venerdì 14 ottobre 2016

Anello a castone con i nomi di Ramses II e Nefertari


Il tipo di anello qui presentato, assai pesante, a castone piatto inciso con una decorazione, generalmente d'oro, fa la sua comparsa all'inizio del Nuovo Regno e riscuote un notevole successo fino all'epoca di Ramses II. Il monile è in corniola traslucida di colore aranciato pallido. L'anello vero e proprio è piuttosto spesso e solcato da una leggera incisione nella quale è stato appiattito un fiore d'oro; questo trattiene un sottile rettangolo d'oro che, applicato attorno al castone, dà maggiore risalto a quest'ultimo.
Durante il Nuovo Regno, diffondendosi sempre più l'impiego di paste di vetro colorate, la corniola resta la sola pietra semi-preziosa ad essere ancora utilizzata. Le pietre rosse, corniola o diaspro rosso, evocanti il fuoco e il sangue, erano molto apprezzate, anche perché si credeva fossero dotate di un immenso potere magico in grado di assicurare protezione. 
Il castone, rettangolare, reca un'incisione eseguita con tratto rapido e poco accurato. Raffigura due cartigli accostati e sormontati da grandi piume di struzzo ornate dal disco solare. Il nome ufficiale del re Ramses II, User-Maat-Ra è inciso nel cartiglio di sinistra, affiancato a quello di Nefertari, iscritto in quello di destra.
Questo modello di castone decorato con due cartigli giustapposti è assai diffuso fin dalla XVIII dinastia. Generalmente recanti l'incisione di nomi regali, i cartigli potevano anche ospitare la figura del re al cospetto di divinità, o anche soltanto l'immagine di due divinità accostate. All'epoca di Ramses II il motivo dei cartigli sormontati da alte piume diviene molto frequente. Tra le numerosissime spose di Ramses II, Nefertari occupa una posizione unica. In onore della donna amata, Ramses fece costruire un tempio ad Abu Simbel accanto al proprio e fece scavare, nella Valle delle Regine, la tomba più grande e più riccamente decorata. Poche sono le regine che ebbero il loro nome tanto spesso accostato sui monumenti a quello del re, se si eccettua Ty, sposa del faraone Amenhotep III e naturalmente Nefertiti, perennemente affiancata alla persona di Akhenaton.


Dati
Provenienza: sconosciuta
Collezione: Emile Guimet poi Louvre
XIX dinastia - Ramses II
Corniola rossa e oro
2,35x1,3 x x 2,13 cm
Musée du Louvre, Inv.n. E 31890

sabato 1 ottobre 2016

Il tempio di Iside a Pompei

È  l’unico iseo meglio conservato fuori dall'Egitto ed è a Pompei. Parliamo del tempio dedicato alla dea Iside situato nella regio VIII, insula 7. Da che venne riportato alla luce, tra il 1764 ed il 1766, ha catturato l’attenzione sia per le architetture rinvenute in un ottimale stato conservativo che soprattutto per la ricca decorazione parietale, affreschi che furono da subito staccati e dislocati al Museo di Portici, oggi custoditi all’interno del Museo Archeologico nazionale di Napoli insieme a sculture ed altri oggetti di culto rinvenuti in loco. Fu soggetto di numerosi disegni, stampe e incisioni da parte di eruditi e viaggiatori secondo le moda del ‘grand tour d’Italie‘.
Edificato in epoca tardo-sannitica, tra il terzo-quarto del II secolo a.C. e l’80 a.C., verrà poi restaurato a seguito di uno dei tanti terremoti che scossero la città tra il 62 ed il 79 d.C., forse quello del 5 febbraio del 62 d.C.. Il benefattore, il liberto Numerius Popidius Ampliatus, come si legge nell'iscrizione un tempo in bella vista all'ingresso del recinto del tempio ed ora conservata anch'essa al Museo Archeologico nazionale di Napoli, ne attribuirà il merito a suo figlio Celsinus, di appena sei anni, per avviarlo così alla carriera politica. Il tempio è ubicato nel settore sud-occidentale della città, nel cosiddetto “Quartiere dei teatri” mentre l’ingresso è posto lungo la via del Tempio di Iside, strada parallela a sud del più famoso decumano inferiore, la via dell’abbondanza, quasi all'incrocio con la via Stabiana.


Le strutture sacre che oggi è possibile visitare sono il frutto del restauro “popidiano” e quindi pertinenti all'ultima fase di vita prima che l’eruzione vesuviana ne seppellisse le vestigia. L’area del tempio si presenta cinta da un portico quadrangolare contornato da colonne che sappiamo un tempo, stuccate in rosso e in bianco con capitelli tuscanici in rosso decorati con motivi vegetali, sormontato da una copertura in tegole con antefisse raffiguranti maschere di gorgone. Lungo le pareti interne si aprivano diversi varchi di passaggio che davano su vari ambienti tutti pertinenti al culto della dea, esse inoltre erano abbellite da nicchie ospitanti statue di divinità e decorate con pitture di IV stile con la fascia mediana ospitante scorci architettonici e paesaggistici, battaglie navali e nature morte. Il tempio vero e proprio, la aedes, nucleo principale del culto, si colloca al centro del porticato. Di tipo italico, ad esso si accedeva mediante una gradinata che conduceva nel pronaos (una sorta di anticamera) adorno di quattro colonne sulla facciata, da cui si procedeva nel naos (cella) dov'era custodito il simulacro (statua) della dea, verosimilmente realizzato in parte in marmo (testa, mani e piedi) mentre il corpo era in legno addobbato con stoffe e accessori preziosi. L’ingresso della cella, sui lati, era fiancheggiato da due nicchie in cui erano alloggiate le statue di Horus/Arpocrate e Anubis, divinità in stretto legame con Iside. Sulla parete di fondo del naos era presente un alto podio con due piedistalli laterali che ospitavano le statue di Iside e di Serapide o di Osiride mentre un’altra statua di culto, quella di Dioniso con la pantera, rimando associativo tra culti isiaci e dionisiaci, si trovava nella nicchia aperta sulla parete esterna della cella, dove nell'angolo sud-ovest una scala permetteva la comunicazione con l’interno. Le pareti erano inoltre decorate riccamente da stucco bianco e pitture di I stile, mentre i pavimenti, purtroppo perduti, erano, come dimostrato da disegni dell’epoca, in cocciopesto e mosaico.
Dinanzi alla gradinata di accesso, sul lato sud-est, si trova l’altare maggiore, sul quale si compivano i sacrifici in onore delle divinità: durante gli scavi furono rinvenuti resti dei sacrifici ancora poggiati su di esso. Ai piedi è stata rinvenuta una fossa sacra che conteneva inoltre gli avanzi carbonizzati dei sacrifici, mentre altri due altari più piccoli si trovano ai lati del pronao. Davanti al tempio, sul lato meridionale si trova un’altra architettura sacra, dalle sembianze di un tempietto. La struttura, di piccole dimensioni, è abbellita all'esterno da pannelli decorati da candidi stucchi con motivi vegetali e soggetti legati al culto della dea e all'ambito egizio. All'interno si trova inoltre una piccola cavità ipogea accessibile mediante una scala. Probabilmente questo piccolo ambiente custodita l’acqua sacra forse portata direttamente dal fiume Nilo e utilizzata durante sconosciute pratiche rituali, da cui il termine purgatorium, oppure come indicato dal nome, come stanza in cui gli iniziati al culto passavano la notte prima della cerimonia dal termine greco megaron, altro nome con cui è noto l’edificio. Non deve stupire la presenza a Pompei dell’acqua del Nilo che verosimilmente veniva portata direttamente dall'Egitto a Pozzuoli, importante approdo, porto di Roma, prima dell’inaugurazione dello scalo traianeo di Ostia.
Durante la ristrutturazione post-terremoto furono associati al recinto sacro nuovi ambienti che comportarono un ampliamento dell’area sacra. Dalla parete di fondo occidentale del portico per mezzo di cinque varchi si accedeva ad un grande ambiente, noto come ekklesiasterion, di cui se ne ignora la funzione, mentre un’altra apertura nell'angolo sud-ovest dava accesso al sacrarium, una sorta di odierna sacrestia, dove venivano custoditi oggetti e paramenti sacri. Mentre dalla parete meridionale del portico si accedeva ad un triclinium ed un cubiculum.
Ed è proprio dall’ekklesiasterion che provengono i dipinti più famosi dell'iseo pompeiano: Io, Argo ed Hermes e Io a Canopo che vedono protagonista la ninfa Io prigioniera ad Argo che viene liberata dal dio Hermes e che giunge poi in Egitto, nella città di Canopo sul delta del Nilo.
Alcuni studi hanno cercato di ricostruire gli ultimi drammatici momenti vissuti all'interno del tempio: l’eruzione, avvenuta verso l'ora di pranzo sorprese sacerdoti e aiutanti verosimilmente in cucina. Alcuni, dopo aver raccolto in un sacco gli oggetti di maggior valore, scapparono via ma durante la fuga il sacco scivolò dalle mani di colui che lo portava spargendo a terra il contenuto. Riuscirono però a proseguire la loro corsa fino al vicino foro triangolare dove morirono a causa del crollo del porticato. Altri sacerdoti invece non riuscirono o non vollero abbandonare il tempio e pagarono ugualmente con la vita la fedeltà alla dea, travolti dalle esalazioni tossiche che il Vesuvio alitò impietoso sulla città.

domenica 18 settembre 2016

Zenobia: Regina dell'Oriente

"Zenobia regina dell'Oriente ad Aureliano Augusto! Nessuno ha osato fino ad oggi chiedermi ciò che pretendi tu nella tua lettera. 
In guerra tutto viene deciso dal coraggio. Hai desiderato che io mi arrenda, che conservi vita e onori, ma sottomessa a un padrone. 
Aspetto senza indugi l'aiuto dei persiani e degli armeni che non sono tanto lontani. 
I nomadi del deserto non ti hanno forse sconfitto? O Aureliano, cosa accadrà quando verrai attaccato da tutte le parti? 
Senza dubbio lascerai questo tuo atteggiamento di comando, come se le tue armate dovessero essere sempre vittoriose".

Flavio Vopisco - Vita di Aureliano - 26, in Storia Augusta


Palmira come nome evoca leggende e miti di ogni tempo, un luogo straordinario che sorge al centro del deserto siriano, il nome originario era Tadmor, poi modificato dai romani in Palmira: "città dei palmizi". Tutt'oggi è una città isolata, ben protetta dal deserto e, nell'antichità, era un centro carovaniero di grande importanza, assicurandosi così grandi profitti. In città l'industria principale era quella orafa e quando l'imperatore Aureliano, III secolo, trascinò la regina Zenobia dietro al suo carro, la sovrana era completamente ricoperta di gioielli, ma andiamo con ordine.
La vita di Zenobia interessò molti scrittori latini e greci, la sua storia per certi tratti ricorda quella di Cleopatra, paragone che piaceva soprattutto a Zenobia, la quale regnò anche negli stessi territori di Semeramide. Gli autori antichi trassero quindi dalla sua sorte una serie di leggende che poi raccolsero in numerose opere, testi come la Vita di Zenobiae, inclusa nella Historia Augusta. Il nome arabo di questa regina era Bat-Zabbai, che significa "figlia di Zabbai", che era un principe dell'aristocrazia palmirena. I lineamenti della regina non ci sono pervenuti tramite sculture o altre opere artistiche, ma solo tramite la numismatica. Infatti sono state ritrovate molteplici monete che recano la sua effige, che tuttavia non ci permettono di ricostruirne con precisione le fattezze, ciononostante, secondo le svariate informazioni pervenute fino a noi, sappiamo che non era molto alta, labbra strette e capigliatura bruna. Se le informazioni sul suo aspetto fisico scarseggiano, ne abbiamo invece in abbondanza sulla sua indole. Pare che fosse pervasa da un'ambizione senza freni, coraggiosa e con una forte tenacia.
Aveva sposato il re di Palmira, Settimio Odenato, che aveva mantenuto un atteggiamento da vassallo nei confronti dei romani per tutta la vita, tentando sempre di non urtare la politica dell'Impero. Alla morte del marito, Zenobia prese il potere e non ci pensò due volte a proclamarsi nemica di Roma. Questa politica indispettì subito l'imperatore Gallieno, che però non poté recarsi a Palmira, affrontava infatti già l'invasione dei Goti. In seguito Zenobia firmò quindi un trattato con il successore di Gallieno, Claudio II, che tuttavia non rispettò quando si autoproclamò Augusta, titolo onorifico che difatti era concesso solo alle donne vicine all'imperatore.
In seguito a questa autocelebrazione, Zenobia iniziò una serie di campagne di conquista volte a sottrarre territori a Roma stessa. Invase la Giudea, l'Egitto e l'Arabia, dove riportò rilevanti vittorie grazie all'intelligenza tattica del suo fedele generale Zabdas. Successivamente Zenobia decise di invadere l'intera Siria e di portare l'estensione del regno di Palmira fino in Turchia, queste conquiste la resero senza alcun dubbio una vera e propria regina guerriera, tanto che il neo imperatore Aureliano fu costretto ad accettare l'autonomia di Palmira.
Questa situazione però non durò molto a lungo, l'ambizione di Zenobia l'aveva portata a compiere un passo falso, quello di raccogliere denaro per Palrmira con il nome di Imperatrix Romanorum, un titolo che offuscava l'imperatore stesso, e per questo Aureliano decise che fosse arrivato il momento di intervenire. Dapprima invase l'Egitto riconquistandolo, per poi combattere in tutta l'Asia Minore, fino alle porte di Palmira, dove Zenobia stava riorganizzando un potente esercito per affidarlo al suo generale. Una volta radunate le truppe, Zabdas volse verso Antiochia, dove si trovavano le legioni romane. In seguito avvennero due scontri decisivi: la battaglia di Immae e quella di Emesa, ed entrambe le volte Zenobia ebbe la peggio.
Ormai non le restava altro che resistere a Palmira stessa, anche se fu tutto inutile, Aureliano assediò la città e la depredò. Zenobia tentò la fuga ma fu poi catturata e dopo diverse peripezie (cercò di accusare i suoi consiglieri delle proprie azioni) fu condotta e mostrata sconfitta in ogni città che Aureliano attraversò fino a Roma, dove venne esibita come bottino di guerra sfilando dietro al carro dell'imperatore.

"Era così carica di ornamenti preziosi, da sembrare quasi schiacciata dal loro peso(...)Una catena d'oro le teneva legate le caviglie e una le stava attorno al collo".

Trebelio Pollione - Vita di Zenobia - 29, in Storia Augusta
La morte
La sua sorte è incerta, si dice che morì poco dopo imprigionata o che venne perdonata da Aureliano, il quale fu talmente colpito dalla sua bellezza da concederle addirittura una villa in cui vivere e che in seguito abbia poi sposato un senatore, divenendo dunque una rispettabile matrona romana. Quale sia stata la sua sorte in realtà non ci è dato sapere, quello che è certo, è che così come Cleopatra, Zenobia fu a tutti gli effetti una delle più grandi spine nel fianco dell'Impero Romano.

sabato 10 settembre 2016

I colossi di Memnone

Le due statue (m.16,60 + 2,30 di piedistallo) fiancheggiavano l'ingresso del tempio funerario di Amenhotep III, oggi quasi completamente scomparso. Rappresentano entrambi il re seduto, con ai lati, di proporzioni ben più piccole, due donne, la madre Mutemuia e la "grande sposa" Ty.

Memnone è un personaggio omerico; figlio dell'Aurora, re etiope, accorse in aiuto di Troia e perì sotto le sue mura per mano di Achille. Nell'immaginazione dei visitatori di età classica, l'eroe, raffigurato nella statua spezzata, all'alba salutava la madre con quel suono "come di corde di cetra che si spezzassero”. La cosa risale al 27 a.C., quando in uno dei due colossi si determinò, per un terremoto, una fenditura. Nel 120 d.C. visitò il sito anche l'imperatore Adriano, accompagnato dalla moglie Sabina e dalla poetessa Julia Balbilla, di cui sono rimasti incisi sulle gambe dei colossi quattro epigrammi.


Sui colossi di Memnon, è possibile leggere addirittura la testimonianza di un probabile sopravvissuto all'eruzione vesuviana del 79 d.C., proprio quella che spazzò via Pompei e Ercolano:
"Suedius Clemens Praefectus castrorum audi Memnonem, III idus novembres, anno III imperatoris nostri".
"Suedio Clemente. Praefectus castrorum (Responsabile del Castrum ), udì Memnone, il 12 novembre del III anno (80 d.C.) del nostro imperatore".


Suedio Clemente era presumibilmente a Pompei durante l'eruzione, poiché è possibile datarne la presenza certa fino al 77 d.C., quando prese parte alla campagna politica dell'aspirante duoviro Epidio Sabino.

giovedì 1 settembre 2016

Statua di Amenemhat III

All'interno del tempio funerario di Amenemhat III a Hauara, citato da Strabone come il celebre "Labirinto", fu rinvenuta una statua frammentaria in calcare raffigurante il faraone seduto sul trono. La scultura doveva ornare l'ampio edificio destinato probabilmente a celebrare la festa-Sed, in occasione della quale si credeva che venisse rinnovato il potere del sovrano. L'immagine di Amenemhat III manca del vigore e della forza muscolare presenti in altre statue dello stesso monarca. La corporatura è meno vibrante e i lineamenti del volto, più idealizzati, danno vita a un ritratto che emana un senso assoluta imperturbabilità. Lo sguardo è fisso e severo, il torso è scarsamente modellato e il resto del corpo presenta forme rigide e schematiche. Il faraone siede con le mani appoggiate sul gonnellino striato sopra un trono che evoca quello di alcune statue analoghe di Sesostri I rinvenute a Lisht. I lati del sedile sono infatti decorati nello stesso modo, con il disegno del sema-tauy (emblema araldico dell'Unione delle Due Terre d'Egitto) affiancato da due immagini del dio Nilo stante davanti a una pianta di papiro e a una di loto, simboli del Nord e del Sud del Paese.

Dati
Materiali: Calcare giallo
Altezza: 160 cm
Luogo del ritrovamento: Hauara
Epoca: XII dinastia (1842-1794 a.C.)
Sala: n°21

lunedì 22 agosto 2016

La cerimonia dell'apertura della bocca


Nell'antico Egitto la morte era considerata una fase di transizione in cui l'essere umano passava a un nuovo stato di esistenza nell'aldilà. Perciò bisognava aiutare il defunto a resuscitare nel mondo dei morti. L'ingresso del defunto nell'aldilà non dipendeva soltanto dal fatto che egli si fosse comportato correttamente durante la sua vita e che, nella pesatura dell'anima, o psicostasia, il tribunale di Osiride lo avesse considerato degno di entrare nel mondo dei morti. Era necessario, infatti, che anche il fisico del defunto si trovasse in ottime condizioni. Egli doveva essere in grado di muoversi da sé nel "mondo inferiore", per cui le estremità dovevano essere rianimate. Allo stesso modo doveva poter mangiare, bere, parlare e avere rapporti sessuali. La cerimonia di apertura della bocca consisteva in un insieme di riti compiuti sulla mummia o su una statua del defunto e volti a far riprendere le sue funzioni vitali. Durante il suo svolgimento, il morto riacquistava anche la vista. Per gli Egizi - come anche in altre culture - "vedere" era sinonimo di "vivere". La vista è uno dei principali mezzi a disposizione dell'essere umano per percepire le cose e la conoscenza di ciò che c'era intorno significava essere vivi. Perciò, il nome completo del rituale era "cerimonia di apertura della bocca e degli occhi".
Dopo che il corteo funebre era arrivato alla necropoli, il rituale veniva compiuto dai sacerdoti, che conoscevano le pratiche necessarie. In base alle rappresentazioni, sappiamo che esso si svolgeva davanti alla tomba. Quest'ultima circostanza è attualmente oggetto di polemica, poiché alcuni egittologi ritengono che la cerimonia si svolgesse all'interno del sepolcro, o al coperto, dopodiché si chiudeva la tomba. Comunque, una volta giunti davanti al sepolcro, o al suo interno, la mummia o la statua del defunto veniva sistemata con il volto rivolto a sud su un monticello di sabbia che simboleggiava la collina primigenia. Secondo la mitologia egizia, questo era il luogo della creazione e la cerimonia di apertura della bocca era un rito creatore, mediante il quale veniva data nuova creazione e si considerava appena nato nell'aldilà. Dopo essersi purificato con acqua, incenso e natron, il sacerdote sem, seguendo le istruzioni del sacerdote lettore, rianimava il defunto. Dopo la consegna delle offerte, la tomba veniva chiusa per l'eternità. 

lunedì 15 agosto 2016

Traduzioni dalla Tomba di Nefertari: Parte 2

Avevo già dedicato un post del genere alla bellissima tomba di Nefertari, ho pensato dunque di fornire ai miei lettori ulteriori traduzioni dei dipinti della QV 66.

L'Unione di Ra e Osiride
Nella parte sud della parete ovest dell'annesso, tra le dee Iside e Nefti è raffigurata una divinità a testa di ariete, con il volto verde, colore della rigenerazione, il capo sormontato da un disco solare rosso e una tunica bianca serrata alla vita da una fascia rossa, tipica dell'abbigliamento di Nefertari. Si tratta di una raffigurazione di Ra che si confonde con Osiride: è il tema del sole che muore e rinasce quotidianamente.


Il toro, le "sette vacche celesti" e i "quattro timoni del cielo"
Sulla parete ovest dell'annesso sono raffigurate le "sette vacche celesti" con un toro e, nel registro inferiore, i "quattro timoni del cielo". Tutta la scena è connessa con il capitolo 148 del Libro dei Morti, le cui formule permettono al defunto di ottenere magicamente i cibi necessari alla sua sussistenza. Il capitolo in questione è intitolato come: "Formula per procurare approvvigionamenti a uno spirito nel regno dei morti". Il defunto, ormai divenuto Horus figlio di Osiride, recitando questi passi nel giorno della luna nuova e conoscendo i nomi e l'identità delle vacche sacre apportatrici di nutrimento, poteva ricevere gli alimenti necessari alla sua sussistenza. 


L'offerta delle stoffe a Ptah
La parete ovest dell'annesso è occupata dalla scena dell'offerta di stoffe al dio Ptah, raffigurato in piedi all'interno di un'edicola, con il volto verde e il capo ricoperto da una calotta nera. Dietro il dio si vede un grande pilastro djed.


lunedì 8 agosto 2016

Statuina di Akhenaton con una delle sue figlie

La statuina è incompiuta ma decisamente di alta qualità artistica, riproduce Akhenaton che regge sulle sue ginocchia una delle figlie, forse la primogenita Meritaton, oppure, secondo ipotesi più recenti, addirittura la sposa secondaria Kiya. Il re, seduto su uno sgabello, indossa una tunica a maniche corte e la corona azzurra (kheperesh), mentre la fanciulla porta una parrucca non ben definita e volge il capo verso il re, in atteggiamento affettuoso. Sono proprio scene di vita di questo tipo, intime e rivelatrici della vita a corte, a caratterizzare l'arte amarniana, che sembra anch'essa orientarsi, come vuole la dottrina sostenuta dal sovrano, verso quell'idea di ''vivere secondo Maat'' che, sul piano dell'immanenza, significa aderire sempre più alla verità armoniosa delle cose. Così, una semplice statuina come questa, rivelatrice di un atto d'amore comune per le nostre aspettative, diventa programmaticamente un manifesto culturale di grande forza innovativa.

Dati
Materiali: Calcare
Altezza: 39,5 cm
Larghezza: 16 cm
Luogo del ritrovamento: Tell el-Amarna, atelier di uno scultore
Epoca: XVIII dinastia, regno di Akhenaton (1350 a.C-1333 a.C)
Scavi: L.Borchardt (1912)
Sala: n°3

lunedì 1 agosto 2016

Il poema di Pentaur, falso storico o resoconto attendibile?


La battaglia di Qadesh fu lo scontro cruciale fra i due principali antagonisti del tempo, l'Egitto di Ramses II e l'impero hittita di Muwatalli.
Il nome che è stato associato al poema, quello dello scriba Pentaur, è solo di colui che ci ha lasciato una delle copie su papiro, eseguita a Menfi durante il regno del successore di Ramses II, Merenptah, e conservata al British Museum di Londra.
La redazione del racconto dovette appoggiarsi al diario di guerra che è quanto si legge in forma sintetica nel cosiddetto ''bollettino'', inciso sulle pareti dei templi. Nel testo è la preghiera, vero testo lirico, con la quale Ramses II si rivolge al dio Amon, e ne invoca l'aiuto, trovandosi solo circondato dai nemici.
Dal racconto di Qadesh si evince l'importanza dei ''servizi segreti'', la battaglia si chiuse alla pari piano tattico, ma riusci vittoriosa per Ramses sul piano strategico, perché l'impero hittita si basava sulla guerra e l'espansionismo, una volta fermato entrò in decadenza. Lo stesso destino toccherà all'impero assiro. Venne collaudata la struttura dell'esercito per divisioni, ancora, appare stupefacente la puntualità dell'incontro a Qadesh, a 450 km dalle basi, dell'esercito di Ramses II col corpo speciale, i Naharin che soccorsero la ''Amon'' nel momento di massimo pericolo ittita.
Nell'anno di regno XXI di Ramses II, egizi e ittiti conclusero paritari il primo trattato di pace internazionale che ci sia noto, dove nella versione egizia si legge ''tu sei in pace con me ed io sono in pace e in fratellanza con te, per sempre''. Tuttavia le due versioni del trattato hanno qualche discordanza, le clausole prevedono eterna pace da salvaguardare con un patto di reciproca non aggressione e alleanza difensiva contro nemici esterni e contro rivolte interne. Sono molto articolate le disposizioni che riguardano l'estradizione di fuggitivi, distinti secondo gerarchie sociali, nessuno dei quali pero dovrà essere accolto dall'altro paese. Sebbene le clausole siano espresse rigorosamente in maniera reciproca, si constatano alcune divergenze che possono pesare nell'interpretazione. Solo nella versione hittita, che è stata riprodotta in Egitto, il re Hattusili III fa riferimento alla scomparsa di Muwatalli e alla sua successione al trono, tacendo di avere detronizzato Mursili III, ma assicurando la sua volontà di pace. Nella stessa versione a Ramses è richiesto di fornire il suo sostegno affinché sia garantita la legittima successione al trono di Hatti.
Tuttavia le fonti Hittite tacciono molti particolari importanti che ci possono indurre a pensare che il trattato di pace fu molto conveniente per la stabilità del regno di Hatti, tutto questo per dire che a Pentaur non va riconosciuto tanto il merito di aver contribuito alla redazione dei testi sulla battaglia di Qadesh, ma quello di aver trascritto su papiro il racconto della battaglia, che non è sicuramente un resoconto storico.