lunedì 30 settembre 2013

Girolamo Segato: un avventuriero poliedrico

Girolamo Segato nacque a Vedana, nel Veneto, nel 1792. Nel 1818 s'imbarcò alla volta dell'Egitto, dove rimase per circa 5 anni. All'inizio si dedicò alla topografia disegnando piante del Cairo su incarico di uno dei figli di Mohammed Alì, pascià d'Egitto. Nel 1820, prese parte a una spedizione militare nel Sudan orientale, organizzata dal pascià, e giunse fino alla Seconda Cateratta. 
Da lì partì da solo verso la zona sud occidentale e si addentrò nel deserto della Nubia, dove visitò alcuni villaggi. Al suo ritorno passò per lo Wadi Halfa e durante il suo viaggio, Segato fece dei disegni delle zone archeologiche. In una lettera al fratello descrisse i luoghi che aveva visitato. 

Nel 1821, per ordine del generale Von Minutoli, esplorò la necropoli di Saqqara e scoprì l'ingresso principale della piramide del faraone Djoser. Sempre per incarico di Von Minutoli, esplorò l'oasi di Siwa, nel Deserto Occidentale, dove ancora una volta si dedicò al disegno di alcuni monumenti della zona. Nel 1822, Girolamo sviluppò il suo interesse per l'archeologia egizia, organizzando una collezione. Egli disegnò dettagliatamente anche due cubiti regi trovati dal barone Nizzoli e dal consolo francese Drovetti. Più tardi, si dedicò allo studio della botanica e dei metodi di mummificazione. Tornò in Italia nel 1823. Quando partì, lasciò al Cairo gran parte degli appunti e dei disegni che aveva fatto. La nave che trasportava, in novanta casse, la collezione di antichità messa insieme per con di von Minutoli e destinata al Museo di Berlino, fece naufragio. Di esse, se ne salvarono solo venti. Una volta ritornato in Italia, Segato si stabilì a Firenze, dove, nel 1827, scrisse un'opera di cui fu pubblicato solo il primo volume, intitolato: Saggi pittori, geografici, statistici, catastali sull'Egitto.
Nel 1833 iniziò a redigere l'Atlante monumentale del Basso ed Alto Egitto, un'opera illustrata da Domenico Valeriani e pubblicata tra il 1835 e il 1837. Segato morì nel 1836.

giovedì 26 settembre 2013

Le bevande nell'Antico Egitto

Il consumo di vino era molto diffuso nell'antico Egitto, soprattutto tra le classi alte. Le principali zone di produzione di trovavano nell'area del Delta e nelle oasi occidentali. Il suo colore dipendeva sia dall'uva utilizzata che dal tempo di fermentazione. Nel Medio Regno, particolarmente importanti furono altri centri di produzione come quello di Tell el-Farain. Durante il Nuovo Regno, ebbe larga diffusione anche il vino proveniente dal Medio Oriente, come risultato delle campagne militari dei faraoni della XVIII dinastia. Oltre al vino, c'erano altre bevande alcoliche, ottenute dalla fermentazione di bacche e frutti come, per esempio, i melograni e i datteri. È il caso dello shedeh, un liquore noto per provocare stati di ebbrezza, molto famoso, diffuso e apprezzato soprattutto durante il Nuovo Regno. Non conosciamo la sua composizione, per quanto alcuni autori lo identifichino con il sidro di melograno. Dalla palma del dattero, invece, veniva estratto il vino di palma. Dall'uva non fermentata, infine si otteneva un succo gustoso che veniva bevuto come un analcolico rinfrescante. 
La birra era la bevanda preferita dagli egizi. Ne esistevano diversi tipi. I papiri medici ne registrano addirittura diciassette, anche se non è possibile associare i nomi con le varietà note. Per fabbricarla si sminuzzava e metteva in ammollo l'impasto del pane. Dopodiché, si rimpastava il tutto con l'aggiunta di sostanza aromatizzanti estratte dai datteri, dalle spezie e dalla mandragola. Una volta fermentato, quest'impasto veniva filtrato con un setaccio o una tela e conservato in grandi recipienti. Gli autori classici parlano della birra egizia come di una bevanda alcolica dal sapore dolce. La gradazione della birra dipendeva dal tipo e dalla combinazione degli ingredienti. La birra della Nubia, poco apprezzata dagli egizi, aveva un gusto amaro e si inacidiva facilmente diventando aspra. Anche il latte era una bevanda molto apprezzata, ne esistevano diverse qualità, la più comune delle quali era naturalmente il latte di mucca. Molto diffusi anche quello di capra, pecora e asina. Nei rilievi delle tombe si notano scene in cui appaiono i contadini intenti a mungere. Gli egizi destinavano alcune mucche esclusivamente alla produzione di latte che, tra l'altro, non veniva adoperato solo come bevanda, ma anche come ingrediente per cucinare.

Le bevande nel sistema Geroglifico

Il termine IREP, che significa ''vino'', appare nei testi della II dinastia, ma il geroglifico che indica ''vite'' era già in uso nella I dinastia, periodo al quale risalgono i primi ritrovamenti di recipienti per il vino.
Per la parola irep si utilizzava un simbolo determinativo che rappresentava delle giare di vino. 
Il determinativo che raffigurava una vite, si usava per parole come ''vite'' (iareret) e ancora ''vino'' (irep).



La parola egizia per indicare ''birra'' era HENEQUET. 
Il determinativo rappresentava una giara di birra e si usava anche per formare altre parole, come ''vasetto'' (kerehet), ''tributo'' (inu), ''essere ubriaco'' (tekhi), così come per la coppia ''mangiare e bere'' e per indicare la misura di capacità des.



Nella loro alimentazione gli egizi ritenevano importante bere il latte, che, peraltro, veniva usato anche in rituali religiosi. Il nome per indicare il ''latte'' era IRETET o IRECHET. Il segno determinativo corrispondente era una brocca di latte coperta da una pianta. La parola che indicava ''brocca di lette'' era MEHER e il suo determinativo mostrava una brocca trasportata su una piccola rete. L'offerta di due brocche di latte appariva spesso dipinta nei templi.


L'alcolismo

Le sbornie producevano non solo allegria ma anche estasi religiosa.
Nella ''Festa dell'ebbrezza'', Hathor veniva venerata come patrona degli ubriachi.
Di solito nelle feste si beveva parecchio alcol, come testimoniano i rilievi delle tombe.
Sulle pareti della tomba di Paheri, nel Kab, si nota una dama che ordina a un servo:
''Portami 18 bicchieri di vino. E non guardare perché mi voglio ubriacare''.

(sopra una scena della tomba di Kheti, a Beni Hasan)