martedì 28 ottobre 2014

La "Satira dei Mestieri"

A partire dal Medio Regno, gli scribi egizi elaborano dei testi destinati a diventare molto popolari: in questi scritti esaltavano le virtù e i vantaggi legati alla propria professione, descrivendo gli altri mestieri in modo colorito e, spesso, sarcastico.


A giudicare dalle loro stesse parole, gli scribi egizi non avevano dubbi: la loro migliore professione era la migliore che un giovane potesse intraprendere. Per dimostrarlo, a partire dal Medio Regno, alcuni di questi funzionari reali cominciarono a elaborare dei testi nei quali, sotto forma di "saggezze" o di insegnamenti rivolti ai propri allievi, passavano in rassegna i vari mestieri, soffermandosi sulle difficoltà che un falegname, un vasaio o un barbiere doveva affrontare ogni giorno. Spesso, questi scritti avevano un tono ironico, per questo motivo, sono divenuti celebri con il nome di "satire dei mestieri". Questo vero e proprio genere letterario ci è noto grazie ad alcuni papiri (Anastasi I, III, V, VII; Sallier I e II), a una tavoletta da scriba e a un centinaio di ostraka, tutti risalenti al Nuovo Regno. L'abbondanza di copie ci rivela che, in passato, questi testi dovettero conoscere una notevole popolarità; al contempo, ha permesso agli studiosi di disporre di una preziosissima fonte di informazioni di lavoro nell'antico Egitto.

La satira di Kheti

La Satira dei mestieri per eccellenza, la più antica nel suo genere, risale al Medio Regno ed è opera di uno scriba di nome Kheti. Considerato uno dei 10 testi più importanti dell’Antico Egitto, riscosse ai tempi un enorme successo: a distanza di un millennio, è da qui che i giovani studenti venivano a conoscenza degli inconvenienti e dei contrattempi legati al lavoro manuale. Il testo comincia con queste parole: “Inizio dell’insegnamento redatto da Dua-Kheti, originario di Tjaru, per suo figlio Pepi, mentre viaggia verso la dimora (reale) per iscriverlo alla scuola degli scribi insieme ai figli degli alti funzionari”.
Durante il cammino Kheti esorta suo figlio a impegnarsi nello studio, esaltando la professione di scriba che, a suo dire, “è il più bello dei lavori”: “voglio farti amare la scrittura più di tua madre”, afferma, “voglio che questo ideale entri in te”. E aggiunge: “non esiste mestiere in cui non si ricevano ordini, tranne quello di scriba. Lo scriba è colui che comanda. Se conosci i libri, ti andrà tutto bene. Non deve esistere nessun altro mestiere ai tuoi occhi”. Per rafforzare le sue affermazioni, Kheti non esita a sottolineare la modestia della sue origini: “vedi, io sono un uomo povero di nascita, ma di me non si dirà che sono un contadino. Fa molta attenzione, dunque. Quel che faccio per te, discendendo il fiume verso la dimora, lo faccio per amor tuo. Un solo giorno di scuola ti sarà utile, i suoi frutti saranno duraturi come una montagna (…). Lo scriba è considerato un uomo che ascolta, e colui che ascolta diventa un uomo che ha il potere di agire”.
Mestieri da evitare
Secondo Kheti, dunque, la professione dello scriba è l’unica a poter garantire prestigio sociale e ricchezza. A questo proposito, l’autore si premura di descrivere con toni coloriti gli inconvenienti legati a tutto gli altri mestieri, senza risparmiarne nessuno: “ho visto il fabbro al lavoro, davanti alla bocca della sua fornace. Ha le dita come quelle di un coccodrillo e puzza più delle uova di pesce. (…) Chi taglia le pietre lo fa alla perfezione ma, quando ha finito, ha le braccia a pezzi, è spossato: al tramonto, si siede con le ginocchia e la schiena piegate dallo sforzo. Il barbiere rade fino al calar della sera; se va in città, si mette in un angolo, o va da una strada all'altra alla ricerca alla ricerca di qualcuno da radere. Egli usa le braccia per riempirsi la pancia, come l’ape che mangia mentre lavora. (…) Ti parlerò poi, del muratore: gli fanno sempre male i reni, lavora in mezzo alla corrente e senza vestiti; la sua cintura è una semplice corda che pende sul di dietro; le sue braccia sono praticamente nascoste da sudiciume di ogni tipo. Mentre mangia il pane, al tempo stesso si pulisce le dita. Lo stesso si può dire per l’artigiano che lavora il legno. (…) Quanto al giardiniere, porta in giro la sua pertica e, per ciò, ha le spalle rovinate come quelle di un vecchio e una grossa pustola sul collo. Passa la mattinata a innaffiare l’orto e la sera innaffia le altre piante, dopo aver lavorato nel frutteto. Quando, finalmente, arriva il momento di riposare, muore. Si dice che questo lavoro sia il più difficile di tutti. Il corriere che parte per un paese straniero lascia i suoi beni ai figli, per paura dei leoni e degli asiatici. Torna in se solo quando è di nuovo in Egitto. Quando torna a casa, di sera, è distrutto dalla lunga marcia. Che la sua casa sia di tela o di mattoni, il suo rientro è senza gioia. (…) Ti parlerò anche del pescatore, il peggiore di tutti i lavori. Vedi, non esiste lavoro sul fiume che non costringa a stare in mezzo ai coccodrilli. Al momento della resa dei conti, sono dolori: egli non oserà dire che c’era un coccodrillo il quale, venendo a galla, l’ha accecato di paura, ma dirà: << è la potenza di Dio >>”.
“Diventa scriba!”
Anche durante il Nuovo Regno, gli scribi egizi continuarono a raccogliere annotazioni satiriche sui mestieri più diversi: dal calzolaio al fornaio, fino al sacerdote. Per esempio, scrivevano: “il calzolaio è ricoperto di tannino, ed ha un odore stranissimo; ha le mani rosse di robbia (una pianta dalle cui radici si estraeva una tintura rossastra), come quelle di un uomo insanguinato”. Le descrizioni più feroci, tuttavia, riguardavano i contadini e i militari. Del soldato a cavallo si diceva che venisse preso da piccolo e internato in un campo, che ricevesse colpi dolorosissimi sul ventre e riportasse ferite agli occhi “da spaccargli il sopracciglio”. E ancora: “quando è in marcia verso la Palestina, o in missione sulle dune, porta il cibo e l’acqua sulle spalle, come fosse il fardello di un somaro. (…) Beve acqua salmastra e si ferma solo per montare di guardia. Arriva fino al nemico? E’ come un uccello in trappola, senza un briciolo di forze in corpo. Ritorna in Egitto? E’ come un tronco rosicchiato dai vermi, è malato, costretto a prendere il suo lettino e a caricarlo su un mulo. Gli rubano i vestiti ed il suo scudiero lo abbandona”. Un altro testo di epoca ramesside descrive il mestiere il mestiere del contadino, che lavorando la terra si riduce come una bestia: “lascia che ti parli delle condizioni del contadino, altro penoso mestiere. (…) Quando arriva la piena si inzuppa completamente, e deve sempre prendersi cura dei suoi attrezzi. Di giorno, deve affilare gli utensili per tagliare il grano. Di notte deve fabbricare il cordame. Anche nelle ore pomeridiane deve svolgere il suo lavoro di fattore! Per andare nei campi, si attrezza come se fosse un soldato. Quando raggiunge il suo campo, lo trova anche in cattivo stato. Passa il tempo a coltivare, ma il serpente è alle sue spalle e distrugge ciò che è stato seminato, e il contadino non vede crescere un ramoscello di verde. Ricomincia da capo, con dell’orzo chiesto in prestito. Sua moglie è alla mercé dei commercianti, non avendo nulla da dare in cambio. (…) Da parte sua, lo scriba arriva sulla riva del fiume e registra i raccolti; dietro di lui ci sono dei servitori con dei bastoni, dei nubiani armati di manganello. Lo scriba dice al contadino : << dammi il grano! >>. Se quello risponde << non ce n’è >> riceve un sacco di legnate e viene legato e buttato nel pozzo a testa in giù. Sua moglie viene legata davanti a lui e suoi figli incatenati. (…) Se hai un po’ di buon senso, diventa scriba! Se hai imparato qualcosa del mestiere di contadino, non potrai sceglierlo. Prendi nota!”.
Regole di buon senso
Le satire dei mestieri non miravano solo a esaltare la professione di scriba e a mettere in cattiva luce tutte le altre, ma cercavano anche di impartire degli insegnamenti. A suo figlio Pepi, per esempio, Kheti intendeva insegnare alcune regole di vita dettate dal buon senso. Così, per sostenere le sue idee, lo scriba faceva ricorso ai classici proverbi: “se sei in un luogo in cui ci si batte, stai lontano dai contendenti. Se qualcuno ti rimprovera e tu non sai come placare la sua collera, rispondi dopo un momento di riflessione in presenza di testimoni. Se cammini dietro a personaggi illustri, non avvicinarti, mantieni la distanza come un uomo che sà comportarsi. Se entri in casa di un signore e questi è già impegnato con altri, siediti con la mano davanti alla bocca (in segno di rispetto) e non chiedere niente in sua presenza. Fa quel che ti dice ed evita di avvicinarti alla tavola. Comportati con fermezza e dignità. Non parlare di cose segrete: chi si nasconde il ventre, si fa scudo. Non parlare senza riflettere quando sei con un superiore. Se esci da scuola dopo mezzogiorno, va nell'atrio e continua a discutere della lezione. Se un personaggio illustre ti invia come messaggero, ripeti per bene il messaggio come ti è stato dettato. Non riassumere e non aggiungere nulla. Chi dimentica gli elogi, non dura. A chi è abile in tutto quel che fa, nulla sarà nascosto. Non dire bugie contro tua madre, è una cosa che suscita il disprezzo delle persone autorevoli. Il figlio che si rende utile manterrà la propria condizione. Non commettere il crimine con gli empi, o sarà peggio per te quando lo si verrà a sapere. Se hai mangiato tre pani e bevuto due bicchieri di birra, ma non hai ancora la pancia piena, controllati. Se un altro (continua) a mangiare e a bere, non restare là in piedi e guardati dall'avvicinarti alla tavola. Vedi, ti fa bene anche ascoltare i discorsi dei grandi: formeranno il tuo carattere e ne seguirai le orme”.
Dalla satira Egizia alla Bibbia
Nei cosiddetti “Libri sapienziali” della Bibbia si trova una sorta di satira di mestieri che ricorda il modello egizio: “la sapienza dello scriba si deve alle sue ore di quiete; chi ha poca attività diventerà saggio. Come potrà divenir saggio chi maneggia l’aratro e si vanta di brandire un pungolo? (…) Così ogni artigiano e ogni artista che passa la notte come il giorno (…) Così il fabbro siede davanti all'incudine ed è intento ai lavori del ferro: la vampa del fuoco gli strugge le carni, e col calore del fornello deve lottare (…). Così il vasaio seduto al suo lavoro gira con i piedi la ruota, è sempre in ansia per il suo lavoro (…)”. Tutti costoro hanno fiducia nelle proprie mani; ognuno è esperto nel proprio mestiere. Senza di loro sarebbe impossibile costruire una città; gli uomini non potrebbero né abitarvi né circolare. Ma essi non sono ricercati nel consiglio del popolo (…). Non fanno brillare né l’istruzione né il diritto, non compaiono tra gli autori di proverbi; ma sostengono le cose materiali, e la loro preghiera riguarda i lavori del mestiere”
(Siracide 38, 24.34).
Il potere della parola secondo Kheti
In un altro testo, intitolato semplicemente “L’insegnamento”, è ancora Kheti ad affrontare un nuovo aspetto: non più il potere dello scriba in se, ma quello della parola. Già ai tempi, infatti, l’arte oratoria era considerata indispensabile in politica: “Diventa un artigiano della lingua e trionferai: la lingua è la spada dei Re! Le parole valgono molto più di ogni combattimento: non si può sorprendere un artigiano dell’eloquenza”.

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