martedì 12 gennaio 2016

Il culto di Seshat

Nell'antico Egitto non furono innalzati dei templi esclusivamente dedicati a Seshat, ma il culto di questa divinità si svolgeva nei maggiori santuari: oltre a contribuire idealmente alla loro costruzione, la dea della scrittura si adoperava senza posa per registrare gli eventi storici dell'intero paese.


Per diverse ragioni, la dea Seshat era considerata una figura molto vicina al faraone: nonostante le venissero dedicate poche festività ufficiali, era proprio negli ambienti regali che veniva invocata più di frequente. Infatti, secondo le credenze degli antichi egizi, molto diffuse anche a corte, Seshat interveniva concretamente e in prima persona nello svolgimento di parecchie funzioni legate alla sovranità: incoronazioni, giubilei e altre ancora.

Pochi templi, poche feste
Seshat non poteva contare su molti luoghi di culto a lei consacrati in via esclusiva. Sembrerebbe che il suo clero fosse originario della regione del Delta del Nilo e, più precisamente di Sais. È dimostrato comunque che la dea della scrittura era venerata a Menfi e, ovviamente, a Ermopoli, la città del dio Thot. Si tratta dunque di una di quelle divinità il cui culto veniva ospitato all'interno dei templi dedicati ad altre divinità a lei connesse, un fatto piuttosto frequente nell'antico Egitto. Lo stesso dio Amon accolse Seshat nel proprio tempio di Tebe, ed è appunto in quel santuario che il culto della dea raggiunse il massimo fervore. Le festività a lei dedicate rimanevano, comunque, eventi del tutto eccezionali.

Seshat, testimone delle gesta dei re
La dea era anche colei che assicurava al faraone fama e discendenza. Lo testimoniano le decorazioni del tempio funerario nella piramide di Pepi II, a Saqqara, le cui pareti sono decorate da straordinari bassorilievi. La scena rappresentata era un classico dell'arte funeraria egizia: la vittoria del faraone sui propri nemici. Pepi II è raffigurato nell'atto di trucidare alcuni avversari, mentre altri, in ginocchio, lo supplicano di accordare loro la grazia. Ai lati, è visibile il bottino di guerra. Al centro, ecco Seshat, seduta e intenta ad annotare gli avvenimenti a cui assiste. Alla dea, infatti, era attribuito la funzione di tenere il computo degli anni di vita del sovrano. Redigeva in questo modo le cosiddette "liste reali", fondamentali per ricostruire la cronologia dei regni egiziani.


Seshat e l'architettura
Seshat aveva un ruolo concreto nella costruzione dei templi voluti dal faraone: non a caso le si attribuivano conoscenze matematiche. Al faraone spettava l'iniziativa di disporre la realizzazione di un nuovo santuario, ma gli era indispensabile il supporto di Seshat per osservare tutte le prescrizioni rituali e le pratiche legate alla fondazione dell'edificio: per esempio, solo Seshat era in grado di stabile quale dovesse essere il corretto orientamento della costruzione. Quest'operazione dell'edificio veniva calcolata in base alla posizione delle stelle: il punto di riferimento era l'Orsa maggiore, la "coscia di Seth" che, secondo la mitologia, non doveva mai essere persa di vista! Per non sbagliare, il re disponeva di uno strumento di calcolo che aveva imparato a usare grazie agli insegnamenti di Seshat. La fase successiva consisteva nel segnare un tracciato sul terreno: la dea in persona, sotto le sembianze di una donna, aiutava il re a tendere una cordicella tra due picchetti;  in questo modo veniva stabilita la linea da seguire per scavare le fondamenta. Seshat controllava l'esattezza dei calcoli, assicurando la riuscita dell'atto creativo compiuto dal faraone, o almeno, così credevano gli egizi.

mercoledì 6 gennaio 2016

La vita e gli amori di Cleopatra VII

''L'incestuosa Tolomeide (...). L'empia sorella si sposa col fratello, già sposa del condottiero latino e,
 passando da un marito all'altro, possiede l'Egitto e si guadagna Roma''.
Lucano, Pharsalia, X, 68 e 357-359.


I versi di Lucano rappresentano il ritratto giunto fino a noi dell’ultima sovrana d’Egitto, che lussuriosa e disinibita incatenava il cuore di tutti gli uomini per arrivare al “trono” di Roma. Cleopatra è da sempre rappresentata come una capricciosa regina, e anche Dante la colloca tra i peccatori, ma era questa la sua vera natura?
Cleopatra VII era di stirpe macedone, discendeva del generale Tolomeo, amico fidato di Alessandro Magno, e che divenne poi il primo faraone della dinastia tolemaica, o lagida . Si dice di lei che era bella come nessun’altra e che fosse abile nell’arte della seduzione. In realtà oggi si pensa che non fosse tanto la sua bellezza ad attrarre gli uomini più potenti del mondo romano, quanto la sua voce melodiosa, che mista a una cultura senza pari, la rendevano molto più affascinante che graziosa. Infatti la sovrana tolemaica era capace di declamare i grandi autori greci a memoria, conosceva circa sette lingue e tra queste c’erano anche l’egizio, il latino e naturalmente il greco.
Tra i suoi uomini ci sono nomi come Cesare e Marco Antonio, personalità di grande spessore, che non solo condizionarono il tempo in cui hanno vissuto, ma anche la nostra modernità. Cleopatra sposò prima Tolomeo XIII per regnare sul trono d’Egitto dopo la morte di suo padre, quando poi cercò di deporla dal trono, Cleopatra scappò per radunare un esercito. Questa situazione creò naturalmente una guerra civile, che venne placata solo dall'intervento di Cesare, il quale li convocò entrambi ad Alessandria, ma poiché su Cleopatra esisteva una taglia, la regina preoccupata per la sua sorte, chiese al fedele Apollodoro di trasportarla fin da Cesare chiusa al sicuro in un tappeto. Si narra che questo stratagemma colpì così tanto il conquistatore romano che i due diventarono amanti la notte stessa. Arrivata ormai ad Alessandria e con il sostegno di Cesare garantito dalla loro relazione, Cleopatra abbandonò ogni paura sposando un altro fratello, Tolomeo XIV.
Cesare era arrivato in Egitto inseguendo Pompeo, il quale aveva dichiarato il conquistatore nemico della patria, in seguito alla campagna in Gallia. Cesare fu costretto perciò a tornare in Italia, i suoi nemici difatti tentavano di rovinarlo politicamente, però egli non si perse d’animo e ordinò una marcia forzata, attraversò il Rubicone e piombò a Roma, quando ormai i suoi avversari erano già fuggiti. Naturalmente la caccia a Pompeo gli aveva creato altri rivali, e il disfacimento interno dell'Egitto lo costrinsero a rimanere nella terra del Nilo per alcuni anni, nei quali intrecciò una lunga storia con Cleopatra, per poi ripartire alla volta di Roma. Dalla loro relazione nacque un figlio, Tolomeo Cesare, che venne ribattezzato con il vezzeggiativo di Cesarione. Questo bambino aveva una forte importanza per il popolo egizio, poiché garantiva l’aiuto romano attraverso il legame di sangue con il padre. Purtroppo, nel 44 a.C., Giulio Cesare venne assassinato e Cleopatra, che si trovava a Roma da due anni, fu costretta ancora una volta alla fuga. La morte di Cesare non solo significava la fine di un sentimento, ma anche la fine di un sogno. Difatti ambedue avevano fatto loro la visione di Alessandro Magno: un impero unito da Occidente a Oriente, dalle colonne d’Ercole all’India.
Gli anni che seguirono la morte di Cesare furono contraddistinti dalla guerra di Marco Antonio e Ottaviano contro i cesaricidi , che vennero inseguiti e uccisi fino all’ultimo. Alcuni autori antichi, tra cui Plutarco, raccontano dei vari sogni che Bruto fece a proposito di un fantasma che lo terrorizzava. In un'occasione in particolare, Bruto, facendosi coraggio chiese allo spettro chi fosse e cosa volesse da lui, e lo spirito rispose:

"Ci rivedremo a Filippi"

Durante la notte che precedette la battaglia di Filippi, Bruto tornò a sognare questo cupo fantasma. Ormai sconfitto dall'esercito di Marco Antonio e di Ottaviano, decise di togliersi la vita, e mentre era in procinto di uccidersi, rispose a chi lo esortava a fuggire:

"Fuga sì, ma questa volta con le mani, non con i piedi”

Lo spettro, forse quello di Cesare, aveva dunque ragione: In seguito alla battaglia Bruto non fu l'unico che si tolse la vita, Casca, che era stato il primo a trafiggere Cesare, si uccise e così anche Gaio Cassio, che si pugnalò con la stessa daga che aveva adoperato contro il "dittatore".
Questa ennesima guerra civile durò molti anni e portò di nuovo Roma sull'orlo dell’instabilità politica, a tal punto Marco Antonio e Ottaviano strinsero un accordo che prevedeva anche la presenza di un terzo uomo: Marco Emilio Lepido, un generale che era rimasto a guardia di Roma durante le battaglie contro le forze repubblicane . Tale contratto è ricordato come il Secondo Triumvirato  e prevedeva l’assegnazione dell’Oriente ad Antonio, l’Africa a Lepido e i restanti territori, inclusa Roma, a Ottaviano. Per suggellare tale patto Ottaviano propose ad Antonio di sposare sua sorella Ottavia, e ovviamente il generale accettò. Il problema era che tempo addietro Marco Antonio, durante una spedizione contro la Giudea, chiese a Cleopatra di incontrarlo a Tarso e da quel momento in poi erano divenuti amanti. Quindi il nuovo matrimonio di Antonio fece infuriare la fascinosa regina. Passata la tempesta Cleopatra diede tre figli al condottiero romano: Elios, Selene e Tolomeo. Purtroppo la presenza di Antonio in Egitto e il matrimonio che ne susseguì crearono non pochi dissensi a Roma. Infatti Ottaviano era da sempre alla ricerca di un motivo per dichiarare guerra ad Antonio, ottenendo così l’intero controllo del territorio romano. Quando furono consegnate le ultime volontà del condottiero, che contemplavano non solo il desiderio che i figli avuti da Cleopatra ereditassero i suoi diritti, ma anche il proposito di essere sepolto in Egitto, Ottaviano ebbe finalmente in pugno l’arma che tanto cercava. Rese pubblico il contenuto del testamento di Antonio e dichiarò guerra all’Egitto e a Cleopatra, ma non ad Antonio stesso, che era ancora molto amato a Roma, e visto che quella era la prova che la sua mente era stata annebbiata dalla meretrice egizia, bisognava appunto salvarlo dalle sue grinfie. Difatti è questo il motivo per cui ancora oggi Cleopatra è considerata una donna lussuriosa, ingorda e malvagia, perché Ottaviano, con l’aiuto del suo leale compare Mecenate, mise in scena una vera e propria campagna di denigrazione ai danni della regina, e nonostante siano passati duemila anni, è ancora oggi potente come all’epoca. La guerra tra Ottaviano e i due amanti si concluse con la battaglia di Azio, dove le forze egizie furono spazzate via da quelle del nuovo dittatore. In seguito alla battaglia Ottaviano invase l’Egitto e arrivò fino ad Alessandria. Non avendo scampo Antonio si tolse la vita, e così fece anche Cleopatra.

La Morte

Tutti noi abbiamo sentito parlare di come si uccise l’ultima sovrana d’Egitto, poiché la sua morte segnò anche la fine del regno faraonico. La leggenda vuole che Cleopatra si sia suicidata con il morso di un aspide, che nascosto dentro ad un cesto di fichi, decretò l’ultimo respiro della regina macedone. Tuttavia sono molte le cose che fanno pensare che l’animale usato per darle la morte fosse stato in realtà un cobra. Infatti  questo serpente è da sempre legato alla regalità egizia e agli dei stessi.


Articolo tratto dal libro Oltre il Gineceo di Antonietta G. Napoli

venerdì 1 gennaio 2016

Un faraone di nome Alessandro

Dopo aver subito per quasi un secolo la dominazione dei Persiani, l'Egitto accolse Alessandro Magno come un liberatore e un vero faraone. La leggenda voleva che il giovane re macedone fosse figlio di Nectanebo II, ultimo dei sovrani egizi.
Nel 332 a.C., mentre muoveva verso l'Egitto, Alessandro trovò un ostacolo imprevisto: era la città fortificata di Gaza, capitale dei Filistei, governata per conto del re persiano Dario da un eunuco di nome Bati. Durante l'assedio, il conquistatore macedone fu ferito a una spalla, ma alla fine riuscì ad avere la meglio sulla tenace resistenza del nemico e poté dare sfogo alla sua rabbia: fece uccidere tutti gli uomini della città, che fu rasa al suolo mentre le donne e i bambini furono venduti come schivi. Lo stesso Bati fu giustiziato in modo esemplare: Alessandro gli fece bucare un tallone per infilarvi un anello di bronzo, poi lo attaccò al suo carro lanciato a tutta velocità, trascinando il corpo ancora vivo dell'avversario. A quel punto, il re macedone era pronto a mettere in pratica quanto suggeritogli dai suoi consiglieri: "Re, prima di ogni altra impresa, ricordati di compiere sulla terra di Amon l'opera che da te ci si aspetta". Si mise in marcia, dunque, verso l'Egitto. Prima, però, fece caricare su una nave una grande quantità d'incenso che aveva trovato nei magazzini di Gaza, e lo inviò in Macedonia come regalo per il suo maestro, il filosofo Aristotele.
Alessandro in realtà fu spesso un re giusto, parsimonioso e capace, tuttavia le offese e i tradimenti scatenavano in lui una rabbia senza fine. Gaza non fu di certo la sola città ad offendere il re macedone, ci sono moltissimi esempi da fare: Tiro, la morte di Clito  o l'esecuzione del compagno d'armi, Filota. Nonostante la sua rabbia, sono molti di più i casi in cui Alessandro dimostrò una compassione e un senso di giustizia unici.

L'incoronazione di Alessandro
Per raggiungere Pelusa, situata alle porte dell'Egitto, sul ramo più orientale del Nilo, Alessandro impiegò solo sette giorni. Mentre la flotta procedeva lungo le coste, il re, alla testa della sua fanteria, seguì la via terrestre, da lui nettamente preferita a quella marittima. Alla fine, la flotta e l'esercito si riunirono a Eliopoli, la città del sole, non lontano da quella piana di Giza su cui si stagliavano le monumentali piramidi. Da lì, Alessandro mosse verso Menfi. Il suo ingresso in città fu trionfale: sfiniti dalla lunga dominazione persiana, gli egizi accolsero come un liberatore l'uomo che li aveva aiutati a disfarsi del giogo straniero.
Alessandro, però, non era solo un conquistatore, ma anche un abile uomo politico e un diplomatico accorto. Conoscendo l'importanza che la religione rivestiva in Egitto, volle per prima cosa rassicurare il clero. Oltretutto, divinità come Amon, Iside e Osiride non erano affatto sconosciute ai macedoni. Per placare sul nascere ogni possibile resistenza, perciò, il nuovo re si esibì in un gesto carico di significato religioso, assistendo al sacrificio del toro Apis. A quel punto, i sacerdoti fecero annunciare che il nuovo faraone, tanto atteso dopo quasi un secolo di dominazione straniera e dieci anni di trono vacante, era finalmente arrivato. Nel giorno stabilito, Alessandro fu incoronato re d'Egitto.
La cerimonia si svolse alla presenza delle sole persone autorizzate a entrare nel tempio di Ptah, il dio che presiedeva a ogni attività umana. Il gran sacerdote, assistito dai suoi numerosi servitori, spogliò Alessandro dei suoi abiti e lo fece ungere d'olio sacro nelle parti del corpo da cui si sprigionano la forza, l'intelligenza e la volontà. Poi, il nuovo faraone fu rivestito con abiti regali e ornamenti sacri, e invitato a sedersi sul trono di Ptah. A questo punto, indossò in successione tutte le corone che dovevano conferirgli la piena maestà: prima quella di Horus, poi quella di Amon-Ra adornata dal disco solare, e di seguito la corona bianca dell'Alto Egitto e quella rossa del Basso Egitto. Infine, sul capo del sovrano fu deposta la tiara reale che riuniva le due precedenti. Quando Alessandro ebbe in mano lo scettro e la croce della vita, attributi della sua regalità, un forte profumo d'incenso si sparse nel tempio. Intanto, i sacerdoti pronunciavano ad alta voce i nomi del faraone, gli stessi che sarebbero stati colpiti per l'eternità sulla pietra dei templi e di tutti gli edifici eretti durante il suo regno: "Re sparviero, principe della vittoria, re del giunco e dell'ape, amato da Amon, eletto dal dio sole, Alessandro, Signore del Doppio Paese e Signore della gloria, dotato di vita per sempre come il dio sole per il tempo infinito".


Alessandro figlio di Nectanebo II?
Uno dei motivi per cui gli egizi accolsero Alessandro con tanto calore è legato forse a una leggenda che fu alimentata, a quanto pare, dallo stesso re macedone. Secondo quanto si diceva, Nectanebo II, ultimo faraone indigeno dell'Egitto, si era recato in Macedonia nell'anno in cui sarebbe nato Alessandro: introdottosi furtivamente nella stanza di Olimpiade, madre del futuro conquistatore, assunse l'aspetto di Zeus-Ammone e giacque con la donna. Da quell'unione, dunque, nacque il futuro re, nonché futuro faraone d'Egitto. A rinforzare la leggenda contribuì il gesto rituale compiuto di Alessandro durante l'incoronazione: il bacio del nuovo sovrano all'effigie del suo predecessore fu interpretato come un segno d'affetto rivolto da un figlio al proprio padre; che in realtà altro non era che un'astuta mossa politica.

domenica 27 dicembre 2015

Ramses II e la giovane sposa hittita

La battaglia di Kadesh è sicuramente il più famoso conflitto della storia egizia, tutti noi conosciamo la storia dello scontro tra egizi e hittiti, e del famoso primo trattato di pace della storia che vi pose fine. Per suggellare tale patto ebbe luogo anche un matrimonio, un evento che avrebbe così portato pace e prosperità ad entrambi i popoli.


Il trattato di pace con gli hittiti aveva messo fine ad un lungo periodo di conflitti armati, ma bisognava ancora normalizzare i rapporti e renderli meno formali. Ci fu uno scambio di lettere e di regali, le famiglie reali chiesero notizie le une delle altre e si arrivò all'accordo fondamentale per il trattato di pace, cioè il matrimonio tra una principessa straniera e il faraone Ramses II.
Tuthmosis III aveva preso in moglie tre straniere, probabilmente figlie di capi siriani, per calmare gli ardori di quella regione bellicosa. Al fine di ratificare un importante trattato di pace con il regno dei mitanni, Tuthmosis IV aveva celebrato un matrimonio diplomatico con la figlia del re di questo Stato dell’Asia. L’anno 10 del regno di Amenhotep III, la figlia del re del Naharina si era recata in Egitto, accompagnata da una scorta importante, per unire il suo destino a quello del faraone, che organizzò altri matrimoni con straniere e annunciò questi felici eventi con diverse emissioni di scarabei.
Fin dal loro arrivo in Egitto a queste donne venne dato un nome egizio, cosicché se ne perdono le tracce. Probabilmente divennero dame di corte e a corte passarono anni felici, sempre che non soffrissero troppo di nostalgia della loro terra. Possiamo dire che sia degno di nota il fatto che questa diplomazia “da matrimoni” agì sempre a senso unico, dall'estero verso l’Egitto. Al re di Babilonia, che aveva dato in sposa la figlia ad Amenhotep III e chiedeva al faraone di mandargli una principessa egizia, quest’ultimo rispose in modo categorico: “Mai, dal tempo degli antichi, la figlia di un faraone è stata data a chicchessia”.
Ispirandosi a questi esempi famosi, Ramses II consolidò la pace nel vicino oriente sposando, quanto pare, una babilonese, una siriana e due hittite. Benché l’evento avesse ormai un carattere meno solenne che in passato, Ramses il Grande diede molto risalto al suo matrimonio dell’anno 34, probabilmente a causa della personalità della donna che avrebbe lasciato il rigido clima dell’altopiano d’Anatolia per andare a vivere in Egitto: si tratta della figlia di Hattusili, “grande capo” hittita, il principale avversario del faraone. Il trattato di pace dell’anno 21 era stato rispettato da entrambe le parti, ma i due monarchi convennero sulla necessità di metterlo in atto in modo definitivo e spettacolare. Da parte egizia si delineò una situazione non troppo favorevole agli hittiti. La potenza di Rames non aveva forse spaventato tutti i capi stranieri, e soprattutto quello dell’Hatti, il cui paese era desolato e in rovina, per tanto sua figlia sarebbe partita per l’Egitto con molti doni, oro, cavalli, decine di migliaia di bovini, capre e montoni. Tale mossa era sicuramente politica, chi avrebbe potuto opporsi così a Ramses, baluardo del suo paese, dispensatore di luce al suo popolo, saggio dalle giuste parole, coraggioso, vigile, a cui forniva ogni ben di dio? Per il re di Hatti, il corpo del faraone era fatto d’oro, il suo scheletro d’argento, Ramses era padre e madre di tutto il paese del Nilo e pertanto ne conosceva ogni segreto. Al grande capo hittita, non rimaneva dunque che inchinarsi davanti al faraone d’Egitto: “Sono venuto verso di te per adorare la tua perfezione, perché tu incateni i paesi stranieri, tu, il figlio di Seth! Mi sono spogliato di tutti i miei beni, mia figlia è davanti a te per offrirteli. Tutto ciò che ordini è perfetto. Ti sono sottomesso, come tutto il mio paese”. Anche se la situazione non fu così favorevole al faraone, è pur vero che il re hittita, al termine di una trattativa piuttosto lunga, accettò di buon grado di inviare sua figlia a Ramses, come pegno di pace.
Il viaggio non si annunciava facile: era inverno, bisogna superare zone montuose, passare attraverso strette gole e imboccare sentieri non tracciati prima di arrivare alla frontiera. Per di più, il corteo hittita, trovò il mal tempo, cosa che disturbò non poco la sua marcia. Fu Ramses, secondo il racconto egizio, grazie ad un offerta a Seth, a ristabilire condizioni climatiche normali. Il faraone inviò un corpo d’armata incontro alla sua futura sposa. Quando gli egizi e gli hittiti si incontrarono, finirono  gli uni nelle braccia degli altri, bevvero e mangiarono insieme, si unirono come fratelli evitando ogni disputa. Gli abitanti dei paesi attraversati da quell'insolito corteo non credevano ai loro occhi: vedere soldati hittiti e egizi allegramente mescolati gli uni agli altri, un dignitario esclamò: “Come è grande ciò a cui assistiamo oggi. La terra di Hatti appartiene al faraone così come l’Egitto. Il cielo stesso è posto sotto il suo sigillo”.
Dopo aver attraversato Canaan e costeggiato il Sinai, la principessa hittita arrivò finalmente a Pi-Ramses, la magnifica capitale di Ramses II. L’accolse il faraone in persona, e giudicò che la fanciulla avesse un bel viso e le mise il nome di Maathorneferure e le concesse un onore straordinario: una stele incastonata nel muro meridionale esterno del grande tempio di Abu Simbel. Vi si vedono sette Ptah ispirare Ramses mentre è venerato dal re hittita e da sua figlia.
La stele C284 del Louvre, scoperta a Karnak, è un documento curioso. Redatta durante la XXI o XXII Dinastia, è un lontano eco del matrimonio della principessa hittita con Ramses II. Vi sono, infatti, i diciassette mesi di viaggio di una bella principessa venuta da un lontanissimo paese, il grande Bakhtan, per scoprire l’Egitto. La terra di hatti era molto più vicina, ma il narratore calca un po’ la mano. Una grave preoccupazione tormentava la bella principessa: sua sorella Bentresh era ammalata e i medici del Bakhtan non riuscivano a curarla. Ci riuscirono, invece, la medicina e i medici dell’Egitto. Un medico tebano, inviato in consulto, fece una diagnosi inquietante: Bentresh era posseduta da un demone. Soltanto un dio quindi avrebbe potuto guarirla. Detto fatto: l’Egitto inviò nel Bakhtan la statua di Khonsu, un dio che svelava il destino e cacciava via gli spiriti erranti. La statua compii il suo dovere e Bentresh recuperò la salute. Tuttavia il principe del Bakhtan commise una scorrettezza, si rifiutò di restituire agli egizi la statua. Un sogno però gli fece cambiare idea: Khonsu gli apparve e gli ordinò di rimandare subito la statua nella terra del Nilo. Temendone la collera, il principe gli obbedì. Quanto alla principessa del Bakhtan, immagine poetica della figlia di un re hittita, si lasciò ammaliare dalla magia della terra dei faraoni;  stereotipo usato per ogni straniera in terra d’Egitto.

giovedì 24 dicembre 2015

I cartigli reali dei faraoni

L'inserimento del nome del faraone in una figura di forma ovale diede a Champollion la chiave per decifrare i geroglifici. Tale figura era un cartiglio reale.



Il cartiglio reale era una corda legata a forma di ellisse, al cui interno veniva scritto il nome del faraone. Il termine deriva dal francese cartouche: i soldati francesi, durante la spedizione in Egitto di Napoleone, lo chiamarono così perché la sua forma allungata richiamava quella delle cartucce dei loro fucili. Presto fu messo in relazione con l'uroboros, il serpente che si morde la cosa e che simboleggia un cerchio senza inizio né fine, e quindi l'idea di eternità e resurrezione. La sua importanza fu tale che molto oggetti vennero rappresentati con questa forma. Tuttavia, la principale utilità del cartiglio consisteva nella protezione del nome che vi era incluso; questa fu la regione per cui, volendo distruggere la memoria di un faraone, si distruggevano i cartigli con il suo nome. Era utilizzato anche per simboleggiare il controllo dell'Egitto sui suoi nemici, raffigurati come un cerchio con la testa umana e mani legate dietro la schiena. Il cartiglio non è altro che la forma allungata del segno chen, che permetteva quindi l'inserimento del nome del faraone e per proteggere quindi la sua figura. Il cartiglio era anche associato al sole e veniva decorato con elementi pieni di reminiscenze solari. Il sole e la sua rappresentazione erano un tema ricorrente,  simboleggiava il percorso del sole nell'universo. Durante il Nuovo Regno e particolarmente durante la XVIII dinastia, alcuni faraoni si fecero costruire la camera del sarcofago a forma di cartiglio. Persino il sarcofago di alcuni faraoni fu realizzato in nella stessa forma, come quello di Merenptah o quello di Ramses III, ciò serviva a donare protezione nell'aldilà e ad assicurare la resurrezione. 

mercoledì 16 dicembre 2015

Pepi II: il regno più lungo

Secondo la tradizione, questo faraone della VI dinastia regnò per più di novant'anni. Il suo regno segnò un cambiamento epocale: il passaggio dalla prosperità dell'Egitto dell'Antico Regno allo scompiglio del Primo Periodo Intermedio.
Una statuetta alta quaranta centimetri, esposta al Brooklyn Museum di New York, costituisce forse l'unica rappresentazione disponibile della più importante figura della VI dinastia egizia: il faraone Pepi II. Seduto sulle ginocchia della madre, la regina Ankhnesmeryre, il futuro sovrano ha il corpo esile di un ragazzo ma il volto di un adulto, quasi di un anziano. In questo modo, forse, l'artista volle conferire una maggiore solennità al ritratto del giovane principe. È anche possibile, tuttavia, che questa scelta sia stata dettata dalla necessità di ricordare che quello di Pepi II fu il regno più lungo di tutta la storia dell'Antico Egitto.

Faraone a sei anni
Secondo alcuni studiosi, il regno di Pepi II durò settant'anni, una lunghezza che sarebbe giù riguardevole; secondo la tradizione, invece, si prolungò addirittura fino al novantaquattresimo anno di regno, il che significa che il sovrano sarebbe stato un centenario, essendo salito al trono alla tenera età di sei anni. Se si considera che l'Antico Regno abbracciò un arco di tempo pari a circa cinque secoli, il regno di Pepi II, da solo, ne avrebbe monopolizzato uno intero.
Figlio di Pepi I e fratellastro di Merenra, al quale succedette, Pepi II fu il quinto faraone della VI dinastia, che regnò tra il 2460 e il 2200 a.C. L'Antico Regno era allora al suo apogeo: il potere centrale poggiava su basi molto solide ed era detenuto dal faraone, un monarca assimilato a un dio. Questi irradiava la propria autorità incontestata su tutto il paese e il popolo viveva in pace, abbondanza e prosperità.

Il regno più potente del mondo
Il regno sul quale il giovane Pepi II si apprestava a governare era uno dei più potenti, se non addirittura il più potente del mondo di quell'epoca. Menfi, capitale dell'Egitto all'epoca, era una magnifica città ricca di splendidi palazzi, templi e santuari. I sovrani delle dinastie precedenti si erano rivelati artefici di costruzioni di grande genio: Cheope, Chefren e Micerino, infatti, avevano fatto erigere i più incredibili monumenti del mondo, cioè le tre grandi piramidi dell'altopiano di Giza. I loro successori continuarono su questa strada: è vero che le piramidi costruite successivamente non ebbero la stessa maestosità delle tre precedenti, ma è vero anche che furono costruiti edifici particolarmente imponenti e dalle proporzioni perfette. Vicino a Menfi, nelle necropoli di Saqqara e di Abusir, sono allineate le "mastabe, splendide tombe fatte costruire da nobili e dignitari per il loro viaggio nell'eternità e adornate da magnifiche decorazioni: dei veri gioielli architettonici. Sul fronte esterno, l'Egitto era temuto e rispettato. Anche il commercio era florido, e furono fondate delle colonie in Nubia, una terra che da sempre affascinava i sovrani egizi, sensibili al miraggio dei "paesi del sud". La Nubia, infatti, era una regione meravigliosa, un vero paradiso terrestre da cui le carovane tornavano cariche di oro, pietre preziose, legni pregiate e unguenti. Gli stessi abitanti della zona, i nubiani, erano uomini eccellenti e fornivano soldati di prima scelta all'esercito egizio.



Un malessere strisciante
Tutti questi elementi positivi, benché reali, rispecchiavano di fatto solo la superficie delle cose. Nel frattempo, infatti, andava insinuandosi un sentimento di inquietudine che sarebbe arrivato a erodere le strutture del paese: poco visibile all'inizio, si sviluppò in modo insidioso con il passare degli anni, andando a minare le fondamenta stesse dello Stato. La lunghezza del regno e l'età avanzata di Pepi II non fecero che aggravare il fenomeno: man mano che il sovrano invecchiava, la sua autorità diminuiva; si avvicinava il momento in cui non sarebbe più stato in grado di reagire a eventuali rivolte. Segnali di questo malessere apparvero tra i nomarchi, i potenti governatori delle province. Molti di questi, pur continuando ad applicare le direttive del potere centrale, si allontanavano in maniera impercettibile dall'influenza del sovrano. Indizio rivelatore di questo progressivo allentarsi dell'autorità del faraone era il fatto che alcuni di questi potenti dignitari preferivano farsi seppellire nel proprio feudo piuttosto che scegliere un luogo di sepoltura vicino a quello del sovrano. Sempre più spesso, inoltre, i nomarchi cercano di trasmettere la carica ai propri discendenti, rendendo la funzione ereditaria e conservando le ricchezze nelle mani della propria famiglia. Alcune corti locali, come quella del nomarca di Abydos, arrivarono a competere per fasto e magnificenza con quella del palazzo del faraone a Menfi.



Il potere reale si indebolisce
Preoccupato di mantenere la lealtà di quegli uomini che sentiva allontanarsi, e man mano che invecchiava, Pepi II si mostrò sempre più incline a riconoscere loro alcuni privilegi. Ad esempio, concedeva ad alcuni templi i benefici legati alle terre o ai domini che a lui appartenevano. Per il fatto di essere molto vicino alla Nubia, invece il nomo di Elefantina fu dotato di uno statuto speciale. Benché agli occhi di tutti il faraone continuasse a mantenere l'immenso prestigio della propria carica, iniziative di questo tipo non facevano che indebolire il suo potere, provocando allo stesso tempo il malcontento e la gelosia di coloro che si ritenevano dimenticati o insufficientemente ricompensati. Da tutto ciò derivò una situazione di forte squilibrio politico ed economico: alcune province, più ricche di altre, acquisirono una certa autonomia, il che frammentò e ridusse ancora di più l'importanza del potere centrale. 
Alla morte di Pepi II, l'Antico Regno stava affondando: il potere reale crollò e si frantumò, inizialmente in modo piuttosto impercettibile, poi sempre più velocemente. Partito nell'opulenza e nello splendore, il regno più lungo della storia d'Egitto si concluse in una situazione di crisi che preludeva agli anni travagliati del Primo Periodo Intermedio.


Leggi anche: La lettera di Pepi II a Herkuf: un nano fortunato.

giovedì 10 dicembre 2015

Il culto di Ammit

Ad Ammit non erano dedicate cerimonie di culto, né le furono consacrati dei templi. In compenso, "la grande divoratrice" era oggetto di un vero timore reverenziale da parte degli egizi: è in questa chiave, dunque, che possiamo comprendere il rapporto che legava gli uomini dell'epoca a questa civiltà.



Gli abitanti dell'antico Egitto avevano sempre ben presente il ruolo che Ammit svolgeva nel corso del giudizio finale, eppure non dedicarono a questa divinità né templi né cerimonie particolari. Si tratta di una contraddizione solo apparente; di fatto, gli egizi erano consapevoli che la "grande divoratrice" era un nemico da evitare e affrontare al tempo stesso: a questo scopo, elaborarono una vera e propria strategia racchiusa nel celebre Libro dei morti, l'unico vero "antidoto" contro l'insaziabile appetito della feroce creatura.

Uno strumento di protezione
Il Libro dei morti consisteva in un'immensa raccolta di formule magiche e di immagini destinate a rinforzare l'effetto degli incantesimi. Secondo gli egizi, la semplice presenza di questi testi nelle tombe proteggeva i mortali dagli effetti del decesso e permetteva ai defunti di affrontare al meglio la delicata fase di passaggio al regno di Osiride. Per questo, la raccolta di formule era detta anche Libro dell'uscita alla luce del giorno. Tra i diversi incantesimi ve n'era uno di origine antichissima che serviva a impedire ad Ammit di gettarsi sulla sua possibile preda: si chiamava "Dare al proprio cuore una buona coscienza", e permetteva a un cuore carico di colpe di alleggerirsi in vista del giudizio finale. È difficile stabilire se gli egizi vedessero in questa pratica una sorta di inganno perpetrato ai danni di Osiride o, al contrario, una manifestazione di misericordia da parte del dio dei morti. Di fatto, la possibilità degli uomini di redimersi all'ultimo minuto non intaccava il ruolo della grande divoratrice, che consisteva essenzialmente nel dissuadere i mortali dal compiere azioni malvagie e nel convincerli a vivere secondo maat, vale a dire secondo giustizia. Troppo forte e temuto, infatti, era il rischio di cadere tra le fauci della mostruosa creatura. Per inciso, si può notare che le stesse "opere di misericordia" introdotte più tardi dal cristianesimo evocano alcuni dei precetti positivi cui già gli egizi si attenevano per scampare alla dannazione eterna.

"Opere di Misericordia" nell'antico Egitto
È possibile che i testi religiosi egizi abbiano ispirato quelli cristiani? I precetti che seguono, che ricordano quasi alla lettera alcuni insegnamenti del cristianesimo sembrano dimostrarlo: "Ho dato il pane agli affamati e da bere agli assetati. Ho vestito chi era nudo. Ho fatto attraversa il fiume a chi non aveva una barca. Ho sepolto chi non aveva figli". Anche secondo gli egizi, gli uomini che compivono queste buone azioni non dovevano temere il giudizio divino.

Ammit nelle tombe
In teoria, dato che Ammit era già presente nel Libro dei morti, gli egizi non avevano bisogno di raffigurarla una seconda volta nelle tombe. Diverse sepolture dell'epoca, però, fanno eccezione a questa regola, poiché presentano immagini dell'essere infernale dipinte sulle pareti. Una di queste si trova nella necropoli di El-Khokha, nella regione tebana: nella tomba di Nefersekeru, Ammit è raffigurata mentre è in attesa dell'esito della pesatura del cuore di un defunto. Una rappresentazione analoga si trova nella tomba di Bannentiu, in un'oasi del deserto occidentale chiamata Bahariyah, e si potrebbero citare anche altri esempi. Certamente, perché un mortale osasse far rappresentare Ammit sulle pareti della sua sepoltura doveva essere sicuro di possedere un cuore puro. Diversamente, non gli restava che affidarsi alle formule magiche.

Dea o concetto divinizzato?
Grazie ai benefici poteri del Libro dei morti, dunque, Ammit costituiva più una sorta di spauracchio che una reale minaccia. Va detto, peraltro, che l'essere in questione non veniva neanche considerata una divinità in senso stretto. Per gli egizi, si trattava più propriamente di un concetto divinizzato, proprio come Maat, l'altra grande protagonista del giudizio, ma a differenza di Ammit, la dea della verità e della giustizia, era una divinità a tutti gli effetti. Se quest'ultima incarnava la rettitudine, la mostruosa creatura dalle fauci di coccodrillo rappresentava la lotta al male, colei che impediva ai cuori impuri di accedere alla vita eterna. Verso l'anno 1000 a.C., poi, gli egizi cominciarono a vedere in Ammit anche una sorta di figura materna: spingendo i mortali a rifuggire le azioni malvagie, infatti, questa entità divina permetteva loro di accedere a una seconda vita, quindi di rinascere. Questo modo di interpretare la figura di Ammit spiega come mai gli egizi non ritennero opportuno dedicarle templi, cappelle o altari, e come mai non esistesse un clero a lei consacrato. Il culto della "grande divoratrice", infatti, si esprimeva nell'intimo di ciascun uomo, prendendo la forma di quel timore reverenziale con cui ognuno si preparava ad affrontare il giudizio del tribunale divino.


Ammit a Deir el Medina
Come abbiamo visto, la maggior parte delle immagini di Ammit a noi note si trova nei rotoli di papiro del Libro dei morti, tuttavia, sono state ritrovate anche delle raffigurazioni in bassorilievo. La più celebre è nel tempio di Hathor, a Deir el-Medina. Qui, ricordiamo, si trovava il villaggio degli artigiani che realizzarono le tombe della Valle dei Re: molte delle sepolture locali sono decorate con raffigurazioni ispirate al Libro dei morti, in cui Ammit è sempre presente. All'interno del tempio, nella cappella di Amon-Sokar-Osiride, spicca un grande bassorilievo che descrive il rito della psicostasia: mentre il defunto pronuncia la sua confessione negativa davanti a Maat, gli dei Horus e Anubis controllano la pesatura dell'anima e Thot ne registra il risultato; Ammit, che volta loro le spalle è seduta davanti a Osiride; tra lei e Thot, si nota l'inconsueta presenza di un personaggio seduto su una croce ankh: dal ciuffo infantile, sembrerebbe trattarsi di Harprocate, L'Horus bambino. Da quel momento in poi si decide la sorte dell'anima del defunto.

giovedì 3 dicembre 2015

La famiglia di Amenhotep III

Amenhotep III è stato uno dei più importanti faraoni non solo del Nuovo Regno, ma della storia egizia in generale. Grande costruttore, innovatore e faraone di rara grandezza, plasmò l'Egitto secondo il proprio volere. Costruì una nuova dimora a Malqata, sulla riva ovest del Nilo rispetto a Tebe, iniziando così quel distacco dal clero tebano che poi condusse suo figlio Akhenaton a quella famosa "eresia" che tutti noi conosciamo. Di Amenhotep e di suo figlio, così come di suo padre Thutmosis IV e di suo nonno Amenhotep II, si è scritto di tutto e tanto, ma chi erano gli atri membri della sua famiglia?


Tiaa
Moglie di Amenhotep II e madre di Thutmosis IV. Diversi monumenti a Giza, Tebe e nel Fayyum sono riconducibili a lei, incluso del materiale usurpato alla suocera: Meryetra-Hatshepsut. Venne sepolta nella tomba KV32 (Amenhotep II), dove sono stati trovati diversi resti del suo corredo funerario. Per molto tempo si è creduto erroneamente che ella fosse la madre del faraone Siptah (XIX dinastia).

Mutemuia
Moglie di Thutmosis IV e madre di Amenhotep III, nel tempio viene mostrata la divina nascita di suo figlio. Una statua che la raffigura è oggi conservata al British Museum, proveniente forse dal suo tempio funerario. Mutemuia è presente anche sui Colossi di Memnon e nella tomba di Heqareshu (TT226), dove è raffigurata in compagnia del figlio.



Ty
Moglie di Amenhotep III, la loro unione viene commemorata in una serie di scarabei detti del "matrimonio"; madre di Akhenaton e di diversi principi e principesse reali, figlia di Yuya e Thuju. Conosciamo moltissimi reperti che la ritraggono con suo marito e anche diverse statue individuali. Ty venne raffigurata nelle tombe di Userhat (TT47), Kheruef (TT192) e Huya (TA1). Alcuni suoi ushabti vennero ritrovati nella tomba di Amenhotep III. Tuttavia alcuni indizi indicano che fu sepolta dapprima ad Amarna e poi nella KV55. Una ciocca dei capelli di Ty è stata ritrovata all'interno di un sarcofago in miniatura del re Tutankhamon. Sembra molto impobabile che la sua mummia sia quella ritrovata all'interno del nascondiglio nella tomba di Amenhotep II e che oggi viene chiamata "la dama anziana".

Thutmosis, principe.
Figlio maggiore di Amenhotep III, sappiamo dal del materiale conservato a Saqqara che egli fu il primo sacerdote di Memphis. Una sua piccola statua è custodita al museo del Louvre, mentre una sua immagine mummiforme è conservata a Berlino, e infine, al Cairo, è conservato il sarcofago di un gatto che reca il suo nome. Probabilmente il principe morì durante la terza decade del regno di suo padre.

Nebetiah
Figlia di Amenhotep III, è stata raffigurata sui colossi di Medinet Habu.

Sitamun
Moglie e probabile figlia di Amenhotep III, è raffigurata su una stele della sua nutrice, Nebetkabeny, proveniente da Abydos e su una sedia (leggi articolo) proveniente dalla tomba dei suoi nonni materni, Yuya e Thuju, mentre, come moglie del re, è raffigurata su un disco oggi conservato ad Oxford. Probabilmente morì tra i trenta e i trentacinque anni.

Iset
Figlia di Amenotep III e di Ty, venne rappresentata come moglie di suo padre su una statua oggi appartenente alla collezione G.Ortiz, di lei ci resta anche una placca di corniola, oggi conservata al Metropolitan Museum of Art di New York.

Henuttaneb
Figlia di Amenhotep III e Ty, è raffigurata insieme ai suoi genitori e alle sue sorelle nel tempio di Soleb e sui colossi del tempio di Medinet Habu. Viene menzionata su una stele proveniente da Malqata.

Baketaton
Figlia più giovane di Amenhotep III e Ty, raffigurata insieme alla madre nella tomba di Huya ad Amarna. Una statua della principessa venne ritrovata in un'altra zona della stessa tomba.


Nefertiti: leggi articolo, clicca QUI.

Kiya
Moglie di Akhenaton, e convenzionalmente creduta figli di Tushratta, re dei Mitanni. Il suo nome è stato ritrovato su vari blocchi originari di Amarna, su dei vasi canopo e su altri reperti che vennero usurpati dalle figlie di Akhenaton. Probabilmente è anche la madre di Tutankhamon.

Principesse amarniane: leggi articolo, clicca QUI.


Articolo basato sul libro di Aidan Dodson e Dylan Hilton: The Complete Royal Families of ancient Egypt - edito da Thames & Hudson

mercoledì 25 novembre 2015

Il culto degli antenati nell'antico Egitto

Fra i popoli dell'antichità gli egizi furono certamente coloro che attribuirono maggiore importanza al culto dei morti. Non sempre, però, le mille attenzioni rivolte agli antenati erano disinteressate...
In un certo senso, si può dire che se gli antichi egizi riservavano così tante attenzioni ai loro cari estinti era anche per un tornaconto personale. Di fatto, secondo le credenze dell'epoca, la vita dei defunti proseguiva nell'aldilà: qui gli antenati conservavano la propria personalità e la capacità di interferire nell'esistenza dei vivi, attirando su di loro la benevolenza degli dei; come dimostra una lettera ad un defunto ritrovata nella tomba di Sanekhenptah a Saqqara  e datata alla VI dinastia:

"(...) Il tuo cuore si manterrà freddo riguardo ad essa (la casa di famiglia)? Sarebbe meglio che tu portassi via chi è qui accanto a te, piuttosto di vedere tuo figlio calpestato dal figlio di Isesi. Svegli a tuo padre Ii (...) Alzati contro di loro insieme ai tuoi padri, i tuoi fratelli e i tuoi amici, abbatti Behesti e Ananekhi (coloro che occupavano illegittimamente la casa) (...)".

Letteratura e poesia dell'antico Egitto - Edda Bresciani - Einaudi, pag. XXXII


Gli "spiriti efficaci di Ra"
Per gli egizi, alcuni avi particolarmente importanti erano degni di un vero e proprio "culto degli antenati". Se questi personaggi illustri non erano di stirpe reale, le celebrazioni a loro dedicate di svolgevano nelle abitazioni private, piuttosto che nei templi. Nel villaggio degli artigiani di Deir El-Medina, a ovest di Tebe, sono stati ritrovati degli altarini per le offerte e delle stele commemorative. Si è potuto così appurare che alcuni defunti si meritarono l'appellativo di akh iker n Ra: "spiriti efficaci di Ra"; in questo modo, si sottolineava che questi morti erano di grande aiuto per i vivi, poiché intercedevano per loro presso il dio solare. I morti, infatti, avevano la facoltà di librarsi in volo fino alla barca sacra di Ra e di accompagnare il dio nel suo viaggio celeste. Ecco perché era così importante assicurarsi il loro favore. Un testo dell'epoca dice a questo proposito: "Divieni un akh per me, davanti ai miei occhi, perché in sogno io possa vederti lottare per me. Allora io deporrò delle offerte per te...". Nella maggior parte dei casi, i figli erano tenuti a seppellire i propri padri e a onorarli. Il culto funerario, e dunque il compito di rinnovare le offerte indispensabili alla "sopravvivenza" del defunto, erano affidati invece a persone appositamente incaricate o alla buona volontà della gente di passaggio.

Lettere per i morti...
Come abbiamo visto i parenti del defunto non mancavano di rivolgere a quest'ultimo delle preghiere e di scrivergli delle vere e proprie lettere. Se, infatti, i morti potevano intervenire nelle questioni che riguardavano i vivi, era necessario comunicare con loro. Come? Semplicemente, indirizzando loro una lettera: dopo aver precisato il nome del mittente e quello del destinatario, si sceglievano le formule più adatte per rivolgersi al morto e si inviava il tutto al suo domicilio, cioè alla sua tomba o al suo feretro. A volte le lettere erano redatte su fogli di papiro o su tele di lino, ma il più delle volte venivano scritte direttamente sui vasi di terracotta che contenevano le offerte. Le lettere più antiche risalgono all'Antico Regno, ma il loro utilizzo divenne più frequente soprattutto negli ultimi secoli del III millennio. Al defunto si chiedeva di intervenire per aiutare la guarigione di un malato, per regolare una questione legata all'eredità o anche di vigilare sui suoi discendenti. Per assicurarsi questo aiuto, l'autore della lettera faceva spesso riferimento alla propria bontà e alla propria diligenza: per esempio, ricordava di aver prestato molta attenzione a pronunciare con cura una formula piuttosto che un'altra durante il rito funebre. In certi casi, però, si ricorreva anche a delle velate minacce. Nella cosiddetta "coppa di Kau", un figlio ricorda alla madre tutto l'impegno profuso nel soddisfare il suo desiderio di mangiare sette quaglie. Come poteva permettere, allora, che suo figlio venisse offeso in sua presenza? Se le cose stavano così, continuava l'autore della lettera, nessuno le avrebbe più garantito il culto funerario. Ovviamente, i vivi non si aspettavano di ricevere delle lettere di risposta dai morti. Speravano, però, che il defunto si manifestasse in sogno per esaudire le loro suppliche.

Rimproveri e maledizioni
A volte, proprio perché conservavano la loro personalità anche dopo il decesso, i morti erano accusati dai vivi di qualche misfatto e rimproverati a dovere, è il caso di quell'uomo che cercò di suscitare la vergogna di un defunto giudicandolo responsabile di un crimine e invitandolo a non commetterlo di nuovo. O, ancora, di quel marito che si lamentava perché la sua sposa lo perseguitava dall'aldilà, invocando il tribunale dell'altro mondo affinché giudicasse fondata la sua lamentela. I morti che venivano sospettati di tormentare eccessivamente i vivi, per esempio portando loro delle malattie, così come i vampiri e gli altri spiriti malvagi nella storia, correvano il rischio di vedere distrutta la loro tomba e il loro nome; questo equivaleva alla loro morte nell'aldilà, cioè a una scomparsa definitiva. È proprio per questo motivo che, alla morte di Akhenaton, i suoi monumenti furono distrutti in tutto l'Egitto: bisognava cancellare ogni tracci di quel sovrano che aveva cercato di imporre al paese una nuova religione. Nei casi estremi, per eliminare i defunti ostili, i vivi ricorrevano anche alle maledizioni o all'esorcismo. Per allontanare o eliminare i nemici del defunto, gli egizi ricorrevano a volte a delle tavolette che servivano a esorcizzare il pericolo: dopo avervi trascritto una formula che conteneva i nomi dei nemici, le rompevano e le bruciavano seguendo un apposito rituale. Alcune di queste tavolette sono state ritrovate piene di chiodi, il che evoca la futura stregoneria. In tempi più antichi, le stesse iscrizioni comparivano su delle coppe: come descritto nei Testi delle piramidi e nei Testi dei sarcofagi, la rottura di questi oggetti poneva fine al banchetto funebre.

Lettera a una sposa defunta
Su un papiro datato al XIII secolo a.C., un ufficiale di carriera si rivolge alla sua defunta sposa con queste parole:
"All'eccellente spirito di Ankhiry! Quale misfatto ho compiuto nei tuoi confronti per cadere nel triste stato in cui mi trovo? Cosa ti ho fatto? Ma ecco quel che hai fatto tu: hai messo la mano su di me benché io non avessi commesso nessuna cattiva azione contro di te (...). Rivolgerò una lamentela contro di te, con le parole della mia bocca, davanti all'Enneade divina dell'aldilà e si vedrà chi di noi due ha ragione (...). Ti ho sposato quando ero un ragazzo (...) ero con te, non ti ho lasciata, ho evitato che il tuo cuore soffrisse. Ho agito così (...) quando svolgevo funzioni importanti per il faraone (...) ed ecco che tu impedisci al mio cuore di essere felice".

venerdì 20 novembre 2015

La tomba di Akhenaton

Il faraone Amenhotep IV, meglio noto come Akhenaton, fu il primo sovrano nella storia a instaurare una religione pseudo-monoteista. Le circostanze della sua morte sono ancora da chiarire, dato che la mummia reale non è stata ancora ufficialmente ritrovata, nonostante i test del DNA recentemente eseguiti dall'equipe del Dott. Hawass. L’esame della sua tomba, però, ha permesso di svelare qualche mistero. Amenhotep IV lasciò un segno indelebile nella storia dell’antico Egitto, arrivando a sfidare persino il clero tebano: si può dire, infatti, che egli fu il primo vero rivoluzionario della storia. Probabilmente era un bambino gracile, forse epilettico e soggetto a strani sogni: non particolarmente amato dal padre, fu educato dalla madre e circondato dal timore reverenziale che incuteva il clero di Amon. A soli quindici anni, alla morte del padre Amonhotep III, il ragazzo divenne faraone con il nome di Amenhotep IV: probabilmente regnò sull'Egitto dal 1372 al 1354 a.C. circa, e sposò la famosissima Nefertiti. Nei primi quattro anni di regno, il nuovo re si attenne al culto dei padri e venerò tutti gli dei del Pantheon egizio, tanto che il suo nome di incoronazione era appunto Amenhotep, che vuol dire: “Amon è soddisfatto”. Queste almeno sono le cose che gli egittologi hanno sempre creduto su questa controversa figura, ma non ci sono certezze su cui basare queste ipotesi.

Il mistero della morte di Akhenaton
Se ancora oggi la sua vita è per noi un'incognita, possiamo solo immaginare quante cose noi egittologi ignoriamo sulle circostanze della morte di Akhenaton. Alcuni pensano che sia stato assassinato, ma finora non ci sono prove a sostegno di questa ipotesi. Persino la mummia del faraone eretico e della sua sposta Nefertiti sono per noi archeologi un punto interrogativo. Come se non bastasse, i nemici di Akhenaton si accanirono contro le effigi del sovrano defunto, nell'intento di cancellare ogni suo ricordo dalla storia dell’Egitto: sono pochi, infatti, i suoi ritratti dipinti o scolpiti giunti fino a noi. Il nome del re venne cancellato anche dai documenti, e divenne proibito persino pronunciarlo. Per di più, dopo la morte di Akhenaton, i sacerdoti e i sostenitori delle vecchie credenze obbligarono forse il suo successore Tutankhamon a evacuare la città di Akhetaton per tornare a Tebe. Oggi, a Tell el Amarna, rimangono solo le tombe dei nobili che servirono Akhenaton, come Huia, il suo tesoriere e ciambellano della regina. Le scene dipinte in questi monumenti sono ricche di fascino, e danno un’idea di quella che doveva essere la vita quotidiana nell'effimera città di Aton.

Le tombe reali di Tell el Amarna
Nulla lo conferma con certezza, ma è probabile che le spoglie di Akhenaton siano state trasferite a Tebe durante il regno di Tutankhamon. Tale idea è alla base del riconoscimento di Akhenaton nella mummia ritrovata all'interno della KV55. Nel 2010 il Dott. Hawass diede il via ad una vera e propria caccia al DNA di Akhenaton e dei suoi parenti, confermando l’ipotesi precedente; tuttavia nulla è certo, poiché molti studiosi nutrono forti dubbi sulla legittimità di questi esami. Inizialmente, il sovrano fu certamente sepolto nella sua capitale, anche se in questa prima tomba sono stati trovati solo pochi resti del loculo originale (in parte ricostruito nel cortile del Museo egizio del Cairo). Quanto alla mummia di Nefertiti, nel tempo, sono state fatte diverse ipotesi, tra cui quella della "Giovane Dama" ritrovata all'interno della KV35, successivamente smentita. Personalmente sono dell'idea invece che la mummia di Nefertiti si trovasse si in quella tomba, ma che in realtà altro non sia che quella della "Dama anziana", tale ipotesi però è basata solo su mie considerazioni personali e non supportata da prove concrete. A Tell el Amarna sono state rinvenute due necropoli, una a nord e l’altra a sud della città di Aton, scavate e studiate nel 1891 da Eugenio Barsanti. La tomba vuota di Akhenaton è situata in una zona poco distante dalla città, ed è orientata verso est, cioè nella direzione in cui sorge Aton. Tutte le sepolture reali nella Valle dei Re, invece, sono orientate verso ovest, il punto cardinale che gli egizi associavano tradizionalmente all'aldilà. Anche la forma rettilinea dell’ultima dimora del re è anomala rispetto alle usanze dell’epoca. Doveva trattarsi, in ogni caso, di un monumento imponente: dopo alcune scalinate, vi è un largo corridoio lungo ben ventotto metri che si affaccia su un pozzo; vi è poi un immensa camera funeraria e una sequenza di sei sale e anticamere. Nella camera mortuaria principale sono stati ritrovati dei frammenti del sarcofago di Ty, probabile testimonianza del fatto che anche la regina madre fu sepolta all'inizio in questo luogo. Tale informazione apre uno scenario molto importante: nella KV55 furono ritrovati alcuni resti del corredo funebre della regina Ty, pertanto è possibile immaginare che madre e figlio siano stati poi trasferiti insieme nella tomba nella Valle dei Re e di conseguenza, la mummia ritrovata all'interno potrebbe veramente appartenere ad Akhenaton.
All'ingresso della necropoli amarniana, invece, gli archeologi hanno scoperto tracce della titolatura reale di Akhenaton e frammenti del suo sarcofago. Altre prove della presenza delle spoglie reali in questo monumento funerario sono costituite dai resti di un dipinto raffigurante i funerali del re, anche se secondo il mio punto di vista i funerali riprodotti non sono quelli di Akhenaton, ma quelli di Nefertiti, divenuta coreggènte del marito con il nome Ankheperura Smenkhara, così facendo, dopo la sua morte, Akhenaton assimilò il nome della moglie (Smenkhara) al proprio, ed ecco perché questo nome viene reso al maschile o al femminile. Inoltre il Dr. Barry Kemp ha recentemente ritrovato un anello in cui sono stati incisi i nomi di Tutankhamon, Akhenaton e Smenkhara, forse altra prova a sostegno della mia ipotesi. Di conseguenza, è possibile ipotizzare, che Akhenaton abbia voluto far rappresentare gli avvenimenti più importanti del suo regno nella propria tomba, come vedremo anche più avanti. Almeno questo aspetto, insomma, sembra essere stato chiarito: il faraone "eretico" fu inumato prima a Tell el Amarna, e in seguito trasferito altrove. Nonostante il pessimo stato di conservazione, la tomba di Akhenaton lascia ancora intravedere alcune tracce dell’antico splendore e, in particolare, della bellezza originaria dei bassorilievi. Poco più in là, due sale contigue ospitano le sepolture di tre delle figlie del faraone: nella sala “alfa”, decorata con scene di adorazione del disco solare e di disperazione davanti al corpo esanime della principessa, giacquero probabilmente le spoglie di Neferneferura e Setepenra; la sala “gamma”, invece, doveva essere la camera funeraria di Makhetaton. Quest’ultima era la figlia prediletta del faraone e le dimensioni contenute della stanza sembrano suggerire che la sua fu una morte precoce.

L'altra tomba di Amenhotep IV?
Nella Valle Ovest a Tebe, alle spalle della Valle dei Re, esiste una sepoltura controversa: la WV23, convenzionalmente associata al faraone Ay, che tuttavia suscita diversi interrogativi. Personalmente reputo che tale tomba venne dapprima iniziata da Akhenaton quando era ancora a Tebe e portava il nome di Amenhotep e poi utilizzata come ultima dimora per Ay. Di fatti, così come suo padre (WV22), è possibile che lui abbia deciso di farsi costruire una prima sepoltura in questa zona della valle, per poi abbandonarla una volta arrivato ad Amarna; e succesivamente Horemheb, una volta salito al trono, preoccupandosi della propria sepoltura, abbia deciso di adagiarci i resti del suo predecessore: Ay. Si spiegherebbe così anche l'accanimento sui cartigli reali delle figure rappresentate all'interno della tomba, fattore che non avrebbe senso altrimenti. Tutto questo resta comunque ipotetico.



Diamo la parola a un collega...
Il Dr.Biagini è un esperto del periodo amarniano, al quale ha dedicato vent'anni di ricerche, ecco le sue personali impressioni:

"Di certo non si può negare il fatto che stiamo parlando di uno dei faraoni più importati della millenaria storia Egizia, e personalmente lo annovererei anche tra i più “interessanti” personaggi che hanno calcato questa terra (parafrasando Manzoni con Napoleone). L’uomo Akhenaton è divenuto lui stesso un archetipo sul quale poi la storia ha “costruito” altri personaggi più o meno leggendari. Non è certo un mistero che il periodo amarniano sia uno dei periodi storici più intriganti ed intricati, questo rende Akhenaton stesso più affascinante, più di quanto già non lo sia di per sé; trovo in questo caso che la psicologia dell’uomo Akhenaton o meglio, quello che di riflesso è giunto fino a noi, sia ancora più interessante di tutte le storie costruite sopra di lui e di tutte le leggende dalle quali si è voluto far discendere il monoteismo, l’ebraismo e per ultimo il cristianesimo stesso, tutto questo non fa altro che contribuire ad aumentare la pressione sulla sua storia e su quello che ha saputo e potuto realizzare in così poco tempo. Vista in questa ottica, sono stati 20 anni circa di regno.. se ci si pensa bene sono nulla in confronto a millenni di storia Egizia, ma 20 anni che di fatto hanno decisamente lasciato il segno. Detto questo, possiamo sicuramente affermare che dal punto di vista archeologico Akhenaton rappresenta uno dei più longevi filoni di ricerca storica e archeologica sia egizia che non. Molte sono le domande che la scienza si pone riguardo Akhenaton. E’ il suo scheletro quello ritrovato nel sarcofago sfigurato della KV55? Perché era lì? E Nefertiti che fine ha fatto? Cosa è successo in quei 20 anni? E ne potremmo fare molte altre, queste sono quelle che mi vengono per prime in mente. Personalmente penso (e preciso appunto che questo è un mio pensiero) che la mummia della KV55 sia effettivamente quello che resta del corpo di Akhenaton, così come quello è probabilmente il suo sarcofago. Il motivo per cui è stato portato a Tebe, si può ipotizzare che sia stato Tutankhamon (o chissà, lo stesso Ay) a far trasportare il sarcofago del re da Akhetaton a Tebe. Certo non deve essere stato un evento facile da digerire per gli Egizi, tanto da sfigurarne il sarcofago con il cartiglio intagliato nel legno. La questione Nefertiti è oggi di gran moda; Nicholas Reeves ha dato uno scossone al mondo egittologico, indicando che nella tomba di Tutankhamon siano presenti altre due stanze nascoste, da lui indicate come stanze contenente le spoglie di Nefertiti. Certo la suggestione è tanta! Sperare (e sognare direi) che dietro queste due pareti (che i radar hanno confermato nascondere sicuramente due pertugi) possa nascondersi l’ultima sepoltura della grande regina, non fa altro che accrescere la dimensione della suggestione che dà il periodo Amarniano. Se ancora oggi, a distanza di quasi 3.500 anni, il nome di quest’uomo suscita emozione, stupore e meraviglia, vuol dire che veramente lui, come pochi altri tra uomini e donne, hanno saputo vincere la morte e diventare eterni."

Conclusioni
Purtroppo sulla questione Akhenaton è impossibile trarre il filo del discorso, l'unica speranza è che l'archeologia ci regali con il tempo nuove prove e altre sfaccettature di questa intrigante personalità. Nonostante l'archeologia, noi archeologi al momento non possiamo fare altro che ipotizzare e confrontarci tra di noi, sperando di poter un giorno arrivare ad una conclusione.