Martha Joyce Sands e da Samuel Carter, un artista particolarmente dotato che incoraggiò il figlio a seguire le proprie orme. Howard Carter dimostrò di avere un talento particolare per il disegno e a 17 anni divenne assistente dell’egittologo Percy Newberry, partecipando a una sua spedizione nella necropoli di Beni Hasan risalente al Medio Regno dell’Egitto (il periodo tra il 1987 e il 1780 avanti Cristo). Tra i vari incarichi affidati a Carter, c’era quello di ricopiare e catalogare le decorazioni e i geroglifici all’interno delle tombe, lavoro che svolse con grande attenzione innovando anche alcuni sistemi per ricopiare i motivi decorativi.

Dopo aver lavorato in altre zone dell’Egitto con altri archeologi, nel 1899 Carter fu nominato ispettore capo del Consiglio supremo delle antichità dal ministero della Cultura egiziano e coordinò diversi scavi a Luxor. Nel 1905 diede le proprie dimissioni e tre anni dopo entrò in contatto con George Herbert, quinto conte di Carnarvon, che gli diede molte risorse economiche per finanziare nuovi scavi archeologici. Carter concentrò i propri lavori nella valle dei Re, l’area che si trova vicino Luxor e che per quasi cinque secoli fu utilizzata dagli antichi egizi per le sepolture dei loro sovrani. I primi anni furono poco fruttuosi e le ricerche si interruppero a causa della Prima guerra mondiale, per poi riprendere con maggiore continuità nel 1917. Lord Carnarvon stava spendendo molto denaro, ma non riteneva soddisfacenti i risultati ottenuti dal suo archeologo e nel 1922 decise di dare un ultimo finanziamento a Carter affinché gli trovasse una particolare tomba.
Howard Carter intensificò le proprie ricerche e il 4 novembre del 1922 trovò, insieme con i suoi collaboratori, i gradini che portavano alla tomba di Tutankhamon. Ventidue giorni dopo, Carter aprì una piccola breccia in presenza di Lord Carnarvon nella via di accesso alla tomba, scoprendo che non era stata depredata e che il corredo funebre del faraone era sostanzialmente intatto. La tomba era conservata perfettamente e divenne una delle più importanti scoperte archeologiche realizzate nella valle dei Re. In quei momenti, Carter non sapeva ancora con certezza di essere nella tomba di Tutankhamon e non immaginava ancora del tutto quanto fosse ben conservata e ricca di reperti. In quell'occasione ci fu un celebre scambio di battute con il suo finanziatore, che gli chiese se vedesse qualcosa di particolare ricevendo da Carter come risposta: “Sì, cose meravigliose”.
Effettuata la scoperta, iniziò un intenso lavoro di catalogazione dei manufatti trovati all’interno dell’anticamera della tomba. A fine febbraio del 1923, la ricerca si spostò in un’altra stanza dove avvenne l’importante ritrovamento del sarcofago di Tutankhamon. La notizia fu ripresa dai giornali di tutto il mondo e contribuì a rafforzare l’interesse verso l’antico Egitto da parte dell’opinione pubblica occidentale. Dopo nove anni di ricerche, Carter decise di ritirarsi e iniziò una nuova carriera come consulente e agente per alcuni musei.
Morì a Londra il 2 marzo del 1939 all’età di 64 anni a causa di un linfoma. La sua morte a così tanti anni di distanza dalla scoperta della tomba nella valle dei Re è la prova, laddove fosse necessaria, dell’inesistenza della cosiddetta “Maledizione di Tutankhamon”, che avrebbe colpito tutti coloro che parteciparono alla spedizione archeologica. Solamente Lord Carnarvon morì pochi mesi dopo la scoperta della tomba, ma a causa di una ferita mal curata dovuta a una puntura d’insetto. La maledizione fu una sorta di trovata promozionale dell’epoca, dovuta anche al fatto che circolavano poche informazioni ufficiali per la stampa sull'andamento degli scavi nella valle dei Re; e quelle poche notizie disponibili erano prerogativa del Times. In media, i principali artefici della scoperta archeologica morirono a oltre 24 anni di distanza dall’apertura della tomba di Tutankhamon.



giovedì 19 febbraio 2015

Il tempio di Kom Ombo

Durante le grandi epoche faraoniche in questa zona fioriva una borgata. Le più antiche testimonianze di occupazione risalgono alla XVIII dinastia. All'epoca di Thutmosi III vi venne senza dubbio innalzato un santuario del quale sono state ritrovate alcune rovine. Tuttavia, fu solo con lo sviluppo dell'agricoltura e la conquista di nuove terre arabili sotto i Tolomei, che l'insediamento - sotto il nome greco (o ellenizzato) di Ombos - acquisì importanza. Vi venne senza dubbio eretto un tempio verso la metà del II secolo a.C. da Tolomeo VI Filometore, la cui decorazione venne portata a termine solo un secolo più tardi, sotto Tolomeo XII Aulete. Il tempio era già dedicato a due triadi di divinità: la prima di esse era costituita da Sobek, Hathor e Khonsu, dove Sobek, il dio coccodrillo, e Hathor sembrano essere state divinità primordiali della regione; la seconda triade, Horoeris (Horus il vecchio), Tesenet-nofret (sorella divina di Horus) e Panebtaui (il signore dei due paesi) venne insediata a Kom Ombo solo in Epoca Tarda. Il tempio presenta la particolarità di essere dotato di due nàos* e di una serie di doppie entrate ad essi corrispondenti; tali nàos sono dedicati ciascuno a una triade. Oltre a questo doppio santuario, il tempio presenta ancora altri tratti originali; un doppio corridoio che racchiude il complesso, uno interno e l'altro esterno, aggiunti durante il periodo romano, due pozzi in muratura di cui uno, dotato di una scala interna a chiocciola, è situato in corrispondenza di una galleria d'accesso sotterranea. Il complesso architettonico, in discrete condizioni di conservazione, domina tuttora il corso del Nilo da una bassa collina. Il mammisi*, situato a sud-ovest, è ora in rovina, ma a sud-est una cappella dedicata ad Hathor è praticamente intatta: serviva a dar riparo ai coccodrilli mummificati. 


*Nàos s. m. [adattam. del gr. ναός, der. di ναίω «abitare»]. – Nell’architettura classica, l’«abitazione» di un dio, cioè il tempio o la parte più interna del tempio greco dove era posta la statua del dio. 

*Mammisi - In copto "luogo del parto", è il nome che vien dato ai piccoli edifici annessi ad alcuni templi egiziani; là si immagina si ritiri la dea titolare del santuario quando deve dare alla luce il dio figlio. L'esempio più antico risale a Nectanebo (XXX dinastia) e sorge a Dendera, dove un altro m. è di epoca romana. Gli altri sono tolemaici, e fra questi i meglio conservati sono quelli di Edfu e di File. Spesso sono edifici peripteri; sui dadi delle colonne si hanno figure di Bes, il dio protettore delle partorienti. Scene della nascita e dell'infanzia divina sono i temi della decorazione parietale.

venerdì 13 febbraio 2015

Le colonne egizie

Quando pensiamo ai templi egizi uno degli elementi architettonici principali che ci ritorna in mente è la colonna. In effetti è difficile immaginare un tempio come Karnak senza pensare ai suoi enormi colonnati, o al tempio di Dendera senza le meravigliose colonne hathoriche. Quindi cerchiamo di capirne le differenze:


Colonna Scanalata: Detta anche protodorica, perché ricorda nel fusto le colonne greche di ordine dorico, essa imitava probabilmente tronchi di conifere scortecciati. I primi esempi (ca 2700 a.C.) sono quelli del complesso di Djoser a Saqqara. Gli esemplari successivi mostrano generalmente sulla fronte una banda verticale iscritta.

Colonna Papiriforme a capitello chiuso: È simile nell'aspetto a quella lotiforme, dalla quale si distingue per la parte inferiore più stretta e avvolta dal motivo di cinque foglie lanceolate. Il fusto è composto dal motivo di sei-otto steli a tre nervature legati a fascio sotto il capitello, il quale raffigurava ombrelli (corimbi) socchiusi di papiro. Alla triplice nervatura venne dato particolare risalto plastico fino alla XVIII dinastia. I fusti appaiono invece quasi lisci in epoca ramesside (XIX-XX dinastia), dando origine alla cosiddetta colonna "monostile", così chiamata perché secondo alcuni studiosi rappresenta un solo stelo di papiro a gemma chiusa. Le più antiche colonne papiriformi a capitello chiuso sono quelle del tempio della piramide del faraone Sahura della V dinastia.

Colonna Lotiforme: Di diametro uniforme per tutta la sua altezza, il fusto rappresenta un fascio di quattro-sei e più tardi anche di otto steli di fiori di loto legati sotto il capitello. Questo è formato da sei calici leggermente aperti, tra i quali figurano sei fiori più piccoli, il cui stelo si prolunga sul fusto. Leggermente impiegata durante l'Antico Regno, a partire dalla V dinastia e nel Medio Regno, ritornò di moda in Epoca Tarda. Il loto era legato al culto solare: fu infatti il fiore dal quale il sole uscì sulle acque primordiali il giorno della creazione.

Colonna Palmiforme: Rappresenta un tronco di palma decorato con foglie di palma strette al fusto da diverse legature che terminano in un triplice laccio, visibile sul davanti. La prima attestazione è nel tempio della piramide del faraone Sahura menzionata sopra. Il palmizio, dimora del dio Sole, era anche pianta araldica dell'Egitto. Per questo motivo la colonna palmiforme era utilizzata di preferenza nei palazzi reali e nei templi funerari.

Colonna Papiriforme a corolla aperta: Detta anche campaniforme, ha un fusto liscio arrotondato, che rappresenta forse un unico stelo di papiro. Il capitello, che nasconde alla vista dal basso il piccolo abaco, è decorato con serie di corimbi aperti di papiro, avvolti in foglie lanceolate. Questo tipo di colonna, nata come supporto di lampada nel Medio Regno, è attestato in raffigurazioni dell'inizio del Nuovo Regno e come elemento architettonico in pietra per la prima volta nelle costruzioni di Thutmosi III a Karnak. Viene utilizzato di preferenza in chioschi aperti e nelle navate centrali delle sale ipostile, a rappresentare l'aprirsi delle piante al passaggio del dio solare che porta la luce (il giorno) nel tempio, simbolo dell'intero universo. I capitelli a boccioli chiusi, sia papiriformi sia lotiformi, alludano invece alla notte, al viaggio del Sole nell'aldilà dopo il tramonto, nel corpo di sua madre Nut.


Colonna Hathorica (sopra un video che la mostra a 360°): È costituita da un fusto cilindrico su cui poggia il capitello che raffigura quattro facce della dea Hathor con orecchie bovine, che guardano i quattro punti cardinali. Sopra le teste sono collocati altrettanti sistri, generalmente in forma di grande portale. Testimoniata per la prima volta nel Medio Regno, questa colonna è presente in edifici consacrati al culto di Hathor e raffigura il feticcio della dea portato in processione nelle feste a lei dedicate.

Colonna Composita: È così chiamata perché per lo più è formata da vegetali diversi, anche se alcuni esemplari rappresentano steli di sola palma o papiro. Tipica dei templi di Epoca Tarda, la colonna composita ha origine nelle colonne, soprattutto palmiformi, dei palazzi reali di epoca amarniana e ramesside, che presentano variazioni originali su motivi classici.

Colonna a forma di picchetto di tenda: Utilizzata nel tempio funebre di Thutmosi III a Karnak, è la trasposizione in pietra del picchetto ligneo di tenda o baldacchino, costituita da un fusto di dimensione crescente dal basso verso l'alto, che nella parte superiore termina in un capitello campaniforme ornato da foglie lanceolate. Incerto è il legame di questo tipo di colonna con quelle simili dei palazzi minoici a Creta.

sabato 7 febbraio 2015

La condizione sociale della donna egizia

Nella società egizia si evidenzia, più che in qualsiasi altra civiltà antica, il ruolo predominante della donna nei vari aspetti della vita quotidiana e lavorativa. Nell'antico Egitto, gli uomini e le donne vivevano una condizione di parità, che tutt'oggi sfugge a civiltà a noi coeve.
Quando i greci visitarono l’Egitto, arrivarono a pensare alla società egizia come ad un matriarcato, talmente rimasero sconvolti dalla libertà di costumi delle egizie. Bisogna specificare dunque, che nell’antica Grecia, le società matriarcali non erano viste di buon occhio; basti pensare allo sdegno che i greci provavano per le amazzoni. Tale termine sta a significare: “senza seno” ( α= alfa privativo e μαζός= mazos, cioè seno), e andava a rimarcare l’abitudine secondo la quale le amazzoni si mutilassero del seno destro per poter tendere meglio l’arco.
Secondo i greci, questa non era neanche l’unica popolazione a carattere matriarcale con abitudini “barbare”. Le Lemnie, le antiche abitanti dell’isola di Lemno, addirittura arrivavano a mangiare carne cruda, simbolo di inciviltà. Considerando tutti questi fattori si può arrivare a comprendere l’immaginario collettivo del mondo classico per i costumi egizi, e la naturale diffidenza dei greci e dei romani per gli abitanti della valle del Nilo.
Tuttavia i greci avevano torto, in Egitto, gli uomini e le donne avevano uguali diritti e medesimi doveri, soprattutto a partire dalla III dinastia. Prima di questo periodo, la condizione della donna era più simile a quella della donna romana di epoca repubblicana. La famiglia era di stampo patriarcale e sottoposta ad un vero e proprio pater familias. Tra la III e la IV dinastia il diritto familiare subì una svolta importante. La donna non era solo la padrona indiscussa della casa, ma poteva ereditare o decidere a chi lasciare i propri beni.Come testimonianza del rapporto speciale che vigeva fra madre e figlio in Egitto, possiamo ricordare l’insegnamento numero sette del saggio Ani, (versi 15-8,1):
“Rendile in misura doppia il pane che ti chiede tua madre e portala, come lei ti portò. Tu fosti per lei un carico faticoso e pesante. Ma lei non ti lasciò neppure quando giungesti in porto. Il suo dorso ti portò. I suoi seni ti nutrirono per tre anni. Non si disgustò mai della tua sporcizia e non si scoraggiò dicendo: che cosa si deve ancora fare? Quando ti condusse a scuola, allorché ti si insegnava a scrivere, ogni giorno si prese cura del tuo nutrimento portando il pane e la birra da casa sua.”
L’età adulta delle donne iniziava con la comparsa del ciclo mestruale, perché significava che la fanciulla era pronta per diventare madre. Le egizie però non avevano nessun tipo di obbligo a contrarre matrimonio per essere considerate come individuo dalla legge. Di conseguenza la donne nell’antico Egitto avevano anche la massima libertà di scelta del proprio sposo. In una stele conservata al Museo del Louvre, la donna libera Takamenet decise di sposare lo schiavo Amenyiu, facendolo adottare dalla sua famiglia; un matrimonio che sicuramente non portava lustro o vantaggi, ma che fu ampiamente accettato.
In Egitto i rapporti matrimoniali non erano regolati secondo la legge, ma solo e soltanto da questioni sociali. Un uomo e una donna che decidevano di vivere insieme come marito e moglie, potevano scegliere anche di contrarre un accordo a tempo; una sorta di matrimonio di prova. In alcuni documenti ritrovati a Tebe, si è potuto constatare che il periodo di prova era di circa sette anni, dopodiché si dovevano ristabilire le proprie intenzioni. Se dopo sette anni gli sposi decidevano di non continuare la loro unione, ognuno portava con sé i beni portati in dote durante il matrimonio. Ma come si svolgeva la cerimonia di un matrimonio egizio?
Per essere considerati marito e moglie, nell’antico Egitto, bastava semplicemente che la coppia vivesse sotto lo stesso tetto. Non c’erano rituali religiosi o giuridici, ma solo atti sociali. Durante il matrimonio, le donne non avevano l’obbligo di prendere il nome del marito come succede nelle unioni a noi più familiari. L’importanza del nome in Egitto era vitale, gli egizi ritenevano che in esso risiedesse l’essenza stessa della persona; per questo motivo, durante le damnatio memoriae, il primo atto ad essere compiuto era quello di cancellare proprio il nome del malcapitato.
Un altro aspetto del matrimonio in Egitto, che ha spesso suscitato dissensi e polemiche è la poligamia. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che le varie spose che un uomo poteva avere non erano contemporanee ma successive; vale a dire, che una volta rimasto vedovo si poteva successivamente risposare. Altri studiosi, hanno teorizzato invece, che la poligamia in Egitto prevedesse una sposa principale con il ruolo di “Signora della casa” (nebet per) e altre spose secondarie. In ogni caso, queste restano ipotesi non confermate. Tutto ciò che sappiamo di certo è che la poligamia era ampiamente accettata in ambito reale, al fine di procreare più eredi possibili, a garanzia della salvaguardia del paese stesso.
Per quanto riguarda la poliandria, non ci sono fonti certe o attestate. In passato, due donne vissute nel Medio Regno (2060-1785 a.C.), Menkhet e Kha, furono all'inizio sospettate di essere sposate a più mariti, ma successivamente si è potuto accertare che furono sposate ai due uomini in periodi diversi della loro vita.
Esiste un altro aspetto della società egizia che deve essere riformulato nell'immaginario collettivo, oltre alla poligamia, vale a dire: l’incesto. Racconta Diodoro Siculo:
“Si dice che gli egizi, contrariamente a quanto si usa fare, avessero stabilito una legge che permetteva all’uomo di sposare la sorella, seguendo l’esempio di Iside che aveva sposato Osiride, suo fratello e che, dopo la morte di lui, non aveva voluto accettare nessun altro uomo.”
È necessario chiarire però che l’incesto in Egitto era una pratica accettata solo nella famiglia reale, per fattori che non valevano per l’uomo comune, come la conservazione della regalità attraverso la purezza della linea di sangue.
Il divorzio invece proteggeva in particolare la donna. Le motivazioni che potevano portare al divorzio, non differiscono dalle nostre: incomprensioni, prole o adulterio. Gli scritti ritrovati nel villaggio di Deir el-Medina ci regalano un imponente quadro dei rapporti tra uomini e donne. Su di un ostraka ritrovata all’interno del villaggio degli operai, un testo geroglifico riporta le motivazioni dell’assenza di un operaio da lavoro; il testo ci informa infatti, che lo sventurato non aveva potuto recarsi a lavoro quel giorno perché era stato malmenato dalla moglie.
Un altro racconto che ci viene sempre da Deir el-Medina, è quello del servo Hesy, che sposò una certa Hanur e dalla quale ebbe due figli, un maschio e una femmina, quest’ultima si chiamava Ubekhat. Madre e figlia frequentarono contemporaneamente un perditempo di nome Paneb e il figlio di questi. Così Hesy decise di divorziare durante l’anno II del regno di Sethnakht (XX dinastia). Tuttavia, il poveretto, dovette anche sborsare un “assegno mensile” in grano per il sostentamento dell’ex moglie. La moglie poteva anch'essa richiedere il divorzio. In un caso accaduto durante il Medio Regno, un uomo ripudiato dalla moglie, poté avere indietro i due terzi dei beni acquisiti durante il matrimonio.
Per quanto riguarda l’adulterio, non solo non era tollerato, ma veniva anche presentato ai futuri sposi come il “grande crimine”. Tuttavia, c’era una disparità tra la condanna teorica e quella pratica; come abbiamo visto nel caso di Hesy. Nondimeno, i giovani venivano esortati alle pratiche sessuali prima del matrimonio. Tali esortazioni erano rivolte non solo ai giovani egizi, ma anche alle fanciulle. Difatti, nell’antico Egitto, la verginità non era necessaria o obbligatoria; ma poteva essere un dono che una giovane donna portava in dote al marito. In ambito lavorativo le egizie hanno ricoperto quasi ogni incarico possibile; da faraone a sacerdotessa. C’erano naturalmente dei lavori considerati più adatti alle donne, come quello di ostetrica o di balia; ma in generale nessun ruolo era precluso al sesso femminile.
In Egitto si sono registrati casi di donne visir, come nel caso di Nebet, che oltre ad essere forse la suocera di Pepi I (VI dinastia), fu anche “capo direttore”, così come veniva indicato nei suoi titoli. Altri casi da segnalare come esempio, sono quelli della scribe Idut, forse figlia di Djoser (III dinastia) e della regina Meresankh III, moglie di Chefren (IV dinastia), che nei bassorilievi della sua tomba a Giza, viene chiamata come: “l’amata di Thot, signora del pennello”. Molte altre donne ricoprirono il ruolo di medico, di funzionario reale o di sacerdotessa.
Sono giunti fino a noi molti nomi di queste donne, come quelli di Peseshet, capo dei medici, ricordiamo Hemetra, una vera imprenditrice, e Urnero, amministratrice dei beni di un ricco signore. Come abbiamo già avuto modo di accennare, l’ambiente sacerdotale non era affatto precluso alle donne, anzi, era uno degli ambiti più aperti al sesso femminile. Il dio Amon di Tebe, aveva a sua disposizione un vero e proprio corpo scelto di sacerdotesse, chiamate: le divine adoratrici di Amon; che ricoprivano il ruolo di moglie terrena del dio. Ciò che non è ancora del tutto chiaro è se gli egizi conobbero il fenomeno della “prostituzione sacra”, come accadeva a Cartagine e a Babilonia. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che tale pratica, anziché essere esercitata nei templi, venisse perpetuata per strada e che fosse legata al culto di Iside e Osiride. Nulla di questo è però accertato. Bisogna però dire che esiste un mito legato alla dea Iside, che narra la ricerca della dea del corpo smembrato del marito. Durante queste peregrinazioni, Iside arrivò a Babilonia, dove si dice che la dea si prostituì nel tempio della dea Ishtar. Considerando tutto ciò, è giusto specificare che sarebbe comunque sbagliato fondare una certezza solo su un mito.
La prostituzione, ad ogni modo, era una pratica comune anche in Egitto. Le prostitute potevano sia esercitare per strada che in casa. Molte di loro erano delle straniere, provenienti dalla Fenicia, dalla Mesopotamia o dalla Nubia. Un segno distintivo di una meretrice erano i tatuaggi sulle cosce, così come è possibile riscontrare nelle statuetta rinvenute all’interno delle tombe, che così come gli ushabti, avevano la funzione di realizzare i desideri dei defunti. Un ultimo aspetto femminile di cui è necessario parlare per una visione ad ampio spettro della condizione delle egizie è la gravidanza. Per fare ciò, è necessario evidenziare la bravura degli egizi in campo medico, riuscivano non solo a fornire alle donne contraccettivi efficaci, alcuni di indiscusso stampo moderno, come una sorta di “diaframma vaginale”, ma erano capaci anche di stabilire il sesso del nascituro, come testimonia il papiro n° 199 di Berlino:
“Metterai dell’orzo e del grano in due sacchi di tela, che la donna innaffierà della sua urina tutti i giorni, e così pure dei datteri e della sabbia, sempre nei due sacchi. Se l’orzo e ilgrano germogliano entrambi, ella genererà. Se germoglia prima l’orzo, sarà un maschio; se germoglia per primo il grano, sarà una femmina. Se non germogliano né l’uno né l’altro, ella non genererà.”
Traendo quindi le somme dell’universo femminile egizio, ci ritroviamo davanti a donne libere, emancipate e autrici del proprio destino.

domenica 1 febbraio 2015

Bracciale della regina Ahhotep


La maggior parte degli oggetti rinvenuti nella tomba della regina Ahhotep reca il nome dei suoi figli, Kamose e Ahmose, i sovrani che cacciarono dall'Egitto gli invasori Hyksos. La regina ebbe un ruolo di primo piano durante la guerra di liberazione, come testimoniano i numerosi oggetti che i figli le offrirono in dono, fra i quali anche alcune armi, presenza insolita in una sepoltura femminile. Questo bracciale è costituito da due semicerchi. Oro e lapislazzuli formano la mirabile bicromia della decorazione. Sulle metà destra, un ventaglio posato sul segno shen, emblema di eternità, divide la superficie in due parti, occupate da due scene simmetriche: il Dio della terra Geb, che da un lato indossa la corona rossa del Basso Egitto e dall'altro la doppia corona, è seduto su un trono e posa le mani in segno di protezione sulla spalla e sul braccio del Re inginocchiato davanti a lui. I geroglifici riportano il nome del Dio e i cartigli del Re. Sull’altra metà del bracciale sono rappresentate figure a testa di falco e di sciacallo, le anime di Pe (Buto) e di Nekhen (El-Kab) mitici antenati dei sovrani dell’Egitto prima dell’unificazione.

Dati
Materiale: oro e lapislazzuli.
Diametro: 5,5 cm.
Altezza: 3,4 cm.
Luogo del ritrovamento: Tebe, Dra Abu el-Naga.
Tomba: Ahhotep.
Scavi: Mariette (1859).
Dinastia: XVIII, Regno di Ahmose (1550 - 1525 a.C.).
Sala in cui è conservato: n°4

mercoledì 28 gennaio 2015

Le sei principesse di Amarna

Amenhotep IV, alias Akhenaton, e la sua sposta Nefertiti ebbero sei figlie: almeno tre di queste principesse ricevettero una educazione da future regnanti. Eppure, nessuna di loro riuscì a succedere al padre sul trono d’Egitto: probabilmente, furono tutte travolte, insieme ai loro genitori, dal crollo dell’utopia Amarniana e della restaurazione del culto di Amon.


Chi non ha mai desiderato, almeno per un attimo, di poter ricominciare daccapo la propria vita, di ripartire da zero? Per la maggior parte delle persone si tratta, ovviamente, di sogno irrealizzabile. La storia dell’Antico Egitto, però, ci fornisce l’esempio di un uomo capace di trasformare questa aspirazione in realtà, ribellandosi addirittura alle millenarie tradizioni religiose dei padri. Il limite dell’avventura di Akhenaton, il faraone “eretico”, forse fu proprio questo: l’aver tentato di lasciarsi alle spalle, da un giorno all'altro, dogmi, riti e usi consolidati. Uno stravolgimento che, in breve tempo, disorientò gli stessi sudditi e gettò il Paese in una delle più gravi crisi religiose e politiche della sua Storia. Come è noto, il giovane Amenhotep IV non si imbarcò da solo in questa impresa. Accanto a se, aveva il sostegno più prezioso: la bellissima regina Nefertiti ("La bella è arrivata"), che aderì con slancio totale alla folle politica del suo sposo.

La coppia reale che voleva cancellare il clero di Amon
Nel momento in cui intrapresero la loro audace avventura, rinnegando credenze religiose che costituivano i pilastri di una intera civiltà, Amenhotep IV e Nefertiti erano ancora molto giovani: il re doveva avere non più di vent'anni, la regina probabilmente circa sedici. Bisogna tenere presente, a questo proposito, che nozione di giovinezza nell'antico Egitto era completamente diversa dalla nostra: in tutte le culture dell’antichità, il passaggio alla vita adulta cominciava molto presto, specialmente nelle famiglie reali. L’età acerba del faraone e della sua sposa, dunque, non costituiva un problema, né impedì loro di attuare il rivoluzionario progetto che li avrebbe portati a sfidare il potentissimo clero di Amon e l’opinione pubblica del Paese.
Amenhotep IV salì al trono introno al 1.370 a.C. Nel corso dei primi dieci anni di regno, Nefertiti gli diede ben sei figlie (o, secondo altre fonti, sette). Fu, invece, durante il quarto anno di regno che il Faraone decise di imporre il culto di Aton, di farsi ribattezzare con il nome di Akhenaton (“Luce di Aton”) e di trasferire la corte ad Akhetaton (“Orizzonte di Aton”), l’odierna Tell el Amarna. All’epoca, probabilmente, erano già venute al mondo le prime tre principesse, nate a Tebe; le altre tre, invece, videro la luce nella nuova capitale. In questa città, sorta dal nulla nel Medio Egitto e a debita distanza da Tebe, la famiglia reale ebbe modo di dedicarsi al culto del nuovo Dio solare, ispirando anche quel rinnovamento artistico che diede vita al cosiddetto “stile amarniano”.

Un uomo, una donna, sei figlie
Proprio gli affreschi, le sculture e i bassorilievi di Amarna hanno consegnato alla Storia l’immagine di una famiglia felice, immortalata in atteggiamenti teneri e in toccanti scene di vita quotidiana. Questo modo di ritrarre i regnanti, senza dubbio, non aveva precedenti nell'iconografia ufficiale del Paese, improntata a criteri decisamente più rigidi e istituzionali. Per la prima volta, i pittori e gli scultori di Amarna mostravano la coppia reale intenta a giocare con i bambini o a rivolgere loro quelle dimostrazioni di affetto che nessun genitore negherebbe ai propri figli: il re e la regina, in questo modo, diventano un papà e una mamma che, come tanti, coccolavano i proprio pargoli tenendoli in grembo o sulle ginocchia. La rilevanza di queste inedite scene di vita quotidiana, tuttavia, non si ferma qui. I bassorilievi di Amarna, infatti, offrono anche preziose informazioni sul piano Dinastico: permettono, cioè, di risalire al ruolo e all'importanza di ciascuna delle sei principesse rispetto alla successione al trono. Una di loro, in particolare, occupa un posto di primo piano in tutti i ritratti della famiglia reale: si tratta della primogenita Meritaton, nome che significa “L’amata da Aton”; sempre raffigurata accanto al Faraone, era probabilmente l’erede designata alla corona d’Egitto. Non a caso, come volevano i costumi dell’epoca, la giovane sposò suo padre stesso. In seguito, Meritaton si unì in matrimonio anche con certo Smenkhara, forse fratello minore di Akhenaton e, quindi, zio della principessa. Tuttavia, nulla si sa di certo sulla figura di Smenkhara e sul matrimonio in questione. Non di meno, questi, fu protagonista di un effimero passaggio sul trono d’Egitto subito dopo il misterioso Neferneferuaton, sulla cui identità noi storici continuiamo a interrogarci: secondo alcuni si sarebbe trattato della stessa Nefertiti. A ogni modo è certo che non fu Meritaton a prendere il posto paterno sul trono: si ritiene, infatti, che la sua prematura scomparsa sia avvenuta prima della fine della parentesi amarniana.

Le spose del padre
I bassorilievi di Amarna riservano un posto di riguardo anche ad altre due figlie di Akhenaton: Makhetaton (“Protetta da Aton”) e Ankhensenpaton (“Lei vive per Aton”). Anche queste principesse sposarono il padre, sempre in ossequio alla tradizione egizia secondo cui la legittimità dinastica doveva perpetuarsi tramite il sangue femminile. Presumibilmente, questi due matrimoni furono celebrati dopo la morte di Meritaton, la cui figura andava sostituita. Anche Makhetaton, però, morì in giovane età, forse proprio mentre partoriva un bambino. Quanto ad Ankhesenpaton, al di là del fatto che fu designata quale nuova erede al trono, non si sà praticamente nulla sui suoi ultimi anni di vita. Ancora meno per altro, si sà sul conto delle ultime tre figlie di Akhenaton e Nefertiti. I nomi di queste principesse erano Neferneferuaton (vale a dire “Bella è la perfezione di Aton”), Neferneferura (“Bella è la perfezione di Ra”) e Bakhetaton (“La serva di Aton”). A parte questo, non sì è riusciti a stabilire quasi niente, neanche se sopravvissero al padre. Proprio la figura di Akhenaton, del resto, suscita ancora oggi gli interrogativi più forti: le sue origini, la durata del suo regno e la causa della sua morte ci restano ancora ignote, e sulle quali noi storici non smettiamo mai di appassionarci. Secondo l’ipotesi più accreditata, il faraone morì vittima di una lunga e grave malattia. Ma si tratta, appunto, di supposizioni: anche da questa incertezza, probabilmente, deriva l’affascinante alone di mistero che circonda da sempre la figura di Akhenaton.

Akhenaton nella cronologia dei Re Egizi
La XVIII Dinastia si colloca storicamente tra il 1580 e il 1310 a.C. circa e vide succedersi sul trono d’Egitto quindici sovrani le cui date di regno vengono ancora oggi dibattute e discusse. Tuttavia, le date più probabili sono quelle forniteci dall'egittologa Edda Bresciani, che vedono l’inizio del regno di Akhenaton nel 1348 e la sua fine nel 1331 a.C.; con una durata complessiva di 17 anni di regno.

L’educazione delle principesse “eretiche”
La figura di ognuna delle sei figlie di Akhenaton e Nefertiti, dunque, è avvolta da una fitta cortina di mistero. Qualcosa di più, in compenso, sappiamo sul modo in cui le principesse amarniane furono educate e istruite. Ancora una volta, ad aiutarci sono i bassorilievi di Akhenaton: a giudicare dall'atmosfera etera e quasi irreale che i tratti della famiglia reale sprigionano, la vita di corte doveva essere improntata al massimo della raffinatezza. In questo ambiente ricercato, e pressoché isolato dal mondo, la primogenita ebbe certamente modo di preparasi a divenire la futura regina, acquisendo la cultura politica e religiosa indispensabile per governare un impero. Probabilmente, fu il faraone stesso a trasmettere alla figlia queste conoscenze, tanto più che molte delle usanze e della tradizioni del passato erano state volutamente accantonate dal sovrano. Solo lui, quindi, era in grado di tramandare la nuova dottrina alla sua erede, assicurando una continuità a quel progetto rivoluzionario che aveva già stravolto il panorama politico, religioso e sociale dell’antico Egitto. In tutto questo, Akhenaton doveva essere spinto da un ideale incrollabile e da un eccezionale sicurezza di se, tali da permettergli di lasciarsi alle spalle il potentissimo clero tebano.
Quanto all'educazione delle figlie più piccole, fu forse meno improntata alla politica e più alla religione. Le principesse, infatti, erano destinate a diventare sacerdotesse di Aton; a tale scopo, dovevano ricevere da parte del clero tutte le conoscenze che avrebbero permesso loro, al momento opportuno, di celebrare i riti della nuova divinità nazionale. Attorno alle figlie del re, inoltre, dovettero riunirsi tutti gli studiosi della capitale, pronti a trasmettere alle giovani i frutti dei loro studi.

Visi sottili e teste allungate
Che aspetto avevano le figlie di Akhenaton? A giudicare dal fascino leggendario della donna che le aveva messe al mondo, Nefertiti, è facile presupporre che doveva trattarsi di bellissime ragazze. Questa impressione è confermata dai ritratti delle principesse, e questo grazie - o, forse, a dispetto - dello stile eccentrico di molte di queste raffigurazioni. Ricordiamo, infatti, che in ossequio alla rivoluzione religiosa propugnata dal Faraone anche gli artisti dell’epoca stravolsero i loro canoni; il risultato fu una tendenza ad accentuare i lineamenti dei soggetti raffigurati, in particolare quelli del viso, come se queste estensioni dovessero rappresentare la grandezza stessa dei soggetti. Così, le labbra erano sempre eccezionalmente carnose e sporgenti, puntualmente atteggiate a un accenno di sorriso, mentre gli occhi allungati verso le tempie, erano quasi a mandorla. Tutto questo finiva per conferire ai visi un espressione costantemente enigmatica. Anche la testa dei personaggi raffigurati era marcatamente allungata nella sua parte posteriore, descrivendo una forma che quasi strideva con la delicatezza del mento e delle mandibole. Queste, a ogni modo, erano le linee ricorrenti nella rinnovata arte amarniana, insieme alle membra gracili, agli addomi prominenti e alle posture quasi languide. Linee, indubbiamente, del tutto originali rispetto a tutto ciò che gli artisti egizi produssero prima e dopo della parentesi eretica. Perché mai? Prima di Akhenaton, l’arte egizia era concepita non per essere vista dai mortali, ma era semplicemente un codice che doveva essere trasmesso agli dei, in modo che essi riconoscessero l’essenza degli uomini e delle altre figure rappresentate. Tant'è vero che nella lingua geroglifica, non esiste un termine che indichi il nostro concetto di arte. Nel periodo amarniano, invece, il messaggio non era rivolto agli dei, di cui il faraone faceva abbondantemente a meno, nonostante non si possa definire monoteistico; ma era rivolto agli uomini. Di conseguenza, il popolo doveva poter osservare caratteristiche a loro riconoscibili, sentimenti comuni e scene consuete; in modo che potessero riconoscere nel faraone il loro unico capo e tramite divino.

martedì 20 gennaio 2015

La lista Gardiner 4: i segni della lettera D

Dopo una lunga pausa, dovuta a diversi approfondimenti della società egizia, riprendiamo lo studio della lista Gardiner con i segni della lettera D


Segni D:
D1 Ideogramma in tp "testa" - Determinativo in azioni e nei verbi relativi ad azioni che implicano movimenti del capo.
D2 Ideogramma in hr "faccia", da cui trae il valore fonetico.
D3 Determinativo in iny "capelli", "peli" e parole connesse - Det. in inm "pelle" e nei verbi e sostantivi concernenti la nozione di lutto.
D4 Ideogramma in irt "occhio", da cui foneticamente ir - Determinativo nelle parole relative all'azione di vedere e all'organo della vista.
D5 Determinativo in azioni o condizioni dell'occhio, dgi "guardare".
D6 Rappresenta un occhio truccato ed è determinativo di azioni o in particolari stati dell'occhio che riguardano il truccarsi, il mascherarsi. 
D7 Determinativo in msdjmt "galena", usato come cosmetico per gli occhi, e in an "bello", da cui foneticamente an.
D8 Determinativo in an "bello".
D9 Determinativo in rmi "piangere". 
D10 Ideogramma o determinativo in wdjat, letteralmente "l'occhio sano" - Nome dell'occhio di Horus.
D11 Uno dei simboli della frazione della misura dei cereali. 
D12 Determinativo in djfdj "pupilla".
D13 Ripetuto due volte è inh "sopracciglia". 
D14 Usato come simbolo per 1/16.
D15 Usato come simbolo per 1/32.
D16 Usato come simbolo per 1/64.
D17 Ideogramma o determinativo in tit "immagine", "figura".
D18 Ideogramma o determinativo in msdjr "orecchio".
D19 Ideogramma o determinativo in fndj/fnd e shrt, ambedue significanti "naso" - Determinativo nelle parole connesse al naso, all'odorato e alla gioia. Da hnt "faccia", di cui è determinativo, deriva il dal valore fonetico hnt.
D20 Variante di D19, ma raramente in sculture e pitture. 
D21 Ideogramma in r3 "bocca", da cui foneticamente r.
D22 Ideogramma in rwy, 2/3.
D23 Ideogramma in khmt-ru, 3/4.
D24 Ideogramma o determinativo in spt "labbro", "confine". 
D25 Ideogramma o determinativo spty "labbra".
D26 Determinativo in psgbshika3, "sputare", "vomitare" e in snk "sangue". 
D27 Ideogramma o determinativo in mndj "mammella" e nelle azioni ad essa connessa (es. snk "succhiare"). 
D28 Ideogramma in ka "spirito", da cui deriva il valore fonetico. 
D29 Combinazione del segno del ka con uno stendardo divino: esprime la natura divina del ka.
D30 Simbolo di Neheb-ka, serpente mitico e ipostasi del dio creatore. 
D31 Combinazione dei segni D32 e U36: "servitore del ka".
D32 Determinativo per abbracciare: ink "circondare", hpt "abbracciare" etc. Ideogramma o determinativo in skhn "cercare". 
D33 Ideogramma o determinativo in khni "remare", da cui foneticamente khn
D34 Ideogramma in aha "combattere". 
D34* Variante del precedente
D35 Ideogramma negli avverbi di negazione n e nn e nel pronome relativo negativo iwty "che non"; determinativo in vari verbi negativi e nel verbo khm "ignorare, essere ignorante", da cui l'uso come determinativo fonetico khm.
D36 Ideogramma in 'w "braccio", da cui foneticamente ' (a).
D37 Ideogramma per "dare", anticamente per imi, imperativo del verbo "dare".
D38 Braccio con pane tondo, grafia dell'imperativo , imi. Da qui deriva il valore fonetico mi, più spesso attestato nella forma m.
D39 Braccio con ciotola: determinativo nel verbo hnk "offrire". 
D40 Ideogramma o determinativo in khai "misurare". Sostituisce spesso come determinativo l'uomo che colpisce nei verbi e sostantivi  denotanti la forza, il potere. 
D41 Ideogramma o determinativo in rmnw "braccio" e sinonimi. Determinativo per i movimenti del braccio. Da "respingere", valore fonetico
D42 Ideogramma o determinativo in mh "cubito". 
D43 Ideogramma in khui "proteggere". 
D44 Determinativo in khrp "presiedere", "controllare", "amministrare" e i suoi derivati. 
D45 Ideogramma o determinativo in djsr "essere sacro", "segregare". 
D46 Ideogramma in drt "mano". Valore fonetico d (cfr. il semetico yad "mano")
D47 Determinativo di mano (djrt, djat), quando scritta foneticamente.
D46 * Ideogramma o determinativo in ìdt "fragranza", "rugiada", "sudore". 
D48 Ideogramma in shsp "palmo", o nell'unità di misura del palmo
D49 Determinativo per afferrare: amm, hefa
D50 Ideogramma o determinativo in djba "dito".
D51 Variante orizzontale del precedente D50, può anche indicare la parola ant "unghia". 
D52 Determinativo di virilità, usato sia per gli uomini che per gli animali. Valore fonetico: mt.
D53 Dopo il Medio Regno il segno assunse le stesse funzioni del D52, mentre in epoca più antica, designava le funzioni dell'organo. 
D54 Ideogramma in ann "tornare indietro", sbha "far ritirare" etc.
D55 Ideogramma in ìw "venire". Determinativo nei verbi di moto.
D56 Ideogramma o determinativo in rd "gamba". Determinativo per i nomi di parti di gamba. Da altri nomi per "gamba e sue parti" derivano i valori fonetici pds, wart, sbk.
D57 Determinativo in iatj "essere mutilato" e parole connesse. 
D58 Fonogramma b.
D59 Fonogramma ab (esempio: ab "corno") 
D60 Ideogramma in wab "puro". 
D61 Ideogramma o determinativo in sah, "dito del piede", da cui il valore fonetico sah.
D62 Variante del precedente D61 (XVIII dinastia).
D63 Variante dei precedenti D61 - D62 (XVIII dinastia).

giovedì 15 gennaio 2015

Gli obelischi egizi

La parola “obelisco” deriva dalla parola greca ὀβελίσκος  (obeliskos), che significa “spiedo”. Indica un lungo blocco di pietra, di sezione quadrangolare, che, innalzandosi, si restringe e si trasforma in una piccola piramide: il pyramidion.
I pyramidion d’oro scintillante, in molti casi scomparsi, traggono la loro origine dalla pietra sulla quale Ra, il Dio Sole, comparve all'origine del mondo. Spesso eretti per festeggiare i giubilei dei faraoni, gli obelischi sono esclusivamente consacrati a Ra o alle divinità solari ad esso collegate (come Amon). L’idea della pietra innalzata verso l’alto è sicuramente precedente alle prime dinastie, ma bisogna aspettare la V dinastia (2.500 - 2.350 a.C.) e l’attrazione dei suoi Faraoni per le divinità solari per vedere apparire dei monumenti che assomigliano all'obelisco (teken egizio) che noi conosciamo.

L’obelisco più vecchio
Se questo obelisco esistesse ancora, si innalzerebbe al centro delle rovine del tempio solare di Abu Gurab, fatto costruire dal faraone Niuserra (2.453 - 2.420 a.C.) in onore di Ra: l’obelisco troneggiava al centro dello spazio antistante il tempio. Posato su uno zoccolo di 16 metri di altezza, il tozzo obelisco, murato e fabbricato con un solo blocco di pietra, misurava 36 metri di altezza. I suoi fianchi erano rivestiti da lastre incise di fine calcare. Fino al 1972 l’esistenza di obelischi monolitici non era testimoniata che da un unica iscrizione. Attentamente posizionato all’entrata di una tomba nella necropoli di Qubbat-al-Hawa (databile verso il 2.300 a.C.) il testo dice: “la grandezza del mio Signore (Faraone) mi ha mandato a costruire due navi al Paese di Ouaouat (la Bassa Nubia) per trasportare verso Nord due obelischi a Eliopoli”. Nel Nuovo Regno gli obelischi venivano posizionati uno sopra l’altro, una pratica che diventò più consueta durante il regno di Tothmosis III (1479-1425 a.C.). Questo faraone adorava gli obelischi come noi li conosciamo oggi: i testi raccontano che ne fece costruire uno di 57 metri di altezza: un record per l’epoca!

Eliopoli, la  città degli obelischi
E’ nel 1972 che venne scoperta, nella città del Dio Ra, la parte superiore di un obelisco con una dedica al Faraone Teti I, VI Dinastia (2.350 - 2.340 a.C.). Era la prova che erano esistiti obelischi monolitici fin dall’Antico Regno. Oggi Eliopoli conserva l’obelisco più antico rimasto in Egitto: tagliato nel granito per un altezza di 20 metri, fiancheggiava il tempio di Ra-Horakhty che Sesostri I (1.934 - 1.898 a.C.) fece costruire nella città di Ra. Altri due obelischi costruiti da Tothmosis II (1.492 - 1.479 a.C.) si innalzavano nella città: come altri, anche questi hanno poi lasciato la terra dei Faraoni.

Gli obelischi nel mondo
Gli obelischi hanno “viaggiato” molto: attualmente non meno di 25 obelischi provenienti dalla più lontana antichità sono disseminati nel mondo. Lo testimonia il seguente elenco (non completo):
  • Londra: Ago di Cleopatra; di Tothmosis II, proveniente da Eliopoli, poi da Alessandria, eretto nel 1.878 (21 metri).
  • Parigi: Place de la Concorde.
  • Roma: Piazza San Giovanni in Laterano; Piazza San Pietro; Piazza del popolo; Villa Cerimontana; Piazza dei cinquecento; Piazza della Rotonda; Villa Torlonia.
  • Firenze: giardino di Boboli.
  • Istanbul: obelisco di Thutmosi III, arrivato dall'Egitto nel 390 a.C., attualmente conservato all’Ippodromo.
  • Eliopoli: obelisco di Sesostri I.
  • Luxor: obelisco gemello di quello conservato a Parigi.
  • Karnak: due obelischi, quella della regina Hatshepsut (1.479 - 1.457 a.C.) e quello di Tothmosis III.
  • Assuan: obelisco incompiuto (42 metri, 1.000 tonnellate). Il monolite è pieno di fessure e per questo fu abbandonato in tempi antichi.


venerdì 9 gennaio 2015

La schiavitù nell'Antico Egitto

La società egizia dell’antico Egitto non era fondata sulla schiavitù, al contrario di quanto si potrebbe pensare. Tuttavia è vero, però, che i prigionieri di guerra e gli egizi di più umili condizioni potevano essere obbligati a svolgere compiti di ogni sorta.


Il termine “schiavo” deriva dal latino slavus, che significa “slavo”: in origine, infatti, alludeva ai numerosi slavi ridotti in schiavitù dalle popolazioni germaniche nel corso dell’alto medioevo. Nell'eccezione moderna, invece, uno schiavo è un individuo che viene considerato come proprietà altrui, e che pertanto non gode dei più elementari diritti. Partire da questa definizione è importante, perché non sempre è facile circoscrivere la nozione di schiavitù quando si parla dell’antico Egitto. Nel paese dei faraoni, infatti, alcune persone sottomesse ai voleri di un padrone potevano ciononostante possedere dei beni propri o, a loro volta, avere dei servitori. D’altra parte, vi erano uomini “liberi” i cui diritti erano tuttavia limitati. 

Liberi lavoratori
Una volta fatta questa premessa, è opportuno sfatare una sorta di mito tramandato per secoli fino ai nostri giorni: quello, cioè, secondo cui nell'antico Egitto faraonico pullulava di schiavi utilizzati soprattutto per costruire i suoi edifici monumentali. In realtà, almeno nel periodo in cui furono innalzate le grandi piramidi, cioè durante l’Antico Regno, non esistevano affatto la schiavitù. Le grandi opere architettoniche erano affidate a squadre scelte di architetti, astronomi e altri lavoratori altamente qualificati, i quali erano assistiti da operai e artigiani specializzati e consapevoli della sacralità insita nella loro attività. Ciò non toglie che in alcuni cantieri venissero utilizzati anche i prigionieri di guerra. Gli operai erano raggruppati in “sindacati” che osservavano regole ferree e che li proteggevano da eventuali abusi di potere. Un’incisione attribuita al faraone Micerino (IV dinastia) recita: “Sua Maestà vuole che nessun uomo sia costretto ai lavori forzati e che ognuno tragga soddisfazione del proprio lavoro”.


Prigionieri di guerra
Fu solo a partire dal Nuovo Regno, con le campagne militari condotte dai faraoni in Nubia e in Asia, che si verificò un aumento della manodopera di tipo servile. Schiavi stranieri provenienti dai paesi sconfitti venivano offerti come ricompensa ai soldati più valorosi, oppure donati ai templi o messi a servizio nelle dimore dei faraoni. A questi prigionieri di guerra si aggiungevano anche schiavi egizi. Questi potevano essere asserviti per periodi limitati, per esempio se dovevano ripagare un debito, o anche per tutta la vita, come accadeva ad alcune ragazze che vendevano se stesse per fuggire dalla povertà. 

Donne in schiavitù
Molte delle donne fatte prigioniere dagli egizi prestavano servizio nei magazzini dei templi, ma la maggior parte di esse lavorava come serva nelle case. La testa di queste ragazze veniva rasata, e rimaneva solo un ciuffo a “coda di porcellino”. Le prigioniere di guerra più belle erano destinate agli harem e ai palazzi signorili, mentre le meno seducenti entrano spesso a far parte del personale dei templi, come cantanti o danzatrici. I bambini non venivano mai separati dalle madri. In generale, sembra che queste donne possedessero alcuni beni e godessero anche di una certa libertà, come si evince da un antico componimento: “Vedete, i servi ora possono parlare. Quando la padrona comanda, i domestici non sono sull'attenti. Vedete, colei che non possedeva nemmeno una scatola ora possiede un scrigno, e colei che poteva guardarsi solo nell'acqua ora possiede uno specchio”. 

I “diritti degli schiavi”
Durante il Nuovo Regno, i compiti degli schiavi potevano essere i più diversi: occuparsi degli aspetti più duri del lavoro nei campi, svolgere mansioni non religiose nei templi, occuparsi di faccende domestiche o amministrative. A quanto sembra, però, il lavoro servile non costituiva un elemento fondamentale dell’economia del paese. A ogni modo, vi erano categorie di persone che erano proprietà di altri egizi, i quali potevano venderle, affittarle o lasciarle in eredità. Anche questi uomini, però, potevano avere dei diritti, sebbene limitati. Alcuni di loro possedevano case e servitori che venivano trasmessi di padre in figlio, erano sposati con donne libere e i loro figli non erano necessariamente degli schiavi. D’altra parte, se uno di essi fuggiva e veniva poi ritrovato, rischiava pene pesanti, che andavano dalle bastonate alla condanna a morte.

Un commercio ufficiale
Da un certo punto in poi, si sviluppò una sorta di commercio ufficiale degli schiavi, soprattutto a opera di mercanti siriani che offrivano manodopera servile reclutata a basso prezzo nel loro paese. Il valore di scambio di uno schiavo era di due deben d’argento per un uomo e quattro deben d’argento per una donna; l’acquisto era ufficializzato da un giuramento davanti a testimoni e registrato da un funzionario. Uno schiavo poteva anche essere venduto a giornata, a un prezzo piuttosto oneroso. Gli schiavi di origine straniera ricevevano dei nomi egizi. Tutti potevano affrancarsi rivolgendosi a un tribunale, e a volte potevano ottenere di cambiare padrone anche senza il consenso di quest’ultimo. Il modo più frequente per affrancarsi era comunque il matrimonio. Una testimonianza in questo senso è offerta da un testo conservato al Museo del Louvre di Parigi, secondo cui una donna libera di nome Takamenet sposò lo schiavo Amenyiu, che era un prigioniero di guerra di Thutmosi III e che finì con l’essere “adottato” dalla famiglia della ragazza.