mercoledì 22 febbraio 2017

I figli del faraone Tutankhamon



"Se uno di quei bambini fosse sopravvissuto forse non ci sarebbe mai stato un Ramses" - Howard Carter.


Tra i cofani e le casse ammucchiate nella camera del tesoro c'era anche una scatola di legno non decorata, lunga circa 61 cm, il cui coperchio, originariamente sigillato con l'immagine dello sciacallo e dei nove ai prigionieri, era stato rimosso nell'antichità. Al suo interno c'erano due casse antropomorfe in miniatura (una lunga 49,5 cm e l'altra 57,7 cm), poste una di fianco all'altra, testa contro piedi. Le punte dei piedi della cassa più grande erano state rozzamente tagliate per permettere al coperchio della scatola di chiudersi. La superficie esterna era coperta di resina nera, su cui si vedevano fasce d'oro con iscrizioni riferentisi agli occupanti semplicemente come "l'Osiride", senza nomi specifici. I coperchi erano attaccate alla base delle casse nel solito modo: con otto tenoni di legno piatti. Strisce di lino avvolgevano le casse altezza del mento, della vita e delle caviglie, ciascuna sigillata con l'immagine dello sciacallo e dei nove prigionieri. Queste casse contenevano altri due sarcofagi, la cui superficie era interamente coperta da una lamina d'oro. All'interno si trovavano due piccoli feti mummificati. La prima mummia misurava meno di 30 centri metri e si era conservata quasi perfettamente, era avvolta in fasce trattenute da cinque bende trasversali e due gruppi di tre bende longitudinali. All'altezza della testa era stata posta una maschera di cartonnage dorato con i lineamenti del viso sottolineati in nero. Pur essendo molto piccola, simile a quelle usate per i canopi, la maschera era troppo larga per il feto. 
La seconda mummia, a prima vista meno ben conservata dell'altra, era un pochino più lunga (39,5 cm) ed era avvolta in una fasciatura longitudinale tripla e quattro o trasversali. Non aveva la maschera, sebbene si capisse che era stata preparata una: quando gli imbalsamatori si accorsero che era troppo piccola per la testa avvolta nelle bende, era stata lasciata nel corridoio d'entrata tra i rifiuti dell'imbalsamazione, che poi furono riseppelliti nel Pozzo 54 dove Theodore Devis la trovò nel 1907.


Le autopsie
L'esame delle mummie fu affidato a Douglas Derry nel 1932. Carter rimosse le bende della prima mummia mentre Derry poté individuare solo una massa disordinata di strisce di lino spesse 1,5 cm, con imbottiture all'altezza del torace, delle gambe e dei piedi, in modo da dare forma al feto. Il corpo era quello di un bimbo nato prematuro, con la pelle grigia sotto cui si potevano distinguere le ossa. Non si vedevano le sopracciglia ne le ciglia; le palpebre erano chiuse. Mancava l'incisione addominale e non si poteva vedere in che modo il corpo era stato conservato. Le braccia erano distese contro i fianchi con le mani sulle cosce. Una parte del cordone ombelicale era ancora attaccata al corpo. Secondo Derry si trattava di una bambina. Il feto era lungo appena 25,7 cm e doveva essere nato al quinto mese di gestazione. Fu Derry a sbendare la seconda mummia. Sotto il primo sudario di lino, che era tenuto fermo da fasce, sì trovò un'altra serie di bende che tratteneva un secondo sudario, al di sotto del quale c'era uno strato di bende incrociate e di imbottiture. Vennero rimosse le altre fasciature che rivelarono la presenza di un ultimo delicato strato di lino. Il corpo del bimbo misurava 36, 1 cm e si trattava anche in questo caso di una femmina. Derry calcolò che dovesse essere nata al settimo mese di gestazione. Meno ben conservato del primo, il corpo era ben disteso con le braccia e le mani contro i fianchi. La pelle era di un grigio uniforme; si vedevano tracce di capelli sulla testa. Le sopracciglia e le ciglia erano visibili; le palpebre, aperte, lasciavano intravedere gli occhi rinsecchiti.
Diversamente dalla prima mummia fu facile stabilire il metodo di imbalsamazione. Il teschio era stato riempito attraverso il naso col lino imbevuto di sale. Derry notò una piccolissima incisione di 1,8 cm immediatamente sopra e parallela all'inguine; la ferita poi sigillata con quella che Derry identificò come resina e che, invece, Lucas scoprì essere tessuto animale alterato. La bambina probabilmente nacque morta oppure morì subito dopo la nascita: lo si capiva dal fatto che il cordone ombelicale, che appariva tagliato assai vicino alla parete addominale, non si era asciugato a sufficienza, come sarebbe avvenuto se la neonata fosse sopravvissuta per un certo tempo. Quando il secondo feto venne riesaminato qualche tempo dopo dall'équipe del professor Harrison dell'Università di Liverpool, le radiografie misero in evidenza chiari segni che suggerivano che la bambina fosse affetta dalla deformità di Sprengel, con una scapola congenitamente più alta, spina dorsale bifida e scoliosi. I raggi X stabilirono l'età intorno agli otto o nove mesi di gestazione. Di chi erano figlie queste bambine? Naturalmente, furono avanzate varie ipotesi, più complesse e "ritualistiche", ma la risposta più probabile è che fossero figli di Tutankhamon e di colei che, allo stato attuale delle nostre conoscenze, sembra essere stata la sua unica moglie: Ankhesenamon. C'erano altri casi, nella XVIII dinastia, di figli dire morti prima del padre e che furono seppelliti nella tomba del padre: Wabensenu, figlio di Amenhotep II, sepolto nella Tomba 35, e Tentamun, Amenemhat e un altro, non identificato, nella tomba di Thutmosis IV.

martedì 14 febbraio 2017

Ramses II e Nefertari

Nel giorno di San Valentino vale la pena ricordare una bellissima coppia, due persone che si sono amate e rispettate oltre tremila anni fa: Ramses II e Nefertari. La loro storia ha ispirato romanzi su romanzi e inoltre ha nutrito la fantasia di decine di persone per secoli. L'amore di Ramses per la bella moglie è testimoniato in diversi siti, a partire dalla tomba della regina fino al tempio minore di Abu Simbel, ed è proprio in questo luogo che si possono leggere le sue ultime parole d'amore:


mercoledì 8 febbraio 2017

Il mistero dell'origine della Sfinge

La parola "sfinge" deriva dall'egizio shesepankh, che significa "statua vivente". Durante la XVIII dinastia, invece, la sfinge di Giza veniva chiamata "l'Horus dell'orizzonte" o "l'Horus della necropoli", perché rappresenterebbe una forma del dio solare Ra-Horakhty.


Nel 450 a.C. lo storico greco Erodoto attribuì la costruzione della più antica piramide del sito di Giza a Cheope, faraone della IV dinastia: questi l'avrebbe fatta edificare nel 2650 a.C. per utilizzarla come sua futura tomba. La sfinge, secondo Erodoto, sarebbe stata terminata nello stesso periodo in cui fu costruita la piramide di Chefren, il faraone che regnò dal 2520 al 2494 a.C. Questa tesi è stata messa in discussione nel 1991 dalle ricerche dello scrittore ed egittologo John A.West, secondo cui la sfinge risalirebbe a un'epoca ben più antica di quella egizia, cioè addirittura a diecimila anni prima di Cristo. Per sostenere la sua tesi, West si basò sul lavoro di due geologi, K. Laì Gauri e Robert Schoch: questi avevano notato che la sfinge aveva subito l'erosione pluviale e non quella del vento, come era accaduto invece alle pareti delle tombe vicine, che risalivano all'Antico Regno ed erano state scavate nella stessa pietra calcarea dell'altopiano di Giza. Questa tesi era già stata avanzata da alcuni archeologi del XIX secolo, i quali, basandosi sulla velocità di erosione della pietra, avevano concluso che la costruzione della sfinge doveva essere di un'epoca più antica rispetto a quella delle piramidi che la circondano. In effetti, il corpo della sfinge e le pareti del fossato in cui è situata presentano i tipici segni dell'erosione dovuta all'azione dell'acqua. Se, dunque, l'erosione della sfinge non è dovuta al vento del deserto ma all'acqua piovana, questa apparterebbe alla più antica epoca di pioggia conosciuta in Egitto, ovvero alla fine dell'ultima glaciazione. Questo periodo abbraccia un arco di tempo compreso all'incirca tra il 18.000 e il 10.000 a.C.: le piogge torrenziali che lo caratterizzarono erano la conseguenza del riscaldamento del globo, fenomeno che provocò l'innalzamento del livello dei mari di un centinaio di metri. Proprio a quell'epoca risalirebbe il diluvio universale raccontato dall'Antico Testamento e da altri testi trovati in India e in Cina. Questa almeno è la teoria, l'egittologia ufficiale, invece, afferma che la sfinge fu fatta costruire durante l'Antico Regno, e, di certo, il faraone Chefren in particolare, forse avrebbe sostituito la testa leonina originaria con una a propria immagine e somiglianza. 

mercoledì 1 febbraio 2017

L'Egitto e Creta

La presenza di oggetti egizi a Creta e di manufatti cretesi in Egitto testimonia la relazione intercorsa tra i due Paesi. Tale relazione si incrementò ulteriormente durante il Secondo Periodo Intermedio e nel Nuovo Regno. 


I contatti tra Creta e l'Egitto risalgono all'ultimo periodo del Predinastico (fine del V millennio - 3200 a.C.), come testimonia il ritrovamento a Creta di alcuni vasi egizi in pietra. Successivamente, i contatti divennero sempre più frequenti; appare tuttavia difficile provare che le relazioni tra i due Paesi furono dirette. Taluni studiosi, infatti, ritengono che i prodotti giungessero in Egitto o a Creta passando per il poro fenicio di Biblo (Libano) o di Ugarit (Siria). Altri, invece, sostengono che Cretesi ed Egizi ebbero scambi commerciali diretti; c'è, poi, anche chi afferma che esistessero colonie cretesi in alcune città egizie, così come colonie egizie a Creta. Tuttavia, la presenza di Cretesi in Egitto trova maggior conferma nel ritrovamento di alcuni affreschi di stile minoico tra i resti del palazzo degli hyksos ad Avaris. L'influenza egizia nell'arte minoica è dovuta, con molta probabilità, ai Cretesi, i quali, una volta visitato l'Egitto, ne imitarono i motivi decorativi. 
Possiamo ravvisare indizi dei contatti tra Egitto e Creta già a partire dalla fine del Neolitico cretese, quando sull'isola furono introdotti la lavorazione al tornio e la tecnica della filatura. I contatti si intensificarono durante il Medio Regno (2040 - 1786 a.C.). L'Egitto importava dai Paesi vicini l'argento, metallo scarsamente presente nel suo territorio. Talvolta, l'argento arrivava in Egitto già lavorato, come nel caso del tesoro di Tod, un deposito del tempio di Montu della XII dinastia (1991 - 1786 a.C.), del quale fa parte un vaso d'argento di manifattura egea. La ceramica minoica veniva imitata a Kahun, sebbene giungesse fino ad Abido. A Creta era nota anche la ceramica egizia. Anche se i contatti diretti risultano improbabili fino a quest'epoca, durante il Secondo Periodo Intermedio (1786 - 1552 a.C.) essi risultarono evidenti. A Creta è stato ritrovato il coperchio di un vaso di alabastro con il cartiglio del faraone hyksos Khyan. Probabilmente una colonia di Cretesi si stabilì nella capitale degli hyksos, Avaris, per realizzare gli affreschi del palazzo, ed è possibile che questa decorazione risulti più antica di quella di Cnosso o Santorino. A partire dal regno di Thutmosi III (1490 - 1436 a.C.), della XVIII dinastia, viene menzionato il tributo cretese, con caraffe di ceramica, alcune delle quali decorate con il motivo dei cavalli al galoppo. Durante il regno di Ramses III (1184 - 1154 a.C.), gli abitanti delle isole dell'Egeo erano chiamati "Popoli che si trovano nel Grande Verde". 

martedì 24 gennaio 2017

La terminologia geroglifica per principi, principesse egizie e divine adoratrici

Dopo aver analizzato i termini con cui ci si riferiva alle regine egizie, andiamo ora a visualizzare i termini in uso nell'antico Egitto per i principi e le principesse. 
I figli del re erano chiamati Sa Nesu, appunto, "figlio del re" e le femmine invece Sat Nesu, "figlia del re". I fratelli e le sorelle del re avevano invece il titolo di Sen Nesu e Senet Nesu, "fratello del re" e "sorella del re". A cominciare dal Terzo Periodo Intermedio, solo le donne appartenenti alla famiglia reale potevano esercitare la funzione religiosa di "divina adoratrice", cioè di sposa terrena del dio Amon, una figura identificata con certezza solo a Tebe. Le divine adoratrici godevano di una titolatura il cui modello era simile a quello del re. Le più famose furono Karomama, Shepenupet, Amenirdis e Nitocris.
La titolatura era composta da tre appellativi: Hemet Netjer, "sposa del dio", Duat Netjer, "adoratrice del dio" e Djeret Ntejer, "mano del dio". Spesso associati, questi precedevano un nome iscritto in un cartiglio. A partire dalla XXVI dinastia, venne aggiunto all'inizio della titolatura un nome femminile di Horus: "Horet". Il titolo di Nebet Tauy, "Signora delle Due Terre", e altri (come i titoli secondari delle regine) venivano talvolta aggiunti ai titoli religiosi. 


mercoledì 18 gennaio 2017

La terminologia geroglifica delle regine egizie

Oltre alle titolature dei faraoni, molto conosciute, esistevano anche dei titoli riservati a regine e principi: erano più brevi, ma permettevano comunque di identificare questi nobili nei testi e nelle incisioni dei templi e delle tombe. In questo post andremo a vedere i termini usati per indicare le regine. Già nel Medio Regno, il nome delle regine era talvolta iscritto in un cartiglio, tuttavia, è solo a partire dal Nuovo Regno che questa usanza si diffonde.
Dopo l'Antico Regno, la regina è designata regolarmente con tre titoli. Poiché il re può avere diversi mogli, la sposa principale era chiamata Hemet Nesu Uret, "La grande sposa del re", mentre le altre donne portano più semplicemente il titolo di Hemet Nesu, "Sposa regale". La madre del re, importante personalità di corte, era chiamata Mut Nesu, "madre del re". Accanto a questi titoli principali esistevano numerosi appellativi secondari, come Repat Hatet Uret Hesut Nebet Imat Bener Merut, "La principessa, dai grandi favori, dama della grazia, dolce e amorevole" o Henut Tauy, "sovrana delle dure Terre", o anche scritto come Nebet Tauy, "Signora delle due terre". Durante l'Antico Regno, e molto più raramente in seguito, la regina era presentata come Mat Hor Seth, "Colei che vede Horus e Seth".


martedì 10 gennaio 2017

La morte di Lord Carnarvon

"Siamo stati molto in pensiero negli ultimi giorni per la malattia di Lord Carnarvon. Non... è ancora fuori pericolo. È difficile pensare che solo venerdì scorso abbiamo cenato insieme. Sarebbe terribile se - ma non voglio pensarci".
Alan Gardiner alla moglie Heddie


La morte inaspettata di Lord Carnarvon segnò la fine di un'epoca nella storia della tomba. Nel giro di una notte Carter divenne una celebrità e aggiunse alle gravose responsabilità dell'archeologo anche il peso delle pubbliche relazioni, che fino allora erano state magistralmente gestite da Carnarvon. Tutto questo sarebbe incominciato con la partenza di Carnarvon per Assuan il 28 febbraio, per qualche giorno di riposo  dopo l'apertura ufficiale della Camera Funeraria. Prima o dopo il suo arrivo ad Assuan, Carnarvon fu punto da una zanzara. Radendosi, inavvertitamente ferì la puntura, che si infettò nonostante le tempestive applicazioni di iodio. La febbre piuttosto elevata (38.3 °C) costrinse Carnarvon a letto, assistito dalla figlia Evelyn. Due giorni dopo stava meglio e decise di visitare la tomba, ma ebbe una ricaduta e la figlia lo fece trasportare al Continental-Savoy del Cairo, il 14 marzo. Ma era troppo tardi: dopo il suo incidente stradale, il cinquantasettenne Conte divenne di salute cagionevole; indebolito ulteriormente dall'infezione, quando ancora non esisteva la penicillina, fu facile vittima di una polmonite. La moglie arrivò in aereo dall'Inghilterra accompagnata dal medico di famiglia, dottor Johnson. In seguito arrivò anche il figlio, Lord Porchester, in tempo per assistere per poche ore il padre in delirio. Il mattino del 5 aprile Lord Carnarvon morì; Carter annotò nel suo diario: "Il povero Lord C. è morto nelle prime ore del mattino". La commozione dei familiari, degli amici e dei colleghi si espresse con un necrologio sulle pagine dei quotidiani del Cairo. Nonostante il chiasso suscitato dall'esclusiva con il Times, Carnarvon era molto amato e rispettato in Egitto. Si decise di preparare senza indugio il corpo del Conte per trasportarlo in Inghilterra e seppellirlo a Beacon Hill, vicino alla sua amata Highclere. Intanto, in Egitto, Carter si trovava al timone di quella che ormai era la "nave" di Lady Carnarvon. Purtroppo, si rivelò un marinaio inesperto. 
Arthur Weigall, ex Ispettore del Service des Antiquités, che lavorò anche come inviato speciale per il Daily Mail, osservando l'eccitazione di Carnarvon all'apertura della Camera Funeraria, si dice che Weigall abbia esclamato: "Se continua con questo ritmo, non gli dò più di sei settimane di vita". Poco più di sei settimane dopo Carnarvon era morto.

domenica 1 gennaio 2017

Ipazia d'Alessandria

“Ipazia rappresentava il simbolo dell'amore per la verità, per la ragione, per la scienza che aveva fatto grande la civiltà ellenica. Con il suo sacrificio cominciò quel lungo periodo oscuro in cui il fondamentalismo religioso tentò di soffocare la ragione”.
Margherita Hack


Quante donne nel mondo antico riuscirono a distinguersi dalla massa di uomini che con la loro virilità soffocavano la femminilità bollandola come una mancanza? Soprattutto, quante donne riuscirono a farlo nel mondo greco-romano? La risposta a queste domande è semplicemente una: poche. Tuttavia una soltanto si erge sopra le altre per intelletto, dedizione allo scopo scientifico e coerenza di valori: Ipazia.
La scienziata nacque ad Alessandria d’Egitto attorno alla metà del IV secolo, in un periodo della storia in cui era quasi impossibile per una donna essere considerata di più di una macchina per figli. L’epoca in cui visse la nostra filosofa fu un’era di cambiamenti e sconvolgimenti. In particolar modo si andava diffondendo la fede cristiana, che difatti metteva fine sia all'era antica sia a quell'ideale di magnificenza del mondo classico, distruggendo definitivamente ogni libertà di pensiero per i successivi diciassette secoli.
Ipazia fu sempre tenuta in grande considerazione, tutti i potenti che si recavano ad Alessandria richiedevano il suo consiglio e l’ascoltavano nelle faccende più delicate. Per questo motivo, e soprattutto perché l’epoca in cui viveva era ormai segnata dal cristianesimo (l’imperatore Teodosio aveva imposto il cristianesimo come religione di stato), il vescovo Cirillo iniziò a considerarla pericolosa.
Iniziamo però col dire che la sua figura ha ispirato in tutta la storia pittori e poeti, e recentemente anche il regista Almodóvar, che le ha dedicato un film dal titolo Agorà. A dispetto di tutto la chiesa cattolica continua però con l’insulto alla sua memoria. Infatti pochi anni fa il papa emerito Benedetto XVI  dichiarò:
“Di Gesù Cristo, verbo di Dio incarnato, san Cirillo di Alessandria è stato un instancabile e fermo testimone”.
Quest’affermazione ha dell’incredibile a mio avviso, poiché non solo si esalta un uomo responsabile di migliaia di martiri pagani, ma che è anche il mandante dell’assassinio di Ipazia.
Della sua filosofia non ci è rimasto molto, tutto ciò che sappiamo ci viene da un suo allievo, un certo Sinesio, che sosteneva che la filosofa gli avesse insegnato a vivere la filosofia come una fede:
“Sinesio sembra aver sperimentato alla scuola d'Ipazia un'autentica conversione alla filosofia. Nei suoi Inni egli si rivela poeta metafisico di intuito religioso di notevole profondità. Inoltre egli, come dimostrano le sue lettere a Ipazia e ad altri, fece parte per tutta la vita di un circolo di iniziati alessandrini, con i quali condivise i misteri della filosofia”. 
Per quanto riguarda le scienze sappiamo che dedicò la sua vita alla matematica e all'astronomia, in particolar modo allo studio dei corpi celesti, come aveva fatto suo padre Teone prima di lei. Purtroppo anche in questo caso non sappiamo molto di più, i suoi scritti non ci sono giunti, e quindi, siamo ancora costretti a rifarci al suo discepolo per comprendere come ella avesse contribuito nelle discipline scientifiche. Sinesio ci informa che al tempo della sua maestra si stavano conducendo studi su ipotesi migliori di quella del sistema tolemaico, che prevedeva la terra al centro con tutti gli altri corpi celesti che ruotavano in cerchio sempre alla stessa distanza. 
Tuttavia è provato che Ipazia non solo ha rivoluzionato l’ideale femminile dell’epoca, ma che contribuì allo sviluppo scientifico della scuola di Alessandria, che era una delle più importanti dell’antichità.
Con tutto ciò è normale che un uomo di scarso talento come Cirillo iniziasse a provare invidia verso quella donna, che dimostrava con tanta forza la superiorità del suo intelletto. 
Si narra che un giorno, mentre Cirillo passeggiava per le strade di Alessandria, fu attratto all'improvviso da una folla di persone che sostavano davanti all'entrata di una casa. Quando il vescovo si avvicinò incuriosito domandò a uno dei presenti cosa stesse accadendo. L’uomo di tutta risposta disse che era lì per ascoltare la filosofa Ipazia che stava tenendo lezione proprio in quel momento. Noi tutti possiamo immaginare la reazione di Cirillo, fu completamente divorato dalla rabbia e dall'invidia, come ci informa anche Damascio:
“Si rose a tal punto nell'anima che tramò la sua uccisione, in modo che avvenisse il più presto possibile, un'uccisione che fu tra tutte la più empia”.
Damascio, cit., 79, 24-25
Fatto sta che Cirillo da allora ci perse il sonno, non desiderava altro che uccidere Ipazia e liberarsi finalmente dell’odiata rivale. 

La Morte
Cirillo aveva arruolato dei vecchi compagni di malefatte, degli agitatori che venivano dal monte Nitria, che lui stesso chiamava “barellieri” e che di facciata erano gli infermieri di campo dell’esercito dei Parabolani (una sorta di soldati di Cristo), ma che in concretezza erano i suoi personali mercenari.
Questi criminali si appostarono per strada e la colsero mentre stava tornando a casa, la catturarono, la portarono in una chiesa, la denudarono e poi la trucidarono. Purtroppo non era finita qui, mentre ancora respirava le cavarono gli occhi e la scorticarono con dei gusci di conchiglia. Ormai morta, le strapparono il cuore e bruciarono i suoi resti dopo averla fatta a pezzi, e infine sparsero le ceneri della poetessa per tutta la città. 
“Dall'animo surriscaldato, guidati da un lettore di nome Pietro, si misero d'accordo e si appostarono per sorprendere la donna mentre faceva ritorno a casa. Tiratala giù dal carro, la trascinarono fino alla chiesa che prendeva il nome da Cesario; qui, strappatale la veste, la uccisero usando dei cocci. Dopo che l'ebbero fatta a pezzi membro a membro, trasportati i brandelli del suo corpo nel cosiddetto Cinerone, cancellarono ogni traccia bruciandoli. Questo procurò non poco biasimo a Cirillo e alla chiesa di Alessandria. Infatti stragi, lotte e azioni simili a queste sono del tutto estranee a coloro che meditano le parole di Cristo".
Socrate Scolastico, cit., VII, 15.

sabato 24 dicembre 2016

Traduzione dell'iscrizione posta ai piedi del sarcofago della KV55

1- Parole dette da XXXX Giustificato.

2- Possa respirare il dolce vento del nord che viene verso la tua bocca.

3- Possa vedere il(la) tuo/a... Ogni giorno; la mia preghiera è quella.

4- Di udire la tua dolce voce nel vento del nord.

5- Possano essere Giovani le tue membra con il vivere del tuo amore.

6- Dammi le tue braccia che possiedono il tuo spirito, che lo riceva e possa vivere.

7- In esso. Possa fare da guida al mio nome per l'eternità e che esso non manchi.

8- Dalla tua bocca, o Padre Mio Aton Ra- Horakhty XXXX. Ecco tu sei come Ra.

9- Per l'eternità e per sempre vivente come Aton...

10- Il Signore dell'Alto e del Basso Egitto vivente nella Maat, padrone delle due Terre XXXX il figlio.

11- Meraviglioso dell'Aton vivente. In verità egli è qui.

12- Vivente per sempre eternamente, il figlio di Ra XXXX giustificato.

giovedì 15 dicembre 2016

I miti della dea Seshat

Proprio come la dea Maat, con cui talvolta si confonde, Seshat non era collegata a nessuno dei grandi cicli mitologici egizi. Era la personificazione di concetti astratti quali la scrittura, il calcolo e la memoria: il suo talento in queste materie non era certo inferiore a quello di Thot, il suo omologo maschile. Nei più importanti racconti mitologici dell'antico Egitto, la presenza di Seshat è limitata a sporadiche apparizioni, in cui la dea, comunque, viene sempre apprezzata, a dimostrazione della grande stima che le altre divinità nutrivano per lei: un rispetto che nasceva soprattutto dalle sue doti intellettuali.


I nomi di Seshat
"Sono colei che vigila sulle scritture", ricordava con vigore la dea, "colei che è stata la prima a scrivere". La scrittura, il calcolo, il disegno erano al centro dei suoi interessi: era lei, infatti, a "sorvegliare i libri divini e gli archivi" regali, è quindi sottinteso che fosse Seshat a scrivere e registrare tutto ciò che si conosce sulla storia degli dei e sugli avvenimenti legati alla vita del faraone: dalla genealogia dei re alla redazione dei libri contabili del Tesoro regale, Seshat prendeva nota di tutto ciò che veniva attuato per garantire il buon funzionamento del paese. Non solo: la dea includeva nelle proprie competenze, oltre alla scrittura in senso stretto, anche altri ambiti legati al sapere, "Sono la signora dei progetti", scrivevano di lei, e anche "la signora delle costruzioni". Fungeva quindi anche da memoria, da archivio vivente dell'architettura, e contribuiva attivamente allo sviluppo di questa disciplina grazie alle solide conoscenze matematiche (calcolo e geometria) e astronomiche (utili per decidere l'orientamento degli edifici). Seshat non aveva dunque nulla da invidiare allo sposo Thot.

Parenti virtuali
La figura di Seshat ebbe origine come personificazione di un concetto astratto, più che come divinità. Per questo, non le furono inizialmente attribuite particolari relazioni con altri dei. Ma, come spesso accadeva nella religione egizia, parenti e paredri le vennero assegnati in un secondo momento. Il caso Seshat anzi, è esemplare a questo proposito. La più antica di queste parentele è stata identificata grazie ai famosi Testi delle Piramidi dell'Antico Regno, in cui Seshat viene messa in relazione con la dea felina Mafdet. Il tipo di legame che le univa non è ancora chiaro, ma si può supporre che Seshat e Mafdet venissero considerate come due sorelle, addirittura gemelle. Non a caso, i rituali dedicati alle due dee si tenevano nello stesso giorno dell'anno. Durante il Nuovo Regno, Seshat cominciò ad essere accostata a Thot, anche perché svolgeva funzioni simili a quelle del dio della scrittura: divenne così, al tempo stesso, sua moglie, sua sorella e figlia! Un fatto, del resto, che non suscitava alcuno scandalo, visto che all'interno del pantheon non mancavano rapporti tra consanguinei e talvolta incestuosi. Bisogna aspettare il periodo tolemaico (a partire dal 300 a.C.) per vedere Seshat affiancata da un vero consorte: si tratta del dio Seshau, una particolare forma di Osiris su cui, tuttavia, non sappiamo molto. Più tardi, in epoca romana, Seshat verrà assimilata ad alcune tra le più grandi dee egizie: Hathor, Iside, Nefti o ancora Rattaui, dea venerata soprattutto a Tebe.

Seshat la maga
La magia occupava un posto per nulla trascurabile nella vita degli egizi: serviva a guarire dalle malattie ma anche a prevenirle, ed era legata alle offerte presentate ai morti come agli dei. La magia era presente ovunque, e il fatto che Seshat ne fosse la divinità non faceva che aumentarne il prestigio: persino gli dei, del resto, avevano bisogno di un tocco magico per avere la meglio durante le loro liti o i loro, combattimenti. Per questo motivo, Seshat occupava una posizione di rilievo sull'imbarcazione di Ra: tra Thot e Hika (altro dio della magia), esercitava le proprie arti contro Apep, il serpente maligno che ogni notte, instancabilmente, assaliva il vascello solare.