sabato 31 maggio 2014

Keperkara Senuseret: Sesostri I



Secondo faraone della XII dinastia, Sesostri I rientra nella grande tradizione dei sovrani fondatori, amministratori capaci di portare splendore e prosperità alla civiltà egizia. Sesotri I è stato uno dei più gloriosi sovrani della XII dinastia: un merito ancor più grande se si considera che questa fu una delle più prestigiose dinastie nella storia dell’antico Egitto. Fu la seconda del Medio Regno e resse il paese per quasi due secoli (all’incirca dal 2000 al 1800 a.C.) per mezzo di due stirpi di sovrani, gli Amenemhat e i Senuseret, nome originale del grecizzato “Sesotri”.
La storia dell’Egitto abbonda di paradossi. Non stupisce, dunque, che Sesostri I, il cui regno coincise con un periodo di pace e di prosperità, sia stato un soldato: egli condusse all’esterno dei confini una guerra vittoriosa contro i Libici e portò la battaglia fino in Asia. Furono, comunque, soprattutto le sue geniali doti di amministratore e costruttore a dare lustro al suo regno, nel periodo compreso tra il 1970 e il 1936 a.C. Sesotri I era figlio di un altro grande sovrano, Amenemhat I, fondatore della XII dinastia. Amenemhat iniziò suo figlio al ruolo di faraone molto presto; non lesinando consigli e raccomandazioni (come si evince dagli insegnamenti di Amenemhat, i quali furono attribuiti a questo faraone, ma che presumibilmente furono composti dopo la morte del re), gli insegnò a essere vigile e diffidente nei confronti dei cortigiani, senza mai rinunciare alla saggezza e alla generosità. Durante il regno di suo padre, Sesostri apprese il mestiere delle armi e l’esercizio del comando, diventando capo dell’esercito nel corso delle spedizioni che lo portarono in Asia, in Libia e in Nubia.

Non si conoscono le circostanze esatte della morte di Amenemhat I: forse, nonostante la sua nota prudenza, fu vittima di un complotto fomentato all’interno del suo harem. È certo, ivece, che il figlio imparò bene la lezione paterna e riuscì a sventare una congiura organizzata contro di lui da suo fratello. Appena salito al potere, Sesostri I, che aveva sposato la regina Neferu, si avvalse dei servigi di un dignitario illuminato e potente che gli era assolutamente devoto, il visir Mentuhotep. Seconda personalità dello stato dopo il sovrano, questi seppe saggiamente consigliare il suo signore, ne fece eseguire fedelmente la volontà anche a dispetto delle forti tradizioni vigenti e raggruppò un buon numero di funzionari competenti e zelanti. È in parte a questa amministrazione rigorosa che si deve la prosperità del regno di Sesostri I, le cui finanze erano oggetto di una cura particolare: ogni spesa doveva essere registrata da uno scriba e giustificata, anche se era fatta direttamente dal re.
Sesostri I intendeva evitare sopra ogni cosa il ritorno al disordine che era seguito all'Antico Regno, durante il Primo Periodo Intermedio: era stata una parentesi terribile, durante la quale la nazione egizia aveva rischiato di sparire perché, ancora una volta, il Basso e l'Alto Egitto si erano separati e una forte rivalità era sorta tra loro. Di tutto questo Sesostri I era venuto a conoscenza da suo padre, che a sua volta lo aveva appreso dai suoi predecessori. Il caos nel paese era stato orribile: lo Stato era ridotto alla totale impotenza; anarchia e confusione regnavano ovunque. I funzionari attingevano dal tesoro e i banditi arrivavano fin nelle città per derubare gli abitanti. Le città si facevano guerra tra loro e si distruggevano; ma ormai tutto questo era passato. Il paese era nuovamente unificato e l'autorità dello Stato restaurata. Il faraone Amenemhat I, infine, per rinforzare definitivamente i rapporti tra il sud e il nord del regno, lasciò la capitale Tebe e andò a stabilirsi a El-Lisht, nel nord del Medio Regno, l'antica Iti Tawy. Da lì, Sesostri I avrebbe consolidato ancor di più la sua organizzazione, portando al suo popolo: pace, benessere e giustizia.

Sesostri I istituì un sistema fiscale più adeguato alla sua epoca. Fece emanare leggi nuove e più eque, soprattutto in materia di debiti. Rese la libertà ai prigionieri di guerra. L'educazione e la cultura ebbero una nuova spinta. Furono intraprese importanti opere d'irrigazione: sotto il suo regno fu scavato il grande canale che unisce il Nilo al mar Rosso. Allo stesso tempo il sovrano limitò i poteri, spesso eccessivi, dei nomarchi, potenti dignitari che volevano dominare incontrastati sulle province, i cosiddetti ''nomi''. Anche in campo architettonico Sesostri I dimostrò il proprio valore. L'Egitto gli deve numerosi templi, edifici e luoghi di culto: a El-Lisht, a Karnak, ad Abydos e a Eliopoli. Il faraone diede avvio a ciò che sarebbe diventata la sontuosa opera architettonica del Medio Regno. Sempre sotto il suo regno fu intrapresa la bonifica e la valorizzazione della magnifica oasi del Fayyum, sita ad ovest del Nilo.

Non stupisce, dunque, che il popolo venerasse e cantasse le lodi di Sesostri I. Egli era la "stella che illumina il doppio paese", il "falco conquistatore" e il "maestro universale". In alcune città il culto tributato al faraone superava quello riservato al dio locale. Presenza familiare a corte, il poeta Sinuhe, nel suo ''romanzo'', descrive il sovrano come: "un dio senza eguali, un maestro di saggezza, perfetto nei piani". Una glorificazione che testimonia l'armonia che caratterizzò la civiltà del Medio Regno.

martedì 20 maggio 2014

La storia di Hatshpsut attraverso le sue opere


“Ed ecco, io ero seduta nel mio palazzo e pensavo a colui che mi aveva creata.  E il mio cuore mi indusse a fare per lui due obelischi in oro fino, i cui pyramidion si confondono col cielo …”
Hatshepsut, Obelisco di Karnak

La storia dell’antico Egitto è piena di istanti importanti, ma senza dubbio, il momento che ha determinato maggiormente il corso di tale cultura è il Nuovo Regno. Con questo termine si usa indicare il lasso di tempo intercorso tra la cacciata degli Hyksos (1543 a.C. circa) e il Terzo Periodo Intermedio (1078 a.C.). Durante questo eccezionale periodo regnarono in Egitto le dinastie: XVIII, XIX e XX, in cui si avvicendarono sul trono di Horus faraoni dalla personalità straordinaria. Uno di questi era Hatshepsut. Nell’antico Egitto non era di certo una novità il regno di un faraone donna, prima di lei si annoverano i re: Nitocri, Sobekneferu e Neferuptah, tuttavia secondo la legge egizia, erano gli uomini a dover regnare. Con la morte di Thutmosi I si verificò la mancanza di un erede maschio, infatti Thutmosi II, suo successore, era figlio di una concubina, quindi non legittimato a regnare, e fu per questi motivi che sposò Hatshepsut, garantendosi così il trono di suo padre. In questo caso assunse l’appellativo di Grande sposa reale, così come fecero tutte le regine d’Egitto. Il regno dei due fratellastri durò poco o più di cinque anni, alla sua morte Thutmosi II lasciò due figlie avute dal matrimonio con Hatshepsut e un figlio nato dal rapporto con la seconda moglie, Isis. Il piccolo non fu destinato a regnare da suo padre, che probabilmente pensava di vivere abbastanza da poter avere un figlio maschio dalla sposa principale, infatti, fu affidato all’inizio ai sacerdoti di Amon. Una leggenda racconta che durante una processione nel tempio del dio tebano, Amon avrebbe sussurrato al giovane principe d essere destinato a regnare, avvenimento che fu immortalato in seguito e descritto in questo modo:

“ sembrava che il dio cercasse qualcuno, poi si fermò davanti al giovane principe, che si chinò pieno di rispetto.. ma il dio lo sollevò e lo portò con sé dove solo i re possono entrare.. “

Il nome di questo fanciullo era Thutmosi, passato alla storia come il Napoleone d’Egitto, un faraone leggendario dalla fama di guerriero imbattuto. Tuttavia all’epoca della morte del padre, Thutmosi era solo un bambino e la reggenza fu affidata alla zia e matrigna Hatshepsut, che riuscì così a diventare faraone e a mantenere il potere per molto tempo, almeno fino al 1457 a.C.
Durante il suo regno il clero tebano promulgò una legge teocratica, per la quale la successione doveva essere garantita e appoggiata dai sacerdoti di Amon. Per questi e altri motivi, Hatshepsut fece scolpire a Deir el-Bahri, un tempio funerario che si trova ancora oggi sulla riva ovest del Nilo a Luxor, la storia della sua nascita; mettendosi in linea diretta di discendenza con Amon stesso. Questo stratagemma gli consentì di mantenere il potere ai danni di Thutmosi anche quando quest’ultimo arrivò all’età giusta per regnare. In numerosi documenti è possibile vedere Hatshepsut in testa alle processioni e alle spalle il nipote. Per rafforzare il proprio potere, iniziò a indossare vesti maschili e la barba posticcia, simbolo di regalità e dominio.  Hatshepsut così rafforza il proprio dominio sull’Egitto grazie alla religione, attraverso una teogamia reale, secondo la quale essendo lei nata direttamente dal dio aveva di conseguenza lei sola il diritto di rappresentarlo in terra. Fatto sta, che questo diede inizio allo strapotere del clero tebano, che porterà poi all’indebolimento dell’influenza faraonica, che costringerà Akhenaton, il faraone eretico, al distacco da Tebe e da Amon. La vita di questo faraone non fu di certo immune ai pettegolezzi, infatti, molti sostennero che il secondo sacerdote di Tebe, tale Senmut fosse anche il suo amante e vero padre della principessa Neferura, con la quale è stato ritratto in diverse occasioni. Nondimeno, Senmut fu anche un architetto geniale, artefice del tempio funerario di Deir el-Bahri, che diede il via a una vera e propria catena di ricostruzioni sulle rovine lasciate dal dominio degli Hyksos, che sarà poi sottolineata dalla stessa Hatshepsut:

“Ho ricostruito ciò che fu distrutto e ho portato a buon termine quello che non era finito. Gli asiatici con altri barbari hanno abitato nel nord del paese, dove hanno distrutto ciò che era stato costruito una volta, in disprezzo del dio Ra …”

Mentre si occupava di politica interna e di opere edilizie, lasciò completamente da parte l’espansione geografica, mantenendo rapporti tranquilli con i paesi vicini. Le relazioni con tali popoli furono anche agevolate dal commercio e da alcune spedizioni coloniali. Durante il nono anno di regno di Hatshepsut, si dice che fu lo stesso Amon a volere un’esplorazione nel paese di Punt, che aveva come scopo quello di approvvigionare il santuario della regina-faraone.  Negli anni il suo potere crebbe a dismisura, fino ad affermare:

“Tutti i paesi stranieri mi sono soggetti. I miei confini arrivano a sud fino a Punt, a est fino alle paludi dell’Asia. Gli abitanti del Sinai sono sotto il mio dominio. A occidente il mio regno arriva fino a Manu. Io domino sulla Libia. A nord il confine è segnato dalle isole del mare … Dominio sui beduini dominatori del deserto … “


Non sappiamo esattamente com’è morta Hatshepsut, molti hanno ipotizzato che Thutmosi stanco del ruolo secondario nelle vicende dell’Egitto, abbia poi deciso di ucciderla. Tuttavia, non c’è nulla che ci faccia pensare ad una tale ipotesi, quindi, presumibilmente, possiamo parlare di morte naturale. Nondimeno sappiamo però che Thutmosi cercò invece di distruggerne la memoria, infatti una volta diventato faraone, mise in opera una massiccia campagna di damnatio memoriae ai danni della matrigna, arrivando a distruggere e usurpare i suoi monumenti. Nonostante i vari sforzi egli non riuscì nel suo intento, tanto che oggi Hatshepsut rimane la più famosa regina-faraone dell’intera storia egizia.

giovedì 15 maggio 2014

Lessico religioso: Lettere B & C


B

Ba
Entità assimilabile al nostro concetto di “anima”. Per gli egizi era una parte invisibile dell’essere umano; a differenza della carne, era incorruttibile. Il ba veniva rappresentato per mezzo di un uccello dalla testa umana, e si differenziava dal ka, che era un vero e proprio “duplicato” dell’anima e del corpo. Ogni dio e ogni uomo possedevano un proprio ba e un proprio ka.

Benben
Roccia o “collina” primordiale legata al culto elio polita: era la terra miracolosamente emersa dalle acque il giorno della creazione e sulla quale il sole posò i suoi raggi durante la prima alba della storia. A questo mitico molite erano ispirati gli obelischi, che simboleggiavano al tempo steso il benben e il raggio solare pietrificato. 

C

Canto
Accompagnava le cerimonie religiose in cui, al suono di flauti, tamburelli e crotali, giovani donne intonavano inni liturgici e preghiere. Placando le ire del dio, il canto delle fanciulle lo rendeva più propenso ad accogliere le invocazioni dei fedeli. Le donne preposte a cantare le lodi di Amon godevano di una particolare considerazione.

Clero
Insieme delle persone consacrate al culto di un dio e che risiedevano in un tempio o nelle proprietà a questo collegate. Comprendeva, in primo luogo, i sacerdoti, veri e propri servitori del dio; vi erano poi gli addetti alle funzioni religiose, gli scribi, e così via. Spesso, dopo un mese di servizio i membri del clero potevano ritornare alla vita laica ed erano sostituiti da un nuovo gruppo di sacerdoti; trascorsi un mese o due di pausa, riprendevano a vivere nel tempio. Questa osmosi tra mondo religioso e mondo laico contribuì ad accentuare il carattere religioso della società egizia.

Cosmogonia
Dottrina che cerca di spiegare l’origine dell’universo (il cosmo) basandosi su credenze mitologiche o religiose, oppure su nozioni scientifiche. Quella egizia poteva variare a seconda del centro religioso in cui era stata elaborata: secondo la dottrina di Eliopoli, Ra aveva creato il mondo; a Menfi invece, questo ruolo veniva attribuito a Ptah.

Criocefalo
Riferito a un essere dalla testa di ariete. Khnum, e Amon in alcune raffigurazioni, erano divinità criocefale.

Crotalo
Strumento musicale a percussione, costituito da due pezzi di osso o di avorio, a forma di mani o di avambracci: sbattendoli uno sull’altro, si dava il ritmo alle melodie suonate per gli dei. Sono stati ritrovati dei crotali che venivano utilizzati dalle sacerdotesse addette al culto di Hathor e di Heket. 

Ctonio
Dal greco chthònios (della terra): si riferisce a tutto ciò che riguarda il mondo sotterraneo (cioè i defunti) e il mondo disorganizzato (associato al caos e ali inferi). Questo aggettivo caratterizzava, in particolare, gli dei e gli spiriti legati all'aldilà. Il serpente Apep era una delle più famose entità ctonie.

Cuore (Ib)
Per gli egizi era la sede dell’intelligenze e svolgeva funzioni che noi attribuiamo al cervello. Nel giudizio finale, durante la cerimonia della psicostasia, veniva pesato per verificare se la confessione del defunto era veritiera, ponendolo su una bilancia accanto alla dea Maat.

domenica 4 maggio 2014

L'avorio


Dopo l’argento e l’oro, l’avorio era una delle materie più preziose dell’antico Egitto: per questa ragione, i sovrani lo affidavano solo agli artigiani più abili, capaci di realizzare raffinati oggetti di ogni tipo. La necessità di procurarsi l’avorio fu anche uno dei motivi per cui vennero organizzate le prime spedizioni in Nubia, con cui ben presto si stabilirono relazioni commerciali stabili.
Gli antichi egizi ricavavano l’avorio in almeno due modi: i più utilizzati allo scopo erano i denti di ippopotamo, che fornivano un materiale di buona qualità e piuttosto facile da trovare; questi animali, infatti, li perdono e sostituiscono regolarmente quando diventano troppo grandi e fastidiosi. Quanto alle zanne di elefante, bisogna tenere presente che questo pachiderma viveva molto più a sud, nei territori nubiani: i faraoni poterono godere di questo pregiato materiale solo a partire del Medio Regno, prima grazie alle spedizioni commerciali, poi con l’occupazione militare.
La lavorazione dell’avorio richiedeva molta pazienza e grande precisione da parte degli artigiani. Per questo motivo, considerando anche la difficoltà nel reperirlo, l’avorio di elefante era destinato solo ai lavoratori di corte, gli unici ad avere il privilegio di intagliarlo e ricavarne oggetti preziosi. Peraltro, in virtù del suo colore bianco crema, spesso opaco, l’avorio era considerato un simbolo di purezza assoluta: pertanto, solo mani esperte e di fiducia potevano maneggiare questa sorta di “dono degli dei”. Con l’avorio, gli artigiani egizi realizzavano soprattutto piccoli oggetti di uso quotidiano, come monili e accessori per il trucco, pettini, spatole per il fard e contenitori per i più svariati unguenti, che sono stati ritrovati in molte tombe, deposti accanto al defunto, di cui, secondo le credenze dell’epoca, continuava a servirsene nell'aldilà. Tutti gli oggetti erano finemente intagliati con motivi geometrici o figure di animali.

L’avorio arrivava sul banco di lavoro dell’artigiano allo stato grezzo. Le lunghe zanne ricurve venivano tagliate in piccoli cilindri, poi cominciava il lavoro vero e proprio dell’artigiano. Innanzitutto, questi esaminava molto attentamente ogni pezzo per coglierne al meglio le caratteristiche: in questo modo, decideva la destinazione finale della materia prima, in base agli ordini che doveva evadere. Per esempio, un blocco lungo e stretto poteva essere adatto per realizzare una statuetta o un oggetto da toilette, un altro più compatto poteva prestarsi per creare un portagioie, e così via. In ossequio alla concezione dell’arte diffusa a quei tempi, l’artigiano si serviva quindi del suo estro per “liberare” la forma finale dell’oggetto da un blocco di materia. Un po’ alla volta, scheggia dopo scheggia, si avvicinava alla forma intuita fin dall’inizio: con gli utensili adeguati, l’artista continuava a definire i dettagli e la decorazione. Alla fine, l’oggetto veniva lucidato per mezzo di una polvere abrasiva, che conferiva al prodotto finito il suo caratteristico bagliore lattiginoso. Gli scarti di lavorazione non venivano gettati, ma riutilizzati per magnifici lavori di intarsio. Nel corso dell’intero procedimento, semplice solo i apparenza, l’artigiano doveva tenere conto che l’avorio è estremamente friabile, se lavorato con un attrezzo: per non sbriciolarlo, quindi, era necessaria una grande esperienza e la capacità di sapere istintivamente fino a che punto ci si poteva spingere senza compromettere il risultato finale.