mercoledì 30 giugno 2010

La maternità nell'antico Egitto

Le giovani donne attendevano con impazienza i primi sintomi che dessero speranza di maternità, era uso indossare cinture appoggiate alle anche con motivi d’oro a forma di cauri, conchiglia con la forma di vulva in grado di partorire. Pregavano Hathor che proteggesse il focolare e desse una numerosa progenie. La sua immagine decorava la parte superiore di alcune porte di appartamenti, in modo che facilitasse “i passaggi”.Gli egizi avevano già notevoli conoscenze ginecologiche, ed una scuola di levatrici a Sais formava le professioniste della nascita.Per essere sicure del concepimento si poteva seguire il procedimento, indicato in numerosi papiri, di “mettere orzo e grano in due sacchetti di tela, che la donna bagnerà con la sua urina ogni giorno, e contemporaneamente datteri e sabbia in due altri sacchetti. Se l’orzo e il grano germineranno ambedue il parto è sicuro, se per primo germinerà l’orzo sarà un maschio, se sarà il grano a germinare per primo sarà una femmina. Se ambedue non germineranno non partorirà” facendo riferimento a empiriche teorie ormonali.Durante la gravidanza erano sollecitate protezioni di ogni tipo. Gli “avori magici” erano delle specie di tavolette a forma di coltello ricurvo ricoperto di varie figure, tra cui, Aha protettore delle donne e dei bambini, Thueris, la dea ippopotamo e Anubis, il dio “traghettatore” di anime. Veniva invocato Knhum il dio vasaio, che aveva il compito di formare e proteggere il feto come “il pulcino nell’uovo”, “l’uovo” della donna incinta. Anche i cippi di Oro sui coccodrilli erano molto diffuse, piccole steli con il retro coperto di formule magiche, rappresentavano la vittoria di Oro il figlio-embrione della dea Iside durante la sua gestazione raffigurata nelle paludi di Chemmis. Una delle formule recita “ tu che mi difendi da tutti i leoni del deserto, tutti i coccodrilli del fiume, tutti gli insetti che pungono e gli scorpioni, tutti i rettili del deserto…”. Osserva giustamente la Noblecourt che la probabilità che un attacco di uno di questi animali si verificasse nella realtà era molto basso, ed era molto più probabile che gli animali rappresentassero “i pericoli” della gravidanza, e i rischi di malformazione del feto. Le steli di Oro venivano bagnate nell'acqua che la donna incinta avrebbe bevuto per assicurare un’adeguata profilassi a se stessa e al bambino.Arrivava il momento del parto e nuovamente veniva invocato Khnum considerato responsabile di aprire le labbra della vagina durante il parto, e fornire il primo respiro al bambino.L’egiziana partoriva nuda, con il busto diritto, a volte seduta su un sedile speciale, a volte accovacciata o inginocchiata su quattro mattoni rituali Meskhenet, simbolo delle quattro dame presenti durante il parto, gli stessi mattoni erano usati per la costruzione dei templi, un tempio era infatti “basato sulla nascita di un essere vivente”, deve uscire da una matrice liquida sui mattoni del parto, Meskhenet, Knhum con il tornio forgiò la persona che verrà e le da un luogo dove installarsi sulla terra.

Usualmente vi erano almeno quattro donne, empiriche o levatrici presenti durante il parto, una come Iside si mette davanti, l’altra dietro la donna come Nephtys, l’altra come Heket, la dea rana facilita la nascita, la quarta prendeva il bambino e come Meskhenet lo appoggiava sui mattoni, “radicandolo” su questa terra. Erano presenti anche “le sette Hathor” che predicevano il destino del bambino.Subito veniva messo il nome al bambino, il primo nome veniva chiamato “il nome della madre” e veniva dato dal padre con le parole e le grida pronunciate dalla madre prima della nascita, si riteneva infatti che ella partorisse insieme il bambino e il nome.Un secondo nome di “uso comune” poteva essere dato in un secondo momento.La placenta veniva trattata con grande rispetto e impiegata in rimedi che servivano per cauterizzare le piaghe profonde. Dopo il parto le donne egiziane sostavano 14 giorni in speciali padiglioni per “purificarsi”, al termine dei quali una cerimonia presso il Mammisi poneva termine al puerperio. Il Mammisi era un piccolo tempio spesso adiacente ai templi più grandi dove veniva celebrata la nascita divina, prima dedicati ad Hathor poi ad Iside ed Horus, vi si celebrava ogni anno per il suo compleanno anche la nascita del faraone come nuovo Horus. Molti egittologi pensano che fossero delle vere “case del parto” ma non tutti sono d’accordo ritenendo che vi si svolgessero solo le funzioni rituali.Amuleti e formule magiche erano comuni anche per proteggere la crescita del bambino e l’allattamento: "Che ogni dio protegga il tuo nome... Ogni luogo ove ti troverai... Ogni latte che berrai... Ogni seno dove sarai preso... Ogni ginocchio dove sarai seduto(…)Che ti tenga in salvo per loro... Che ti calmi per loro, ogni dio ed ogni dea". 
Il latte di donna era considerato bevanda divina ed usato in molti rimedi, per calmare la tosse con il miele, per prevenire e curare disturbi agli occhi e cardiaci, o per i neonati l’incontinenza urinaria. Sono stati ritrovati molte statuine porta bevande a forma della dea Thueris, con la mammella bucata, affinché potesse uscire “L’acqua della vita”, ovvero dei contenitori dotati di una speciale protezione magica per il latte materno.

sabato 26 giugno 2010

L'allevamento del bestiame


La pratica dell'allevamento del bestiame in Egitto risale al Neolitico. La decorazione delle tombe dell'Antico Regno, in cui sono raffigurate scene di quest'attività, permette di conoscerne i particolari. L'allevamento più diffuso era quello di bovini. Alle specie caratteristiche dell'Egitto, come il bue dalle corna lunghe, col tempo se ne aggiunsero altre, originarie del Medioriente e di diverse zone del Nordafrica. I pastori assistevano le vacche al momento del parto. Poi, dopo aver scelto gli esemplari migliori tra i vitelli appena nati, li portavano alle fattorie, dove si procedeva all'ingrasso del bestiame, che diventava carne per il palazzo reale e i templi. Le grandi mandrie erano nelle mani di importanti proprietari, che avevano ai loro ordini fattori e supervisori, che controllavano il lavoro dei pastori, dei foraggieri e degli aiutanti. Anche i contadini disponevano di bestiame, che li aiutava nei lavori dei campi, e dal quale ricavano inoltre latte, carne e pelli. Per l'ingrasso, le fattorie specializzate selezionavano gli animali da allevare. La nutrizione degli animali avveniva in modo forzato. In genere, gli addetti fermavano ciascun singolo capo e gli introducevano in bocca palle di cibo, generalmente farina. In molti rilievi e dipinti funerari, si osserva come gli incaricati immobilizzino l'animale in diversi modi, a seconda della specie, e lo costringano a mangiare.
Sebbene l'allevamento dei bovini fosse il più diffuso, tale attività era praticata anche con altre specie, come asini, capre, pecore, diversi tipi di uccelli e i maiali, che venivano però mangiati solo dal popolo. A queste specie si aggiunsero più tardi il cavallo, il cammello e i gallinacei. Poiché procuravano forza lavoro, cibo o pelli, tutti questi animali avevano un valore economico. Gli egizi allevarono e addomesticarono altri animali, tra cui ruminanti selvatici della famiglia delle antilopi o delle capre selvatiche, e alcuni carnivori. Molti furono semplicemente animali di compagnia, che potevano dimostrare il rango sociale del loro padrone. Altri furono usati nella caccia, come nel caso della iena.
Il bestiame era un bene molto prezioso in una società agricola come quella egizia. Uno dei metodi per difendersi da eventuali furti consisteva-come oggi-nel marchiare il bestiame. L'operazione avveniva riunendo gli animali in un luogo della prateria. Dopo avergli legato le zampe, ogni animale veniva fatto stendere su un fianco, come se dovesse essere sacrificato. Intanto, su un fornello veniva riscaldato un timbro di metallo, generalmente di bronzo, che, una volta incandescente, veniva applicato sul lombo destro di ogni capo. Tutto il procedimento si svolgeva sotto lo sguardo attento degli scribi, che annotavano per il loro signore ogni dettaglio.

lunedì 21 giugno 2010

Perchè l'arte egizia è rimasta inalterata nel tempo?

Il concetto di arte nell'antico Egitto è molto diverso da quello che abbiamo noi oggi, quasi estraneo, poiché ogni elemento aveva uno scopo e una funzione precisa.
Le statue che oggi ammiriamo nei musei provengono da templi a cui solo i sacerdoti potevano accedere, o da tombe inaccessibili ai vivi; il loro scopo dunque non era estetico, ma evocativo e magico e per qualcuno che ha un occhio diverso dall'uomo, la divinità.
Le tecniche di pittura e dei bassorilievi sono rimasti più o meno costanti nei secoli, nonostante un occhio esperto riesce a cogliere le differenze tra una raffigurazione dell'Antico Regno e una del Nuovo Regno, nel primo, il bassorilievo è massiccio, esprime potenza e resistenza, concetto che sarà poi estremizzato durante il Medio Regno; nel secondo la figura umana subì un cambiamento, diventò esile ed elegante. Naturalmente durante il Nuovo Regno ci fu lo scisma amarniano che soprattutto nell'arte ci ha lasciato reperti di una bellezza enigmatica. Con il periodo tardo, la pittura perse di valore e le raffigurazioni divennero di scarsa qualità e meno precise.
Quindi tiranno le somme, gli egizi non concepivano l'arte in quanto qualcosa che deve essere visto e ammirato, ma come qualcosa che deve comunicare un concetto o un essenza, ed è per questo che dipingevano la testa di profilo, le spalle dal davanti, braccia, gambe e tronco a tre quarti, per comunicare l'essenza della figura umana a coloro che dovevano ricevere il messaggio, cioè gli dei.
Inoltre gli egizi erano abbastanza xenofobi, anche se l'ospite straniero era tenuto in grande considerazione, la loro cultura non fu mai mutata con cambiamenti importanti, acquistarono nuovi dei venuti dai paesi vicini, ma sostanzialmente non ritennero mai di dover imparare a cambiare.

domenica 20 giugno 2010

L'eredità di Alessandro Magno in Egitto



In questi giorni mi è stato chiesto quale fosse l'eredità di Alessandro il grande per il paese dei faraoni, questa è la mia risposta:
La conquista del paese da parte di Alessandro Magno nel 332 a.C.e l’annessione nell'impero romano nel 30 a.C. fecero entrare la civiltà egizia nella costellazione culturale del mondo classico; tuttavia, le antiche tradizioni stilistiche rimasero vive ancora a lungo in terra d’Egitto, come mostra ad esempio l’iconografia locale di Alessandro e dei suoi successori. Sia durante la dinastia dei Tolomei, sia nel periodo romano furono costruiti in Egitto templi che non si allontanavano nella struttura e nelle forme dalle tipologie architettoniche consolidate nel corso dei millenni precedenti. L'amministrazione greca e romana fece raggiungere all'Egitto un livello di sviluppo e di ricchezza sconosciuto nei secoli precedenti. Le dominazioni libiche, assire, nubiane, persiane avevano provocato il declino economico, sociale e politico dell'Egitto.L'introduzione della economia monetaria, l'abolizione del regime feudale, l'incremento del commercio estero, la ricostruzione della flotta mercantile e militare, la costruzione di strade, canali e porti, la trasformazione dei villaggi in città, la creazione di centri culturali di livello internazionale riportarono l'Egitto ad essere un punto di riferimento fondamentale nell'area mediterranea.Su una moneta romano-alessandrina emessa dall'imperatore Antonino Pio le personificazioni del Nilo e del Tevere si danno la mano. E' la dextra coniunctio, segno di concordia: omonoia è scritto nella parte inferiore della moneta. Roma rinnovò e continuò l'antica civiltà egiziana.A partire da Costantino la situazione cambiò. Il potere passò al patriarca cristiano di Alessandria e al suo esercito privato. L'Egitto si trasformò in una teocrazia con il potere civile che perdeva sempre più il controllo della situazione. Nel VII secolo 4.000 arabi superarono il confine e fu la fine dell'Egitto bizantino.Tra il 332 e il 331 a.C, Alessandro fu accolto come un liberatore in Egitto. Infatti, era in quel paese africano che il giogo persiano era maggiormente avvertito e il meno accettato. Alessandro ricompensò gli Egiziani riordinando l'amministrazione non sul modello del satrapo persiano fino ad allora da lui adottato, ma nominando due governatori indigeni, Petisi e Doloaspi. L'amministrazione delle finanze fu invece affidata a un greco residente in Egitto, Cleomene di Naucrati. Ai macedoni e ai greci al seguito di Alessandro e ai membri della sua corte furono assegnate solo cariche militari, ma non civili.Alessandro dimostrò inoltre grande rispetto per gli dei del paese. A Menfi fece un sacrificio al bue Api, ingraziandosi così i sacerdoti egiziani e si recò fino all'oasi di Siwa nel deserto libico, dove esisteva un celebre santuario oracolare del dio Ammone (assimilato dai Greci a Zeus). Il responso dell'oracolo lo dichiarò figlio del dio, offrendogli un punto di partenza per l'istituzione di un culto divino centrato sulla sua persona.Nella regione del Delta del Nilo, su una stretta lingua di terra tra la palude Mareotide e il mare, dove a un miglio dalla costa sorgeva l'isola di Faro, decise la fondazione di Alessandria d'Egitto, la prima delle molte città a cui diede il suo nome.
Questa fu l'eredità di Alessandro all'Egitto...