lunedì 19 luglio 2010

Ferlini e la scoperta del tesoro di Amanishakheto


Nell' anno 1834, Giuseppe Ferlini, medico militare al servizio delle truppe di occupazione egizie nel Sudan stazionate a Khartoum, chiese il permesso per effettuare scavi archeologici nella zona. ''Sono ansioso di dare un contributo utile alla storia'', affermò il giovane avventuriero italiano. In verità aveva in mente i ''colleghi'' europei, i quali, rovistando nelle antiche terre della Valle dei Nilo, erano stati protagonisti di imprese fortunate e avevano dato l'impulso alla nascita delle grandi collezioni egizie dei principali musei europei. Ferlini iniziò le esplorazioni nel vicino Wadi ben Naga e a Musawwarat, ma senza successo. Si spostò quindi 200 chilometri a nord di Khartoum, dove, sulla riva sinistra del Nilo, giacciono le rovine di un'antica città, Meroe, la leggendaria metropoli del regno di Kush, la capitale ''degli altri Etiopi'', come li aveva chiamati Erodoto.
La città, riscoperta circa mezzo secolo prima da James Bruce, l'esploratore scozzese che nel 1772 aveva individuato le sorgenti del Nilo Blu, era nota grazie alle descrizioni fornite dalle tavole di Frederci Cailliaud:nel paesaggio che tanto aveva entusiasmato il viaggiatore francese spiaccavano le curiosi piramidi, simili certo, eppure diverse, lontano nello spazio e nel tempo da quelle dell'Antico Egitto. Le pareti di questi monumenti, meno alti di quelli faraonici (raggiungono al massimo i 64 metri), erano molto più ripide e la cima non terminava a punta bensì in una piccola piattaforma, in origine decorata con un disco in ceramica smaltata verde e celeste, che simboleggiava il sole. Dopo numerosi scavi, che si concludono in un generale insuccesso, Ferlini decise di compiere un ultimo tentativo. La scelta cadde sulla piramide maggiore, quella della regina Amanishakheto. In un'incisione di Cailliaud (1821) il monumento è raffigurato ancora quasi intatto, solo con la cima rovinata e un profondo squarcio a metà circa della facciata orientale. I lavori di Ferlini cominciano dalla sommità: blocco dopo blocco gli operai smontano la piramide, quando, a un tratto, emergono i primi indizi della scoperta: al centro della costruzione si trova un'apertura rettangolare (sette piedi per lato e circa cinque d'altezza), con, al suo interno, un oggetto voluminoso ricoperto da un panno bianco che, al contatto con l'aria e con le mani degli operai, si sbriciola. Protetto da una sorta di tavolo o di altare ''una mensa sacra o ara domestica'' (scrisse Ferlini nella Relation historique des fouilles opérées dans la Nubie del 1838), vi era un vaso di bronzo che conteneva oggetti ravvolti in un telo come quello menzionato sopra. Intorno al vaso c'erano oggetti in pasta vitrea e pietra, amuleti e idoli, all'interno del vaso un tesoro meraviglioso, il corredo della regina Amanishakheto; questa scoperta portò alla distruzione della piramide, poiché Ferlini era convinto che ci fossero altri monili d'oro nascosti da qualche parte. Una volta tornato in Europa, gli oggetti furono venduti a diversi musei nel mondo, tra cui i musei di Monaco e del Cairo.

1 commento:

  1. Che tristezza, gli scavi di una volta erano delle vere e proprie scorribande di arraffamonili!

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