venerdì 23 luglio 2010

La produzione della ceramica


I resti archeologici più abbondanti in Egitto sono in ceramica, materiale utilizzato per la fabbricazione di oggetti che servivano come supporti per la scrittura. Lo studio della ceramica può fornire dati concernenti la cronologia, l'uso, lo provenienza e il commercio. La maggior parte degli oggetti veniva realizzata con argilla del Nilo, poiché, dopo la cottura, restava di colore rossiccio. Gli oggetti furono modellati a mano fino all'Antico Regno, quando fu utilizzata una piattaforma girevole mossa con le mani. Durante il Nuovo Regno fu inventata la ruota da vasaio. I vasi di pietra erano destinati soprattutto all'uso funerario, per la vita quotidiana si usava la ceramica. Vasi, piatti, coppe, recipienti e anfore erano di argilla e di decoravano o meno a seconda della loro funzione. Le ceramiche si distinguono a secondo del tipo di argilla impiegato per la loro fabbricazione, esiste argilla di colore rosa pallido e grigiastro. La ceramica fatta con il limo del Nilo serviva per il vasellame di uso quotidiano. Con l'argilla calcarea, estratta soprattutto da Qena, nell'Alto Egitto, si produceva quella di lusso. All'argilla veniva aggiunti altri elementi (come paglia o sabbia) per sgrassare o per rendere la massa compatta. La forma della ceramica indica contatti con la Palestina. La ceramica così ottenuta veniva decorata di rosso e con disegni che scomparvero all'inizio del periodo dinastico.
Dal periodo predinastico gli egizi crearono un tipo di ceramica che imitava il turchese e il lapislazzuli, chiamata faience: una maiolica, che si fabbricava con argilla, calce, quarzo triturato e cenere. Si dava uno strato di vernice di colore blu o verde, che conferiva un aspetto di smalto. La decorazione nera si applicava con manganese. Questo procedimento fu utilizzato fino all'epoca della dominazione islamica.

lunedì 19 luglio 2010

Ferlini e la scoperta del tesoro di Amanishakheto


Nell' anno 1834, Giuseppe Ferlini, medico militare al servizio delle truppe di occupazione egizie nel Sudan stazionate a Khartoum, chiese il permesso per effettuare scavi archeologici nella zona. ''Sono ansioso di dare un contributo utile alla storia'', affermò il giovane avventuriero italiano. In verità aveva in mente i ''colleghi'' europei, i quali, rovistando nelle antiche terre della Valle dei Nilo, erano stati protagonisti di imprese fortunate e avevano dato l'impulso alla nascita delle grandi collezioni egizie dei principali musei europei. Ferlini iniziò le esplorazioni nel vicino Wadi ben Naga e a Musawwarat, ma senza successo. Si spostò quindi 200 chilometri a nord di Khartoum, dove, sulla riva sinistra del Nilo, giacciono le rovine di un'antica città, Meroe, la leggendaria metropoli del regno di Kush, la capitale ''degli altri Etiopi'', come li aveva chiamati Erodoto.
La città, riscoperta circa mezzo secolo prima da James Bruce, l'esploratore scozzese che nel 1772 aveva individuato le sorgenti del Nilo Blu, era nota grazie alle descrizioni fornite dalle tavole di Frederci Cailliaud:nel paesaggio che tanto aveva entusiasmato il viaggiatore francese spiaccavano le curiosi piramidi, simili certo, eppure diverse, lontano nello spazio e nel tempo da quelle dell'Antico Egitto. Le pareti di questi monumenti, meno alti di quelli faraonici (raggiungono al massimo i 64 metri), erano molto più ripide e la cima non terminava a punta bensì in una piccola piattaforma, in origine decorata con un disco in ceramica smaltata verde e celeste, che simboleggiava il sole. Dopo numerosi scavi, che si concludono in un generale insuccesso, Ferlini decise di compiere un ultimo tentativo. La scelta cadde sulla piramide maggiore, quella della regina Amanishakheto. In un'incisione di Cailliaud (1821) il monumento è raffigurato ancora quasi intatto, solo con la cima rovinata e un profondo squarcio a metà circa della facciata orientale. I lavori di Ferlini cominciano dalla sommità: blocco dopo blocco gli operai smontano la piramide, quando, a un tratto, emergono i primi indizi della scoperta: al centro della costruzione si trova un'apertura rettangolare (sette piedi per lato e circa cinque d'altezza), con, al suo interno, un oggetto voluminoso ricoperto da un panno bianco che, al contatto con l'aria e con le mani degli operai, si sbriciola. Protetto da una sorta di tavolo o di altare ''una mensa sacra o ara domestica'' (scrisse Ferlini nella Relation historique des fouilles opérées dans la Nubie del 1838), vi era un vaso di bronzo che conteneva oggetti ravvolti in un telo come quello menzionato sopra. Intorno al vaso c'erano oggetti in pasta vitrea e pietra, amuleti e idoli, all'interno del vaso un tesoro meraviglioso, il corredo della regina Amanishakheto; questa scoperta portò alla distruzione della piramide, poiché Ferlini era convinto che ci fossero altri monili d'oro nascosti da qualche parte. Una volta tornato in Europa, gli oggetti furono venduti a diversi musei nel mondo, tra cui i musei di Monaco e del Cairo.

mercoledì 7 luglio 2010

L'Egitto a Villa Adriana


La Villa Adriana è un complesso monumentale in cui sono mirabilmente sintetizzate diverse culture che l'imperatore Adriano conobbe durante i suoi lunghi viaggi, specialmente quelle della Grecia, dell'Asia Minore e dell'Egitto. La villa, poi utilizzata da altri imperatori, fu abbandonata nel Medioevo.
La Villa è un insieme di edifici fatti costruire dell'imperatore romano Adriano (117-138 a.C.). Si trova a circa 25 Km da Roma e occupa un territorio di 120 ettari a sud-ovest di Tivoli. Il suo legame con l'Egitto è chiaro: Adriano dedicò uno spazio alla riproduzione di una città del Basso Egitto, Canopo, non molto lontano da Alessandria, la città più importante del mondo ellenistico nel Periodo Tolemaico; oggi Abuqir. Secondo quanto racconta Strabone, il canale che univa le due città ''si riempiva di giorno e di notte di imbarcazioni cariche di gente che suonava musica e danzava in modo lussurioso senza fermarsi mai''. A Canopo vi era un tempio in onore di Serapide, meta di pellegrinaggi. Questo dio fu venerato al tempo dei Tolomei, poiché l'Egitto era più vicino al mondo ellenistico che ai propri culti antichi. Si tratta della fusione di tre divinità: Osiride, Api e Ra, in lui si uniscono i concetti di fertilità agricola, vita e morte; fu una divinità che venne onorata anche nello stesso Impero romano. Sembra che il Serapeo di Canopo sia stato distrutto nel 391 dall'imperatore Teodosio, in base a un ordine contro i culti pagani.
Adriano trascorse a Roma pochi anni del suo regno, in quanto si dedicò a visitare il suo vasto regno. Nella costruzione della sua villa, l'imperatore programmò una sintesi delle principali culture dell'Impero romano; fece erigere edifici che le ricordavano, sfruttando e unendo elementi architettonici, scultorei e naturali, come l'acqua o i giardini. Le culture più rappresentate sono quella greca e quella egizia, dalle quali l'imperatore di origine spagnola trasse gli edifici che lo avevano più colpito:teatri greci, un ninfeo che evocava la tholos (tempio circolare) della Venere di Cnido, un ginnasio, biblioteche, esedre. Sono presenti molte statue, anche se la maggior parte è andata perduta con il tempo o a causa dei collezionisti privati. Comunque, pur comprendendo allusioni a modelli egizi, Villa Adriana è unanimemente considerata come una delle più felici espressioni dell'architettura romana.