lunedì 18 agosto 2014

La scoperta dei sarcofagi di Tutankhamon

"Il coperchio del sarcofago tremò e incominciò a sollevarsi, lentamente e con qualche incertezza si aprì. All'inizio vedemmo solo una stretta fessura nera. Poi, gradualmente, fummo in grado di discernere frammenti di granito che erano caduti dalla frattura del coperchio. Essi ricoprivano un sudario che lasciava intravedere una forma indistinta... ".
James Henry Breasted

Il sarcofago esterno (1)
Quando il coperchio fu completamente rimosso si poté vedere la figura del re morto avvolta nel sudario. I presenti si lasciarono sfuggire un grido di meraviglia quando i due lenzuoli di lino furono sollevati e apparve un magnifico sarcofago mummiforme la cui superficie d'oro brillava alla luce della lampada di Burton. La sua forma suggeriva che c'erano altri sarcofagi dello stesso tipo, uno dentro l'altro come bambole russe. Ma gli archeologi dovettero pazientare; i lavori di conservazione per gli oggetti ritrovati precedentemente avrebbero rimandato l'apertura dei sarcofagi di un anno e mezzo.
Il sarcofago esterno, lungo 2,24 m, con il capo rivolto a ovest, riposava su un basso cataletto di forma leonina ancora intatto nonostante il peso di oltre una tonnellata che sosteneva da più di 3200 anni. In fondo al sarcofago si trovavano frammenti di pietra caduti dal coperchio durante la sepoltura, provocati dai rozzi tentativi fatti dai costruttori di rimediare ad un errore di misura e per adattare il coperchio al sarcofago. Dai frammenti si concluse che la struttura del sarcofago era di cipresso, modellato a rilievo e ricoperto da un sottile strato di stucco a sua volta ricoperto da una lamina d'oro.
Lo spessore della lamina variava: maggiore per il viso e le mani e finissimo per il curioso copricapo khat. Si notarono anche variazione di colore: il viso e le mani erano più pallide, dando, come disse Carter, "l'impressione del grigiore della morte".
Le superfici del coperchio e della base erano decorate con disegni rishi, ovvero a forma di piuma, a bassorilievo. Al di sopra delle decorazioni, sui lati destro e sinistro, si trovano le figure finemente modellate di Iside e Nefti con le ali aperte, il cui abbraccio protettivo si estendeva fino a una delle due file di geroglifici che scorrevano verticalmente sul coperchio. Al di sotto del piede si trovava un'altra immagine della dea Iside, inginocchiata sul geroglifico nub, "oro". Sotto di essa c'erano dieci colonne di testo. 
Il coperchio era stato modellato con un'immagine ad altorilievo del re rappresentato come Osiride, con un ampio collare e braccialetti a bassorilievo; le braccia erano incrociate sul petto e tenevano i simboli regali: lo scettro nella mano sinistra e il flabello nella destra. Sulla fronte del re si ergevano le "Due Signore", Uadjet e Nekhbet; il cobra divino del Basso Egitto e la dea avvoltoio dell'Alto Egitto. Una piccola ghirlanda di foglie di olivo e fiori circondava la coppia ed era legata a una stretta striscia di midollo di papiro. 


Il secondo sarcofago (2)
Il disegno originale del sarcofago più esterno includeva quattro maniglie d'argento - due per lato - usate per metterlo in posizione. Ora, il 13 Ottobre 1925, tre millenni dopo, le stesse maniglie servivano per sollevarlo. Secondo Carter, "fu un momento di ansia ed eccitazione"; ma il coperchio venne sollevato senza difficoltà e mostrò il secondo sarcofago antropomorfo. Anche qui ricopriva il sarcofago un sudario di lino, a sua volta nascosto da ghirlande di fiori simili a quelle trovate da Davis nel Pozzo 54 (le quali fecero credere all'avventuriero di aver trovato la tomba di Tutankhamon). Intorno alle divinità protettrici sulla fronte del faraone, sopra il sudario, c'era una piccola ghirlanda di foglie d'olivo, petali di loto blu e fiordalisi.
Prima di sollevare il drappo di lino, Carter e compagni decisero di rimuovere dal sarcofago la parte inferiore e il contenuto della bara esterna. La fragilità della superficie di stucco e smalto rendeva necessario evitare di toccarla per quanto possibile: si usarono spilli di metallo per allargare i tenoni della barra esterna e si procedette con le carrucole. Si trattò, come ricorda Carter, di "un lavoro difficile"; ma non ci furono incidenti e il sarcofago venne deposto su cavalletti.
Il secondo sarcofago, lungo 2,04 m, si rivelò ancora più incredibile del primo. Costruito in un legno non ancora identificato, era anch'esso ricoperto da una lamina d'oro. Le decorazioni a intarsio, rovinate dall'umidità, erano più vaste di quelle trovate sul precedente. I dettagli come le strisce del copricapo - nemes, le sopracciglia, le linee del trucco e la barba erano intarsi di vetro blu - lapislazzuli. La figura di serpente sulla fronte del re era di legno dorato, con la testa di faïence blu e intarsi di vetro rosso, blu e turchese; anche la testa dell'avvoltoio trovata sul primo sarcofago, aveva un becco di legno nero probabilmente ebano) e gli occhi di ossidiana. I simboli regali, scettro e flabello, erano intarsiati con vetro blu - lapislazzuli e turchese e con faïence blu.
Circondava il collo del re un ampio collare a "forma di falco" su cui spiccavano gemme di vetro rosso, blu e turchese; ai polsi c'erano braccialetti simili al collare. L'intera superficie del corpo era decorata con motivi rishi, ma, a differenza dei decori sul sarcofago esterno, le piume erano qui impreziosite da vetro rosso - diaspro, blu - lapislazzuli e turchese. Al posto delle divinità Iside e Nefti, si trovavano le divinità alate Nekhbet e Uadjet: anche queste figure erano decorate da intarsi di vetro colorato. 





Il terzo sarcofago (3)
A differenza del sarcofago più esterno, il coperchio del secondo non era provvisto di maniglie; inoltre, la rimozione fu resa più difficile del fatto che i 10 chiodi d'argento con la testa d'oro che trattenevano il coperchio non poterono essere tolti mentre esso si trovava all'interno. Carter affrontò il problema con il sangue freddo che riservava a tutto ciò che era egizio. I chiodi furono allentati abbastanza per permettere di attaccarvi un "robusto cavo di rame"; "robusti occhielli di metallo" furono inseriti nel margine del sarcofago esterno, quindi si procedette ad abbassare il sarcofago esterno, mentre quello interno restava sospeso. Lo stesso procedimento fu usato per rimuovere il coperchio del secondo: si inserirono occhielli in quattro punti mentre i chiodi d'argento stavano al posto dei 10 tenoni d'argento rimossi, e il coperchio venne sollevato facilmente. 
L'apertura del coperchio rivelò un terzo sarcofago antropomorfo: al di sopra del copricapo - nemes c'era un lenzuolo di lino, mentre il corpo era ricoperto da un sudario di lino rosso ripiegato tre volte. Il viso era scoperto, il petto decorato con un largo collare estremamente fragile composto di grani di vetro blu, foglie, fiori, bacche e frutti (incluso il Punica granatum - melograno - e il Salix) cuciti su una base di papiro. 


"Mr. Burton fece subito delle fotografie. Poi, io rimossi il collare e il lino. Ci si rivelò un fatto straordinario. Il terzo sarcofago... era fatto d'oro puro! Il mistero dell'enorme peso, che ci aveva fino ad allora assillati, era ormai chiaro. Si spiegava anche perché il peso era così poco diminuito dopo la rimozione del primo sarcofago e del coperchio del secondo. Pesava ancora quanto otto uomini robusti potevano sollevare."

Inizialmente, però, l'aspetto del sarcofago in metallo era tutt'altro che lucente. Era stato ricoperto "da uno strato nero simile a pece che si stendeva dalle mani alle caviglie". Carter calcolò che almeno due secchi di questo liquido di unzione sacra erano stati versati sul sarcofago riempiendo l'intero spazio tra esso e la base del secondo, incollandoli bene insieme. 


Fu alquanto difficile rimuovere questo strato resinoso:

"Questo materiale simile a pece, indurito nei secoli, dovette essere rimosso col martello, i solventi e il calore, mentre le parti dei sarcofagi venivano distaccate l'una dall'altra col calore e il resto veniva temporaneamente protetto contro l'elevata temperatura da barriere di zinco; la temperatura era di parecchie centinaia di gradi Fahrenheit. Quando il sarcofago più interno fu distaccato, ci volle ancora molto tempo prima che il materiale resinoso fosse completamente rimosso."


Il sarcofago misura 1,88 m; lo spessore del metallo, ricavato da pesanti lamine d'oro, varia da 0,25 a 0,3 cm. Nel 1929, quando esso fu pesato, risultò di 110,4 kg; il suo valore minimo sarebbe oggi di circa 1 milione e 300 mila euro, o di poco più di un milione di sterline inglesi. 
L'immagine di Tutankhamon su questo sarcofago sembra quasi eterea a causa della decomposizione dell'alabastro bianco degli occhi. Le pupille sono di ossidiana, le sopracciglia e le linee del trucco sono di vetro color lapislazzuli. La barba, posticcia e attaccata al mento, è intarsiata con vetro dello stesso colore delle linee degli occhi. Il copricapo è nemes, ma qui, a differenza che nel secondo, le pieghe sono in rilievo anziché indicate da intarsi di vetro colorato. Stati di lamine d'oro nascondevano il fatto che il lobo delle orecchie era bucato, dimostrando che la tradizione di portare orecchini per i maschi era abbandonata nella pubertà. 
Sul colo erano state poste due pesanti collane di grani a forma di disco, fatti d'oro rosso e giallo e di faïence blu, legati da quella che sembrava erba tenuta insieme da un filo di lino. Ad ogni capo delle collane c'erano fiori di loto decorati con cornalina, vetro turchese e lapislazzuli. Sotto le collane si trovava il collare a forma di falco, anch'esso separato dal coperchio, intarsiato con undici file di lapislazzuli, quarzo, cornalina, feldspato e vetro turchese a forma di grani tubolari e sul bordo esterno una fila di grani a forma di gocce. 
Anche in questo sarcofago le braccia del re sono incrociate sul petto, con braccialetti simili al collare. Lo scettro e il flabello sono ricoperti di lamine d'oro e decorati con faïence blu, vetro policromo e cornalina. Parte della decorazione del manico del flabello è rovinata a causa della resina nera con cui la bara è stata ricoperta. 
Al di sotto delle mani, le divinità Nekhbet e Uadjet, modellate in oro e decorate con quarzo e vetro color lapislazzuli e turchese, allargano le ali protettive sulla parte superiore del corpo reale. Il coperchio e la base del sarcofago sono decorati anche con immagini delle dee Iside e Nefti su uno sfondo di rishi a protezione del lato destro e sinistro della parte inferiore del corpo. Due colonne verticali di testo sono incise sul coperchio dall'ombelico ai piedi, con la solita figura di Iside inginocchiata sul geroglifico nub, "oro", incisa sulle pianta di piedi. 



Il coperchio di questo sarcofago possedeva maniglie ed era attaccato alla sua base da otto lingue d'oro, quattro per lato, che entravano in cavità predisposte ed erano assicurate da chiodi d'oro. Poiché c'era poco spazio tra i due sarcofagi, i chiodi dovettero essere rimossi uno a uno; infine, il coperchio fu sollevato e la mummia del re scoperta.

"Aprimmo i loro sarcofagi e le loro casse e trovammo la nobile mummia di questo re munita di scimitarra; 
aveva al collo un gran numero di amuleti e gioielli d'oro, e il suo elmo d'oro sopra di lui... "
Brano dalla confessione di un antico tombarolo


"Davanti a noi occupava tutto lo spazio del sarcofago d'oro un'impressionante, bellissima e ben fatta mummia, sulla quale erano stati versati in gran quantità unguenti che si erano solidificati nel tempo. Contrastava col colore scuro degli unguenti una magnifica, si potrebbe dire superba, maschera d'oro brunito a immagine del re, che copriva la testa e le spalle della mummia e, come i piedi, era stata intenzionalmente risparmiata dagli unguenti". 
Howard Carter


venerdì 15 agosto 2014

La pesante eredità di Ramses II

È sempre difficile sostituire un "gigante", soprattutto se si tratta di un sovrano in grado di regnare per oltre mezzo secolo. 
Fu quel che accadde alla morte del faraone Ramses II, quando l'Egitto dovette fronteggiare una serie di crisi di successione e la costante pressione dei popoli stranieri. Alla fine del Nuovo Regno, il paese si avviava ormai verso una fase di declino irreversibile. Verso la seconda metà del XIII secolo a.C., il lungo regno di Ramses II si avviava verso la sua conclusione. Il re era ormai vecchio, ma l'Egitto era un paese ricco e potente, costellato di monumentali meraviglie che testimoniavano lo splendore della civiltà e il genio architettonico del suo sovrano. Il regno delle Due Terre viveva in pace ed esercitava la sua influenza ben oltre i propri confini: il trattato con gli Ittiti stipulava l'equilibrio in tutto il vicino Oriente. Ma gli anni passavano, e la gloria militare di Ramses II si apprestava a divenire un lontano ricordo. 
Poco alla volta, le prime nubi iniziarono a profilarsi all'orizzonte: proprio come accade al crepuscolo di una calda giornata d'estate, le nuvole sembrano lontane. Eppure, la tempesta stava già prendendo forma, e i primi tuoi si potevano già udire in lontananza, benché nessuno facesse caso a ciò che sembrava solamente una vaga minaccia.

L'inizio del declino
Questo era il clima in cui l'Egitto viveva alla fine del lungo regno terreno di Ramses II, che si dice sia durato sessantasette anni. In oltre in mezzo secolo, la società egizia era profondamente cambiata. La distribuzione delle ricchezze tra i vari ceti sociali era diventata ancora più disomogenea, ovviamente a vantaggio delle classi più agiate. Il clero di Amon era sempre più coinvolto nelle questioni politiche, e cominciava a intaccare, in modo impercettibile ma costante, l'autorità del faraone. Nel paese si andava instaurando un clima di decadenza, caratterizzato da un certo degrado dei costumi e della morale, oltre che da una sostanziale impoverimento culturale. Anche all'esterno cominciavano a profilarsi nuove minacce. Il regno degli Ittiti era in procinto di essere invaso da popolazioni del Nord, provenienti dai Balcani e dalle coste del Mar Nero. Lo stesso Egitto, dopo la morte di Ramses II, divenne una preda allettante per gli invasori stranieri, tanto più che la scomparsa del vecchio sovrano aveva acceso la rivalità tra i numerosi pretendenti al trono e aperto così una vera e propria crisi di successione. Inevitabilmente, questa crisi indebolì il paese e lo rese particolarmente vulnerabile a pericoli di ogni sorta. Alla fine, a salire al trono fu Merenptah. Questi era il tredicesimo figlio di Ramses, mentre sua madre era la grande sposa reale Isisnofret. Apparentemente, si trattò di una scelta del tutto legittima e logica: il nuovo faraone si era già occupato a lungo di questioni di Stato, seppure all'ombra del padre; in particolare, Merenptah era stato generale in capo dell'esercito e aveva anche rivestito le alte funzioni di luogotenente generale del regno mentre Ramses combatteva contro gli Ittiti. Vi era, però, una particolarità: il futuro re era nato nei primi anni di regno del padre, pertanto non era più un ragazzo: quando indossò la doppia corona d'Egitto, aveva quasi sessant'anni.
Fra i numerosissimi discendenti di Ramses II, oltre a Merenptah, si distinsero altri due figli, Khaemuaset e Amonherkopeshef. Questi fu il figlio maggiore e il primo avuto dalla regina Nefertari; dopo aver intrapreso la carriera militare, fu principe ereditario per quasi quarant'anni. Dopo la sua morte, avvenuta probabilmente in guerra, il titolo legittimo passò ad un altro figlio di Nefertari e soli molti anni dopo, quando altri principi morirono, Merenptah fu proclamato erede. Khaemuaset, invece, era figlio di Isetnofret e un vero appassionato di studi storici, tanto da divenire una sorta di archeologo ante litteram; restaurò, tra l'altro, diversi templi e studiò le fonti della religione egizia. Fu anche gran sacerdote di Ptah a Menfi, e si occupò personalmente di organizzare le feste Sed in onore di suo padre.

In guerra su tre fonti
Gli eventi si susseguirono molto rapidamente. Appena insediatosi sul trono, Merenptah, realizzò che le frontiere dell'Egitto erano minacciate da più parti: a est dai Palestinesi e dai cosiddetti "popoli del mare" a ovest dai Libi e a sud dai Nubiani. Bisognava quindi batterli su tre fronti. Come abbiamo visto, Merenptah aveva la tempra e l'esperienza di un soldato, sapeva valutare le forse nemiche e aveva già dimostrato di possedere sangue freddo e capacità decisionali. e cercare di batterli uno dopo l'altro. Il primo fronte di guerra si aprì a est, contro i Palestinesi e i popoli del mare. L'esito della campagna fu positivo, ma la vittoria non fu schiacciante: il sovrano egizio aveva fretta di portare le sue truppe all'altro capo del paese per sfidare i Libi, e non ebbe il tempo di inseguire i vinti; dopo una breve ritirata, questi si installarono in prossimità delle frontiere.
Anche a ovest le cose sembrano prendere una piega più difficile rispetto alle previsioni di Merenptah. L'esercito egizio era già provato dalla prima campagna e dalla lunga marcia di trasferimento, e non riuscì a sconfiggere in modo definitivo i Libi. Questi si limitarono a indietreggiare e si insediarono in una zona del Basso Egitto da cui verranno scacciati solo più tardi, durante il regno di Ramses III. Quanto ai Nubiani, sempre in rivolta e pronti ad approfittare di ogni minimo segno di debolezza degli egizi, avevano nuovamente imbracciato le armi e rialzato la testa. Ma, ancora una volta, furono riportati alla ragione con i metodi impietosi più volte utilizzati dai predecessori di Merenptah.
Dopo due anni di guerra, l'Egitto era riuscito a limitare i danni, ma non aveva risolto i propri problemi: le frontiere rimasero infatti sotto la minaccia di popoli nemici che, pur sconfitti, non avevano rinunciato ai loro progetti di conquista. Si stabilì così una pace precaria. Ciononostante, Merenptah passò alla storia come un salvatore del proprio paese. A parte l'aspetto militare, del suo regno non rimango molte tracce. È certo, però, che la morte di questo faraone aprì una nuova crisi di successione, ulteriormente aggravata da un generale declino del paese.


Sethi II contro Amenemesse
Gli eventi che seguirono la morte di Merenptah sono particolarmente difficili da ricostruire. A quanto sembra, il principe ereditario Sethi II s'impose superando notevoli difficoltà. Alla fine ebbe la meglio suoi suoi contendenti, ma ben presto dovette affrontare un avversario, un "anti-faraone" di nome Amenemesse. Chi era costui?
Sulle origini di questo pretendente al trono, sono state formulate diverse ipotesi: forse apparteneva a uno dei rami dell'intricata stirpe di Ramses II, oppure er un figlio di Sethi II ribellatosi al padre; secondo altre supposizioni, invece, era un fratellastro di Sethi II che reclamava la propria parte di potere o, ancora, il leader di una congiura fomentata da un visir ambizioso. Stupisce, in ogni caso, l'autorevolezza acquisita da questo usurpatore, il quale riuscì ad attirare un discreto seguito: per esempio, riuscì a far interrompere i lavori di costruzione della tomba del faraone e far intraprendere quelli relativi alla propria sepoltura. Ma anche Sethi II poteva contare su sostenitori fedeli, a cominciare dal visir Bay, destinato a giocare un ruolo di primo piano nei successivi anni di regno.
Amenemesse scomparve in circostanze ignote e, dopo soli due anni, morì anche Sethi II: ancora una volta, l'Egitto dovette affrontare una crisi di successione. A risolverla fu il deciso intervento di Bay, il quale riuscì a imporre l'incoronazione di Siptah. Intanto, un altro influente personaggio iniziava a insinuarsi tra le pieghe del potere: la regina Tausert.

Siptah, un faraone di passaggio
Anche sulle origini di Siptah sono state avanzate diverse ipotesi. Secondo alcuni storici, era semplicemente un figlio di Sethi II; altri, invece, sostengono che suo padre fosse l'anti-faraone Amenemesse. Ma in tal caso, perché il visir Bay, fedele servitori di Sethi II, avrebbe favorito l'ascesa al trono di un rivale del suo signore? Forse per assicurarsi una posizione di favore accanto al giovane sovrano? Di fatto, il ruolo svolto da Bay, alla corte di Siptah fu considerevole: il nuovo faraone era debole, inesperto e, oltretutto, menomato da un piede torto. Ma il visir era onnipresente, e si può dire che fu proprio lui a regnare. Dopo la morte del sovrano, Bay ebbe l'immenso onore di vedersi riservare metà della tomba reale.
Quanto alla regina Tausert, non attese la morte di Siptah per far valere le proprie pretese al potere: prendendo a pretesto la giovane età del sovrano, si fece designare, forse con la complicità di Bay. Si ritiene che la donna fosse stata una delle spose di Sethi II. A quest'ultima supposizione, molti rispondo che Tausert ebbe solo  figlie femmine. Il mistero rimane. Comunque sia, Tausert divenne alla fine sovrana d'Egitto a tutti gli effetti. Perché ciò accadde, però, dovette attendere la morte del visir Bay, a sua volta correggente di fatto al fianco del giovane e cagionevole Siptah.

La morte di Tausert
In quali circostanze morì la misteriosa Tausert? Nessuno sa rispondere con certezza. Sembra che la sua fu una morte improvvisa, se non violenta. Se si trattò di un incidente, di un assassinio o semplicemente di una grave malattia, rimane un mistero. Resta il fatto che al momento Tausert fu la sola sovrana d'Egitto, insieme ad Hatshepsut, a occupare una tomba nella Valle dei Re.
Nella confusione e nel caos che contraddistinse questa fase della storia egizia, emerse un nuovo enigmatico personaggio: Sethnakht, fondatore della XX dinastia. La sua ascesa cominciò quando Tausert era ancora sul trono, ma non è chiaro quale fu il ruolo giocato dal futuro re rispetto alla regina. Nel frattempo, la situazione lungo i confini dell'Egitto rimaneva incerta. I parziali successi militari di Merenptah avevano scongiurato solo temporaneamente il pericolo di un'invasione, senza definire la questione in modo duraturo: servirono dunque ad assicurare al popolo dei faraoni solo qualche anno di pace. In preda alle sue ricorrenti crisi interne, oltretutto, il paese non seppe prendere alcuna iniziativa diplomatica o militare per mettersi al riparo da nuovi attacchi esterni.
In questa situazione, sembra che Sethnakht abbia giocato un ruolo da "salvatore" dell'Egitto, conducendo nuove campagne che avrebbero, ancora una volta, arginato temporaneamente la minaccia. Questo spiegherebbe come mai le liste reali di Ramses III menzionano Sethnakht direttamente dopo Sethi II, "dimenticandosi" i nomi di Siptah e di Tausert.

venerdì 8 agosto 2014

L'ascesa al trono di Thutmosi I

Membro dell'alta nobiltà egizia, ma non imparentato con la famiglia reale, Thtumosi Aakheperkara fu designato come successore di Amenhotep I dalla regina madre Ahmes-Nefertari. Quando salì al trono, il nuovo faraone era già padre di una bambina, la futura regina Hatshepsut. 


Compagno d'armi
Verso il 1800 a.C., il popolo orientale degli Hyksos invase la regione del delta del Nilo e vi si insediò. Stanca di subire l'occupazione di una parte del paese, la nobiltà tebana prese le armi contro gli invasori. Molti condottieri si succedettero alla testa dell'esercito egizio, ma fu un giovane generale, il principe Ahmose, a riconquistare Avaris, la capitale degli Hyksos, e a ricacciare gli stranieri fuori dal paese. Ahmose fu festeggiato come un liberatore: divenuto faraone, fondò la XVIII dinastia. Tra i giovani ufficiali che si erano battuti valorosamente al suo fianco, c'era Thutmosi. Questi si distinse per il suo coraggio, ma anche per la sua saggezza, per il suo acume politico e per il senso religioso. Dopo la morte di Ahmose, sua moglie Ahmes-Nefertari restò molto vicina al compagno d'armi del marito defunto. 
Nel settimo mese del ventesimo anno del suo regno, il ventesimo giorno del terzo mese di Peret (la stagione primaverile), morì il faraone Amenhotep I, secondo sovrano della XVIII dinastia. La sua scomparsa addolorò tutti i suoi sudditi e gettò nello sconforto i dignitari di corte: la tradizione voleva che, per evitare i rischi connessi a un vuoto di potere, un nuovo sovrano dovesse essere incoronato subito dopo la morte del precedente; il problema, in questo caso, era che Amenhotep I non aveva eredi diretti, poiché la sua sposa Meritamon non gli aveva dato neanche un figlio. A prendere l'iniziativa fu quindi la regina madre Ahmes-Nefertari, vedova di colui che aveva liberato l'Egitto dagli Hyksos. La sua scelta cadde su un ufficiale di famiglia nobile, che come è stato detto, era stato anche compagno d'armi di suo marito: si chiamava appunto Thutmosi Aakheperkara.

Una successione contestata
La regina Ahmes-Nefertari era generalmente considerata una donna di carattere, capace di ponderare le proprie azioni. Tuttavia, la sua decisione di designare Thutmosi I come successore al trono d'Egitto non mancò di suscitare qualche malumore all'interno della corte. Il nuovo sovrano, infatti, apparteneva sì all'alta nobiltà tebana, ma non era direttamente imparentato con la famiglia reale. Per questo, altri pretendenti manifestarono apertamente la propria insoddisfazione, ritenendo di avere diritto di precedenza nella lista dei possibili successori di Amenhotep I.


La scelta migliore
A dispetto dei contrasti insorti in seno alla corte, la madre del re defunto dimostrò di sapere ciò che faceva: Thutmosi I, infatti, si era già guadagnato un certo prestigio, anche in virtù dell'esperienza sul campo che aveva acquisito; possedeva, inoltre, doti naturali di comando che ben presto servirono a placare le contestazioni. Soprattutto, poteva contare sull'appoggio incondizionato del clero di Amon, senza il quale nessuna decisione poteva essere presa. Nel momento in cui saliva al trono, Thutmosi I era già padre di famiglia. La sua sposa Ahmes gli aveva dato due figlie, Hatshepsut e Neferubity, che divennero principesse reali. La prima avrebbe poi conosciuto un destino eccezionale, arrivando a regnare come una delle più prestigiose sovrane del paese. Da una sposa secondaria, Thutmosi I ebbe altri tre figli: uno di loro, Thutmosi, avrebbe poi sposato la sorella Hatshepsut e sarebbe diventato re con il nome di Thutmosi II.

Un re condottiero
Non appena indossata la corona bianca e rossa delle Due Terre, il nuovo faraone dovette riprendere le armi: dal paese di Kush, giungevano gli echi di una nuova rivolta che minacciava le frontiere meridionali dell'impero. Il re organizzò una massiccia spedizione navale che, risalendo il corso del Nilo, si spinse al di là della seconda cateratta. Per navigare più agevolmente sulle acque del Nilo, il sovrano approfittò della stagione della piena: l'innalzarsi del livello delle acque giocava a suo favore.
La campagna fu un successo: sorpresi dalla rapidità delle truppe faraoniche e dalla loro audacia, i ribelli furono schiacciati e ridotti al silenzio. Al culmine del massacro, il capo dei rivoltosi fu ucciso da una freccia che lo colpì in pieno petto. A scoccare quel dardo fu proprio Thutmosi I: il faraone considerava un onore marciare alla testa delle sue truppe e prendere parte al combattimento; già in occasione della guerra di liberazione contro gli Hyksos, del resto, aveva dimostrato le sue qualità di soldato e il suo coraggio.
Prima di rientrare nella capitale, il re fece erigere a Tombos una stele commemorativa della sua vittoria. Riprese poi la navigazione verso nord, questa volta seguendo il corso del fiume. A Tebe, una folla esultante salutò il ritorno del re, che aveva fatto appendere il cadavere del capo ribelle, a testa in giù, all'albero maggiore del Falcone, la nave ammiraglia. Ovviamente, il sovrano riportò con sé anche un ingente bottino di guerra e migliaia di prigionieri, molti dei quali furono arruolati nell'esercito egizio.

Subito dopo il suo ritorno, Thutmosi I intraprese un viaggio nel Nord del paese, nella regione del delta, e si fece accompagnare da sua figlia Hatshepsut. La principessa, che già si distingueva per la sua bellezza e la sua intelligenza, si dimostrava molto interessata agli affari di Stato, e già da qualche tempo veniva educata come un'erede al trono: a Menfi, il padre la presentò in questa veste ai dignitari e ai più alti funzionari della città. Stranamente, però, quand'era ancora in vita, Thutmosi I designò come suo successore il figlio Thutmosi, che fu incoronato con il nome di Thutmosi II Aakheperenra e affiancò il padre in una sorta di coreggenza. Nel frattempo, il futuro faraone aveva sposato proprio Hatshepsut, sua sorellastra. Nonostante le ambizioni coltivate fin dalla più tenera età, la principessa dovette accontentarsi di diventare grande sposa reale: il suo momento doveva ancora venire.
Per i Thutmosi, intanto, si ripresentava la necessità di difendere la monarchia dalle rivolte: una seconda campagna militare condusse l'esercito egizio nel paese di Kush e, ancora una volta, fu Thutmosi I a condurre personalmente i suoi soldati. Al suo fianco c'era anche Thutmosi II, che tuttavia non partecipò direttamente alle operazioni: a quanto sembra, si accontentò di seguirle a distanza. Di fatto, al successore di Thutmosi I mancavano diverse qualità per diventare un sovrano all'altezza del suo compito.

Il segreto della camera funebre
Verso il decimo anno di regno, Thutmosi I cominciò a mettere da parte gli obiettivi militari concentrandosi sugli affari interni del paese e, soprattutto, sulle grandi opere architettoniche: il guerriero aveva deposto le armi, e ormai dedicava gran parte del suo tempo a visitare il cantiere di Karnak con il direttore dei lavori Ineni, architetto e orefice, nonché amico fidato del re. Questi non si stancava mai di ammirare l'impressionante allineamento dei pilastri osiriaci, eretti nella sala che stava dietro al quarto pulone, e i due obelischi che aveva fatto erigere davanti al quinto pilone, verso ovest. Ma altrettanto gradita doveva risultargli la vista degli obelischi che decoravano la facciata del tempio: costruiti nell'isola di Elefantina, vicino alla prima cateratta, erano stati scelti per ricordare al sovrano le sue schiaccianti vittorie sui ribelli del paese di Kush.  
Un altro dei passatempi preferiti dal faraone era passeggiare tra le lussuriose piantagioni di alberi da frutta che Ineni aveva fatto piantare per lui sulle sponde del grande lago. Eppure, le maggiori preoccupazioni riguardavano un monumento destinato a rimanere rigorosamente invisibile e in costruzione sulla riva sinistra del Nilo: si trattava della sua camera mortuaria, i cui scavi procedevano nel più grande segreto. Come il suo predecessore, Thutmosi I aveva avuto modo di constatare quanto fossero diventate vulnerabili le tombe sormontate da cappelle funerarie: profanazioni e saccheggi delle sepolture reali tendevano purtroppo a moltiplicarsi, così il sovrano decise di nascondere con cura la propria sepoltura agli occhi dei curiosi e dei malintenzionati. Appena salito al trono, Thutmosi I discusse a lungo la questione con il fido Ineni. Fu proprio quest'ultimo a occuparsi personalmente di scegliere il luogo adatto, che si trovava al di là del grande lago, oltre le piantagioni di alberi da frutta all'ombra dei quali il sovrano amava passeggiare e meditare. Nei pressi di uno uadi asciutto che discendeva lungo i fianchi ripidi della montagna, a mezza altezza, si apriva un'incrinature invisibile: il luogo era abbastanza lontano da qualsiasi attività umana e, per arrivarci, bisognava camminare a lungo attraversando un paesaggio ostile- Nel segreto più assoluto, e avvalendosi di operai di fiducia, il capo dei lavori fece scavare nella roccia una lunga galleria, che portava alla camera funebre.
Non si conosce la data esatta in cui Thutmosi I esalò l'ultimo respiro lasciando il trono a suo figlio, il cagionevole Thutmosi II, che lo seguirà nella tomba poco dopo. L'anziano re fu sepolto nella grotta che il suo amico Ineni aveva fatto scavare in gran segreto: la mummia fu rinchiusa in due sarcofagi di legno, posti l'uno dentro l'altro, poi la tomba fu accuratamente murata affinché si confondesse perfettamente nella parete rocciosa. 

Le tribolazioni della mummia reale



Passarono diversi anni: Thutmosi II morì a sua volta e Hatshepsut, sua sposa, ne prese il posto sul trono. La regina si trovò nella condizione di dover provare la legittimità della sua successione, dovendo fare i conti con l'incombente presenza di Thutmosi III, suo figliatro e nipote, che non aveva alcuna intenzione di lasciarle la guida del paese. Per dimostrare la sua discendenza reale, Hatshepsut aveva bisogno della "garanzia" postuma di Thutmosi I: decise quindi di spostare la salma del padre nella propria tomba, facendo anche sostituire le due casse di legno con un sarcofago scolpito nel quarzo rosso. Per fare ciò. bisognava trovare la sepoltura nascosta: il vecchio Ineni era morto poco tempo dopo il suo signore, portando con sé il suo segreto. Grazie a un suo coetaneo ancora in vita, però, fu possibile scoprire il nascondiglio in cui Thutmosi I riposava per l'eternità. Era destino, peraltro, che le spoglie del vecchio sovrano non potessero trovare una pace duratura. Altri problemi, infatti, sorsero quando Thutmosi III riuscì a salire al trono: divenuto faraone a pieno titolo dopo la morte della matrigna, questi decise di cancellarne il ricordo. Fece dunque aprire la tomba della regina e riesumò sia le sue spoglie, sia quelle del nonno. Queste furono trasferite in una tomba scavata nella Valle dei Re: questa volta, si trattò davvero del loro ultimo viaggio.






domenica 3 agosto 2014

L'assassinio del principe ittita Zannanza

Dopo la morte di Tutankhamon, la sua vedova, la regina Ankhesenamon, chiese al re degli Ittiti di darle in sposo uno dei suoi figli. La scelta cadde sul principe Zannanza, che fu assassinato mentre si recava in Egitto. Perché? Chi aveva interesse a sbarazzarsi di lui?
Tutankhamon è certamente uno dei faraoni più famosi, se non il più celebre in assoluto, nella storia dell'antico Egitto. Per assurdo, però, è anche uno dei sovrani egizi i cui anni di regno sono avvolti da una fitta cortina di mistero. Il giovane re rimase sul trono solamente per una decina d'anni al massimo, e quando morì non doveva averne più di venti; la sua tomba, piccola e poco appariscente, fu dimenticata persino dai saccheggiatori di sepolcri; i quali vi entrarono una sola volta. Quest'ultimo fatto si è poi rivelato una fortuna, e aiutato dalla costruzione della tomba di Ramses VI (KV9-King Valley Tomb n°9), proprio sopra quella del re fanciullo, ha permesso all'archeologo Howard Carter di ritrovare l'ultima dimora di Tutankhamon.
Alla ristretta cerchia di questo faraone apparteneva un altro enigmatico personaggio, piuttosto misconosciuto, che pure seppe farsi carico degli interessi della corona dopo la scomparsa prematura del re: era la sposa di Tutankhamon, una giovane donna di nome Ankhesenamon. A quanto sembra, era la seconda o la terza figlia di Akhenaton e Nefertiti, ed era più anziana di qualche anno rispetto al suo consorte. Alcune sculture ritrovate a Karnak la ritraggono come una donna minuta e piuttosto magra, ma dal bellissimo viso: i suoi lineamenti ricordano quelli della madre, passata alla storia come una delle più affascinanti regine dell'antico Egitto.


Una strana corrispondenza
Agli occhi degli storici Ankhesenamon sarebbe rimasta semplicemente la vedova di un giovane ed effimero sovrano, se non fosse stata l'ispiratrice di una singolare corrispondenza con il re ittita Suppiluliuma. Il testo di queste lettere è stato ricostruito grazie a un ritrovamento effettuato nel 1906 dall'archeologo tedesco Hugo Winckler: tra le rovine dell'antica capitale del regno di Hatti, a Baghaz-Koy (Anatolia), è riemersa una serie di tavolette scolpite, opera del principe ittita Mursilis, figlio di Suppiluliuma. Con l'intenzione di tracciare una sorta di biografia paterna, Mursilis narrò anche un episodio di cui si rese protagonista la "regina di Misra" (come gli Ittiti chiamavano l'Egitto), "vedova del re Bibhuria" (nome ittita di Tutankhamon). Ecco come il principe riepilogò i fatti:
"La sua vedova, la regina d'Egitto, inviò un ambasciatore a mio padre, con una lettera che diceva: «Mio marito è morto e io non ho figli. Si dice che tu ne abbia molti. Se me ne invierai uno, egli diverrà il mio sposo, poiché mi ripugna l'idea di prendere uno dei miei servitori come consorte». Quando mio padre apprese tutto ciò, riunì il consiglio dei grandi e disse loro: «Fin dai tempi più antichi, una cosa simile non era mai accaduta». Decise di inviare Hattu-Zittish, il ciambellano, e lo istruì così: «Va' e portami delle informazioni credibili: forse vogliono ingannarmi, forse non desiderano davvero che uno dei miei figli regni su di loro». Mentre Hattu-Zittish era assente e si trovava sul suolo egizio, mio padre conquistò la città di Carchemish. In primavera, Hattu-Zittish tornò insieme a Hani, messaggero egizio. La regina d'Egitto rispondeva a mio padre in una lettera, con queste parole: «Perché tu dici: cercano di ingannarmi? Se avessi un figlio, scriverei forse a un re straniero, umiliando me stessa e il mio paese? Non solo non mi credi, ma arrivi addirittura a dirmelo! Colui che fu mio marito è morto, e io non ho figli. Dovrei forse prendere uno dei miei servitori come marito? Non ho scritto a nessun altro paese. Ho scritto soltanto a te. Si dice che tu abbia molti figli. Mandamene uno, ed egli sarà mio sposo e signore del paese d'Egitto». E poiché mio padre era un uomo generoso, decise di fidarsi della regina egizia e prese a cuore la questione".

Assassinato lungo la strada
Ed ecco il tragico epilogo: il principe Zannanza, uno dei figli del re Suppiluliuma, fu inviato in Egitto. Il giovane intraprese il lungo viaggio accompagnato da una scorta armata, poiché sapeva che bande di predoni infestavano le regioni desertiche. Ma, lungo la strada, Zannanza e i suoi uomini furono assassinati. Chi furono gli autori del delitto? Certamente, non si trattava di semplici banditi. La scorta del giovane principe, infatti, era formata da soldati esperti e ben armati: difficilmente gli uomini ittiti si sarebbero fatti sorprendere e sopraffare da una manipolo di rapinatori. Inoltre, il racconto di Mursilis è molto preciso al riguardo, poiché specifica che il fratello fu attaccato "dagli uomini e dai carri d'Egitto".
L'identikit degli aggressori, dunque, sembra molto chiaro, se si esclude il risentimento personale di Mursilis. Per essere riusciti ad avere la meglio sugli uomini di Zannanza, del resto, gli assassini dovevano essere in un numero pari o superiore rispetto agli avversari, e il principe ittita non doveva avere motivo di dubitare di loro. Inoltre, l'espressione "gli uomini e i carri d'Egitto" lascia supporre che si trattasse di un regolare drappello, ben organizzato e armato; forse erano i soldati egizi che Zannanza si aspettava per essere scortato a Tebe?
Nella migliore delle ipotesi, era una pattuglia egizia addetta al controllo delle piste desertiche, forse ingannatasi sulle reali intenzioni degli ittiti, o forse all'oscuro dei propositi della loro regina. Più probabilmente, però, si trattò di un vero e proprio agguato, di un attacco premeditato nei confronti di Zannanza.


I possibili mandanti
Chi, dunque, aveva interesse a impedire il matrimonio tra la regina Ankhesenamon e il principe Zannanza? La risposta è semplice: un pretendente al trono egizio che ambiva a sposare la vedevo di Tutankhamon, e che non aveva alcuna intenzione di vedersi usurpare la corona da uno straniero. Se così stavano le cose, la rosa dei possibili indiziati si restringerebbe a due nomi: Ay e Horemheb.
All'epoca in cui si svolsero i fatti, Ay era piuttosto anziano: doveva avere circa sessant'anni, un'età già avanzata per quei tempi; rappresentava il tipico uomo di corte, carico di onorificenze ed esperto in tutte le questioni diplomatiche, politiche e amministrative. In passato, era stato un intimo consigliere di Akhenaton, il faraone "eretico"; secondo alcuni, era addirittura il padre di Nefertiti e, pertanto, il nonno di Ankhesenamon. Soprattutto, Ay si era guadagnato il titolo di "padre divino" di Tutankhamon. Nei confronti del giovane re, non agì da semplice precettore, bensì da guida e da consigliere: fu un mentore saggio ed esperto, incaricato di sostenere e orientare, passo dopo passo, il cammino del sovrano lungo la via del potere.
Date queste premesse, è impossibile supporre che Ay non fosse a conoscenza del progetto di Ankhesenamon: se non fu la regina stessa a confidarglielo, certamente il dignitario ne venne a conoscenza tramite le sue spie. È opinione generalmente accettata che l'anziano pretendente aveva a disposizione tutti i mezzi per organizzare un'imboscata al principe ittita e per sbarazzarsi del pericoloso rivale, il cui arrivo in Egitto avrebbe dissolto le sue ambizioni di comando. Ay, del resto, non era di sangue reale, e solo sposando la vedova di Tutankhamon poteva legittimare la propria ascesa al trono. Diversamente, avrebbe dovuto accontentarsi di prolungare quel periodo di coreggenza che certamente vi fu, come sembra dimostrare anche un reperto archeologico: uno scarabeo su cui sono incisi i cartigli della regina e del vecchio dignitario.
Eppure, Ay non era un uomo privo di scrupoli, pronto a tutto pur di dare sfogo alle sue ambizioni. Sembra, invece, che si trattasse di una persona accorta, riflessiva e, soprattutto, rispettosa dell'autorità reale, poco incline perciò a organizzare un golpe o un assassinio politico. È possibile allora, che Ay fosse stato informato fin dal principio delle intenzioni della regina, ma che l'abbia addirittura incoraggiata nel suo piano allo scopo di sbarrare la strada a un secondo pretendente. Forse, era proprio quest'ultimo il "servitore" che Ankhesenamon non intendeva prendere in sposo: un personaggio, in questo caso, con molti meno scrupoli di Ay.

Sospetti su Horemheb
Il secondo pretendete al trono d'Egitto era Horemheb, il solo a poter aspirare, al pari di Ay, alla corona del doppio paese. Poco per volta, questo importante personaggio era diventato sempre più influente presso il re fanciullo, a discapito del suo anziano rivale: se Ay aveva mantenuto il ruolo di "padre divino" e di consigliere del faraone, Horemheb si era gradualmente affermato come il braccio destro del sovrano e, forse, come l'ispiratore delle sue volontà. D'altra parte, non sembra che tra Ankhesenamon e Horemheb vi fosse la stessa confidenza che caratterizzava i rapporti tra la regina e Ay. Questo avvalorerebbe l'ipotesi secondo cui la ripugnanza cui la vedova reale alludeva nelle sue lettere fosse rivolta proprio contro Horemheb.
Ma se il generale non era in così stretti rapporti con la regina, come poté venire a conoscenza del suo progetto e dell'imminente arrivo in Egitto di Zannanza? Forse avvertito proprio da Ay? Che non era così in grado di organizzare un omicidio ma era sicuramente all'altezza di far fare il lavoro "sporco" a qualcun'altro? O probabilmente anche questo pretendente al trono disponeva di una potente rete di spie disseminate in tutti gli ambienti di corte e, persino, tra i servitori più vicini alla regina; come del resto lo era Ay. È possibile, quindi, che egli riuscì a intercettare la corrispondenza intercorsa tra Ankhesenamon e il re ittita, prendendo le adeguate contromisure.
Contro Horemheb, poi, sembra esserci anche un altro indizio. Come abbiamo visto, tutto lascia supporre che l'agguato subito dal principe nel deserto fu lanciato da una milizia ben armata e perfettamente organizzata: è vero che Ay aveva svolto in passato degli incarichi militari e che conservava una certa influenza presso l'esercito egizio, ma il suo rivale Horemheb, all'epoca, era un generale in servizio.

Conclusioni
Ay o Horemheb, dunque? Quale dei due fece assassinare il principe Zannanza? Di certo, se ora ci ritrovassimo in un tribunale romano con Ay e Horemheb sotto inchiesta, colui che risponderebbe meglio al criterio del "cui bono" è sicuramente e senza orma di dubbio Ay. Ci sono tuttavia, poche possibilità che questo enigma venga un giorno risolto. Tutto ciò che sappiamo è che, dopo il tragico episodio, Ay salì al trono e vi rimase quattro o cinque anni, e che Horemheb gli succedette. Quanto alla bella regina, la sua fine è avvolta nel mistero.

Dubbi storici

Alcuni archeologi obiettano che il periodo trascorso tra la morte di Tutankhamon e l'ascesa al trono di Ay sarebbe stato troppo breve perché potesse avvenire uno scambio di missive tra Tebe e Carchemish, dove allora si trovava il re degli Ittiti. In proposito, va detto che tra i due eventi intercorsero almeno settanta giorni, quelli necessari a preparare il corpo di Tutankhamon per i funerali: è quindi possibile che gli ambasciatori abbiano avuto il tempo di andare e tornare più volte dalle due città.

giovedì 31 luglio 2014

Amenhotep III e i suoi scarabei: matrimonio con la principessa mitannica Khilughipa


Dopo aver analizzato lo scarabeo di Ty, passiamo a quello del matrimonio con Khilughipa. È il più interessante tra gli scarabei di Amenhotep III, del quale sono noti cinque esemplari. Esso celebra il matrimonio, avvenuto nel'anno decimo di regno, tra Amenhotep III e Khilughipa, figlia di Shuttarna II, re di Mitanni. La giovane principessa era giunta in Egitto accompagnata da ben 317 damigelle d'onore. 

Comparazione del testo con l'originale:




Traduzione del testo: 


domenica 20 luglio 2014

Il villaggio di Deir el-Medina


Deir el Medina si trova in una stretta valle desertica non lontano dalla valle dei re e delle regine. La città ospitava gli operai, e le loro famiglie, impiegati nelle costruzione e decorazione delle tombe reali della valle dei re. Deir el Medina venne fondata da Thotmosis I e rimase abitata per più di 400 anni, fino a quando, all’inizio della XXI dinastia, venne definitivamente abbandonata. Nel corso della sua esistenza, la città fu ingrandita almeno 2 volte, sotto Thotmosis III e Ramses II.
La comunità degli operai era chiamata “Servitori della sede di Maat” (Maat è la Dea che personifica la verità) ed era formata da lavoratori specializzati, come carpentieri, scultori, pittori, cavapietre e manovali. Gli operai erano divisi in due squadre, ognuna con il suo caposquadra, che si davano il cambio ogni 10 giorni: erano inoltre controllati da uno scriba reale e dal Visir. Il caposquadra aveva invece il compito di tenere una lista aggiornata delle presenze giornalieri e delle eventuali assenze con relative giustificazioni: parto della moglie, ammalato, bisticci familiari e così via. Ovviamente i falsi malati o ritardatari erano sottoposti a sanzioni.
Poiché gli operai i luoghi segreti delle tombe dei faraoni, essi non godevano di piena liberà di movimento. La città era infatti racchiusa da un muro di cinta, per permettere così una più facile sorveglianza sulla comunità. Tuttavia, si trattava sempre di un gruppo di operai privilegiati con un buon tenore di vita. La comunità era alle dirette dipendenze del sovrano, che provvedeva al loro completo sostentamento. Essi erano pagati con beni di consumo distribuiti alla fine di ogni mese. Il salario consisteva per lo più in grano, ma potevano essere dati anche altri prodotti: carne, vino, sale, stoffe e legna. Gli operai ricevano poi ogni giorno, acqua, verdure fresche e pesce. Il sovrano forniva inoltre tutte le attrezzature necessarie al lavoro nelle tombe. Va comunque detto che gli operai non erano pagati tutti allo stesso modo, ma ricevano un salario in rapporto alla loro funzione.
 A Deir El Medina è attestato quello che può essere considerato il primo caso di sciopero storicamente avvenuto. Un papiro ci informa che durante il regno di Ramses III (XX Dinastia) gli operai ricorsero a vere e proprie dimostrazioni di protesta, rifiutandosi di lavorare a causa dei ritardi nel pagamento dei salari. Nel papiro gli operai affermano di essere affamati, di non avere cibo e vesti e di non ricevere pagamenti da parecchi giorni.

Le case degli operai di Deir El Medina erano abbastanza modeste, ma vanno considerate in funzione del clima di un Paese caldo, dove si trascorreva molto tempo all'aperto. Avevano pianta rettangolare ed erano composte da 4 o 5 stanze, situate una dietro l’altra; erano in genere costituite da un solo piano, anche se tutte avevano scale interne che conducevano alla terrazza sul tetto, dove si poteva eventualmente dormire nelle notti più calde. Le abitazioni erano costruite in mattoni, le porte e le finestre erano però inquadrate in cornici di pietra. La prima stanza, leggermente più bassa del piano stradale, era probabilmente un soggiorno con una curiosa costruzione in mattoni, forse una tavola o un letto. Seguiva poi la stanza principale, dove viveva la famiglia. Questa stanza, che era la più grande e la meglio decorata, aveva una panca in mattoni; al centro vi erano una o due colonne in legno, mentre addossato a una parete si trovava un piccolo altare per il culto degli antenati. Da qui si accedeva a una o due camere da letto. L’ultima stanza era la cucina, dove si trovavano un forno, un mortai e delle giare per l’acqua; dalla cucina si poteva scendere in una cantina sotterranea per la conservazione del cibo o degli oggetti preziosi della famiglia. I muri esterni delle case erano intonacati di bianco, mentre sopra le porte, dipende in rosso, era indicato il nome del proprietario. A Deir El Medina sono stati trovati gli archivi degli operai, costituiti da papiri e da testi scritti su schegge di calcare o cocci di vasellame (gli ostraka).
I testi su papiro, gli ostraka e le iscrizioni ritrovati all'interno delle case dimostrano come il numero delle persone che sapevano leggere e scrivere a Deir El Medina fosse abbastanza elevato; questi testi ci permettono inoltre di farci un’idea di quella che doveva essere la vita di una comunità al di fuori dell’ambito della corte e della nobiltà. C’è un testo, ad esempio, che descrive come un operaio di nome Menna abbia avuto grosse difficoltà per ottenere il pagamento di un vaso di grasso che aveva venduto al funzionario di Polizia Montumosi. I numerosi esercizi scolastici e letterari contenuti in questi testi ci suggeriscono che la comunità aveva una propria scuola. Sappiamo inoltre che nella città vi era un tribunale che risolveva le contese interne o di minore rilevanza. Alcune iscrizioni su ostraka contengono infatti la registrazione di cause portate davanti al tribunale, i cui membri erano gli stessi operai che lavoravano nelle tombe. Vicino alla città vennero costruite numerose cappelle, dedicate al culto di varie divinità, e una necropoli. Tra le divinità più venerate della popolazione si possono citare la Dea Hathor, il Dio Amon, e la Dea serpente locale chiamata Mertseger, cioè “Colei che ama il silenzio”. 
Le tombe degli operai erano formate da una parte sotterranea che ospitava il corpo del defunto con il suo corredo funerario, mentre al di sopra del suolo vi era una cappella dedicata al culto funerario e una piccola piramide.

sabato 12 luglio 2014

Gli epiteti degli Dei

Così come i re e le regine, nell'antico Egitto, anche gli dei avevano titoli ed epiteti che venivano a loro associati. Questi "riconoscimenti" molto spesso sono simili tra di loro, servivano quindi come preambolo al nome della divinità, oltre che per uno scopo puramente rituale. 
I titoli dei vari dei ci permettono anche di capire le loro funzioni, così Anubis è chiamato Imy Wt (quello delle bende) proprio per indicare il ruolo primario del dio nella mummificazione. 
Harpocrates è definito Tepy-en Asir (Primo degli Osiris) per rammentarci che ogni re vivo era Horus e da morto diventava Osiride, oltre ad indicare lo stretto legame fra il giovane Horus e suo padre.
Tra gli epiteti di Thot troviamo Neb Khemnu (Signore di Ermopolis), questo titolo oltre a rinsaldare il legame tra il dio ibis e la città di Ermopolis, l'antica Khemnu, ci rammenta anche che Thot è chiamato: "quello dell'otto", poiché il nome di Ermopolis in antico egizio è scritto con otto linee, una per ogni creatura primordiale che generò il sole (quattro rane e quattro serpenti).
Così facendo ogni divinità ha titoli personali, ma tuttavia ci sono titoli comuni che si ripetono spesso per ogni dio.



Ci sono poi titoli che possono essere legati solo ad un gruppo di divinità o a più di una, esempio è il titolo che condividono Bastet e Sekhmet, entrambe infatti erano un occhio del dio Ra. Anche se questo titolo con il tempo è stato associato anche ad altre divinità. 


Facciamo ora qualche esempio di titolatura completa, di seguito riporto i titoli della dea Uadjet, patrona del Basso Egitto, rappresentata da un cobra e signora di Buto.


Infine bisogna aggiungere che molto spesso i vari epiteti possono essere scritti con grafie diverse. In geroglifico non ha importanza se la lettera A è scritta con l'avvoltoio egiziano o l'avambraccio, quindi di conseguenza possiamo ritrovarci spesso davanti a variazioni di ogni sorta, che tuttavia non cambiano il significato del titolo divino. Di seguito è riportata la titolatura di Sobek.





domenica 6 luglio 2014

I generi letterari egizi

Spesso per l'antichità il termine "letteratura" racchiude l'intera produzione scritta di una lingua. Di fronte all'abbondanza dei testi egizi, si possono definire alcune grandi categorie che compongono questa letteratura: religiosa, profana e tecnica.
Una questione rimane da chiarire: quanti egizi sapevano leggere e scrivere? Purtroppo non è possibile determinare con precisione la percentuale di alfabetizzati sull'intera popolazione. Tuttavia è ipotizzabile che le classi che sapessero scrivere e leggere fossero tutte quelle implicate nei lavori amministrativi, escludendo quindi contadini e servi.

I testi religiosi
I testi funebri furono i primi ad essere prodotti. Alla fine dell'Antico Regno (fine della V e della VI dinastia), i Testi delle Piramidi, che decorano gli appartamenti funebri, costituiscono il più antico esempio di scrittura funebre e mitologica. Queste scritture sono riservate esclusivamente al faraone: ne assicuravano la sopravvivenza dopo la morte in compagnia di Ra e degli dei.


Testi rituali
Esistono anche alcuni testi rituali che ci sono pervenuti più o meno completi (Rituale per respingere il male, Rituale dell'imbalsamazione, Rituale dell'apertura della bocca, ecc.). All'inizio erano scritti in ieratico su papiro e venivano usati dai sacerdoti durante le cerimonie. Tuttavia i muri dei templi tolemaici riprendono in molti punti la trascrizione su pietra di alcuni rituali o testi mistici.

Inni e preghiere
È soprattutto a partire dal Medio Regno che si sviluppano gli inni e le preghiere in onore degli dei. Si ritrovano fino alla fine della storia dell'antico Egitto su differenti supporti: pareti delle tombe e dei templi, steli, papiri e ostraci (pezzi di pietra o di coccio che venivano utilizzati come supporto per scrivere).


Testi profani
Accanto all'abbondante produzione dei testi religiosi esistevano anche opere profane costituite essenzialmente da favole e insegnamenti. Tutte le composizioni letterarie avevano lo scopo di istruire il lettore. Le favole lo facevano in modo ricreativo, riprendendo situazioni e personaggi dal quotidiano. Esse rivelano una costruzione letteraria piuttosto articolata, il che va a suffragare l'idea che fossero tratte dalla tradizione orale. Pochissime erano le opere di finzione.

Le favole
Appaiono nel Medio Regno: i grandi classici sono Le avventure di Sinuhe, Il naufrago, Cheope e i maghi, Il paesano eloquente. Nel Nuovo Regno ricordiamo: I due fratelli, Horus e Seth, Verità e menzogna, La presa di Joppe.

Gli insegnamenti
Gli insegnamenti erano testi che si presentavano spesso sotto forma di precetti da parte di un uomo maturo nei confronti di un giovane (il padre al figlio, il maestro all'allievo). Venivano usati per formare i giovani scribi, dal Medio Regno fino all'epoca tolemaica.



Testi tecnici
Non erano i più numerosi. Fra questi i papiri medici erano i più importanti, in quanto descrivevano i rimedi da utilizzare per guarire diversi malanni. Fra  i testi di matematica, il papiro Rhind è il più completo: contiene 87 problemi di aritmetica e di geometria, di cui vengono riportate le rispettive soluzioni. Infine, fra i testi più curiosi e interessanti, è da segnalare un trattato di storia naturale che fornisce da una parte la descrizione di molti rettili (precisando l'eventuale pericolosità dei loro morsi) e dell'altra la preparazione dei rimedi per guarire dai morsi stessi.


Le scritture egizie ci permettono di raccogliere informazioni e di sapere come gli egizi concepivano il mondo in cui vivevano; come ad esempio il Papiro Erotico di Torino. È anche grazie a questi testi, spesso alquanto frammentari, che noi storici possiamo ricostruire la piccola e la grande storia dell'Egitto.

sabato 28 giugno 2014

Traduzioni dalla Tomba di Nefertari: QV66

La tomba della regina Nefertari, grande sposa di Ramses II e una delle regine più importanti dell'intera storia egizia, è da sempre considerata come la "Cappella Sistina" dell'antichità. Le bellissime immagini e i ricchi particolari che le impreziosiscono, fanno delle raffigurazioni della tomba QV66 (Queen Valley numero 66) il gioiello dell'arte funeraria dell'antico Egitto. Tuttavia, oltre al valore artistico, possiamo prendere in esame anche le varie scene e cercare di capirne il significato tramite la lettura dei geroglifici; di seguito sono riportate tre raffigurazioni tra le più famose.

Scena 1: Maat garantisce la protezione della regina


Scena 2: Nefertari gioca una partita che non può perdere


Scena 3: Nefertari reca onori a Thot


(clicca sull'immagine per ingrandirla)



Traduzioni di A.G.Napoli

domenica 22 giugno 2014

Gli specchi egizi


Gli specchi, che gli antichi egizi usavano per truccarsi o mettersi in ordine, erano essenzialmente oggetti per ricchi. Tuttavia, essi avevano anche una funzione religiosa e funeraria. La qualità dei materiali impiegati e l'eleganza della loro fattura li rendevano vere e proprie opere d'arte. Gli antichi specchi egizi giunti fino ai nostri giorni consistono in dischi metallici, generalmente in bronzo. Ce n'erano anche in rame, in argento e persino in lega metallica. Di forma piatta, venivano lucidati e puliti con cura. Ad essi era unito un manico che poteva avere forma di colonnina, di figura femminile o di una divinità. Gli specchi metallici erano molto costosi ed è probabile che fossero destinati alle classi sociali alte. Un testo risalente alla fine dell'Antico Regno, che descrive la presa di potere da parte della nobiltà, parla così del lusso dei nuovi ricchi: '' La donna che guardava il suo volto nell'acqua ora ha uno specchio di bronzo''. Infatti le persone meno abbienti dovevano accontentarsi di vedere il proprio volto riflesso nell'acqua; è noto che gli egizi non conobbero lo specchio di stagno almeno fino all'epoca cristiana. Gli specchi avevano anche una funzione religiosa e funeraria; essi erano elementi di culto, usati come offerte alle dee Mut e Hathor. Grazie alla loro forma e lucentezza, gli specchi erano in rapporto con il dio solare, tanto da essere considerati simboli della rigenerazione e della vita. Nella tomba della regina Inhapi (XVII dinastia) è stato trovato un astuccio per specchio in sicomoro e avorio. Il coperchio è intarsiato in avorio e decorato con motivi geometrici e con l'immagine di una bambina che reca un festone di fiori di papiro. La parte circolare del coperchio ha una sorta di pomello che poteva essere fatto ruotare intorno a un asse. Nella cassa c'era anche uno specchio privo di manico. Uno specchio con astuccio fu anche ritrovato sul petto della mummia di Hanuttauy, regina della XXI dinastia.