venerdì 31 gennaio 2014

Seth, il dio del male e del caos: Il legame tra il dio e il maiale

Il capitolo 112 del Libro dei Morti descrive Seth trasformato in un maiale nero, che causa terribili sofferenze a Horus:
“Così avvenne che Ra disse a Horus: “Fammi vedere che cosa è accaduto al tuo occhio”. Egli guardò e disse “Guarda quel maiale nero”. Horus lo guardò e la ferita del suo occhio divenne molto dolorosa. Egli disse a Ra: “Questa ferita è come la prima che Seth inflisse al mio occhio”, e perdette i sensi. Allora Ra disse: “Mettetelo sul suo letto finché non rinviene”. Ciò avvenne perché Seth si era trasformato in un maiale nero e aveva causato una ferita all’occhio di Horus. E Ra disse: “ Il maiale è detestabile per Horus”. E fu così che il maiale venne considerato abominevole per Horus da parte degli Dei che erano al suo seguito”.

Plutarco riferisce che gli egizi consideravano impuro il maiale, perché ritenevano che “chi beve il suo latte si ricopre di lebbra e di eruzioni scabbiose. Si racconta anche una storia, che spiega perché essi sacrifichino e poi mangino il maiale una sola volta, durante il plenilunio: Tifone, mentre inseguiva un maiale alla luce del plenilunio, trovò la bara di legno nella quale giaceva il corpo di Osiride, e la fece a pezzi”. L’avversione degli egizi verso il maiale è raccontata anche da Erodoto: “Gli egizi hanno sempre ritenuto il maiale un essere immondo: prima di tutto, se uno di loro, passando accanto a un maiale soltanto lo sfiora, corre subito a gettarsi nel fiume completamente vestito; in secondo luogo, i guardiani di porci, anche se sono egizi di nascita, sono i soli fra tutti che non possono entrare in un tempio ...” Storie, II-47.

Un’immagine di un maiale che rappresenta Seth ( o come tale viene interpretato da molti studiosi) è contenuta nella V Divisione del Libro delle Porte: qui l’animale viene bastonato da un babbuino, che si ritiene rappresenti il dio Thot.

domenica 26 gennaio 2014

Il dio Mahes

Figlio della feroce Sekhmet, Mahes (o Mehes) era una delle pochissime divinità maschili dall'aspetto leonino. Dalla madre aveva ereditato il carattere indomito e irascibile: il suo nome, del resto, significa proprio “il feroce leone”. Le immagini di Mahes giunte fino a noi sono molto poche: davvero rarissimi sono i dipinti che ritraggono questa divinità, e lo stesso si può dire dei bassorilievi. Più numerosi, in compenso, sono gli amuleti di bronzo o di ceramica invetriata recanti l’effigie del dio, realizzati per lo più in Epoca Tarda. Queste raffigurazioni sono abbastanza diverse tra loro e sembrano ispirate a criteri iconografici eterogenei. Tutto questo fa sì che, in definitiva, la figura di Mahes sia oggi poco conosciuta. Tuttavia è noto che nell'antico Egitto i leoni erano oggetto di una profonda venerazione: non di rado, in alcuni templi, questi animali venivano nutriti al suono di musica sacra.

Le sue raffigurazioni

Le rappresentazioni più semplici di Mahes consistono nell'immagine di un leone che cammina, con il corpo visto di profilo e la testa rivolta verso l’osservatore, in posizione frontale. Un soprammobile di bronzo ritrovato a Leontopoli, oggi conservato al Brooklyn Museum of Art di New York, ritrae il dio proprio in questo modo. In altri casi, Mahes presenta solamente la testa di un leone su un corpo umano: sempre raffigurato nell'atto di camminare, il dio porta sul capo un disco solare (che lo pone in relazione con Ra) oppure la corona atef (per associazione con Osiride). A epoche successive risalgono alcuni effigi di Mahes con lo pschent, la doppia corona dell’Alto e del Basso Egitto: sui bassorilievi del tempio nubiano di Debod, per esempio, si trovano tre immagini di questo tipo, con il dio che viene venerato dal faraone.



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lunedì 20 gennaio 2014

La Sfinge di Amenemhat III


Da Tanis, la nuova capitale dell'Egitto durante la XXI e XXII dinastia, provengono sette sfingi in granito di Amenemhat III che evocano la potenza sovrumana del monarca, enfatizzandone l'aspetto felino. Il volto del faraone, austero e vigoroso, è caratterizzato da tratti tipici della ritrattistica regale, con gli zigomi sporgenti, la bocca prominente e i profondi solchi sulle guance che creano forti effetti chiaroscurali. Una massiccia criniera di leone, da cui spuntano grandi orecchie ferine, sostituisce il tradizionale nemes regale accrescendo il senso di maestosità dell'intera figura. Non mancano l'ureo sulla fronte e la barba posticcia, consueti simboli della regalità divina. Le statue poggiano su un alto e massiccio basamento intorno al quale sono riportati i cartigli di alcuni sovrani che, nel corso dei secoli, usurparono il gruppo di sfingi affascinati dalla loro bellezza: il re hyksos Nehesy, Ramses II e Merenptah della XIX dinastia, infine Psusenne I della XXI dinastia. Quest'ultimo sovrano collocò infine le statue a Tanis, dove sono state rinvenute, ma è probabile che in origine le sfingi fossero state destinate a ornare il tempio della dea Bastet a Bubastis. 




DATI
Materiale: Granito Grigio
Misure: Altezza 150 cm, lunghezza 236 cm
Luogo del ritrovamento: Tanis
Data del ritrovamento: 1863
Archeologo: Auguste Mariette
Dinastia: XII dinastia
Regno: Amenemhat III
Epoca: 1842-1794 a.C.
Sala: 16

venerdì 10 gennaio 2014

Lessico religioso: Lettera A

In questo post passerò in rassegna e spiegherò il significato dei principali termini legati alla religione egizia, procedendo in ordine alfabetico.

A

Adoratrice (divina)
Dal nuovo Regno in poi, con questo titolo si identificava la sposa terrena del dio Amon. Inizialmente, questa figura coincideva con quella della regina, poi la carica fu assegnata a una figlia del faraone e poi trasmessa per adozione. La prescelta era destinata a rimanere vergine: sposata solo con il dio, dimostrava la propria intimità nei suoi riguardi sedendosi sulle ginocchia della statua sacra o abbracciandola. La divina adoratrice era una donna ricca e potente, ma anche molto bella: lo dimostrano le statue di Karomama (conservata al Museo del Louvre- a lato) e di Amenirdis (oggi al Museo Egizio del Cairo).

Amduat
Letteralmente significava: "ciò che si trova nel mondo sotterraneo"; designava quindi l'aldilà, vale a dire il mondo dei morti. Signore dell'Amduat era il dio Osiride: i suoi sudditi erano i defunti che avevano superato il giudizio divino.

Amuleto
Piccolo oggetto di vetro, di pietra o di ceramica invetriata, cui si attribuivano virtù terapeutiche o apotropaiche. Gli amuleti venivano portati indosso dai vivi o deposti accanto ai defunti; potevano assumere le forme più svariate: statuine di divinità, occhi udjat, croci ankh, scarabei, ecc. Materiali, fogge e modalità di utilizzo erano descritti nel Libro dei morti.

Ankh 
Simbolo a forma di croce ansata che rappresenta il concetto di "vita". Era, al tempo stesso, un segno geroglifico, un attributo comune a molte divinità e un amuleto.

Antropomorfo
Significa "di forma umana". Molte divinità egizie, tra cui Iside, venivano raffigurate con corpo e testa umana. In altri casi, l'aspetto antropomorfo si combinava con quello zoomorfo: alla dea Meretseger, per esempio, si attribuivano il corpo di un cobra e la testa di una donna, o al contrario.

Apeion
Termine greco con cui si indicava il santuario in cui si adorava Apis, un toro divinizzato. L'edificio sacro era annesso al tempio di !enfi dedicato a Ptah, ed era dotato di un locale in cui si svolgeva il rito dell'imbalsamazione. Una volta mummificati, i tori Apis venivano sepolti nel Serapeum, la necropoli a loro riservata.

Arpa
Arma originaria della Mesopotamia, simile a una falce, ma meno ricurva. Era un attributo di divinità come Montu e Amon.



Atef
Era simile alla corona bianca dell'Alto Egitto, che aveva la forma di una tiara oblunga sormontata da una protuberanza cilindrica. La corona atef, tuttavia, era caratterizzata da due lunghe piume laterali. Era indossata, in particolare, da Osiride e da Tatenen.

Attributo
Qualsiasi oggetto sacro o simbolico associato a una divinità: corone, scettri, armi e ornamenti erano tutti attributi che, almeno in teoria, permettevano di risalire all'identità del dio o della dea. Di fatto, le frequenti somiglianze tra gli dei e la ricorrenza di alcuni attributi non sempre hanno facilitato il compito degli egittologi. In certi casi, solo l'attenta lettura delle iscrizioni che corredano le immagini ha permesso di risalire al nome del soggetto raffigurato.