martedì 1 gennaio 2019

Le sei principesse di Amarna

Amenhotep IV, alias Akhenaton, e la sua sposta Nefertiti ebbero sei figlie: almeno tre di queste principesse ricevettero una educazione da future regnanti. Eppure, nessuna di loro riuscì a succedere al padre sul trono d’Egitto: probabilmente, furono tutte travolte, insieme ai loro genitori, dal crollo dell’utopia Amarniana e della restaurazione del culto di Amon.


Chi non ha mai desiderato, almeno per un attimo, di poter ricominciare daccapo la propria vita, di ripartire da zero? Per la maggior parte delle persone si tratta, ovviamente, di sogno irrealizzabile. La storia dell’Antico Egitto, però, ci fornisce l’esempio di un uomo capace di trasformare questa aspirazione in realtà, ribellandosi addirittura alle millenarie tradizioni religiose dei padri. Il limite dell’avventura di Akhenaton, il faraone “eretico”, forse fu proprio questo: l’aver tentato di lasciarsi alle spalle, da un giorno all'altro, dogmi, riti e usi consolidati. Uno stravolgimento che, in breve tempo, disorientò gli stessi sudditi e gettò il Paese in una delle più gravi crisi religiose e politiche della sua Storia. Come è noto, il giovane Amenhotep IV non si imbarcò da solo in questa impresa. Accanto a se, aveva il sostegno più prezioso: la bellissima regina Nefertiti ("La bella è arrivata"), che aderì con slancio totale alla folle politica del suo sposo.

La coppia reale che voleva cancellare il clero di Amon
Nel momento in cui intrapresero la loro audace avventura, rinnegando credenze religiose che costituivano i pilastri di una intera civiltà, Amenhotep IV e Nefertiti erano ancora molto giovani: il re doveva avere non più di vent'anni, la regina probabilmente circa sedici. Bisogna tenere presente, a questo proposito, che nozione di giovinezza nell'antico Egitto era completamente diversa dalla nostra: in tutte le culture dell’antichità, il passaggio alla vita adulta cominciava molto presto, specialmente nelle famiglie reali. L’età acerba del faraone e della sua sposa, dunque, non costituiva un problema, né impedì loro di attuare il rivoluzionario progetto che li avrebbe portati a sfidare il potentissimo clero di Amon e l’opinione pubblica del Paese.
Amenhotep IV salì al trono introno al 1.370 a.C. Nel corso dei primi dieci anni di regno, Nefertiti gli diede ben sei figlie (o, secondo altre fonti, sette). Fu, invece, durante il quarto anno di regno che il Faraone decise di imporre il culto di Aton, di farsi ribattezzare con il nome di Akhenaton (“Luce di Aton”) e di trasferire la corte ad Akhetaton (“Orizzonte di Aton”), l’odierna Tell el Amarna. All’epoca, probabilmente, erano già venute al mondo le prime tre principesse, nate a Tebe; le altre tre, invece, videro la luce nella nuova capitale. In questa città, sorta dal nulla nel Medio Egitto e a debita distanza da Tebe, la famiglia reale ebbe modo di dedicarsi al culto del nuovo Dio solare, ispirando anche quel rinnovamento artistico che diede vita al cosiddetto “stile amarniano”.

Un uomo, una donna, sei figlie
Proprio gli affreschi, le sculture e i bassorilievi di Amarna hanno consegnato alla Storia l’immagine di una famiglia felice, immortalata in atteggiamenti teneri e in toccanti scene di vita quotidiana. Questo modo di ritrarre i regnanti, senza dubbio, non aveva precedenti nell'iconografia ufficiale del Paese, improntata a criteri decisamente più rigidi e istituzionali. Per la prima volta, i pittori e gli scultori di Amarna mostravano la coppia reale intenta a giocare con i bambini o a rivolgere loro quelle dimostrazioni di affetto che nessun genitore negherebbe ai propri figli: il re e la regina, in questo modo, diventano un papà e una mamma che, come tanti, coccolavano i proprio pargoli tenendoli in grembo o sulle ginocchia. La rilevanza di queste inedite scene di vita quotidiana, tuttavia, non si ferma qui. I bassorilievi di Amarna, infatti, offrono anche preziose informazioni sul piano Dinastico: permettono, cioè, di risalire al ruolo e all'importanza di ciascuna delle sei principesse rispetto alla successione al trono. Una di loro, in particolare, occupa un posto di primo piano in tutti i ritratti della famiglia reale: si tratta della primogenita Meritaton, nome che significa “L’amata da Aton”; sempre raffigurata accanto al Faraone, era probabilmente l’erede designata alla corona d’Egitto. Non a caso, come volevano i costumi dell’epoca, la giovane sposò suo padre stesso. In seguito, Meritaton si unì in matrimonio anche con certo Smenkhara, forse fratello minore di Akhenaton e, quindi, zio della principessa. Tuttavia, nulla si sa di certo sulla figura di Smenkhara e sul matrimonio in questione. Non di meno, questi, fu protagonista di un effimero passaggio sul trono d’Egitto subito dopo il misterioso Neferneferuaton, sulla cui identità noi storici continuiamo a interrogarci: secondo alcuni si sarebbe trattato della stessa Nefertiti. A ogni modo è certo che non fu Meritaton a prendere il posto paterno sul trono: si ritiene, infatti, che la sua prematura scomparsa sia avvenuta prima della fine della parentesi amarniana.

Le spose del padre
I bassorilievi di Amarna riservano un posto di riguardo anche ad altre due figlie di Akhenaton: Makhetaton (“Protetta da Aton”) e Ankhensenpaton (“Lei vive per Aton”). Anche queste principesse sposarono il padre, sempre in ossequio alla tradizione egizia secondo cui la legittimità dinastica doveva perpetuarsi tramite il sangue femminile. Presumibilmente, questi due matrimoni furono celebrati dopo la morte di Meritaton, la cui figura andava sostituita. Anche Makhetaton, però, morì in giovane età, forse proprio mentre partoriva un bambino. Quanto ad Ankhesenpaton, al di là del fatto che fu designata quale nuova erede al trono, non si sà praticamente nulla sui suoi ultimi anni di vita. Ancora meno per altro, si sà sul conto delle ultime tre figlie di Akhenaton e Nefertiti. I nomi di queste principesse erano Neferneferuaton (vale a dire “Bella è la perfezione di Aton”), Neferneferura (“Bella è la perfezione di Ra”) e Bakhetaton (“La serva di Aton”). A parte questo, non sì è riusciti a stabilire quasi niente, neanche se sopravvissero al padre. Proprio la figura di Akhenaton, del resto, suscita ancora oggi gli interrogativi più forti: le sue origini, la durata del suo regno e la causa della sua morte ci restano ancora ignote, e sulle quali noi storici non smettiamo mai di appassionarci. Secondo l’ipotesi più accreditata, il faraone morì vittima di una lunga e grave malattia. Ma si tratta, appunto, di supposizioni: anche da questa incertezza, probabilmente, deriva l’affascinante alone di mistero che circonda da sempre la figura di Akhenaton.

Akhenaton nella cronologia dei Re Egizi
La XVIII Dinastia si colloca storicamente tra il 1580 e il 1310 a.C. circa e vide succedersi sul trono d’Egitto quindici sovrani le cui date di regno vengono ancora oggi dibattute e discusse. Tuttavia, le date più probabili sono quelle forniteci dall'egittologa Edda Bresciani, che vedono l’inizio del regno di Akhenaton nel 1348 e la sua fine nel 1331 a.C.; con una durata complessiva di 17 anni di regno.

L’educazione delle principesse “eretiche”
La figura di ognuna delle sei figlie di Akhenaton e Nefertiti, dunque, è avvolta da una fitta cortina di mistero. Qualcosa di più, in compenso, sappiamo sul modo in cui le principesse amarniane furono educate e istruite. Ancora una volta, ad aiutarci sono i bassorilievi di Akhenaton: a giudicare dall'atmosfera etera e quasi irreale che i tratti della famiglia reale sprigionano, la vita di corte doveva essere improntata al massimo della raffinatezza. In questo ambiente ricercato, e pressoché isolato dal mondo, la primogenita ebbe certamente modo di preparasi a divenire la futura regina, acquisendo la cultura politica e religiosa indispensabile per governare un impero. Probabilmente, fu il faraone stesso a trasmettere alla figlia queste conoscenze, tanto più che molte delle usanze e della tradizioni del passato erano state volutamente accantonate dal sovrano. Solo lui, quindi, era in grado di tramandare la nuova dottrina alla sua erede, assicurando una continuità a quel progetto rivoluzionario che aveva già stravolto il panorama politico, religioso e sociale dell’antico Egitto. In tutto questo, Akhenaton doveva essere spinto da un ideale incrollabile e da un eccezionale sicurezza di se, tali da permettergli di lasciarsi alle spalle il potentissimo clero tebano.
Quanto all'educazione delle figlie più piccole, fu forse meno improntata alla politica e più alla religione. Le principesse, infatti, erano destinate a diventare sacerdotesse di Aton; a tale scopo, dovevano ricevere da parte del clero tutte le conoscenze che avrebbero permesso loro, al momento opportuno, di celebrare i riti della nuova divinità nazionale. Attorno alle figlie del re, inoltre, dovettero riunirsi tutti gli studiosi della capitale, pronti a trasmettere alle giovani i frutti dei loro studi.

Visi sottili e teste allungate
Che aspetto avevano le figlie di Akhenaton? A giudicare dal fascino leggendario della donna che le aveva messe al mondo, Nefertiti, è facile presupporre che doveva trattarsi di bellissime ragazze. Questa impressione è confermata dai ritratti delle principesse, e questo grazie - o, forse, a dispetto - dello stile eccentrico di molte di queste raffigurazioni. Ricordiamo, infatti, che in ossequio alla rivoluzione religiosa propugnata dal Faraone anche gli artisti dell’epoca stravolsero i loro canoni; il risultato fu una tendenza ad accentuare i lineamenti dei soggetti raffigurati, in particolare quelli del viso, come se queste estensioni dovessero rappresentare la grandezza stessa dei soggetti. Così, le labbra erano sempre eccezionalmente carnose e sporgenti, puntualmente atteggiate a un accenno di sorriso, mentre gli occhi allungati verso le tempie, erano quasi a mandorla. Tutto questo finiva per conferire ai visi un espressione costantemente enigmatica. Anche la testa dei personaggi raffigurati era marcatamente allungata nella sua parte posteriore, descrivendo una forma che quasi strideva con la delicatezza del mento e delle mandibole. Queste, a ogni modo, erano le linee ricorrenti nella rinnovata arte amarniana, insieme alle membra gracili, agli addomi prominenti e alle posture quasi languide. Linee, indubbiamente, del tutto originali rispetto a tutto ciò che gli artisti egizi produssero prima e dopo della parentesi eretica. Perché mai? Prima di Akhenaton, l’arte egizia era concepita non per essere vista dai mortali, ma era semplicemente un codice che doveva essere trasmesso agli dei, in modo che essi riconoscessero l’essenza degli uomini e delle altre figure rappresentate. Tant'è vero che nella lingua geroglifica, non esiste un termine che indichi il nostro concetto di arte. Nel periodo amarniano, invece, il messaggio non era rivolto agli dei, di cui il faraone faceva abbondantemente a meno, nonostante non si possa definire monoteistico; ma era rivolto agli uomini. Di conseguenza, il popolo doveva poter osservare caratteristiche a loro riconoscibili, sentimenti comuni e scene consuete; in modo che potessero riconoscere nel faraone il loro unico capo e tramite divino.

sabato 1 dicembre 2018

La vita e gli amori di Cleopatra VII

''L'incestuosa Tolomeide (...). L'empia sorella si sposa col fratello, già sposa del condottiero latino e,
 passando da un marito all'altro, possiede l'Egitto e si guadagna Roma''.
Lucano, Pharsalia, X, 68 e 357-359.


I versi di Lucano rappresentano il ritratto giunto fino a noi dell’ultima sovrana d’Egitto, che lussuriosa e disinibita incatenava il cuore di tutti gli uomini per arrivare al “trono” di Roma. Cleopatra è da sempre rappresentata come una capricciosa regina, e anche Dante la colloca tra i peccatori, ma era questa la sua vera natura?
Cleopatra VII era di stirpe macedone, discendeva del generale Tolomeo, amico fidato di Alessandro Magno, e che divenne poi il primo faraone della dinastia tolemaica, o lagida . Si dice di lei che era bella come nessun’altra e che fosse abile nell’arte della seduzione. In realtà oggi si pensa che non fosse tanto la sua bellezza ad attrarre gli uomini più potenti del mondo romano, quanto la sua voce melodiosa, che mista a una cultura senza pari, la rendevano molto più affascinante che graziosa. Infatti la sovrana tolemaica era capace di declamare i grandi autori greci a memoria, conosceva circa sette lingue e tra queste c’erano anche l’egizio, il latino e naturalmente il greco.
Tra i suoi uomini ci sono nomi come Cesare e Marco Antonio, personalità di grande spessore, che non solo condizionarono il tempo in cui hanno vissuto, ma anche la nostra modernità. Cleopatra sposò prima Tolomeo XIII per regnare sul trono d’Egitto dopo la morte di suo padre, quando poi cercò di deporla dal trono, Cleopatra scappò per radunare un esercito. Questa situazione creò naturalmente una guerra civile, che venne placata solo dall'intervento di Cesare, il quale li convocò entrambi ad Alessandria, ma poiché su Cleopatra esisteva una taglia, la regina preoccupata per la sua sorte, chiese al fedele Apollodoro di trasportarla fin da Cesare chiusa al sicuro in un tappeto. Si narra che questo stratagemma colpì così tanto il conquistatore romano che i due diventarono amanti la notte stessa. Arrivata ormai ad Alessandria e con il sostegno di Cesare garantito dalla loro relazione, Cleopatra abbandonò ogni paura sposando un altro fratello, Tolomeo XIV.
Cesare era arrivato in Egitto inseguendo Pompeo, il quale aveva dichiarato il conquistatore nemico della patria, in seguito alla campagna in Gallia. Cesare fu costretto perciò a tornare in Italia, i suoi nemici difatti tentavano di rovinarlo politicamente, però egli non si perse d’animo e ordinò una marcia forzata, attraversò il Rubicone e piombò a Roma, quando ormai i suoi avversari erano già fuggiti. Naturalmente la caccia a Pompeo gli aveva creato altri rivali, e il disfacimento interno dell'Egitto lo costrinsero a rimanere nella terra del Nilo per alcuni anni, nei quali intrecciò una lunga storia con Cleopatra, per poi ripartire alla volta di Roma. Dalla loro relazione nacque un figlio, Tolomeo Cesare, che venne ribattezzato con il vezzeggiativo di Cesarione. Questo bambino aveva una forte importanza per il popolo egizio, poiché garantiva l’aiuto romano attraverso il legame di sangue con il padre. Purtroppo, nel 44 a.C., Giulio Cesare venne assassinato e Cleopatra, che si trovava a Roma da due anni, fu costretta ancora una volta alla fuga. La morte di Cesare non solo significava la fine di un sentimento, ma anche la fine di un sogno. Difatti ambedue avevano fatto loro la visione di Alessandro Magno: un impero unito da Occidente a Oriente, dalle colonne d’Ercole all’India.
Gli anni che seguirono la morte di Cesare furono contraddistinti dalla guerra di Marco Antonio e Ottaviano contro i cesaricidi , che vennero inseguiti e uccisi fino all’ultimo. Alcuni autori antichi, tra cui Plutarco, raccontano dei vari sogni che Bruto fece a proposito di un fantasma che lo terrorizzava. In un'occasione in particolare, Bruto, facendosi coraggio chiese allo spettro chi fosse e cosa volesse da lui, e lo spirito rispose:

"Ci rivedremo a Filippi"

Durante la notte che precedette la battaglia di Filippi, Bruto tornò a sognare questo cupo fantasma. Ormai sconfitto dall'esercito di Marco Antonio e di Ottaviano, decise di togliersi la vita, e mentre era in procinto di uccidersi, rispose a chi lo esortava a fuggire:

"Fuga sì, ma questa volta con le mani, non con i piedi”

Lo spettro, forse quello di Cesare, aveva dunque ragione: In seguito alla battaglia Bruto non fu l'unico che si tolse la vita, Casca, che era stato il primo a trafiggere Cesare, si uccise e così anche Gaio Cassio, che si pugnalò con la stessa daga che aveva adoperato contro il "dittatore".
Questa ennesima guerra civile durò molti anni e portò di nuovo Roma sull'orlo dell’instabilità politica, a tal punto Marco Antonio e Ottaviano strinsero un accordo che prevedeva anche la presenza di un terzo uomo: Marco Emilio Lepido, un generale che era rimasto a guardia di Roma durante le battaglie contro le forze repubblicane . Tale contratto è ricordato come il Secondo Triumvirato  e prevedeva l’assegnazione dell’Oriente ad Antonio, l’Africa a Lepido e i restanti territori, inclusa Roma, a Ottaviano. Per suggellare tale patto Ottaviano propose ad Antonio di sposare sua sorella Ottavia, e ovviamente il generale accettò. Il problema era che tempo addietro Marco Antonio, durante una spedizione contro la Giudea, chiese a Cleopatra di incontrarlo a Tarso e da quel momento in poi erano divenuti amanti. Quindi il nuovo matrimonio di Antonio fece infuriare la fascinosa regina. Passata la tempesta Cleopatra diede tre figli al condottiero romano: Elios, Selene e Tolomeo. Purtroppo la presenza di Antonio in Egitto e il matrimonio che ne susseguì crearono non pochi dissensi a Roma. Infatti Ottaviano era da sempre alla ricerca di un motivo per dichiarare guerra ad Antonio, ottenendo così l’intero controllo del territorio romano. Quando furono consegnate le ultime volontà del condottiero, che contemplavano non solo il desiderio che i figli avuti da Cleopatra ereditassero i suoi diritti, ma anche il proposito di essere sepolto in Egitto, Ottaviano ebbe finalmente in pugno l’arma che tanto cercava. Rese pubblico il contenuto del testamento di Antonio e dichiarò guerra all’Egitto e a Cleopatra, ma non ad Antonio stesso, che era ancora molto amato a Roma, e visto che quella era la prova che la sua mente era stata annebbiata dalla meretrice egizia, bisognava appunto salvarlo dalle sue grinfie. Difatti è questo il motivo per cui ancora oggi Cleopatra è considerata una donna lussuriosa, ingorda e malvagia, perché Ottaviano, con l’aiuto del suo leale compare Mecenate, mise in scena una vera e propria campagna di denigrazione ai danni della regina, e nonostante siano passati duemila anni, è ancora oggi potente come all’epoca. La guerra tra Ottaviano e i due amanti si concluse con la battaglia di Azio, dove le forze egizie furono spazzate via da quelle del nuovo dittatore. In seguito alla battaglia Ottaviano invase l’Egitto e arrivò fino ad Alessandria. Non avendo scampo Antonio si tolse la vita, e così fece anche Cleopatra.

La Morte

Tutti noi abbiamo sentito parlare di come si uccise l’ultima sovrana d’Egitto, poiché la sua morte segnò anche la fine del regno faraonico. La leggenda vuole che Cleopatra si sia suicidata con il morso di un aspide, che nascosto dentro ad un cesto di fichi, decretò l’ultimo respiro della regina macedone. Tuttavia sono molte le cose che fanno pensare che l’animale usato per darle la morte fosse stato in realtà un cobra. Infatti  questo serpente è da sempre legato alla regalità egizia e agli dei stessi.


Articolo tratto dal libro Oltre il Gineceo di Antonietta G. Napoli

domenica 4 novembre 2018

L'autobiografia di Amenemhab

Questa autobiografia è un esempio di quei testi che raggiunsero il culmine nella XVIII dinastia, e nelle quali viene attribuita molta importanza al fattore storico, oltre che agli avvenimenti più salienti della vita del defunto. Per gli egizi è un vanto aver partecipato alle imprese militari del sovrano, e in particolare questo sentimento è evidente nei contemporanei di Thutmosi III, il più grande guerriero fra i re della dinastia in questione. L'ideale nella XVIII dinastia non è tanto quello di ottenere l'autonomia quanto il desiderio di essere "seguace" del re e di mostrargli il proprio coraggio e le proprie capacità. A vanto di Amenemhab (detto Mahu e proprietario della tomba TT85 a Luxor), che seguì Thutmosi III nelle varie spedizioni, si dice che vide le vittorie regali del suo re. Di alcune delle imprese che egli ricorda esiste anche la versione ufficiale, come per esempio della caccia all'elefante a cui Thutmosi si dedicò durante la sua ottava spedizione.
Tuttavia Amenemhab ci racconta anche le sue imprese personali, gesta che secondo i valori dell'epoca gli recavano onore.

L'episodio della cavalla 
Nel corso di una battaglia, il principe di Kadesh, in Siria sull'Oronte, fece astutamente uscire una puledra in calore per indurre il disordine tra i carri egizi, trainati da stalloni. Amenemhab la inseguì a piedi e la uccise.


Traduzione geroglifica di Alberto Elli:





(cliccare per ingrandire)

sabato 20 ottobre 2018

Laboratori e sotterranei delle collezioni egizie

Ogni giorno, centinaia di specialisti si dedicano all'analisi e al restauro di operare d’arte e reperti archeologici. Per certi aspetti, il loro lavoro assomiglia a quello di veri e propri investigatori: vediamo come si svolge entrando in uno dei più importanti centri di ricerca del mondo.


Uno dei più importanti laboratori di ricerca in campo artistico si trova a Parigi, presso il museo del Louvre. Si tratta di una struttura multidisciplinare, collegata al centro di ricerche e restauro dei musei di Francia. La metà del suo personale è costituita da scienziati, ingegneri e tecnici, mentre il resto comprende conservatori, documentaristi, storici e impiegati amministrativi. Il laboratorio si trova sotto il giardino del Carrousel, dodici metri più in basso rispetto al livello stradale, si articola su tre livelli, per una superficie totale di cinquemila metri quadrati. Una parte degli ambienti è destinata agli esami fotografici e radiografici, mentre nella parte restante si utilizzano tecniche di analisi che puntano a identificare i materiali costitutivi di opere d’arte e reperti archeologici. Arrivare a conoscere la struttura e la composizione chimica di questi oggetti, infatti, è il primo passo da compiere in ogni ricerca storica, così come di ogni intervento di conservazione e restauro. Il laboratorio comprende anche un ampio centro di documentazione, aperto ai ricercatori e a chiunque ne faccia richiesta. La stessa struttura organizza attività didattiche e supervisiona l’inquadramento di dottorandi e tirocinanti in materie scientifiche e storiche. Il laboratorio del centro di ricerche e restauro dei musei di Francia ha collaborato attivamente a realizzare le riproduzioni a grandezza naturale delle due tombe egizie esposte al museo “de Tessé” di Le Mans. Inoltre, si è occupato del restauro e della risistemazione della collezione egizia. Prima degli interventi di restauro, si è reso necessario approfondire la conoscenza dei materiali, identificarli e datarli. Allo scopo, è stata attuata una lunga serie di esami sui pigmenti colorati, sulle sostante leganti, sulle resine, sulla pietra calcarea delle steli, ecc. Così, per esempio, analizzando una bellissima immagine della celebre triade funeraria Ptah-Sokar-Osiride si è potuto stabilire che l’artista aveva utilizzato due tipi di legno: quello di sicomoro per l’acconciatura, quello di tamerice per il corpo e per la base della statuetta. Tuttavia il museo del Louvre non è l’unica istituzione al mondo che comprende un ampio laboratorio.

Il museo del Cairo di oggi
La prima pietra dell’attuale museo egizio del Cairo fu posato da Abbas Hilmi II il 1 Aprile 1897, da allora il museo ha fatto numerosi passi avanti; il sotterraneo è adibito a magazzino, mentre l’esposizione occupa il pian terreno e il primo piano. Il secondo piano, meno spazioso, non è aperto al pubblico. Attorno ad un atrio centrale si susseguono più di cento sale, che presentano al pubblico magnifiche collezioni d’oggetti d’arte dell’antico Egitto. L’attuale disposizione dei reperti del museo egizio del Cairo sono qualche problema: il più evidente è senz'altro quello della mancanza di spazio, che penalizza la presentazione delle ricchissime collezioni di oggetti. Molti di questi non sono neanche visibili, relegati come sono negli angoli più nascosti delle vetrine. Per i conservatori del museo, dunque, la difficoltà non è tanto quella di arricchire le collezioni (anche se, in effetti, i fondi destinati a questa attività sono piuttosto limitati), quanto riuscire a trovare un posto per i nuovi reperti che continuano a venire alla luce dagli scavi. La valorizzazione dei tesori del museo avrebbe bisogno di lavori di ristrutturazione delle sale molto costosi. Servirebbero diversi milioni di dollari per l’installazione dell’aria condizionata nelle sale espositive, per il riordino degli oggetti ammassati, per l’installazione di un impianto di illuminazione appropriato e per l’acquisizione di un sistema di allarme che protegga da furti e incendi. A tutto ciò si aggiungo il problema del traffico automobilistico, che provoca pericolose vibrazioni, e quello dell’inquinamento causato da una vicina stazione di autobus. Per fronteggiare a questi problemi il Governo Egiziano ha indetto il 7 maggio 2002 un concorso internazionale per la creazione di un grande Museo Egizio (GEM), che sarà edificato su un area di cinquanta ettari, con una capacità di accoglienza di quindicimila visitatori al giorno. Collocato vicino alle piramidi di Giza, si propone di far conoscere e ammirare al meglio i monumenti e i tesori della storia dell’antico Egitto. Questa nuova struttura doveva essere aperta al pubblico quest’anno, ma visti i grandi ritardi nella costruzione e molto probabile che ci vorranno ancora diversi anni. 

Altri musei in terra d’Egitto
Per alleggerire il già ingombro museo del Cairo, la politica del dipartimento delle Antichità Egiziane è quella di dare più importanza ad altri musei che potrebbero accogliere gli oggetti attualmente conservati nei magazzini della capitale. Già dal 1975 a Luxor è stato allestito un museo molto moderno, e ad Assuan ritroviamo ora un museo consacrato alle Antichità Nubiane. Altre città, tra cui Zagazig e Ismailia possiedono collezioni degne di interesse, senza contare quella, non meno prestigiosa, del grande museo greco-romano di Alessandria d’Egitto

domenica 16 settembre 2018

Le collusioni nelle tombe della Valle dei Re

La Valle dei Re è stata utilizzata per oltre cinquecento anni e di conseguenza più tombe sono state scavate in un sottosuolo sempre più affollato. Gli ingressi delle tombe così venivano nascosti ulteriormente dagli scavi di nuove sepolture, perdendo così la conoscenza precisa delle tombe scavate in precedenza, visto che nessun piano generale della Valle sembra essere stato redatto. Era quindi inevitabile che gli operai addetti a nuove tombe potessero, inavvertitamente,  irrompere in quelle precedenti. In effetti, è sorprendente pensare che sia accaduto solo tre volte: nella KV 47 (Siptah - XIX din.), KV 11 (Ramses III- XX din.) e quando gli operai di Ramses VI, della KV 9, sbucarono nella KV 12 (proprietario sconosciuto).

KV 47 e KV 32 (Tomba di Tia'a)

La KV 47, cioè la tomba di Siptah, è una tipica sepoltura della dinastia XIX dinastia: una successione di corridoi conduce alla camera a colonne e da lì a un grande camera funeraria a volta. Quando gli operai entrarono nella KV32, gli scavatori studiarono la situazione, decisero così di rattoppare il buco (foto) e scavare ulteriormente lungo l'asse principale del KV 47. Quindi, ciò che era stato pensato come camera di sepoltura fu adoperato come corridoio, mentre la camera sepolcrale finale è stata ritagliata diversi metri dentro la collina, lontano dalla KV 32. A quanto pare, gli operai, a corto di tempo, hanno poi abbandonato il progetto.


KV 11 e KV 10 (Tomba di Amenemesse)

Gli scavatori che hanno iniziato il lavoro nella KV 11 non sapevano di certo che all'estremità meridionale della Valle si trovasse la tomba di Amenemesse. In realtà questa tomba appartenente all'inizio a Sethnakht, fu poi ingrandita dal suo successore Ramses III, poiché quando gli scavatori entrarono nella KV 10 all'epoca di Sethnakht, decisero di abbandonare lo scavo e "usurpare" la tomba di Tauseret. Quando poi Ramses III salì a trono, si decise così di cambiare l'orientamento assiale della tomba per evitare ulteriori problemi, creando una delle tombe più grandi della Valle.

KV 9 e KV 12

Un terzo caso verificato è quello che coinvolge la tomba di Ramses V e Ramses VI. Gli operai anche questa volta entrarono casualmente nella KV 12, per risolvere il problema, hanno cambiato il piano di scavo abbassando il soffitto e creando un piano inclinato.

mercoledì 15 agosto 2018

L'Egitto di Erodoto

Storico, geografo, osservatore dei costumi e viaggiatore infaticabile, Erodoto fu il primo a descrivere la civiltà egizia. I suoi resoconti sono giunti fino a noi, ma vanno interpretati con una certa cautela: anche se involontariamente, infatti, l'autore non poté fare a meno di incappare in qualche inesattezza e approssimazione.



Secondo Cicerone, Erodoto fu "il padre della Storia". Nella sua immensa opera, raccolta appunto sotto il titolo di Storie, questo autore greco riunì tutto quello che gli riuscì di vedere, ascoltare e annotare durante i suoi numerosi viaggi compiuti in tutto il mondo antico. Di lui si sa ben poco: nata ad Alicarnasso tra il 485 e il 480 a.C. da una famiglia benestante, verso il 460 partecipò a un complotto contro il tiranno della città, Ligdami. Quando il piano fallì, Erodoto fu costretto all'esilio nell'isola di Samo. Nel 445 era nuovamente ad Atene dove, insieme a spiriti illuminati come Sofocle, Euripide e Fidia, faceva parte della ristretta cerchia dei collaboratori di Pericle. Infine, verso il 443, partecipò alla creazione della colonia di Turi, dove visse una ventina d'anni e morì tra il 419 e il 413. Duecento anni dopo la sua morte, alcuni storici della cerchia di Apollodoro ripresero in mano le sue Storie e le suddivisero in nove libri, a ciascuno dei quali fu dato il nome di una musa.

L'ode a Euterpe
Il secondo libro delle Storie, interamente dedicato all'Egitto, porta il nome di Euterpe, la musa della lirica poetica e della musica. Sappiamo che Erodoto viaggiò lungo la terra del Nilo intorno al 450 a.C.: risalì il grande fiume fino a Elefantina, visitò le città del Delta e poi Menfi, Ermopoli, Chemnis e Tebe. Ispirato da Euterpe, lo storico volle trattare tutti gli aspetti della vita del paese, dalla fauna alla flora, dalle abitudini quotidiane alle tradizioni religiose, fino alle conoscenze tecniche e scientifiche del V secolo a.C. Si soffermò, inoltre, sul calendario egizio, sugli animali sacri, sui metodi di imbalsamazione, sulla leggenda di Osiride e sulle inondazioni del Nilo, descrivendo anche la piramide di Cheope e le campagne militari di Sesostri.
A dispetto della verità di argomenti, l'affidabilità di questo "reportage" sull'antico Egitto è stata messa spesso in discussione. Le fonti di Erodoto erano costituite in buona parte da resoconti orali, cioè da conversazioni intercorse con egizi di diverse classi sociali e che esercitavano mestieri di ogni tipo. L'autore intervistò anche dei commercianti greci stabilitisi in Egitto e degli egizi di origine ellenica. Ebbe così la possibilità di discutere con le persone addette all'accoglienza degli stranieri, con le guide, con i sacerdoti e con i guardiani di asini, dai quali, probabilmente, venne a conoscenza di chiacchiere, pettegolezzi e dicerie riguardanti le personalità più in vista dell'epoca. A volte, poi, Erodoto fornì diverse versioni dello stesso avvenimento: l'intento era permettere al lettore di crearsi la propria opinione, ma la cosa poteva anche generare ulteriore confusione in coloro meno avvezzi allo studio metodico. In definitiva, tra descrizioni contrastanti, imprecisioni e qualche inesattezza, sarebbe stato davvero difficile distinguere il vero dal falso se non ci fosse venuta in soccorso l'archeologia.

Gli errori di Erodoto
Di fatto, nella descrizione dell'Egitto, definito da Erodoto "un dono del Nilo", si alternano dettagli molto precisi ma anche notevoli approssimazioni. L'autore, per esempio, calcolò correttamente le distanze tra Eliopoli, Tebe ed Elefantina, ma fornì informazioni non sempre vere sulla piramide di Cheope: in primo luogo, riportò misure errate; inoltre, scrisse che la camera funeraria del faraone era situata al centro del monumento, come effettivamente è, ma aggiunse che la stessa era circondata dall'acqua, cosa che non corrisponde alla realtà. Anche la descrizione dell'ippopotamo era piuttosto confusa: secondo Erodoto, questo animale aveva una criniera simile a quella del cavallo. Più precise invece erano le notizie sui periodo storici a lui più vicini, riguardanti per esempio la XXVI dinastia o il faraone Shabaka.
Una delle maggiori fonti di confusione per gli studiosi che hanno lavorato sui testi di Erodoto deriva da una vera e propria mania dello storico: adattare in greco i nomi egizi, a cominciare da quelli dei sovrani, abitudine che utilizzò anche con le divinità, così, la dea Bastet divenne Artemide e Thot diventò Ermes.



Una singolare cronologia
Proprio nel trattare la vita di alcuni faraoni e la cronologia dei loro regni, però, Erodoto si dimostrò quanto mai impreciso: più gli avvenimenti narrati erano lontani nel tempo, più i dati diventavano incerti. La sua cronologia dei monarchi delle prime dinastie ha dato non pochi grattacapi a noi egittologi, che ci siamo trovati di fronte a un vero rebus. La sequenza temporale, in particolare, è piuttosto disordinata, e un esempio su tutti può dimostrarlo: nella versione di Erodoto, Cheope, faraone della IV dinastia, è collocato dopo Ramses III, re della XX dinastia. A creare ulteriore confusione, come si è detto, contribuì la smania di Erodoto di tradurre in greco i nomi egizi: non è dato sapere, per esempio, se un certo faraone chiamato Rampsinite fosse in realtà Ramses III o il suo predecessore. E il nome Min si riferisca al re Menes della cronologia di Manetone? Non mancò, poi, l'aggiunta di informazioni dubbie o difficilmente verificabili, come quella relativa a una spedizione di Sesostri nella lontana Colchide (la terra di Medea e del Vello d'oro), sul mar Nero: un avvenimento mai riscontrato dagli archeologi. Altrettanto dubbia è l'enumerazione dei faraoni etiopi: secondo Erodoto furono diciotto, ma ufficialmente se ne conoscono solo cinque.

La parola alla difesa

Erodoto cercò di racchiudere in un solo libro tremila anni di storia dell'antico Egitto. A sua disposizione, però, aveva solo testimonianze verbali, che egli completò con le sue osservazioni personali. Fino a quel momento, infatti, non esistevano altre opere dedicate alla civiltà egizia. Erodoto, inoltre, visitò molte città, ma non si fermò mai troppo a lungo nello stesso posto; soprattutto, non conosceva la lingua locale né era in grado di interpretare i geroglifici. In simili condizioni, il suo immenso lavoro rimane comunque prezioso. Nonostante le imprecisioni, lo storico greco ebbe infatti il merito di fornire un'inedita descrizione del paese, animata per di più da curiosità ed entusiasmo degni di un moderno reporter. Se si considerano i mezzi che aveva a disposizione, non avremmo potuto chiedergli di più. La sua opera, perciò, rimane una miniera di informazioni, cui va riconosciuta se non altro la volontà di dimostrarsi utile alla conoscenza dell'affascinante terra delle piramidi. 

lunedì 16 luglio 2018

I rilievi della mastaba di Mereruka

La sontuosa mastaba familiare del visir Mereruka è una delle più grandi e più belle che si siano conservate nella necropoli di Saqqara. Il suo ricco repertorio tematico risulta una preziosa fonte di informazioni per la conoscenza della società e dell'economia egizia durante la lunga VI dinastia.


Mereruka fu visir e genero del faraone Teti, appartenente alla VI dinastia. La sua tomba, a forma di mastaba, fu costruita nella zona nord-orientale della piramide di Teti. Essa fu portata alla luce nel 1892, da una missione francese diretta da Jacques de Morgan. Si tratta di una delle più grandi tombe private di tutto l'Antico Regno. Occupa una superficie di circa 1000 m2 e misura 40 m di lunghezza per 24 di larghezza. La sepoltura, di tipo familiare, contiene il corpo di Mereruka, quello di sua moglie, la principessa Uatetkhethor e dei loro due figli. Questa grande mastaba ha 32 sale, 17 delle quali (e 4 depositi) dedicati a Mereruka, e il resto a sua moglie e a suo figlio Meri-Teti. Alla tomba si accede tramite un piccolo ingresso situato nel lato sud del complesso. Notevole, all'interno, la "sala dei pilastri" dove, in una nicchia, c'è una statua del defunto. In questa stanza, incisi sulla pietra e in condizioni pressoché perfette, si conservano i titoli di Mererua. Tutte le sale sono decorate con rilievi, tranne quelle utilizzate come granai e depositi.

Molti degli stupendi bassorilievi che decorano la mastaba di Mereruka hanno per oggetto scene di vita quotidiana. Il repertorio è vario. Nella III sala dell'area di Mereruka, si dà spazio al lavoro dei metalli. Nella "sala dei sei pilastri" ci sono immagini agricole e del visir che, con la moglie, sorveglia l'andamento dei lavori nella proprietà. In questa sala c'è anche un bassorilievo che mostra alcune donne che piangono la morte del padrone. Altre scene raccontano episodi di caccia e di pesca con le reti. In una delle più belle è raffigurata, con sorprendente realismo, la lenta agonia di un ippopotamo ferito da colpi di lancia. In linea di massima, i bassorilievi conservano il gusto per la varietà tematica proprio della dinastia precedente, ma vi appaiono situazioni nuove, come nella scena in cui si vede la sposa di Mereruka sul letto, intenta a suonare l'arpa per il marito; per non parlare delle immagini dell'alimentazione forzata delle iene o del tentativo di addomesticamento delle gazzelle. I portatori delle offerte, che recano ceste, capre, gazzelle o vitelli, sono raffigurati in varie maniere. Non mancano infine scene di danza e di esercizi ginnici.


lunedì 18 giugno 2018

I testi scolastici nell'antico Egitto

L'insegnamento, nelle suole di palazzo come nelle Case di Vita, prevedeva la copia di una serie di testi, tra i quali, oltre ai classici della letteratura egizia, figurava anche una sorta di manuale a uso degli studenti, organizzato come un compendio delle conoscenze e noto come kemit.


La maggior parte delle grandi opere della letteratura egizia ci è giunta grazie ai "compiti" degli antichi abitanti della valle del Nilo. L'apprendimento della lingua e dei suoi diversi tipi di scrittura era piuttosto complesso. L'insegnamento si basava sul "copiato" di frasi o testi interi in ieratico e geroglifico. Inoltre, benché fosse piuttosto frequente la copia di testi del Medio Regno (2040 - 1786 a.C.), scritti in egizio classico, una grossa importanza veniva data anche a una serie di testi scolastici, il principale dei quali era il celebre kemit, che conteneva un insieme di frasi e di nozioni utili allo scriba. Tra l'altro, venivano utilizzati sia modelli di lettere che liste di nomi reali. Il "copiato" consentiva all'alunno di imparare sintassi e stile. Gli antichi studenti egizi copiavano anche testi di matematica e di astronomia. A differenza degli attuali loro colleghi, gli egizi non sostenevano esami o, perlomeno, non se ne conosce fino al Periodo Tolemaico (332-30 a.C.).

martedì 29 maggio 2018

Statua di Amenemhat III

All'interno del tempio funerario di Amenemhat III a Hauara, citato da Strabone come il celebre "Labirinto", fu rinvenuta una statua frammentaria in calcare raffigurante il faraone seduto sul trono. La scultura doveva ornare l'ampio edificio destinato probabilmente a celebrare la festa-Sed, in occasione della quale si credeva che venisse rinnovato il potere del sovrano. L'immagine di Amenemhat III manca del vigore e della forza muscolare presenti in altre statue dello stesso monarca. La corporatura è meno vibrante e i lineamenti del volto, più idealizzati, danno vita a un ritratto che emana un senso assoluta imperturbabilità. Lo sguardo è fisso e severo, il torso è scarsamente modellato e il resto del corpo presenta forme rigide e schematiche. Il faraone siede con le mani appoggiate sul gonnellino striato sopra un trono che evoca quello di alcune statue analoghe di Sesostri I rinvenute a Lisht. I lati del sedile sono infatti decorati nello stesso modo, con il disegno del sema-tauy (emblema araldico dell'Unione delle Due Terre d'Egitto) affiancato da due immagini del dio Nilo stante davanti a una pianta di papiro e a una di loto, simboli del Nord e del Sud del Paese.

Dati
Materiali: Calcare giallo
Altezza: 160 cm
Luogo del ritrovamento: Hauara
Epoca: XII dinastia (1842-1794 a.C.)
Sala: n°21

sabato 14 aprile 2018

Stele di Nebra

Questa stele testimonia l'esistenza di un culto reso ad alcune divinità pressoché sconosciute altrove, ma molto amate dagli abitanti di Deir el-Medina. Il "disegnatore" Nebra e due dei suoi figli, Nakhtamon e Khai - disegnatori anch'essi - hanno dedicato questa stele alla rondine Menet Uret e alla gatta Tanuit. Il culto della rondine è attestato a Deir el-Medina da altre stele e anche da statuette di rondini. Incontriamo questo animale, simbolo della rinascita, nel capitolo 86 del Libro dei Morti.

Nebra e la sua famiglia sono presenti in altri monumenti. Il "disegnatore di Amon nella Sede della Verità", Nebra è raffigurato nella tomba di Nebenmaat (TT219) con la moglie Pashed, una delle figlie di Karo, e i suoi figli Nakhtamon, Khai e Paherypedjet. Un altro figlio, Amenemopet, è menzionato su una stele conservata a Torino (CGT 50036). Artigiano specializzato tra gli operai della tomba, Nebra ereditò il mestiere di disegnatore dal padre Pay e lo trasmise ai suoi figli.

Dati:
Periodo: XIX dinastia Materiale: Calcare inciso Misure: Alt.cm 14,2; L 9,2 Collezione: Dovretti, 1824 Luogo di esposizione: Torino, Museo Egizio