venerdì 14 marzo 2014

Tabù, divieti e sacrilegi

Nel pensiero religioso dell'antico Egitto sono molte le divinità che hanno come prerogativa quella di colpire con un tabù una determinata categoria di esseri, di animali, di oggetti o di azioni. Queste proibizioni sacrali sono numerose e devono probabilmente essere ritenute un'eredità di pratiche tribali comuni nei tempi della preistoria delle terre del Nilo. La loro osservanza faceva parte della complessa rete di relazioni che legavano i mortali ai loro padroni ultraterreni. Per la maggior parte, i tabù variavano da città a città, a seconda della divinità dominante e delle specifiche forme del culto locale e potevano essere esercitati in due diversi modi, ossia "a favore" o "contro" qualcosa o qualcuno.
Nel primo caso il tabù serviva in particolar modo per proteggere alcune specie sacre di animali. In alcune località era vietato pescare qualsiasi pesce, maltrattare una mucca, oppure era proibito presentarsi dinanzi a una divinità indossando le spoglie della sua ipostasi o manifestazione terrena.
Ad esempio, nell'isola di Elefantina, sede del dio ariete Khnum, era vitato indossare, in presenza della divinità, abiti fatti con prodotti ricavati dal corpo del dio, come cuoio o lana. Il fatto che l'azione contraria avrebbe potuto suscitare orrore tra gli dei è dimostrato dai maghi, che con questi argomenti, potevano arrivare a minacciare direttamente le divinità affinché queste facessero funzionare i loro incantesimi a loro vantaggio. Le formule rituali di minaccia contengono infatti frasi di questo tipo:

"Se non ascolti le mie parole farò in modo che Sobek si sieda avvolto nella pelle di un coccodrillo, farò si che Anubis si sieda avvolto nella pelle di uno sciacallo..".

A volte l'esigenza del rispetto di questo bizzarro sistema di proibizioni rituali poteva creare delle tensioni tra gli egizi e gli stranieri residenti in Egitto. Sempre a Elefantina, ad esempio, vi era una colonia di Giudeo-Aramaici, i quali sacrificavano arieti a Javeh, con evidente scandalo degli egizi (fenomeno continuo nella storia, si pensi a quante emozioni negative e incontrollabili dia tutt'ora origine in India, la questione della vacca sacra nel rapporto tra induisti e musulmani). 
Nell'antico Egitto, il divieto poteva essere anche "contro" qualcosa; in tal caso non si trattava più di proteggere un animale sacro, bensì di vietare qualcosa che era ritenuto abominevole: un'azione, come accendere il fuoco in un dato luogo, un certo tipo di nutrimento o la presenza di una certa categoria di animali (tipo il maiale). A volte lo studio dei culti delle città e dei molteplici riferimenti sulla mitologia locale contenuti nelle opere d'arte figurativa permette di comprendere il significato di un tabù, in molti casi, tuttavia, i divieti e le proscrizioni restano inspiegabili; le loro radici sono così sepolte in un passato a noi ignoto, che non ci permettono di coglierne le motivazioni.
La cosa, forse, non deve stupirci più di tanto, se pensiamo che ancora oggi ci sono persone che, senza sapere perché, preferiscono evitare di passare sotto una scala o proseguire lungo una strada se questa è stata attraversata da un comune gatto nero.

domenica 9 marzo 2014

Il Museo Egizio del Cairo: Scrigno con bracciali di Hetepheres I



Gli unici gioielli di Hetepheres scampati agli appetiti dei ladri sono questi vivaci braccialetti d'argento, ricavati da un'unica lamina di metallo ricurva e aperta all'interno. Le pietre dure sono incastonate negli alveoli praticati sulla superficie secondo la tecnica dello champlevé e riproducono con felici effetti cromatici la vivacità di quattro farfalle con le ali spiegate. In origine i bracciali erano venti, suddivisi in due file di dieci e inseriti nei cilindri centrali del cofanetto. Sul coperchio, ai lati del pomolo, compaiano le iscrizioni:
"Scatola contenente bracciali" e "Madre del Re dell'Alto e del Basso Egitto, Hetepheres"
Ed è vergata con l'inchiostro l'ulteriore precisazione: "bracciali".


Dati dello scrigno
Materiali: legno dorato
Altezza: 21,8 cm
Lunghezza: 41,9 cm
Larghezza: 33,7 cm

Dati dei bracciali
Materiali: argento, cornalina, lapislazzuli e turchese
Diametro: 9/11 cm

Dati della scoperta
Luogo del ritrovamento: Giza, Tomba di Hetepheres I
Epoca: IV dinastia, regno di Snefru (2575-2551 a.C.).
Archeologo: G. Reisner (1925).
Sala in cui è attualmente custodito: n°37

mercoledì 5 marzo 2014

L'enigmatico Ramses VIII

All'enigmatico Ramses VIII spetta certamente un record negativo: il suo regno durò solo qualche mese. Eppure, a distanza di tremila anni dalla sua morte, gli studiosi continuano a interrogarsi su questa misteriosa figura: chi era veramente? E da chi discendeva?


Tutte le dinastie reali, in tutte le epoche e in tutte le civiltà, hanno il loro “anello debole”. Bastano pochi anni di regno di un sovrano mediocre, troppo insicuro o, semplicemente, poco attento agli affari di Stato e improvvisamente, il caos prende il sopravvento, e tutto ciò che è stato acquisito o costruito dai predecessori vacilla o crolla miseramente. L’Egitto non fa eccezione a questa regola, e la dinastia dei Ramses ce ne offe un esempio. La stirpe ramesside cominciò ad accusare segni di indebolimento già verso la fine del regno di Ramses III, ma la situazione divenne più grave con Ramses V. Figlio di Ramses IV, questi rimase sul trono solamente per quattro anni, e morì in giovane età. Le analisi effettuate sulla mummia hanno rivelato che il re doveva essere affetto da una malattia, e dunque era poco adatto a governare. Il suo successore fu Ramses VI, uno dei figli di Ramses III: il suo regno fu un po’ più lungo, ma non durò più di sette anni e lasciò un’impronta molto labile nella storia del paese. Sette anni durò anche il regno di Ramses VII, figlio del faraone defunto; di questo sovrano si sa molto poco, la sua grande sposa si chiamava Isis, e un suo figlio morì in tenere età.
Sette anni non sono molti, ma in teoria possono bastare a una grande personalità per lasciare il segno del suo passaggio. Non fu il caso dei due Ramses appena citati, e neanche del loro successore, il cui regno, come già detto, durò pochissimo: neanche un anno o, secondo alcuni, non più di tre mesi. Ma chi era Ramses VIII e da dove veniva? Gli storici hanno appurato che Ramses VII non aveva lasciato eredi, si ritiene, perciò, che il nuovo re fosse un nipote di Ramses III e figlio di un certo Setherkopeshef. Ma se questi, a sua volta, era figlio di Ramses III, come mai non salì mai sul trono d’Egitto? Su questo argomento gli egittologi discutono da tempo, senza riuscire a trovare un accordo. Infatti, è noto che la successione di Ramses III, il sovrano più importante della XX dinastia, fu tutt’altro che agevole, ma gli eventi che la caratterizzarono sono a tutt’oggi avvolti dal mistero. Si è riusciti a stabilire soltanto che il futuro Ramses IV era senz’altro un principe ereditario, e che il grande faraone aveva anche un altro figlio, il quale avrebbe poi regnato con il nome di Ramses VI. Bisogna anche ricordare che, poco prima della morte di Ramses III, la nota cospirazione dell’harem aveva scosso profondamente gli ambienti di corte. Attraverso quella congiura, alcuni grandi dignitari avevano cercato di sbarazzarsi del sovrano e del suo erede legittimo. Tuttavia, quest’ultimo seppe reagire in modo rapido: non solo chi aveva organizzato la congiura, ma anche i loro complici furono arrestati, giudicati e puniti; tra cui un principe e sua madre. Nella fermezza dimostrata dal futuro Ramses IV molti hanno voluto vedere un modo per riconfermare la legittimità della successione. D’altra parte, ci si potrebbe chiedere: se il principe era l’erede naturale al trono, che bisogno aveva di sottolineare con tale forza i propri diritti? Fu solo un modo per “riprendere in mano” la corte o, piuttosto, un espediente per liberarsi di pericolosi concorrenti? E se è così, tra i nemici in grado di ostacolare la sua ascesa al potere vi era forse quel Setherkopeshef citato poc'anzi? Naturalmente, si tratta solo di ipotesi, che nulla hanno di scientifico o di archeologico.

(clicca sull'immagine per ingrandirla)

La nostra indagine ci porta ora a Medinet Habu, dove sorge l’edificio sacro più imponente tra quelli voluti da Ramses III: è il suo tempio dei milioni di anni, uno degli edifici meglio conservati dell’antica Tebe. Costruito sul modello del Ramesseum, il celebre tempio funerario di Ramses II. Le sue mura sono ricoperte di magnifici dipinti che illustrano scene di battaglia e di caccia. Vi sono, poi, delle immagini più enigmatiche e delle liste reali che hanno aperto interrogativi non del tutto risolti: secondo gli esperti, si tratta di un elenco di principi reali. In tutto, compaiono trentadue iscrizioni suddivise in due liste, ciascuna delle quali è scolpita su una diversa parete: la prima comprende tredici iscrizioni, la seconda diciannove. Le trentadue diciture sono state raggruppate in tre categorie: i nomi di coloro che sono diventati faraoni, i nomi dei principi morti prima di poter salire sul trono e, infine, dodici iscrizioni “anonime”. Colpisce, innanzitutto, il fatto che il nome di Ramses VI compaia più volte su entrambe le liste: sembra quasi che questo re abbia voluto sottolineare la legittimità della propria ascesa al trono, in qualità di figlio del faraone Ramses III. Una vera e propria ossessione.  Anche il nome di Setherkopeshef compare due volte per ciascuna lista: in due casi è da solo, negli altri è seguito dal nome di Ramses VIII. Si può dedurre, quindi, che due principi portavano questo nome, e che uno dei due era proprio l’effimero Ramses VIII. Questo, però, non risolve il problema da cui siamo partiti: chi era davvero questo re, e da chi discendeva?

Il poco che sappiamo, dunque, è legato a questa ipotesi: il principe Setherkopeshef (futuro Ramses VIII) era figlio di un altro Setherkopeshef, a sua volta figlio maggiore di Ramses III. Ramses VIII, perciò, sarebbe stato un nipote del grande Ramses III. Se ciò fosse vero, resterebbe da chiarire come mai il più anziano dei Setherkopeshef non sia mai salito al trono: si può solo pensare a una morte prematura, oppure a un suo allottamento dalla corte. Quanto al giovane Setherkopeshef, si deve ipotizzare che alla morte del nonno fosse ancora troppo giovane, per regnare da solo, e che pertanto fu uno zio a essere Incoronato con il nome di Ramses IV. Questi, a sua volta, lasciò il trono a un suo figlio, Ramses V, che tuttavia morì senza eredi. A quel punto, la corona toccò al secondogenito di Ramses III, che regnò con il nome di Ramses VI, e poi al figlio di quest’ultimo, Ramses VII. Come abbiamo già visto, anche questo re morì senza discendenti: era logico, quindi, che il nuovo faraone dovesse essere il figlio del terzogenito di Ramses III, in modo da assicurare la continuità della dinastia. Un intreccio apparentemente complicato, dunque. In realtà, se si considera la breve durata dei singoli regni, si può stimare che tra la morte di Ramses III e l’incoronazione di Ramses VIII non passarono più di vent’anni. Resta il fatto che la vita e le gesta di questo misterioso re costituiscono un grosso punto interrogativo nella storia dell’antico Egitto; esattamente come la collocazione di una sua eventuale sepoltura. 


domenica 2 marzo 2014

L'Egitto tra le vie degli arrondissement parigini

Fino a qualche tempo fa ho vissuto nella capitale francese e Parigi è piena di "souvenir" dell'antico Egitto: non solo celebri monumenti, ma anche piccoli reperti ed edifici ispirati alla civiltà dei faraoni. Ecco allora qualche suggerimento per scoprire il volto egizio di Parigi.

Una gita a Parigi può essere l'occasione per scoprire gli innumerevoli monumenti che, più o meno direttamente, derivano dalla civiltà dei faraoni o s'ispirano all'antico Egitto. Benché questi siano molto numerosi, a volte bisogna saperli cercare: oltre al celebre obelisco di place de la Concorde e alla piramide del Louvre, infatti, vi sono anche costruzioni meno appariscenti, che si rivelano solo al visitatore più attento. Molte di esse risalgono all'Impero napoleonico e alla vera e propria "moda" scatenata  della campagna d'Egitto nell'architettura, nella pittura e nelle arti decorative. Riferimenti all'antica civiltà si trovano, però, anche nei luoghi più singolari, come ad esempio, il cimitero di Père-Lachaise o in un cinema degli anni venti.
Ma cominciamo dagli edifici più celebri. Nella famosa place de la Concorde, l'antico Egitto convive con il XVIII secolo, con l'epoca dei Lumi e con il XIX secolo, in un insieme perfettamente armonico. Qui si trova uno dei due obelischi voluti in origine da Ramses II per abbellire l'ingresso del tempio di Luxor. Nel 1829, alla vista di quei monumenti, Jean-François Champollion ne fu talmente affascinato da chiederne uno in regalo al governatore Mehmet Ali e in cambio di un orologio che poi si ruppe solo pochi anni dopo. L'obelisco scelto dall'egittologo francese prese così la via di Parigi, affrontando un viaggio lungo e avventuroso: le tappe del trasferimento sono descritte sul attuale piedistallo dell'obelisco. Viste le eccezionali dimensioni del monolite, si pensò anche di tagliarlo in più parti per agevolare il trasporto, ma alla fine si costruì una nave apposita, la Luxor. Salpata dalla città omonima nel 1831, l'imbarcazione giunse in Francia solo due anni dopo, ma si dovette attendere fino al 1836 per poter ammirare l'obelisco nella sua nuova collocazione. Dopo qualche tempo, sulla sommità del monolite fu aggiunto uno sfavillante puntale d'oro. L'obelisco fu posizionato esattamente nello stesso punto in cui, circa quarantacinque anni prima, fu eretta la ghigliottina che mise fine alla vita di Luigi Capeto e Maria Antonietta, oltre a quelle di Robespierre, Danton e Saint-Just.
La piramide di vetro che funge da ingresso al Museo del Louvre è stata costruita dall'architetto statunitense di origine cinese Ieoh Ming Pei tra il 1984 e il 1988. Come i modelli a cui è ispirata, anche questa possiede un edificio satellite. Interamente realizzata in vetro e acciaio, è alta 21,5 metri, mentre la base quadrata misura 35,50 metri di lato. Da notare che le proporzioni sono le stesse della piramide di Cheope; in scala naturalmente. La sua costruzione fu concepita nell'ambito del progetto "Grand Louvre" e risponde a un assetto urbanistico che vede allinearsi su un unico "asse storico" i più celebri monumenti parigini: oltre al Louvre e alla sua piramide, l'Arco di trionfo del Carrousel, place de la Concorde con l'obelisco di Luxor, l'ampio viale degli Champs-Elyées, l'Arco di trionfo di place de l'Etoile, il Grand Arche e le torri della Deéfense. Il profilo moderno della piramide di Pei, si integra benissimo con gli edifici più antichi, a differenza della costruzione in vetri che Richard Meier ha progettato per il Museo dell'Ara Pacis a Roma, dove la struttura moderna entra in aperto conflitto con le facciate barocche delle chiese di San Rocco all'Augusteo e San Girolamo dei Croati. Tuttavia, la piramide di vetro, non è l'unico monumento d'ispirazione egizia che si trova nei paraggi: passeggiando tra i giardini delle Tuileries, infatti, si possono scoprire due sfingi maestose. La prima si trova di fronte al Louvre e, sebbene assomigli nei tratti a una sfinge greca, tradisce nella forma della testa l'influenza egizia. La seconda scultura invece, si trova di fronte a un grande bacino artificiale.


Dopo l'obelisco e la piramide, place du Chatelet è il luogo di Parigi a più alta concentrazione di simboli legati all'antico Egitto. Al centro della piazza, spicca una sontuosa fontana del 1808, ricca di riferimenti alla civiltà del Nilo: è sormontata da una colonna in stile egizio, a forma di palma e decorata con scene ispirate alla vittoria di Napoleone (a cominciare da quella riportata nella battaglia delle piramidi). La base della fontana è circondata da quattro sfingi: questo tipo di decorazione, agli occhi degli uomini del XVIII secolo, riassumeva perfettamente lo spirito della civiltà egizia, poiché in essa si fondevano mistero, forza e sobrietà.

Anche nella zona della Sorbona si possono trovare diverse tracce della civiltà egizia, in particolare all'interno del Collège de France, il cui cortile ospita una piccola meraviglia: la statua di un colosso. Ai suoi piedi, curiosamente, vi sono i resti di una testa di faraone, simile a quella che si può ammirare nel Ramesseum. Un po' più in là, sulla rue de Sèvres, si trovano due importanti reperti che spesso passano inosservati agli stessi parigini, così come mi hanno dato modo di capire i miei compagni di studi. Si tratta, innanzitutto, di una bellissima fontana (una delle poche del Primo Impero che siano giunte fino a noi), composta di due elementi: da un lato una cornice che riprende la forma del naos di un tempio egizio, dall'altro una grande statua in stile egizio. Purtroppo, alcune parti di questo monumento stanno andando incontro a un prematuro degrado.

Fin dagli esordi della storia del cinema, e soprattutto durante l'età d'oro negli anni 1920-1950, l'antico Egitto ha offerto inesauribili spunti per storie e ambientazioni esotiche, come quelle che hanno reso celebri cineasti del calibro di Cecil B. de Mille. Il paese dei faraoni, divenne simbolo d'evasione, associato ad atmosfere di sogno e pericolo al tempo stesso. Persino i proprietari delle sale cinematografiche, quindi, sceglievano di ispirarsi allo stile egizio per lo stile architettonico e per gli arredi. Le facciate dei cinema, infatti, servivano anche da insegne, ed erano in grado di attirare gli spettatori con il fascino delle loro colonne e degli stucchi dorati. A Parigi c'è ancora un cinema che presenta tracce di questo splendore ormai appartenente al passato: è le Louxor, che si trova al n°170 di boulevard de Magenta, costruito nel 1921, è raggiungibile con la metro, linee 2 e 4, fermata Barbès-Rochechouart. Oggi è prevalentemente chiuso, ma rimane una tappa obbligata per i cinefili; classificato come monumento storico per salvaguardarlo da un degrado irrimediabile, ospita saltuariamente ancora degli eventi.


Gli interni sono stati rimaneggiati nel corso degli anni, ma la facciate è sempre rimasta la stessa: ancora oggi s'intravede il mosaico dorato, ispirato ai fregi egizi, che ricopre la parte superiore del cornicione. L'edificio fu progettato dagli architetti Ripey e Tiberi, e fu quest'ultimo a firmare le splendide decorazioni in cui lo stile egizio si fondeva perfettamente con l'Art Déco. Purtroppo, gran parte degli interni si è deteriorata col tempo, ma non è detto che l'edificio non torni al suo antico splendore: le autorità parigine lo hanno acquistato qualche tempo fa con l'intenzione di farne un Museo della cultura mediterranea.

Alla diffusione dello stile egizio nell'architettura parigina alla fine del XVIII secolo contribuì anche la corrente massonica. Molti furono, di fatto, i simboli dell'antica civiltà ripresi dalla massoneria. Si pensi, per esempio, alla piramide parco Monceau: fu in questo spazio che il massone Louis-Philippe d'Orléans, il futuro Philippe Égalité, decise di farsi costruire un'elegante residenza; la progettazione del parco fu affidata al pittore Louis Carogis detto Carmontelle, mentre l'architetto Poyet lo decorò con monumenti, rovine, colonne e piccoli edifici di cui uno, appunto, a forma piramidale. Il parco comprendeva anche una "Valle delle tombe" e una costruzione, di cui oggi non rimane nulla, che fungeva da tempio. Simboli massonici di derivazione egizia si trovano anche nel Monumento ai Diritti dell'uomo, inaugurato nel 1989, bicentenario della Rivoluzione francese, nel cuore dei Champ-de-Mars, vicino alla torre Eiffel. L'opera dell'architetto Ivan Theimer si ispira ai templi dell'antico Egitto: all'attenzione del visitatore non sfuggiranno certamente il triangolo della facciata ovest e i piloni di bronzo ricoperti da una grande quantità di segni e simboli, oltre che da citazione della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino.


Per il turista forse può trattarsi di una sorpresa inaspettata, ma anche il celebre cimitero di Pèere-Lachaise è ricco di simboli e riferimenti all'antico Egitto. Si tratta, anzi, del luogo di Parigi in cui questo tipo di decorazioni sono  più abbondanti. Come abbiamo visto, dopo la campagna d'Egitto di Napoleone, la Francia visse un periodo di vera e propria infatuazione per l'antico Egitto, che si manifestò in campo letterario come nell'arte e nell'architettura. Anche l'arte funeraria fu influenzata dai nuovi gusti: tra i viali di Père-Lachaise, infatti, non è difficile incontrare le numerose piramidi che decorano le tombe dei personaggi illustri. Ricordiamo per esempio, quella del generale Hugo, padre del celeberrimo scrittore, o quella del famoso chirurgo Dominique Larrey, il cui nome è strettamente legato a Bonaparte: fu, infatti, a capo dei servizi sanitari dell'Esercito d'Oriente. Altre tombe presentano una decorazione simbolica costituita da un sole alato circondato da due cobra, è il caso, per esempio del tempietto che fune da sepolcro del matematico Gaspard Monge, il padre della geometria descrittiva: egli fu tra i partecipanti alla spedizione in Egitto, e questo gli permise di studiare e spiegare per primo il fenomeno dei miraggi. Riferimenti alle leggende e alle supersitioni legate all'antico Egitto si ritrovano sulle sepolture di celebri medium e alchimisti come Caron; ma molte altre sono le tombe che riflettono il fascino esercitato sui francesi dai misteri e dalla magia dell'antico Egitto. Nel cimitero si trovano anche diversi obelischi degni di nota, tra gli altri, quelli delle tombe dell'ingegnere nautico Le Bas (incaricato del trasporto nella capitale francese dell'obelisco di Luxor) e quello della tomba di Jean-François Champollion . Il famoso egittologo è presente anche a Versailles, infatti è raffigurato in uno dei busti dei grandi di Francia che allestiscono il corridoio d'uscita dal castello francese.