giovedì 26 marzo 2015

I giardini e gli orti nell'antico Egitto

Dipinti e bassorilievi ritrovati nelle tombe egizie dimostrano che gli egizi coltivarono la passione per i giardini fin dalle epoche più remote. Fiori e alberi ornamentali circondavano i palazzi reali e le residenze delle famiglie benestanti, che non esitavano a procurarsi le piante più rare facendole arrivare da paesi lontani.


Fin dagli albori della loro civiltà, gli egizi dimostrarono un vivo interesse per la cura dei giardini e degli orti. Il paese abbondava ovunque di fiori e piante, e persino le decorazioni dei monumenti erano spesso ispirate alla vegetazione. Nei templi si presentavano offerte floreali agli dei, e corone di fiori accompagnavano i morti nell'aldilà. Le abitazioni, infine, venivano adornate con ogni tipo di pianta. Per gli egizi più benestanti, i giardini rappresentavano un luogo dove trascorrere qualche ora di serenità e riposo, ma anche un simbolo della loro ricchezza e un modo per ostentare la raffinatezza del padrone di casa. Di fatto, le classi agiate erano le uniche a poter esibire questo amore per le piante. I meno fortunati, infatti, possedevano solo piccoli appezzamenti di terra, mentre gli abitanti più poveri delle città, che vivevano in umili casupole, erano gli unici a non poter godere di uno spazio verde tutto per loro. Le più antiche testimonianze relative alla pratica del giardinaggio tra gli egizi, un "hobby" che poteva rivelarsi anche molto dispendioso, risalgono addirittura all'inizio dell'Antico Regno. Un testo datato alla III dinastia, e più precisamente al regno del faraone Snefru, menziona un certo Meten, che acquistò diversi terreni; di questi, uno si estendeva per circa 10.000 metri quadrati e fu adibito in gran parte a giardino: il nuovo proprietario vi fece piantare moltissimi alberi, tra cui dei fichi, e una vigna, e vi fece scavare un lago artificiale di notevoli dimensioni.

L'organizzazione di un giardino
Numeroso sono le testimonianze che comprovano l'esistenza di giardini coltivati durante il Nuovo Regno. Si tratta soprattutto di affreschi e di testi ritrovati nelle tombe, grazie ai quali è possibile farsi un'idea circa la vera e propria passione nutrita dagli egizi per il piacere ispirato dai fiori e dall'ombra degli alberi. All'epoca, i giardini erano recintati da alte mura in cui si aprivano porte monumentali. All'interno, un reticolo di viali, dalla rigorosa geometria, creava ampie aiuole fiorite e alberate. Talvolta, sotto gli alberi venivano costruiti dei pergolati: qui i padroni di casa potevano riposare, godendo del paesaggio naturale e del clima rinfrescato da piccoli laghetti artificiali, di forma quadrata o rettangolare. Fiori di loto, papiri, anatre e pesci di vario tipo rendevano ancora più gradevoli alla vista questi piccoli specchi d'acqua. Per fare il bagno, bastava immergersi scendendo degli scalini; infine, se le dimensioni lo permettevano, il laghetto poteva ospitare anche una barca, attraccata in attesa di ospiti per cene e banchetti.  In una tomba del Nuovo Regno, è stata ritrovata un'immagine del defunto, presumibilmente molto ricco, in compagnia della moglie: i due si erano fatti ritrarre davanti al loro giardino, in cui vi erano quasi cinquecento alberi di ventotto specie diverse.

Gusti da Re
Anche i faraoni, ovviamente, apprezzavano i giardini curati, il profumo dei fiori e le fragranze delle piante più rare: palazzi e templi ne erano pieni. Anche in questo caso, le documentazioni più numerose risalgono al Nuovo Regno. Si è potuto appurare, per esempio, che Thutmosi III volle far riprodurre sulle pareti di un tempio di Karnak diversi tipi di piante esotiche, portate in Egitto dalle spedizioni militari di ritorno dall'Asia. Amenhotep III, invece, si fece costruire a Tebe un palazzo dotato di un immenso parco. Di Amenhotep IV (Akhenaton), rimane celebre il giardino fatto costruire nella sua nuova capitale, Amarna: lo percorreva un viale che, partendo dal palazzo del faraone, conduceva fino al punto d'approdo della nave reale, sul Nilo. Spesso citati nei testi dell'epoca sono anche i giardini che circondavano il tempio di Aton, sempre ad Amarna. Tra tutti i faraoni, però, a distinguersi nettamente dagli altri in fatto di passione per i fiori e le piante fu Ramses III. Negli anni di permanenza al trono, egli fece ristrutturare o creare ex novo numerosi giardini, dispose la sostituzione di piante e il risanamento di canali abbandonati, indispensabili per innaffiare la vegetazione. A Tebe, fece piantare alberi e aiuole di fiori, se necessario importandoli dall'estero.


La cura degli orti
Se nei giardini si trovavano le fragranze più rare, gli orti avevano certamente un aspetto meno appariscente, ma non per questo venivano trascurati. Ancora una volta, è grazie alle decorazioni delle tombe che possiamo farcene un'idea. Alcune sepolture di nomarchi del Medio Regno contengono immagini di giardini in mezzo ai quali spiccano dei filari di verdure, divisi in quadrati. Si riconoscono, tra l'altro, mazzetti di porri e qualcosa di simile a piante giovani n vaso, forse destinate a essere interrate. Si intravedono, inoltre, dei servitori intenti a curare e innaffiare l'orto. 

venerdì 20 marzo 2015

I monumenti del periodo Protodinastico ad Abydos

Abydos, la necropoli di This, si trova fra Assiut e Luxor, nell’Alto Egitto. La planimetria dell’abitato di This non è stato ancora chiaramente definita. Gli strati più antichi risalgono al Protodinastico, ma durante i secoli successivi la città conobbe una rapida espansione. A questo periodo risale la costruzione di due cinte murarie: quella del tempio consacrato alla divinità locale Khentymentiu, signore dei morti, e quella rettangolare in mattoni crudi che racchiude il centro abitato. Il prestigio di Abydos come centro religioso fu notevole. Secondo la tradizione, in questa località, si trovava la tomba del dio Osiride: essa pertanto ritenuta uno dei centri di culto più importanti del Paese. Durante la V e la VI Dinastia, Khentymentiu venne infatti identificato con il dio Osiride, la cui personalità andò costantemente affermandosi sino a quando cancellò quella del suo predecessore. Il pellegrinaggio ad Abydos divenne un rito importantissimo e le grandi cerimonie che vi si svolgevano erano considerate tra le principali dell’Egitto.


La madre dei vasi
Le tombe dei sovrani della I Dinastia si trovavano in una zona della necropoli oggi chiamata Umm el-Qaab (che significa “madre dei vasi”, dal gran numero di ceramiche qui rinvenute). Esse erano relativamente varie sia per forma che per dimensioni;  la più ampia copriva una superficie di circa 340 mq. Stando alla ricostruzione fornita dall'archeologo Inglese Friends Petrie, che scavò la necropoli fra il 1899 e il 1901, esse consistevano di camere scavate nel terreno e rivestite in mattoni crudi che servivano da supporto a un intelaiatura di pannelli in legno. All'epoca, le sovrastrutture delle tombe erano ormai distrutte; pare tuttavia che ognuna di esse fosse ricoperta da un basso tumulo di sabbia o ghiaia circondato da un muro di cinta di mattoni. Qui erano inoltre erette due stele in pietra recanti il “nome di Horus” del sovrano defunto. Oltre a questa stele i reperti ritrovati da Petrie includevano una serie di piccoli oggetti: frammenti di recipienti in pietra e di mobili, sigilli in argilla e piastrine in avorio o ebano.
I sigilli e le piastrine, oltre ad essere le più antiche iscrizioni che ci giungono dall'Egitto Dinastico, sono di importanza storica fondamentale, in quanto recano i nomi di alcuni sovrani regnanti e di diversi funzionari a loro contemporanei. Tutto questo materiale era stato gettato e disperso dagli archeologi francesi che avevano scavato nell'area tra il 1895 e il 1896, e che avevano deliberatamente distrutto la maggior parte degli oggetti trovati per aumentare il valore commerciale delle poche opere selezionate.
Grazie ad uno studio dei sigilli e delle steli, Petrie riuscì a stabilire il nome del proprietario di quasi tutte le tombe. Egli fu poi in grado di proporre una valida successione cronologica delle tombe e, di conseguenza, dei loro Re. Nelle tombe, comunque, non vi era nessuna traccia di resti umani, il che venne spiegato come il risultato di saccheggi sin dall’antichità e dall’attività di animali predatori. Petrie trovò solo il braccio di una mummia, la maggior parte degli oggetti rinvenuti si trovano oggi custoditi al Museo del Cairo, mentre quelli ritrovati dagli archeologi francesi furono venduti all’asta e finirono nelle collezioni di antichità Egizie del Louvre e soprattutto del Museo di Berlino.

Il braccio della mummia
Le tombe di Abydos presentano alcune differenze a seconda del periodo al quale risalgono. Le più antiche, per esempio, erano formate da una o più stanze, mentre le più tarde consistevano in una sala centrale circondata da magazzini. Per ragioni a noi ignote, la tomba di Djer, successore di Aha, fu in seguito considerata la tomba del dio Osiride. La sua importanza come centro di culto è testimoniata dal fatto che intorno a essa furono trovati vasi votivi deposti millecinquecento anni dopo. In questa tomba, Petrie trovò un braccio mummificato. L’archeologo ritenne che appartenesse alla sposa di Djer, poiché era adorno attorno al polso di braccialetti in oro, turchese, perline di ametista e amuleti. Tuttavia, è mia opinione, che non si può escludere che esso fosse invece il braccio del Re. L’arto era avvolto in parecchi strati di stoffa di lino e rappresenta il più antico esempio, datato con certezza, di una tecnica che potremmo definire “raffinata” di mummificazione in Egitto. Sfortunatamente, l’allora curatore del Museo del Cairo, E. Brugsch, conservò i braccialetti ma gettò via il braccio, ritenendolo del tutto privo di importanza dal punto di vista storico.


Tombe di pietra
A partire dal regno i Den si inaugurò l’uso di far precedere la sala sepolcrale da uno scalone intagliato nella roccia. Inoltre, nella tomba di questo sovrano, la sala sepolcrale era pavimentata con blocchi di granito provenienti da Assuan: è questo il primo esempio noto di impiego della pietra nella costruzione delle tombe, fino a quel tempo realizzate esclusivamente in mattoni. Nel complesso, queste tombe avevano dimensiono modeste, ed erano collocate l’una vicino all'altra. A questo proposito, vale la pena di sottolineare che la necropoli di Abydos risale ad un periodo precedente alla I Dinastia e forse ospitava le tombe dei Re predinastici. Pertanto è possibile che i Re della I Dinastia stimassero Umm el-Qaab  come un sito particolarmente sacro, in quanto luogo di sepoltura degli antenati.

Le mura di Khasekhemwy
Vicino alle coltivazioni, appena dietro il sito dell’antica città di This, ciascuno dei sovrani che vi furono sepolti eresse una cinta in mattoni crudi, a pianta rettangolare, al cui interno sorgevano forse edifici dedicati a cerimonie funebri in onore del sovrano defunto. Le cinte murarie in migliore stato di conservazione sono quelle fatte costruire dagli ultimi due Re della II Dinastia e in particolare la Shunet El-Zebib, appartenuta a Khasekhemwy. Si tratta di una massiccia cinta in mattoni che sorge nel deserto e può essere ritenuta una sorta di antenata del recinto della piramide a gradoni di Djoser a Saqqara.
La Shunet El-Zebib misura 122 x 65 metri all'esterno ed è circondata da un doppio muro in mattoni crudi. Quello interno, tuttora conservato per un altezza di circa 11 metri, è spesso 5,5 metri. Le superfici esterne di questo muro vennero decorate con delle nicchie al fine di rendere un effetto a pannelli. La facciata a pannelli sul lato di fronte alle coltivazioni era inoltre enfatizzata dall'inserzione, a intervalli regolari, di una profonda nicchia. L’interno della Shunet El-Zebib era completamente vuoto, eccetto per un edificio eretto vicino all'angolo est, che conteneva un insieme di camere dove erano conservate alcune giare in ceramica. Le facce esterne di questo edificio erano decorate con lo stesso stile a pannelli del grande muro di cinta.

Funerali e stragi
Tutte le cinte erette dai sovrani di Abydos, così come le tombe regie, erano circondate da sepolture più modeste. Le steli funerarie qui rinvenute indicano che i proprietari di queste camere sussidiarie erano membri del seguito del sovrano: donne dell’harem regale, funzionari di Palazzo di secondo rango, ma anche nani di corte e artigiani. In alcune di esse erano sepolti dei cani, presumibilmente i prediletti del sovrano quando costui era in vita. Sembra certa che alcuni di questi personaggi morirono poco prima che la tomba reale venisse definitivamente chiusa. Ciò potrebbe essere inteso come una prova a favore dell’ipotesi che essi venissero uccisi nel momento della morte del sovrano affinché continuassero a servirlo nell'aldilà. Se questa usanza era veramente praticata, essa raggiunse il suo apice durante il regno di Djer, il quale fu sepolto ad Abydos con tutto il suo seguito, composto da quasi seicento persone. Tuttavia, occorre sottolineare che non esiste nessuna prova definitiva a riguardo. Che i cortigiani fossero seppelliti assieme al sovrano non significa necessariamente che essi furono costretti a seguire il loro signore nell'oltretomba. E’ anche possibile, infatti, che durante la I Dinastia fosse stata inaugurata un usanza che avrebbe trovato piena espressione nelle necropoli delle epoche successive e che vedeva le tombe dei sovrani legate strettamente a quelle dei loro subordinati. Tuttavia, non esistono indizi che suggeriscano che i membri della famiglia reale o i funzionari di alto rango venissero sepolti ad Abydos. Ad esempio, fa eccezione Merneith, “l’amata da Neith”, che tuttavia fu forse una regina regnate. Diversamente dai loro predecessori, alcuni sovrani della II Dinastia si fecero seppellire a Saqqara. Non di meno, come già detto, Peribsen e Khasekhemwy tornarono a far costruire le loro tombe ad Abydos, forse per sottolineare l’autonomia del sud dell’Egitto da quella del nord, o forse a causa di disordini che si verificarono in Egitto verso la fine della II Dinastia. Va notato che in questa località il Re Khasekhemwy adottò la pietra da taglio per erigere le pareti della camera centrale della sua tomba: è questo, forse, il più antico esempio dell’utilizzo di pietre squadrate e disposte in file regolari conosciuto in Egitto e probabilmente nel mondo.

giovedì 12 marzo 2015

Il carro da guerra egizio

L'introduzione del carro da guerra provocò un'autentica rivoluzione nel campo della tecnologia militare ed ebbe importanti ripercussioni nel panorama politico del mondo antico.


Sembra che fu lungo le sponde del fiume Oxus, che separa l'Asia centrale dalla Persia e dal Medio Oriente, il luogo in cui l'uomo domò il cavallo, lo sellò, lo montò e lo mise a tirare il carro. Da lì, infatti, partirono i popoli conquistatori che formarono i cosiddetti "regni dei carri". Il carro apparve nella civiltà sumera, verso il 2800-2400 a.C., e fu portato in Egitto dagli hyksos, un insieme eterogeneo di semiti e asiatici che piombò nel paese del Nilo nel Secondo Periodo Intermedio, verso il 1644 a.C. 
Questi guerrieri erano in possesso di una tecnologia militare superiore a quella egizia, soprattutto per quel che riguarda l'uso del carro. La loro vittoria fu totale ma, col tempo, i vinti seppero fare propria la nuova arma per poi rivolgerla vittoriosamente contro gli stessi che l'avevano introdotta. 
Il carro da combattimento era un arma tattica che sul campo di battaglia aveva funzioni molto precise: attaccare frontalmente la fanteria o aggirarla, romperne l'ordine, affrettarne la fuga e, infine, mettersi all'inseguimento dei fuggitivi. Il successo di questa "macchina da guerra"  si basava sulla creazione di una piattaforma di tiro che si muoveva a grande velocità e che si combinava con unità simili fino a formare un rullo in grado di schiacciare la fanteria. Contro i carri esistevano poche difese: un uso intelligente del terreno, la costruzioni di fossi e ostacoli e l'azione di soldati specializzati  nell'atterrare i cavalli nemici. Potevano essere utilizzati anche carri per fermare altri carri, ma la loro efficacia risultava dubbia. La prima battaglia di carri documentata è quella di Megiddo, nel nord della Palestina, combattuta nel 1468 a.C. tra il faraone Thutmosi III e un'alleanza capitanata dagli hyksos.

Il carro egizio
In Egitto esistevano due tipi di carri: quelli destinati al trasporto di persone importanti (dal faraone ai nobili più in vista), che fungevano in combattimento da postazione mobile di comando, e quelli comuni, che formavano un corpo a parte all'interno dell'esercito. Il carro da combattimento portava due uomini: un auriga o conduttore, armato solo di una frusta e che a volte è raffigurato mentre impugna uno scudo, e il combattente armato di arco. Le armi del combattente erano principalmente un arco e un giavellotto; era più raro l'uso di pugnali, ace o spade. Non si utilizzava l'elmo né altra protezione, tranne un piccolo scudo leggero. L'uso del carro richiedeva forza e destrezza, che si acquistavano durante l'addestramento ma anche con la pratica della caccia, che era nello stesso tempo passatempo e allenamento.
I carristi costituivano un corpo nobile ed erano ufficiali che raggiungevano i gradi più alti nell'esercito. Il carro costituiva un elemento di prestigio sociale.
Persino i figli del sovrano si fregiavano di titoli come "primo conduttore del carro del faraone" o "conduttore dei cavalli". Il faraone si poneva alla guida delle truppe sul suo carro; quando il re-dio moriva, questo stesso carro veniva smontato e collocato nella sua tomba perché il defunto potesse utilizzarlo nell'aldilà.  Esistono raffigurazioni di carri (sia pitture che rilievi) che illustrano per lo più una battaglia oppure una sfilata dopo la vittoria. Ne sono esempi le molteplici raffigurazioni della battaglia di Kadesh o le diverse immagini di Ramses II su un carro, con le redini fermate alla vita e le mani libere per maneggiare l'arco.  


Poiché il carro, così come il cavallo, fu introdotto in Egitto in un secondo momento, fu necessario creare un vocabolo per designare questa nuova invenzione, e così fu introdotta nella lingua la parola: wrrt. Il simbolo che la rappresenta è un disegno molto vicino alla realtà. 



domenica 8 marzo 2015

Chi riposa ancora nella Valle dei Re?

Spesso, quando si affrontano questioni riguardanti l'antico Egitto, il punto di partenza è dato da una situazione non chiara o da una situazione paradossale; ma infondo, è proprio questo che amiamo dell'archeologia. Quella sensazione che il passato sia da scoprire con la stessa trepidazione ed enfasi del nostro futuro: nulla è certo, nulla è scontato e tutto può essere scritto, o in questo caso, riscoperto.
La Valle dei Re non fa certo eccezione a questa regola. Sembra quasi incredibile, ma di questo sito archeologico si sa ancora relativamente poco, nonostante le ricerche siano iniziate da oltre due secoli. I ricercatori non escludono che nuove sepolture possano ancora essere riportate alla luce. D'altra parte, molte tombe erano già state individuate e violate nell'antichità: soprattutto durante il periodo ramesside, la profanazione e il saccheggio delle sepolture reali divenne un'attività molto praticata.


Uno dei paradossi a cui si accennava prima è che nella Valle non sembra esserci traccia della tomba di Amenhotep I, la cui mummia fu ritrovata nel 1881 nel nascondiglio di Deir el-Bahari. In passato, alcuni egittologi hanno ritenuto di poter attribuire a questo faraone la tomba classificata con la sigla KV 39 (dove KV sta per Kings Valley), ma non è stato possibile verificare questa ipotesi. La prima sepoltura della Valle dei Re certamente appartenuta a un sovrano della XVIII dinastia, quindi, è la tomba KV 20, fatta costruire per Thutmosi I; di conseguenza, dove è sepolto Amenhotep I?

Ipotesi I: KV 39
L'archeologo John Rose, che scavò in questa tomba per circa cinque anni, si convinse che questo sepolcro potesse effettivamente essere l'ultima dimora di Amenhotep I. Rose era convinto che ogni nuovo faraone facesse scavare la propria tomba a sud-ovest di quella del suo predecessore. Questa teoria regge a tastoni solo per le sepolture dei primi re della XVIII dinastia. Di conseguenza, se dovessimo prenderla per buona e considerassimo come attendibile questa idea, dovremmo considerare l'ipotesi che la tomba di Ahmosi (predecessore di Amenhotep I) è probabilmente collocata nei pressi delle rampe dei templi di Deir el-Bahari.
Ipotesi II: K93.11
Questa sepoltura, che si trova a nord-ovest dalla tomba di Shuroy (TT 13), nella necropoli di Dra Abu el-Naga, è stata candidata dall'archeologo Daniel Polz come probabile sepoltura di Amenhotep I. A sostegno della sua ipotesi, sono state ritrovate alcune ceramiche databili all'inizio della XVIII dinastia. Inoltre, nel papiro Abbott, la tomba di Amenotep, viene indicata con il termine: 'kai, che alcuni hanno tradotto con: "l'alto luogo"; in effetti, la K93.11, si trova in posizione elevata.
Ipotesi III: AN-B
Questa tomba è incastonata nella montagna tebana, alle spalle della collina di Dra Abu el-Naga, non lontanissimo da Deir el-Bahari. Quando nel 1914 Howard Carter sostenuto da Lord Carnarvon, era ancora sulle tracce della tomba di Tutankhamon, scrisse un articolo poi edito nel 1916, in cui sosteneva che tale sepoltura non solo era lo stereotipo di tutte le tombe della XVIII dinastia, ma che doveva per forza appartenere ad Amenhotep I. Carter si convinse di questo anche in seguito alla misurazione della tomba, che corrisponde esattamente alle misure date nel papiro Abbott. Inoltre sono state ritrovate delle ceramiche che riportano diversi nomi di personaggi illustri dell'inizio della XVIII dinastia.

Infine, potremmo anche arrivare a prendere in considerazione una quarta ipotesi: e se l'ultima dimora eterna di Amenhotep I è ancora là fuori da qualche parte? Questo al momento non ci è dato saperlo. Tuttavia, ci sono diverse tombe che mancano all'appello, come quella di Ramses VIII, per approfondire segnalo un articolo precedente: L'enigmatico Ramses VIII.
Nondimeno, in archeologia, la ricerca è altrettanto importante. Molti dei cantieri di scavo e di restauro della Valle dei Re resteranno aperti ancora a lungo. Dopo oltre due secoli di ricerche, infatti, c'è ancora tanto da fare. Non si tratta solo di portare alla luce nuove tombe, poiché la Valle non potrà mai essere considerata una "storia finita", come erroneamente si pensava all'inizio del XX° secolo; ma anche di salvare quelle a rischio di deterioramento o di distruzione. Tra i lavori ancora in corso, ricordiamo quelli della tomba KV 56, la famosa "tomba d'oro", ma anche quelli della KV 5, l'enorme sepoltura dei figli di Ramses II.
Quanto alla tomba stessa di Ramses, la KV 7, una squadra di egittologi francesi è all'opera dal 1993 per renderla più stabile (fu costruita su una falda acquifera) e ripulirla dai sedimenti che si sono depositati sulle ricche decorazioni murali, una parte delle quali è purtroppo andata distrutta. Una cosa è certa: la Valle dei Re ha ancora tanto da rivelare agli studiosi e agli appassionati. È lecito chiedersi, semmai, se tutti i suoi segreti verranno mai svelati. Ma proprio in questo aspetto, forse, risiede il fascino di questa necropoli, in grado di tenere vivo l'interesse di generazioni di archeologi e ricercatori.

Per approfondire: 
G.L.Franchino - Alla ricerca della tomba di Amenhotep I - Ananke
N.Reeves/R.H.Wilkinson - The Complete Valley of the Kings - Themes & Hudson - pag.88-91

domenica 1 marzo 2015

Le collusioni nelle tombe della Valle dei Re

La Valle dei Re è stata utilizzata per oltre cinquecento anni e di conseguenza più tombe sono state scavate in un sottosuolo sempre più affollato. Gli ingressi delle tombe così venivano nascosti ulteriormente dagli scavi di nuove sepolture, perdendo così la conoscenza precisa delle tombe scavate in precedenza, visto che nessun piano generale della Valle sembra essere stato redatto. Era quindi inevitabile che gli operai addetti a nuove tombe potessero, inavvertitamente,  irrompere in quelle precedenti. In effetti, è sorprendente pensare che sia accaduto solo tre volte: nella KV 47 (Siptah - XIX din.), KV 11 (Ramses III- XX din.) e quando gli operai di Ramses VI, della KV 9, sbucarono nella KV 12 (proprietario sconosciuto).

KV 47 e KV 32 (Tomba di Tia'a)
La KV 47, cioè la tomba di Siptah, è una tipica sepoltura della dinastia XIX dinastia: una successione di corridoi conduce alla camera a colonne e da lì a un grande camera funeraria a volta. Quando gli operai entrarono nella KV32, gli scavatori studiarono la situazione, decisero così di rattoppare il buco (foto) e scavare ulteriormente lungo l'asse principale del KV 47. Quindi, ciò che era stato pensato come camera di sepoltura fu adoperato come corridoio, mentre la camera sepolcrale finale è stata ritagliata diversi metri dentro la collina, lontano dalla KV 32. A quanto pare, gli operai, a corto di tempo, hanno poi abbandonato il progetto.

KV 11 e KV 10 (Tomba di Amenemesse)
Gli scavatori che hanno iniziato il lavoro nella KV 11 non sapevano di certo che all'estremità meridionale della Valle si trovasse la tomba di Amenemesse. In realtà questa tomba appartenente all'inizio a Sethnakht, fu poi ingrandita dal suo successore Ramses III, poiché quando gli scavatori entrarono nella KV 10 all'epoca di Sethnakht, decisero di abbandonare lo scavo e "usurpare" la tomba di Tauseret. Quando poi Ramses III salì a trono, si decise così di cambiare l'orientamento assiale della tomba per evitare ulteriori problemi, creando una delle tombe più grandi della Valle.

KV 9 e KV 12
Un terzo caso verificato è quello che coinvolge la tomba di Ramses V e Ramses VI. Gli operai anche questa volta entrarono casualmente nella KV 12, per risolvere il problema, hanno cambiato il piano di scavo abbassando il soffitto e creando un piano inclinato.

mercoledì 25 febbraio 2015

Howard Carter: una vita per l'egittologia

"Ho un temperamento caldo, quella tenacia di propositi che gli osservatori meno amichevoli chiamano ostinazione, e che oggi... i miei nemici si compiacciono di chiamare... un mauvais caractère. Ebbene, non posso farci niente!"
Howard Carter

Howard Carter nacque a Londra il 9 maggio del 1874 da Martha Joyce Sands e da Samuel Carter, un artista particolarmente dotato che incoraggiò il figlio a seguire le proprie orme. Howard Carter dimostrò di avere un talento particolare per il disegno e a 17 anni divenne assistente dell’egittologo Percy Newberry, partecipando a una sua spedizione nella necropoli di Beni Hasan risalente al Medio Regno dell’Egitto (il periodo tra il 1987 e il 1780 avanti Cristo). Tra i vari incarichi affidati a Carter, c’era quello di ricopiare e catalogare le decorazioni e i geroglifici all’interno delle tombe, lavoro che svolse con grande attenzione innovando anche alcuni sistemi per ricopiare i motivi decorativi.

Dopo aver lavorato in altre zone dell’Egitto con altri archeologi, nel 1899 Carter fu nominato ispettore capo del Consiglio supremo delle antichità dal ministero della Cultura egiziano e coordinò diversi scavi a Luxor. Nel 1905 diede le proprie dimissioni e tre anni dopo entrò in contatto con George Herbert, quinto conte di Carnarvon, che gli diede molte risorse economiche per finanziare nuovi scavi archeologici. Carter concentrò i propri lavori nella valle dei Re, l’area che si trova vicino Luxor e che per quasi cinque secoli fu utilizzata dagli antichi egizi per le sepolture dei loro sovrani. I primi anni furono poco fruttuosi e le ricerche si interruppero a causa della Prima guerra mondiale, per poi riprendere con maggiore continuità nel 1917. Lord Carnarvon stava spendendo molto denaro, ma non riteneva soddisfacenti i risultati ottenuti dal suo archeologo e nel 1922 decise di dare un ultimo finanziamento a Carter affinché gli trovasse una particolare tomba.
Howard Carter intensificò le proprie ricerche e il 4 novembre del 1922 trovò, insieme con i suoi collaboratori, i gradini che portavano alla tomba di Tutankhamon. Ventidue giorni dopo, Carter aprì una piccola breccia in presenza di Lord Carnarvon nella via di accesso alla tomba, scoprendo che non era stata depredata e che il corredo funebre del faraone era sostanzialmente intatto. La tomba era conservata perfettamente e divenne una delle più importanti scoperte archeologiche realizzate nella valle dei Re. In quei momenti, Carter non sapeva ancora con certezza di essere nella tomba di Tutankhamon e non immaginava ancora del tutto quanto fosse ben conservata e ricca di reperti. In quell'occasione ci fu un celebre scambio di battute con il suo finanziatore, che gli chiese se vedesse qualcosa di particolare ricevendo da Carter come risposta: “Sì, cose meravigliose”.
Effettuata la scoperta, iniziò un intenso lavoro di catalogazione dei manufatti trovati all’interno dell’anticamera della tomba. A fine febbraio del 1923, la ricerca si spostò in un’altra stanza dove avvenne l’importante ritrovamento del sarcofago di Tutankhamon. La notizia fu ripresa dai giornali di tutto il mondo e contribuì a rafforzare l’interesse verso l’antico Egitto da parte dell’opinione pubblica occidentale. Dopo nove anni di ricerche, Carter decise di ritirarsi e iniziò una nuova carriera come consulente e agente per alcuni musei.
Morì a Londra il 2 marzo del 1939 all’età di 64 anni a causa di un linfoma. La sua morte a così tanti anni di distanza dalla scoperta della tomba nella valle dei Re è la prova, laddove fosse necessaria, dell’inesistenza della cosiddetta “Maledizione di Tutankhamon”, che avrebbe colpito tutti coloro che parteciparono alla spedizione archeologica. Solamente Lord Carnarvon morì pochi mesi dopo la scoperta della tomba, ma a causa di una ferita mal curata dovuta a una puntura d’insetto. La maledizione fu una sorta di trovata promozionale dell’epoca, dovuta anche al fatto che circolavano poche informazioni ufficiali per la stampa sull'andamento degli scavi nella valle dei Re; e quelle poche notizie disponibili erano prerogativa del Times. In media, i principali artefici della scoperta archeologica morirono a oltre 24 anni di distanza dall’apertura della tomba di Tutankhamon.



giovedì 19 febbraio 2015

Il tempio di Kom Ombo

Durante le grandi epoche faraoniche in questa zona fioriva una borgata. Le più antiche testimonianze di occupazione risalgono alla XVIII dinastia. All'epoca di Thutmosi III vi venne senza dubbio innalzato un santuario del quale sono state ritrovate alcune rovine. Tuttavia, fu solo con lo sviluppo dell'agricoltura e la conquista di nuove terre arabili sotto i Tolomei, che l'insediamento - sotto il nome greco (o ellenizzato) di Ombos - acquisì importanza. Vi venne senza dubbio eretto un tempio verso la metà del II secolo a.C. da Tolomeo VI Filometore, la cui decorazione venne portata a termine solo un secolo più tardi, sotto Tolomeo XII Aulete. Il tempio era già dedicato a due triadi di divinità: la prima di esse era costituita da Sobek, Hathor e Khonsu, dove Sobek, il dio coccodrillo, e Hathor sembrano essere state divinità primordiali della regione; la seconda triade, Horoeris (Horus il vecchio), Tesenet-nofret (sorella divina di Horus) e Panebtaui (il signore dei due paesi) venne insediata a Kom Ombo solo in Epoca Tarda. Il tempio presenta la particolarità di essere dotato di due nàos* e di una serie di doppie entrate ad essi corrispondenti; tali nàos sono dedicati ciascuno a una triade. Oltre a questo doppio santuario, il tempio presenta ancora altri tratti originali; un doppio corridoio che racchiude il complesso, uno interno e l'altro esterno, aggiunti durante il periodo romano, due pozzi in muratura di cui uno, dotato di una scala interna a chiocciola, è situato in corrispondenza di una galleria d'accesso sotterranea. Il complesso architettonico, in discrete condizioni di conservazione, domina tuttora il corso del Nilo da una bassa collina. Il mammisi*, situato a sud-ovest, è ora in rovina, ma a sud-est una cappella dedicata ad Hathor è praticamente intatta: serviva a dar riparo ai coccodrilli mummificati. 


*Nàos s. m. [adattam. del gr. ναός, der. di ναίω «abitare»]. – Nell’architettura classica, l’«abitazione» di un dio, cioè il tempio o la parte più interna del tempio greco dove era posta la statua del dio. 

*Mammisi - In copto "luogo del parto", è il nome che vien dato ai piccoli edifici annessi ad alcuni templi egiziani; là si immagina si ritiri la dea titolare del santuario quando deve dare alla luce il dio figlio. L'esempio più antico risale a Nectanebo (XXX dinastia) e sorge a Dendera, dove un altro m. è di epoca romana. Gli altri sono tolemaici, e fra questi i meglio conservati sono quelli di Edfu e di File. Spesso sono edifici peripteri; sui dadi delle colonne si hanno figure di Bes, il dio protettore delle partorienti. Scene della nascita e dell'infanzia divina sono i temi della decorazione parietale.

venerdì 13 febbraio 2015

Le colonne egizie

Quando pensiamo ai templi egizi uno degli elementi architettonici principali che ci ritorna in mente è la colonna. In effetti è difficile immaginare un tempio come Karnak senza pensare ai suoi enormi colonnati, o al tempio di Dendera senza le meravigliose colonne hathoriche. Quindi cerchiamo di capirne le differenze:


Colonna Scanalata: Detta anche protodorica, perché ricorda nel fusto le colonne greche di ordine dorico, essa imitava probabilmente tronchi di conifere scortecciati. I primi esempi (ca 2700 a.C.) sono quelli del complesso di Djoser a Saqqara. Gli esemplari successivi mostrano generalmente sulla fronte una banda verticale iscritta.

Colonna Papiriforme a capitello chiuso: È simile nell'aspetto a quella lotiforme, dalla quale si distingue per la parte inferiore più stretta e avvolta dal motivo di cinque foglie lanceolate. Il fusto è composto dal motivo di sei-otto steli a tre nervature legati a fascio sotto il capitello, il quale raffigurava ombrelli (corimbi) socchiusi di papiro. Alla triplice nervatura venne dato particolare risalto plastico fino alla XVIII dinastia. I fusti appaiono invece quasi lisci in epoca ramesside (XIX-XX dinastia), dando origine alla cosiddetta colonna "monostile", così chiamata perché secondo alcuni studiosi rappresenta un solo stelo di papiro a gemma chiusa. Le più antiche colonne papiriformi a capitello chiuso sono quelle del tempio della piramide del faraone Sahura della V dinastia.

Colonna Lotiforme: Di diametro uniforme per tutta la sua altezza, il fusto rappresenta un fascio di quattro-sei e più tardi anche di otto steli di fiori di loto legati sotto il capitello. Questo è formato da sei calici leggermente aperti, tra i quali figurano sei fiori più piccoli, il cui stelo si prolunga sul fusto. Leggermente impiegata durante l'Antico Regno, a partire dalla V dinastia e nel Medio Regno, ritornò di moda in Epoca Tarda. Il loto era legato al culto solare: fu infatti il fiore dal quale il sole uscì sulle acque primordiali il giorno della creazione.

Colonna Palmiforme: Rappresenta un tronco di palma decorato con foglie di palma strette al fusto da diverse legature che terminano in un triplice laccio, visibile sul davanti. La prima attestazione è nel tempio della piramide del faraone Sahura menzionata sopra. Il palmizio, dimora del dio Sole, era anche pianta araldica dell'Egitto. Per questo motivo la colonna palmiforme era utilizzata di preferenza nei palazzi reali e nei templi funerari.

Colonna Papiriforme a corolla aperta: Detta anche campaniforme, ha un fusto liscio arrotondato, che rappresenta forse un unico stelo di papiro. Il capitello, che nasconde alla vista dal basso il piccolo abaco, è decorato con serie di corimbi aperti di papiro, avvolti in foglie lanceolate. Questo tipo di colonna, nata come supporto di lampada nel Medio Regno, è attestato in raffigurazioni dell'inizio del Nuovo Regno e come elemento architettonico in pietra per la prima volta nelle costruzioni di Thutmosi III a Karnak. Viene utilizzato di preferenza in chioschi aperti e nelle navate centrali delle sale ipostile, a rappresentare l'aprirsi delle piante al passaggio del dio solare che porta la luce (il giorno) nel tempio, simbolo dell'intero universo. I capitelli a boccioli chiusi, sia papiriformi sia lotiformi, alludano invece alla notte, al viaggio del Sole nell'aldilà dopo il tramonto, nel corpo di sua madre Nut.


Colonna Hathorica (sopra un video che la mostra a 360°): È costituita da un fusto cilindrico su cui poggia il capitello che raffigura quattro facce della dea Hathor con orecchie bovine, che guardano i quattro punti cardinali. Sopra le teste sono collocati altrettanti sistri, generalmente in forma di grande portale. Testimoniata per la prima volta nel Medio Regno, questa colonna è presente in edifici consacrati al culto di Hathor e raffigura il feticcio della dea portato in processione nelle feste a lei dedicate.

Colonna Composita: È così chiamata perché per lo più è formata da vegetali diversi, anche se alcuni esemplari rappresentano steli di sola palma o papiro. Tipica dei templi di Epoca Tarda, la colonna composita ha origine nelle colonne, soprattutto palmiformi, dei palazzi reali di epoca amarniana e ramesside, che presentano variazioni originali su motivi classici.

Colonna a forma di picchetto di tenda: Utilizzata nel tempio funebre di Thutmosi III a Karnak, è la trasposizione in pietra del picchetto ligneo di tenda o baldacchino, costituita da un fusto di dimensione crescente dal basso verso l'alto, che nella parte superiore termina in un capitello campaniforme ornato da foglie lanceolate. Incerto è il legame di questo tipo di colonna con quelle simili dei palazzi minoici a Creta.

sabato 7 febbraio 2015

La condizione sociale della donna egizia

Nella società egizia si evidenzia, più che in qualsiasi altra civiltà antica, il ruolo predominante della donna nei vari aspetti della vita quotidiana e lavorativa. Nell'antico Egitto, gli uomini e le donne vivevano una condizione di parità, che tutt'oggi sfugge a civiltà a noi coeve.
Quando i greci visitarono l’Egitto, arrivarono a pensare alla società egizia come ad un matriarcato, talmente rimasero sconvolti dalla libertà di costumi delle egizie. Bisogna specificare dunque, che nell’antica Grecia, le società matriarcali non erano viste di buon occhio; basti pensare allo sdegno che i greci provavano per le amazzoni. Tale termine sta a significare: “senza seno” ( α= alfa privativo e μαζός= mazos, cioè seno), e andava a rimarcare l’abitudine secondo la quale le amazzoni si mutilassero del seno destro per poter tendere meglio l’arco.
Secondo i greci, questa non era neanche l’unica popolazione a carattere matriarcale con abitudini “barbare”. Le Lemnie, le antiche abitanti dell’isola di Lemno, addirittura arrivavano a mangiare carne cruda, simbolo di inciviltà. Considerando tutti questi fattori si può arrivare a comprendere l’immaginario collettivo del mondo classico per i costumi egizi, e la naturale diffidenza dei greci e dei romani per gli abitanti della valle del Nilo.
Tuttavia i greci avevano torto, in Egitto, gli uomini e le donne avevano uguali diritti e medesimi doveri, soprattutto a partire dalla III dinastia. Prima di questo periodo, la condizione della donna era più simile a quella della donna romana di epoca repubblicana. La famiglia era di stampo patriarcale e sottoposta ad un vero e proprio pater familias. Tra la III e la IV dinastia il diritto familiare subì una svolta importante. La donna non era solo la padrona indiscussa della casa, ma poteva ereditare o decidere a chi lasciare i propri beni.Come testimonianza del rapporto speciale che vigeva fra madre e figlio in Egitto, possiamo ricordare l’insegnamento numero sette del saggio Ani, (versi 15-8,1):
“Rendile in misura doppia il pane che ti chiede tua madre e portala, come lei ti portò. Tu fosti per lei un carico faticoso e pesante. Ma lei non ti lasciò neppure quando giungesti in porto. Il suo dorso ti portò. I suoi seni ti nutrirono per tre anni. Non si disgustò mai della tua sporcizia e non si scoraggiò dicendo: che cosa si deve ancora fare? Quando ti condusse a scuola, allorché ti si insegnava a scrivere, ogni giorno si prese cura del tuo nutrimento portando il pane e la birra da casa sua.”
L’età adulta delle donne iniziava con la comparsa del ciclo mestruale, perché significava che la fanciulla era pronta per diventare madre. Le egizie però non avevano nessun tipo di obbligo a contrarre matrimonio per essere considerate come individuo dalla legge. Di conseguenza la donne nell’antico Egitto avevano anche la massima libertà di scelta del proprio sposo. In una stele conservata al Museo del Louvre, la donna libera Takamenet decise di sposare lo schiavo Amenyiu, facendolo adottare dalla sua famiglia; un matrimonio che sicuramente non portava lustro o vantaggi, ma che fu ampiamente accettato.
In Egitto i rapporti matrimoniali non erano regolati secondo la legge, ma solo e soltanto da questioni sociali. Un uomo e una donna che decidevano di vivere insieme come marito e moglie, potevano scegliere anche di contrarre un accordo a tempo; una sorta di matrimonio di prova. In alcuni documenti ritrovati a Tebe, si è potuto constatare che il periodo di prova era di circa sette anni, dopodiché si dovevano ristabilire le proprie intenzioni. Se dopo sette anni gli sposi decidevano di non continuare la loro unione, ognuno portava con sé i beni portati in dote durante il matrimonio. Ma come si svolgeva la cerimonia di un matrimonio egizio?
Per essere considerati marito e moglie, nell’antico Egitto, bastava semplicemente che la coppia vivesse sotto lo stesso tetto. Non c’erano rituali religiosi o giuridici, ma solo atti sociali. Durante il matrimonio, le donne non avevano l’obbligo di prendere il nome del marito come succede nelle unioni a noi più familiari. L’importanza del nome in Egitto era vitale, gli egizi ritenevano che in esso risiedesse l’essenza stessa della persona; per questo motivo, durante le damnatio memoriae, il primo atto ad essere compiuto era quello di cancellare proprio il nome del malcapitato.
Un altro aspetto del matrimonio in Egitto, che ha spesso suscitato dissensi e polemiche è la poligamia. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che le varie spose che un uomo poteva avere non erano contemporanee ma successive; vale a dire, che una volta rimasto vedovo si poteva successivamente risposare. Altri studiosi, hanno teorizzato invece, che la poligamia in Egitto prevedesse una sposa principale con il ruolo di “Signora della casa” (nebet per) e altre spose secondarie. In ogni caso, queste restano ipotesi non confermate. Tutto ciò che sappiamo di certo è che la poligamia era ampiamente accettata in ambito reale, al fine di procreare più eredi possibili, a garanzia della salvaguardia del paese stesso.
Per quanto riguarda la poliandria, non ci sono fonti certe o attestate. In passato, due donne vissute nel Medio Regno (2060-1785 a.C.), Menkhet e Kha, furono all'inizio sospettate di essere sposate a più mariti, ma successivamente si è potuto accertare che furono sposate ai due uomini in periodi diversi della loro vita.
Esiste un altro aspetto della società egizia che deve essere riformulato nell'immaginario collettivo, oltre alla poligamia, vale a dire: l’incesto. Racconta Diodoro Siculo:
“Si dice che gli egizi, contrariamente a quanto si usa fare, avessero stabilito una legge che permetteva all’uomo di sposare la sorella, seguendo l’esempio di Iside che aveva sposato Osiride, suo fratello e che, dopo la morte di lui, non aveva voluto accettare nessun altro uomo.”
È necessario chiarire però che l’incesto in Egitto era una pratica accettata solo nella famiglia reale, per fattori che non valevano per l’uomo comune, come la conservazione della regalità attraverso la purezza della linea di sangue.
Il divorzio invece proteggeva in particolare la donna. Le motivazioni che potevano portare al divorzio, non differiscono dalle nostre: incomprensioni, prole o adulterio. Gli scritti ritrovati nel villaggio di Deir el-Medina ci regalano un imponente quadro dei rapporti tra uomini e donne. Su di un ostraka ritrovata all’interno del villaggio degli operai, un testo geroglifico riporta le motivazioni dell’assenza di un operaio da lavoro; il testo ci informa infatti, che lo sventurato non aveva potuto recarsi a lavoro quel giorno perché era stato malmenato dalla moglie.
Un altro racconto che ci viene sempre da Deir el-Medina, è quello del servo Hesy, che sposò una certa Hanur e dalla quale ebbe due figli, un maschio e una femmina, quest’ultima si chiamava Ubekhat. Madre e figlia frequentarono contemporaneamente un perditempo di nome Paneb e il figlio di questi. Così Hesy decise di divorziare durante l’anno II del regno di Sethnakht (XX dinastia). Tuttavia, il poveretto, dovette anche sborsare un “assegno mensile” in grano per il sostentamento dell’ex moglie. La moglie poteva anch'essa richiedere il divorzio. In un caso accaduto durante il Medio Regno, un uomo ripudiato dalla moglie, poté avere indietro i due terzi dei beni acquisiti durante il matrimonio.
Per quanto riguarda l’adulterio, non solo non era tollerato, ma veniva anche presentato ai futuri sposi come il “grande crimine”. Tuttavia, c’era una disparità tra la condanna teorica e quella pratica; come abbiamo visto nel caso di Hesy. Nondimeno, i giovani venivano esortati alle pratiche sessuali prima del matrimonio. Tali esortazioni erano rivolte non solo ai giovani egizi, ma anche alle fanciulle. Difatti, nell’antico Egitto, la verginità non era necessaria o obbligatoria; ma poteva essere un dono che una giovane donna portava in dote al marito. In ambito lavorativo le egizie hanno ricoperto quasi ogni incarico possibile; da faraone a sacerdotessa. C’erano naturalmente dei lavori considerati più adatti alle donne, come quello di ostetrica o di balia; ma in generale nessun ruolo era precluso al sesso femminile.
In Egitto si sono registrati casi di donne visir, come nel caso di Nebet, che oltre ad essere forse la suocera di Pepi I (VI dinastia), fu anche “capo direttore”, così come veniva indicato nei suoi titoli. Altri casi da segnalare come esempio, sono quelli della scribe Idut, forse figlia di Djoser (III dinastia) e della regina Meresankh III, moglie di Chefren (IV dinastia), che nei bassorilievi della sua tomba a Giza, viene chiamata come: “l’amata di Thot, signora del pennello”. Molte altre donne ricoprirono il ruolo di medico, di funzionario reale o di sacerdotessa.
Sono giunti fino a noi molti nomi di queste donne, come quelli di Peseshet, capo dei medici, ricordiamo Hemetra, una vera imprenditrice, e Urnero, amministratrice dei beni di un ricco signore. Come abbiamo già avuto modo di accennare, l’ambiente sacerdotale non era affatto precluso alle donne, anzi, era uno degli ambiti più aperti al sesso femminile. Il dio Amon di Tebe, aveva a sua disposizione un vero e proprio corpo scelto di sacerdotesse, chiamate: le divine adoratrici di Amon; che ricoprivano il ruolo di moglie terrena del dio. Ciò che non è ancora del tutto chiaro è se gli egizi conobbero il fenomeno della “prostituzione sacra”, come accadeva a Cartagine e a Babilonia. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che tale pratica, anziché essere esercitata nei templi, venisse perpetuata per strada e che fosse legata al culto di Iside e Osiride. Nulla di questo è però accertato. Bisogna però dire che esiste un mito legato alla dea Iside, che narra la ricerca della dea del corpo smembrato del marito. Durante queste peregrinazioni, Iside arrivò a Babilonia, dove si dice che la dea si prostituì nel tempio della dea Ishtar. Considerando tutto ciò, è giusto specificare che sarebbe comunque sbagliato fondare una certezza solo su un mito.
La prostituzione, ad ogni modo, era una pratica comune anche in Egitto. Le prostitute potevano sia esercitare per strada che in casa. Molte di loro erano delle straniere, provenienti dalla Fenicia, dalla Mesopotamia o dalla Nubia. Un segno distintivo di una meretrice erano i tatuaggi sulle cosce, così come è possibile riscontrare nelle statuetta rinvenute all’interno delle tombe, che così come gli ushabti, avevano la funzione di realizzare i desideri dei defunti. Un ultimo aspetto femminile di cui è necessario parlare per una visione ad ampio spettro della condizione delle egizie è la gravidanza. Per fare ciò, è necessario evidenziare la bravura degli egizi in campo medico, riuscivano non solo a fornire alle donne contraccettivi efficaci, alcuni di indiscusso stampo moderno, come una sorta di “diaframma vaginale”, ma erano capaci anche di stabilire il sesso del nascituro, come testimonia il papiro n° 199 di Berlino:
“Metterai dell’orzo e del grano in due sacchi di tela, che la donna innaffierà della sua urina tutti i giorni, e così pure dei datteri e della sabbia, sempre nei due sacchi. Se l’orzo e ilgrano germogliano entrambi, ella genererà. Se germoglia prima l’orzo, sarà un maschio; se germoglia per primo il grano, sarà una femmina. Se non germogliano né l’uno né l’altro, ella non genererà.”
Traendo quindi le somme dell’universo femminile egizio, ci ritroviamo davanti a donne libere, emancipate e autrici del proprio destino.

domenica 1 febbraio 2015

Bracciale della regina Ahhotep


La maggior parte degli oggetti rinvenuti nella tomba della regina Ahhotep reca il nome dei suoi figli, Kamose e Ahmose, i sovrani che cacciarono dall'Egitto gli invasori Hyksos. La regina ebbe un ruolo di primo piano durante la guerra di liberazione, come testimoniano i numerosi oggetti che i figli le offrirono in dono, fra i quali anche alcune armi, presenza insolita in una sepoltura femminile. Questo bracciale è costituito da due semicerchi. Oro e lapislazzuli formano la mirabile bicromia della decorazione. Sulle metà destra, un ventaglio posato sul segno shen, emblema di eternità, divide la superficie in due parti, occupate da due scene simmetriche: il Dio della terra Geb, che da un lato indossa la corona rossa del Basso Egitto e dall'altro la doppia corona, è seduto su un trono e posa le mani in segno di protezione sulla spalla e sul braccio del Re inginocchiato davanti a lui. I geroglifici riportano il nome del Dio e i cartigli del Re. Sull’altra metà del bracciale sono rappresentate figure a testa di falco e di sciacallo, le anime di Pe (Buto) e di Nekhen (El-Kab) mitici antenati dei sovrani dell’Egitto prima dell’unificazione.

Dati
Materiale: oro e lapislazzuli.
Diametro: 5,5 cm.
Altezza: 3,4 cm.
Luogo del ritrovamento: Tebe, Dra Abu el-Naga.
Tomba: Ahhotep.
Scavi: Mariette (1859).
Dinastia: XVIII, Regno di Ahmose (1550 - 1525 a.C.).
Sala in cui è conservato: n°4