mercoledì 19 febbraio 2014

Il mondo animale nell'Antico Egitto, parte 1: uccelli, insetti, pesci e anfibi

In questi due post analizzerò brevemente i diversi tipi di fauna ai tempi dell'antico Egitto, partendo da quella del Nilo, cioè il mondo acquatico.


La fauna che popolava il fiume, i laghi e i bassi fondali era molto diversificata. La scrittura geroglifica, la decorazione delle tombe e anche la mummificazione di alcuni animali consentono di venire a conoscenza delle differenti specie esistenti all'epoca dei faraoni, alcune delle quali oggi estinte in Egitto. 
Le acque e le rive del Nilo offrivano un habitat propizio a numerosi animali, soprattutto ai pesci. Alcune specie facevano parte anche del sistema di simboli geroglifici; altre, invece erano rappresentate sulle pareti delle tombe. Oggi alcune di esse sono esiste, come ad esempio L'Heterobranchus (nar in egizio); questo siluride prestò il suo nome egizio all'unificatore del paese, il faraone Narmer. Il Babus bynni era dotato di una spina velenosa sulla pinna dorsale. Altri siluriformi, i pesci sinodontidi, erano rappresentati di frequente, soprattutto nei bassorilievi delle mastabe dell'Antico Regno. I mormiridi, invece, vivevano nelle zone calde del Nilo; essi possedevano il fondale del fiume in cerca di larve di insetti e vermi. Il Mormyrus Kannume o "pesce di Ossirinco" era piuttosto comune nel Nilo; esso, tra l'altro fu anche oggetto di venerazione nel XIX nomos dell'Antico Egitto. Tre i perciformi si distingueva la Tilapia nilotica, ampiamente raffigurata poiché cova le uova in bocca, e per gli egizi simboleggiava la rinascita, mentre, per via della sua colorazione rossastra, era connessa anche alla simbologia solare. Il Latus niloticus (aha in egizio), perciforme di colore azzurro, fu venerato e mummificato. Nelle scene di tombe figuravano anche insetti, come la cavalletta (Acridium peregrinum), la libellula e diverse specie di farfalle.


In Egitto alcuni insetti erano considerati manifestazione degli dei, potevano avere una funzione utile o dare colore alle scene di vita quotidiana rappresentate nelle tombe. Pertanto, questi animali svolsero un ruolo importante nella società egizia. In Egitto vivevano, e vivono ancora, moltissime specie di insetti. Nella famiglia degli scarabeidi vi era il genere Scarabaeus. Lo Scarabaeus sacer aegyptiorum era lo scarabeo sacro degli antichi, quello definito: stercorario. Oggi si trova quasi esclusivamente nell'Alto Egitto. Gli egizi credevano che nascesse da una palle di sterco, per cui lo considerarono un'immagine dell'autocreazione. In realtà, la femmina formava queste palle, che portava in gallerie precedentemente preparate; poi vi deponeva le larve. Dopo 28 giorni, gli scarabei uscivano in superficie come adulti, fenomeno che coincideva con l'inondazione del Nilo. Questo scarabeo fu identificato con il dio Khepri, dal quale trae il nome.


L'ape, bit in egizio, veniva custodita in tubi vuoti, dalle estremità strette, che fungevano da alveare. Il miele ottenuto si usava soprattutto come alimento, ma anche per preparati medici e unguenti. Come l'ape, anche il miele era chiamato bit, ma nella scrittura il determinativo era un barattolo di miele. L'ape ebbe un significato solare, secondo un mito, quando Ra piangeva, le sue lacrime si trasformavano in api. L'insetto era legato ad Amon, Min o Neith. A Sais il tempio di Neith si chiamava per-bit, "casa dell'ape".

Per quanto riguarda le mosche, gli egizi erano convinti che avessero un ruolo protettivo. Questo insetto, per noi così insignificante, occupa un posto d'onore nel sistema dei geroglifici egizi. I ciondoli d'oro a forma di mosca venivano offerti come onorificenze militari. Nonostante gli insetti ebbero un'importanza così palese nell'antico Egitto, un solo anfibio riuscì a ricoprire lo stesso ruolo per gli egizi: la rana. La Rana mascareniensis, fu venerata grazie alla sua capacità di mimetizzazione, infatti, essa era considerata un animale sacro. La rana, di color verde scuro, abitava nelle zone paludose e nei canali di irrigazione. Nell'antichità fu assimilata ad una divinità legata al parto e alle nascite, la dea Heket.

La fauna ornitologica era piuttosto abbondante. Diverse specie di uccelli erano associate al fiume e ai bassi fondali. Esistevano varie specie di oche, tra le quali l'Apochen aegyptiacus. Vivevano qui anche gli ibis, le cui tre specie sono documentate nel sistema di simboli geroglifici: l'ibis nero (Plegadis falcinellus), peraltro ancora esistente in Egitto, il cui nome egizio era guemet; le altre due erano l'ibis crestato (Ibis comata), con il caratteristico pennacchio sulla testa, e l'ibis sacro (Threskiornis aethiopicus).
L'ibis nell'antico Egitto era associato al dio Thot, e l'immagine del dio eretto sul porta-insegne è almeno risalente alla IV dinastia; un legame che durerà fino all'epoca romana. 


L'airone imperiale (Ardea cinerea) aveva un piumaggio grigio e collo bianco; il suo nome era benu, ed era legato al culto solare. Nel periodo delle inondazioni tornava a popolare le acque della Valle e al sorgere del sole si levava in volo; è all'origine della leggenda greca della fenice. Il suo periodico ritorno con l'inondazione lo connetteva con il potere rigenerante di quelle acque e con il concetto stesso della rigenerazione: esso, divenne per gli egizi immagine vivente della vita che ciclicamente si rinnova, di ogni auspicata rinascita. Acqua e sole, Osiride e Ra, sono gli elementi di base del simbolismo egizio dell'airone cinerino.


Un'altro uccello di notevole importanza in Egitto, fu l'avvoltoio. L'avvoltoio egiziano, chiamato Neophron percnopterus, è rappresentato fin dai tempi più antichi. All'inizio, venne raffigurato con le ali di color grigio o blu, e in genere, nelle rappresentazioni più dettagliate, erano attente nella resa caratteristica della carne implume alla base del becco e del rado piumaggio intorno al collo, particolari che conferiscono a questo rapace una rugosa esilità, tipica dell'avvoltoio. Il Neophron presta le sue spoglie ad un essere divino: il Grande Avvoltoio, che plana sul re morto, in segno del suo potere divino. L'altra avvoltoio rappresentato anche nei segni geroglifici ed associato alla dea Mut, era il Gyps fulvus. La dea è sin dalle origini una Dea Madre, da cui il nome. Gli autori classici riferiscono che secondo gli egizi non esistevano avvoltoi maschi, affermazione da associare alle singolari rappresentazioni di Mut androgina. In età tarda l'avvoltoio rappresenta spesso il principio femminile, associato allo scarabeo che, viceversa, rappresenta quello maschile. Nella scrittura enigmatica, i due segni appaiati rendono i nomi della dea Neith e del dio Ptah, secondo Horapollo per significare così che, in qualità di divinità demiurgiche, riuniscono in sé i due principi.


Gli ultimi tre uccelli di cui bisogna parlare sono la civetta, l'upupa e il cosiddetto "uccello Ba", no perché l'ornitologia egizia si fermi a loro, infatti potremmo anche parlare dell'uccello Rechit, ma perché mentre quest'ultimo non ricoprì un ruolo fondamentale nella fauna egizia, gli altri tre si. Tuttavia, bisogna aggiungere sull'uccello Rechit, che abitualmente migrava nella stagione invernale verso l'Africa del nord ed è assai comune in Egitto, soprattutto nel Delta; bisogna aggiungere che: come fonema, Rechit venne assai presto a designare una categoria di uomini, che costituivano l'intero nucleo dell'umanità assoggettata al faraone. I Rechit, occupavano un ruolo ambiguo, da una parte sono indicati come stranieri, spesso con dense connotazioni ostili, dall'altra rientrano talvolta tra i sudditi egizi. Infatti nei geroglifici possiamo notare come questo uccello venga anche rappresentato con le ali legate, tipico dei prigionieri di guerra.
Tornando ora a parlare dei volatili più presenti nel sistema di scrittura, parliamo della civetta. Non sappiamo se anche nell'antico Egitto la civetta fu ritenuta uccello di malaugurio. Qualche indizio lo fa però pensare: la grafia del verbo hask "tagliare il collo a un uccello", tanto che ogni mummia di civetta ritrovata, presentano la testa tagliata. L'inquietante sguardo del rapace non lasciava evidentemente immuni nemmeno gli egizi! Come geroglifico, non è certo da dove il  segno derivi il suo valore fonetico: presumibilmente dall'antico nome dell'animale, perduto. Il demotico Amuldj e il suo derivato copto, ambedue designanti la civetta, probabilmente sono sostantivi composti, in cui la prima parte Amu/mu riecheggiava il nome originario, e, forse, onomatopeicamente connesso al lugubre verso del rapace.
L'Upupa compare spesso nelle raffigurazioni di templi e tombe, stranamente non ne conosciamo il nome antico, forse Djeb, a giudicare dal valore fonetico assunto dal geroglifico. Horapollo nelle sue bizzarre spiegazioni dei geroglifici, associa il segno dell'upupa alla gratitudine, è il solo essere privo di parola, egli dice, che ricompensa l'affetto ricevuto dai genitori. Una leggenda che forse aveva radici anche nell'antico Egitto: non sono rare le rappresentazioni di bambini che portano in mano, per le ali, proprio questo volatile, così pure sono note statuette del dio bambino Harpocrate. 


Quale fosse invece il rapporto che univa la grande cicogna africana, nota come Jabiru (Mycteria ephippiorhynchus seu senegalensis), al concetto egizio di ba, che impropriamente traduciamo con "anima", non è dato sapere. L'omofonia tra il nome dell'uccello e quello del ba, la comprensibile tendenza degli egizi a rappresentare sotto forma di volatili le componenti più spirituali di un uomo, che si pensava dovessero ascendere verso il cielo alla sua morte, sono una spiegazione sufficiente o altri legami, più intimi e ormai intangibili, diedero al ba l'aspetto del bianco uccello dalle lunghe zampe? Oggi lo Jabiru vive nella regione del Nilo Bianco ma gli egizi furono certo in grado di osservarlo in regione più vicine. 




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