domenica 3 agosto 2014

L'assassinio del principe ittita Zannanza

Dopo la morte di Tutankhamon, la sua vedova, la regina Ankhesenamon, chiese al re degli Ittiti di darle in sposo uno dei suoi figli. La scelta cadde sul principe Zannanza, che fu assassinato mentre si recava in Egitto. Perché? Chi aveva interesse a sbarazzarsi di lui?
Tutankhamon è certamente uno dei faraoni più famosi, se non il più celebre in assoluto, nella storia dell'antico Egitto. Per assurdo, però, è anche uno dei sovrani egizi i cui anni di regno sono avvolti da una fitta cortina di mistero. Il giovane re rimase sul trono solamente per una decina d'anni al massimo, e quando morì non doveva averne più di venti; la sua tomba, piccola e poco appariscente, fu dimenticata persino dai saccheggiatori di sepolcri; i quali vi entrarono una sola volta. Quest'ultimo fatto si è poi rivelato una fortuna, e aiutato dalla costruzione della tomba di Ramses VI (KV9-King Valley Tomb n°9), proprio sopra quella del re fanciullo, ha permesso all'archeologo Howard Carter di ritrovare l'ultima dimora di Tutankhamon.
Alla ristretta cerchia di questo faraone apparteneva un altro enigmatico personaggio, piuttosto misconosciuto, che pure seppe farsi carico degli interessi della corona dopo la scomparsa prematura del re: era la sposa di Tutankhamon, una giovane donna di nome Ankhesenamon. A quanto sembra, era la seconda o la terza figlia di Akhenaton e Nefertiti, ed era più anziana di qualche anno rispetto al suo consorte. Alcune sculture ritrovate a Karnak la ritraggono come una donna minuta e piuttosto magra, ma dal bellissimo viso: i suoi lineamenti ricordano quelli della madre, passata alla storia come una delle più affascinanti regine dell'antico Egitto.


Una strana corrispondenza
Agli occhi degli storici Ankhesenamon sarebbe rimasta semplicemente la vedova di un giovane ed effimero sovrano, se non fosse stata l'ispiratrice di una singolare corrispondenza con il re ittita Suppiluliuma. Il testo di queste lettere è stato ricostruito grazie a un ritrovamento effettuato nel 1906 dall'archeologo tedesco Hugo Winckler: tra le rovine dell'antica capitale del regno di Hatti, a Baghaz-Koy (Anatolia), è riemersa una serie di tavolette scolpite, opera del principe ittita Mursilis, figlio di Suppiluliuma. Con l'intenzione di tracciare una sorta di biografia paterna, Mursilis narrò anche un episodio di cui si rese protagonista la "regina di Misra" (come gli Ittiti chiamavano l'Egitto), "vedova del re Bibhuria" (nome ittita di Tutankhamon). Ecco come il principe riepilogò i fatti:
"La sua vedova, la regina d'Egitto, inviò un ambasciatore a mio padre, con una lettera che diceva: «Mio marito è morto e io non ho figli. Si dice che tu ne abbia molti. Se me ne invierai uno, egli diverrà il mio sposo, poiché mi ripugna l'idea di prendere uno dei miei servitori come consorte». Quando mio padre apprese tutto ciò, riunì il consiglio dei grandi e disse loro: «Fin dai tempi più antichi, una cosa simile non era mai accaduta». Decise di inviare Hattu-Zittish, il ciambellano, e lo istruì così: «Va' e portami delle informazioni credibili: forse vogliono ingannarmi, forse non desiderano davvero che uno dei miei figli regni su di loro». Mentre Hattu-Zittish era assente e si trovava sul suolo egizio, mio padre conquistò la città di Carchemish. In primavera, Hattu-Zittish tornò insieme a Hani, messaggero egizio. La regina d'Egitto rispondeva a mio padre in una lettera, con queste parole: «Perché tu dici: cercano di ingannarmi? Se avessi un figlio, scriverei forse a un re straniero, umiliando me stessa e il mio paese? Non solo non mi credi, ma arrivi addirittura a dirmelo! Colui che fu mio marito è morto, e io non ho figli. Dovrei forse prendere uno dei miei servitori come marito? Non ho scritto a nessun altro paese. Ho scritto soltanto a te. Si dice che tu abbia molti figli. Mandamene uno, ed egli sarà mio sposo e signore del paese d'Egitto». E poiché mio padre era un uomo generoso, decise di fidarsi della regina egizia e prese a cuore la questione".

Assassinato lungo la strada
Ed ecco il tragico epilogo: il principe Zannanza, uno dei figli del re Suppiluliuma, fu inviato in Egitto. Il giovane intraprese il lungo viaggio accompagnato da una scorta armata, poiché sapeva che bande di predoni infestavano le regioni desertiche. Ma, lungo la strada, Zannanza e i suoi uomini furono assassinati. Chi furono gli autori del delitto? Certamente, non si trattava di semplici banditi. La scorta del giovane principe, infatti, era formata da soldati esperti e ben armati: difficilmente gli uomini ittiti si sarebbero fatti sorprendere e sopraffare da una manipolo di rapinatori. Inoltre, il racconto di Mursilis è molto preciso al riguardo, poiché specifica che il fratello fu attaccato "dagli uomini e dai carri d'Egitto".
L'identikit degli aggressori, dunque, sembra molto chiaro, se si esclude il risentimento personale di Mursilis. Per essere riusciti ad avere la meglio sugli uomini di Zannanza, del resto, gli assassini dovevano essere in un numero pari o superiore rispetto agli avversari, e il principe ittita non doveva avere motivo di dubitare di loro. Inoltre, l'espressione "gli uomini e i carri d'Egitto" lascia supporre che si trattasse di un regolare drappello, ben organizzato e armato; forse erano i soldati egizi che Zannanza si aspettava per essere scortato a Tebe?
Nella migliore delle ipotesi, era una pattuglia egizia addetta al controllo delle piste desertiche, forse ingannatasi sulle reali intenzioni degli ittiti, o forse all'oscuro dei propositi della loro regina. Più probabilmente, però, si trattò di un vero e proprio agguato, di un attacco premeditato nei confronti di Zannanza.


I possibili mandanti
Chi, dunque, aveva interesse a impedire il matrimonio tra la regina Ankhesenamon e il principe Zannanza? La risposta è semplice: un pretendente al trono egizio che ambiva a sposare la vedevo di Tutankhamon, e che non aveva alcuna intenzione di vedersi usurpare la corona da uno straniero. Se così stavano le cose, la rosa dei possibili indiziati si restringerebbe a due nomi: Ay e Horemheb.
All'epoca in cui si svolsero i fatti, Ay era piuttosto anziano: doveva avere circa sessant'anni, un'età già avanzata per quei tempi; rappresentava il tipico uomo di corte, carico di onorificenze ed esperto in tutte le questioni diplomatiche, politiche e amministrative. In passato, era stato un intimo consigliere di Akhenaton, il faraone "eretico"; secondo alcuni, era addirittura il padre di Nefertiti e, pertanto, il nonno di Ankhesenamon. Soprattutto, Ay si era guadagnato il titolo di "padre divino" di Tutankhamon. Nei confronti del giovane re, non agì da semplice precettore, bensì da guida e da consigliere: fu un mentore saggio ed esperto, incaricato di sostenere e orientare, passo dopo passo, il cammino del sovrano lungo la via del potere.
Date queste premesse, è impossibile supporre che Ay non fosse a conoscenza del progetto di Ankhesenamon: se non fu la regina stessa a confidarglielo, certamente il dignitario ne venne a conoscenza tramite le sue spie. È opinione generalmente accettata che l'anziano pretendente aveva a disposizione tutti i mezzi per organizzare un'imboscata al principe ittita e per sbarazzarsi del pericoloso rivale, il cui arrivo in Egitto avrebbe dissolto le sue ambizioni di comando. Ay, del resto, non era di sangue reale, e solo sposando la vedova di Tutankhamon poteva legittimare la propria ascesa al trono. Diversamente, avrebbe dovuto accontentarsi di prolungare quel periodo di coreggenza che certamente vi fu, come sembra dimostrare anche un reperto archeologico: uno scarabeo su cui sono incisi i cartigli della regina e del vecchio dignitario.
Eppure, Ay non era un uomo privo di scrupoli, pronto a tutto pur di dare sfogo alle sue ambizioni. Sembra, invece, che si trattasse di una persona accorta, riflessiva e, soprattutto, rispettosa dell'autorità reale, poco incline perciò a organizzare un golpe o un assassinio politico. È possibile allora, che Ay fosse stato informato fin dal principio delle intenzioni della regina, ma che l'abbia addirittura incoraggiata nel suo piano allo scopo di sbarrare la strada a un secondo pretendente. Forse, era proprio quest'ultimo il "servitore" che Ankhesenamon non intendeva prendere in sposo: un personaggio, in questo caso, con molti meno scrupoli di Ay.

Sospetti su Horemheb
Il secondo pretendete al trono d'Egitto era Horemheb, il solo a poter aspirare, al pari di Ay, alla corona del doppio paese. Poco per volta, questo importante personaggio era diventato sempre più influente presso il re fanciullo, a discapito del suo anziano rivale: se Ay aveva mantenuto il ruolo di "padre divino" e di consigliere del faraone, Horemheb si era gradualmente affermato come il braccio destro del sovrano e, forse, come l'ispiratore delle sue volontà. D'altra parte, non sembra che tra Ankhesenamon e Horemheb vi fosse la stessa confidenza che caratterizzava i rapporti tra la regina e Ay. Questo avvalorerebbe l'ipotesi secondo cui la ripugnanza cui la vedova reale alludeva nelle sue lettere fosse rivolta proprio contro Horemheb.
Ma se il generale non era in così stretti rapporti con la regina, come poté venire a conoscenza del suo progetto e dell'imminente arrivo in Egitto di Zannanza? Forse avvertito proprio da Ay? Che non era così in grado di organizzare un omicidio ma era sicuramente all'altezza di far fare il lavoro "sporco" a qualcun'altro? O probabilmente anche questo pretendente al trono disponeva di una potente rete di spie disseminate in tutti gli ambienti di corte e, persino, tra i servitori più vicini alla regina; come del resto lo era Ay. È possibile, quindi, che egli riuscì a intercettare la corrispondenza intercorsa tra Ankhesenamon e il re ittita, prendendo le adeguate contromisure.
Contro Horemheb, poi, sembra esserci anche un altro indizio. Come abbiamo visto, tutto lascia supporre che l'agguato subito dal principe nel deserto fu lanciato da una milizia ben armata e perfettamente organizzata: è vero che Ay aveva svolto in passato degli incarichi militari e che conservava una certa influenza presso l'esercito egizio, ma il suo rivale Horemheb, all'epoca, era un generale in servizio.

Conclusioni
Ay o Horemheb, dunque? Quale dei due fece assassinare il principe Zannanza? Di certo, se ora ci ritrovassimo in un tribunale romano con Ay e Horemheb sotto inchiesta, colui che risponderebbe meglio al criterio del "cui bono" è sicuramente e senza orma di dubbio Ay. Ci sono tuttavia, poche possibilità che questo enigma venga un giorno risolto. Tutto ciò che sappiamo è che, dopo il tragico episodio, Ay salì al trono e vi rimase quattro o cinque anni, e che Horemheb gli succedette. Quanto alla bella regina, la sua fine è avvolta nel mistero.

Dubbi storici

Alcuni archeologi obiettano che il periodo trascorso tra la morte di Tutankhamon e l'ascesa al trono di Ay sarebbe stato troppo breve perché potesse avvenire uno scambio di missive tra Tebe e Carchemish, dove allora si trovava il re degli Ittiti. In proposito, va detto che tra i due eventi intercorsero almeno settanta giorni, quelli necessari a preparare il corpo di Tutankhamon per i funerali: è quindi possibile che gli ambasciatori abbiano avuto il tempo di andare e tornare più volte dalle due città.

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