venerdì 28 novembre 2014

La cronologia egizia

Per datare i fatti dell'antico Egitto, a volte, bisogna procedere per approssimazione anche di diverse decine di anni, e questo perché i documenti dell'epoca non sempre permettono di ricostruire l'esatto ordine di successione dei faraoni e la durata dei rispettivi regni... ma quali sono le certificazioni a cui si affidano gli egittologi?
Gli archeologi hanno potuto ricostruire la cronologia dei regni dell'antico Egitto grazie alle numerose liste di faraoni ritrovate nei diversi scavi. Tra queste, meritano una menzione particolare la "pietra di Palermo" e il "Canone reale" conservato a Torino. Si tratta di due tra gli elenchi più completi in nostro possesso.


La pietra di Palermo
A dispetto del suo nome, la pietra di Palermo è a tutti gli effetti un reperto di origine egizia. Gli egittologi ritengono che facesse parte di un unico blocco di diorite lungo oltre due metri e alto sessanta centimetri. Il frammento che prende il nome dal capoluogo siciliano, dove è custodito dal 1877, misura solo trenta centimetri di base per quarantatré di altezza; altre parti più piccole della stele originaria sono conservate al Museo Egizio del Cairo e presso la Collezione Petrie di Londra. Non si conosce l'esatta provenienza della pietra, che tuttavia rimane un documento estremamente importante perché riporta una lista dei re dell'Alto e del Basso Egitto, dal periodo predinastico fino alla V dinastia. Per ciascun sovrano sono riportati gli eventi salienti che ne caratterizzarono il regno, come le feste religiose, la costruzione di templi, le spedizioni militari e i livelli raggiunti dalla piena del Nilo. In alcuni casi, la cronistoria è molto dettagliata. Accanto al nome del faraone Snefru (2575-2551 a.C.), per esempio, la pietra riporta le cifre riassuntive di una spedizione (condotta probabilmente nel regno di Kerna) che fruttò all'Egitto settemila prigionieri e duecentomila capi di bestiame.

Un documento ricco, ma pieno di lacune
La pietra di Palermo è servita anche a svelare il mistero di alcuni rapporti di parentela. Per esempio, gli egittologi hanno potuto stabilire che Meresankh I, sposa di Huni, ultimo re della III dinastia, era probabilmente la madre del faraone Snefru. Purtroppo, a dispetto della ricchezza di certi dettagli, le liste reali trascritte sulla pietra di Palermo presentano parecchie lacune, dovute soprattutto alla frammentazione della stele in varie parti. Molti dei nomi della II dinastia, per esempio, sono scomparsi; inoltre, la cronologia descritta dalla pietra di Palermo si ferma al regno di Neferirkara (2446-2426 a.C.), terzo faraone della V dinastia. Ma, fortunatamente, si è riusciti a colmare questi vuoti facendo ricordo ad altre fonti, come il "Canone reale" di Torino.

Un papiro sorprendente
Scoperto a Menfi nel XIX secolo, il "Canone reale" custodito al Museo Egizio di Torino può a prima vista risultare deludente, a causa dell'imperfetto stato di conservazione. Chi lo immagina come un magnifico papiro colorato e illustrato, potrà rimanere piuttosto sorpreso nel trovarsi davanti un documento frammentario, simile a un grande puzzle: non vi sono disegni né decorazioni di alcun genere, ma solo testo, spesso reso illeggibile da numerosi buchi e lacerazioni.
Eppure, nonostante il suo aspetto così poco affascinante, il Canone di Torino è uno dei reperti più importanti del museo piemontese e un punto di riferimento irrinunciabile per ogni egittologo, poiché contiene una lista completa dei più grandi faraoni dell'antico Egitto.

L'emozione di Champollion
Nell'autunno del 1824, Jean-François Champollion si recò a Torino per procedere all'inventario delle collezioni appena arrivate dall'Egitto. Esaminando il "Canone reale", si rese conto di avere tra le mani un documento unico e di valore inestimabile, nonché un supporto indispensabile per ricostruire la cronologia della civiltà faraonica. In una lettera indirizzata al fratello, il sei novembre dello stesso anno, il grande egittologo francese descrisse con grandissima emozione il suo primo approccio al Canone: "Ho visto scorrere sotto le mie dita nomi e anni di cui si era completamente perso il ricordo, nomi di dei che non hanno più altari da quindici secoli; ho raccolto, trattenendo il fiato per paura di ridurlo in polvere, questo frammento di papiro, ultimo e unico ricordo di un re che, ancora in vista, si sentiva soffocare nell'immenso palazzo di Karnak".

Il "Canone reale": istruzioni per l'uso
Il "Canone reale" di torino riporta l'elenco dei faraoni che si sono succeduti sul trono d'Egitto all'era predinastica, vale a dire quella che precedette la I dinastia, fino all'inizio del Nuovo Regno. I primi nomi della lista corrispondono senza dubbio a figure mitiche di sovrani che avrebbero regnato sulla terra dopo gli dei: sono i cosiddetti "Servitori di Horus". L'ultimo faraone menzionato su questo papiro, invece, è Merenptah (1235-1224), figlio e successore di Ramses II: il prezioso documento fu redatto proprio durante il regno di quest'ultimo, quindi verso il 1250 a.C. Le informazioni raccolte dallo scriba sono numerose: per ogni sovrano sono riportati il nome, la durata del regno calcolata in anni, mesi e giorni, e le date dei giubilei (le feste Sed). Ogni tanto l'estensore del papiro si cimenta anche in qualche somma: per esempio, dal regno di Menes (o Narmer, 2920 a.C. circa) fino alla fine della VI dinastia, il documento riporta un totale di 955 anni di regni faraonici.

Quando gli dei regnavano sulla terra...
Secondo le credenze dell'epoca, all'alba dei tempi erano gli dei a regnare sulla terra d'Egitto. Lo stesso "Canone reale" si apre con i nomi di alcune tra le più importanti divinità egizie, integrando perfettamente il mito con il dato storico. In base a questo testo, "l'età dell'oro" si aprì con i regni di Ptah e di Ra, durati rispettivamente 9000 e 992 anni. Re, poi, cedette il trono a figlio Shu, il dio dell'aria che aveva separato il cielo dalla terra: questi regnò per 700 anni. Dopo di lui fu la volta di Gheb, re per 501 anni, e di Osiride, che guidò l'Egitto "solamente" per 443 anni. Dopo l'aspra e interminabile lotta con Seth, fu poi Horus a salire sul trono: il celebre "Mito di Horus" inciso sui muri del tempio tolemaico di Edfu colloca questo evento nell'anno "363 di Sua Maestà il re dell'Alto e del Basso Egitto Ra-Horakhty". Il canone cita poi altri tre dei: Thot, Maat e una forma di Horus il cui nome è andato perduto. A questi seguirono ancora nove dei, poi il potere passò in modo definitivo agli uomini. Il primo re umano citato dal papiro è Meni (il Menes degli storici greci Eratostene e Manetone), personaggio che secondo alcuni studiosi coincide con il celebre Narmer o con il re Scorpione. Secondo la pietra di Palermo, invece, il nome del primo sovrano che riunì l'Alto e il Basso Egitto era Aha.

Limiti e lacune
Accanto a molte preziose informazioni il "Canone reale" presenta anche delle lacune, che del resto si ritrovano in molti documenti analoghi e nella stessa cronologia di Manetone. Quest'ultimo, per esempio, attribuisce al regno di Sesostri II una durata di quarantotto anni, laddove il papiro di Torino parla di soli diciannove anni. In questo caso gli esperti sono propensi a ritenere più affidabile il "Canone reale", mentre più controversa è la questione che riguarda la XIII dinastia. Questa vide susseguirsi una sessantina di re lungo un periodo di circa centocinquanta (dalla morte di Sobekneferu, verso il 1785 a.C., e la prese di Mendi da parte degli Hyksos della XV dinastia, intorno al 1630 a.C:). Purtroppo, però, lacune ed errori del papiro non permettono di ricostruire l'esatta successione dei sovrani, e lo stesso accade per altri periodi storici citati dal documento. Ciononostante, il "Canone reale" di Torino rimane un documento insostituibile, poiché contiene le uniche tracce dell'esistenza di un gran numero di faraoni mai citati dalle iscrizioni dei monumenti. Nomi di sovrani come Sobkhotep, Neferhotep e Mentuemsaf sarebbero caduti per sempre nell'oblio se l'estensore di questo papiro non li avesse pazientemente trascritti.

Altre liste reali
Le liste reali venivano compilate regolarmente dall'amministrazione egizia. La pietra di Palermo e il "Canone reale" di Torino sono certamente tra i più celebri documenti di questo tipo, ma non sono gli unici di cui gli egittologi hanno tenuto conto. Ricordiamo, per esempio, la "Tavola di Karnak" conservata al Museo del Louvre di Parigi: risale al regno di Thutmosi III (XVIII dinastia) e riporta un elenco di 61 nomi. Molto importante è anche la "Tavola di Abydos", incisa sulle mura del tempio funerario di Sethi I (XIX dinastia): contiene i nomi e i cartigli di 76 faraoni, da Menes allo stesso Sethi I. Sempre ad Abydos, ma nel tempio di Ramses II, è stata ritrovata un'altra lista piuttosto frammentaria, oggi custodita al British Museum di Londra. Contemporanea di quest'ultima è la "Lista di Saqqara", che enumera 58 nomi di re: fu scoperta nella tomba dello scriba Turnai, vissuto ai tempi di Ramses II, ed è oggi conservata al Museo Egizio del Cairo.
In definitiva si può dire che molti dei progressi dell'egittologia sono nati dall'inseme delle diverse liste e dal confronto tra le stesse. In questo modo si è riusciti a mettere ordine nella cronologia dei faraoni, anche se molti misteri rimangono tuttora irrisolti.



martedì 18 novembre 2014

La scoperta del tesoro di Tod

Nel secolo scorso, l'archeologo Fernand Bisson de la Roque riportò alla luce il favoloso tesoro di Tod, oggi ripartito tra il museo del Cairo e quello del Louvre: è formato da una serie di oggetti di eccezionale valore, le cui origini sono tuttora misteriose. 

Il villaggio di Tod si trova sulla riva orientale del Nilo, circa venti chilometri a sud di Luxor. In origine, corrispondeva a una zona periferica di Tebe. Qui, durante il Medio Regno, si affermò il culto di Montu, dio dalla testa di falco che per lungo tempo fu associato alla guerra. In seguito, la divinità assunse un carattere solare e si vide attribuire anche una sposa: la dea Rattaui, "il sole femminile delle Due Terre". 
Il tempio principale di Montu si trovava a Hermontis, sulla riva occidentale del Nilo, ma altri tre santuari sorgevano rispettivamente a nord di Karnak, a Medamud e, appunto, a Tod. Quest'ultimo fu eretto sotto il regno dei Montuhotep, sovrani dell'XI dinastia, e fu poi interamente ricostruito da Sesostri I (XII dinastia). Durante il regno della dinastia tolemaica, davanti all'antico monumento sorsero nuovi edifici, ma il prestigio del tempio rimase intatto fino all'epoca romana. Successivamente, in epoca copta, il santuario fu raso al suolo e sostituito da una chiesa cristiana, la cui abside era approssimativamente rivolta verso Gerusalemme. Molti edifici di epoca faraonica che sorgevano nei dintorni, inoltre, furono riutilizzati dai Copti.


La storia degli scavi
Già nel XVIII secolo, Tod attirò l'attenzione di Jean-Baptiste Bourguignon d'Anville (1697-1782), primo geografo del re di Francia Luigi XV. Lo studioso si recò nella località egizia per osservare le rovine del tempio, in parte visibili tra le case. Un secolo più tardi, anche Jean-François Champollion visitò il sito e lo raffigurò in alcuni schizzi. Tuttavia, la scoperta del tesoro nascosto nel santuario si deve a un altro archeologo francese, Fernand Bisson de la Roque. Questi era il direttore delle ricerche archeologiche del Louvre per l'Alto Egitto: nel 1933, quando avviò gli scavi a Tod, ad assisterlo c'era il canonico Etienne Drioton, conservatore aggiunto del museo parigino. Grazie alle ricerche dei due egittologi, poco alla volta riemersero le prime due sale del tempio, entrambe di epoca tolemaica. Sul retro, furono scoperti i resti della chiesa cristiana, che poggiava direttamente su un basamento di pietra calcarea. Nell'inverno del 1936, Bisson de la Roque rivolse la sua attenzione al sottosuolo, e riportò alla luce alcuni blocchi di pietra su cui erano incisi i cartigli di due faraoni dell'XI dinastia: Nebhepetra (Montuhotep I) e Sankhkara (Montuhotep II). L'8 febbraio dello stesso anno, in mezzo alla sabbia che riempiva le fondamenta sotto il pavimento, lo studioso scoprì delle statue di bronzo che raffiguravano Osiride. Un po' più in là, su della sabbia vergine, trovò infine quattro casse di bronzo: era il tesoro di Tod.

Un tesoro favoloso
Sulle quattro casse di bronzo ritrovate da Bisson de la Roque, due grandi e due più piccole, è inciso il nome del re Amenemhat II (XII dinastia), definito con l'appellativo "amato da Montu, signore di Djerty (Tod)". Gli scrigni sono chiusi da un coperchio scorrevole che si muove lungo una guida. I due più grandi contengono frammenti grezzi o lavorati di lapislazzuli, quarzo e ametista, perle di cornalina, pendenti, amuleti, sigilli di roma cilindrica, e molto altro ancora. Nei due più piccoli, è stata ritrovata una sorprendente quantità di oggetti preziosi, tra cui dieci lingotti d'oro giallo (numerati in ieratico dall'uno al dieci); tra gli oggetti d'argento, invece, vi sono dodici lingotti, quattro piccoli cilindri, venticinque catene massicce, qualche piccolo ciondolo, la statuetta di un leone e ben 153 coppe. Molte di queste sono ripiegate come delle buste: probabilmente, si voleva che occupassero il minore spazio possibile nelle casse. Da notare che sui lingotti è incisa la scritta nefer nefer ("buono buono"): un antico sistema per precisare che il metallo era di primissima qualità. Su una delle coppe non ripiegate è inciso il nome "Nenitef" (nome proprio di persona). Oggi, questo favoloso tesoro è conservato in parte al Museo del Cairo e in parte a Parigi, al Museo del Louvre.

Gli scrigni di bronzo
Il grande scrigno esposto al museo del Louvre fu ricavato da un unico blocco di bronzo, a eccezione del coperchio. Ai quattro angoli, è munito di piedini rettangolari; sulla parte superiore di uno dei lati c'è un pomello sporgente, identico a quello che si trova sul coperchio: era quindi possibile chiudere la cassa con un laccio. Nella parte inferiore, si trova un grande cartiglio di Amenemhat II (25 cm di lunghezza), che così recita: "Viva il re del Sud e del Nord Nub-Kau-Ra, Amenemhat figlio del sole, amato da Montu, signore di Djerty". Al centro del coperchio, che misura 1 cm di spessore, vi è un altro cartiglio lungo 36,5 cm, che riporta i nomi e la titolatura abbreviata di Amenemhat II. Al Louvre è conservato anche uno dei due scrigni più piccoli: è costruito allo stesso modo dell'altro, ed è grande la metà. Anche in questo caso, nel mezzo del coperchio è incisa la titolatura breve del sovrana Amenenemhat II.

Il tesoro di Tod del Louvre
Come abbiamo visto, il tesoro di Tod è stato suddiviso tra il Museo Egizio del Cairo e il Museo del Louvre di Parigi. A quest'ultimo è andata solo una piccola parte, comprendente uno scrigno grande, uno piccolo e un campionario di coppe dalle fogge più diverse: alcune hanno la forma di semplici ciotole con il fondo arrotondato, altre hanno delle anse, altre ancora sono decorate con del catrame. Vi sono poi dei chiodi di bronzo: furono ritrovati accanto ai bauli, ma solo uno di essi sembra essere integro. Si pensa che questi chiodi fossero in realtà dei pomelli di ricambio, da utilizzare per chiudere gli scrigni. Del tesoro giunto in Francia fanno parte anche sei cilindri di lapislazzuli, che risalirebbero a un'epoca precedente rispetto agli altri oggetti. Infine, degni di nota sono sette lingotti d'argento, una colatura di lingotti d'oro, un ciondolo d'oro a forma di fiore, perle e frammenti di lapislazzuli, e un piccolo scarabeo della stessa pietra, scolpito in modo sopraffino: i suo stile ricorda quello degli scarabei intagliati del Medio Regno.

Analisi di laboratorio 
Nel 1984, il Laboratorio di Ricerca dei Musei di Francia (LRMF) ha effettuato delle analisi sui reperti d'argento del tesoro di Tod: gli esami hanno confermato che la materia prima non è di provenienza egiziana. Si è visto, inoltre, che il metallo di cui sono costituiti i lingotti e le collane non ha la stessa origine di quello del vasellame. I primi, infatti, furono realizzati con argento raramente mescolato al rame: la sua composizione isotopica si avvicina a quella del metallo proveniente dalla Calcidia e da Thasos (Grecia), o dalla regione di Troia e dei monti Tauri (nell'odierna Turchia) Le due coppe analizzate, invece, sono entrambe costituite da argento e da una piccola parte di rame, utilizzato per rendere il metallo più malleabile e, quindi, per facilitare il lavoro di decorazione a sbalzo. 



Origini misteriose 
Il tesoro di Tod è composto da elementi molto eterogenei. Solo le casse e alcuni amuleti, infatti, sono di fattura egizia, mentre i metalli e gli oggetti come abbiamo visto, derivano probabilmente da paesi stranieri, quindi da scambi commerciali o diplomatici. Ricordiamo, infatti, che l'argento era un materiale molto raro e prezioso nell'antico Egitto, e che i giacimenti di lapislazzuli, all'epoca, erano concentrati soprattutto nell'odierno Afghanistan. I sigilli cilindrici, invece potrebbero essere originari della Mesopotamia o della Cappadocia, e sono stati datatati al III millennio a.C. Più incerta è l'origine del vasellame d'argento. Secondo il francese Fernand Chapouthier, esperto in oreficeria, la foggia e le decorazioni di alcune coppe ricordano modelli minoici e micenei. Per esempio, vi sono dei vasi che riprendono la forma dei "cantari" greci, anche se in questo caso, e per la prima volta, furono realizzati in metallo. Quasi tutte le coppe del tesoro di Tod, in effetti, sono uniche nel loro genere, proprio perché fabbricate in argento. L'ipotesi di Chapouthier, dunque, è che gli artigiani asiatici si ispirarono alle opere realizzate dalle popolazioni dell'Egeo. Nel 1937, altri due studiosi d'oltralpe, Jacques Vandier e René Dussaud, ipotizzarono che il tesoro fu radunato in Siria, là dove la civiltà mesopotamica confluisce in quella minoica. Ancora oggi, comunque queste teorie sono oggetto di discussione.

Un incontro tra civiltà
Secondo Geneviève Pierrat-Bonnefois, conservatrice presso  il dipartimento delle Antichità egizie al Louvre, il tesoro di Tod costituisce una preziosa fonte per lo studio delle reciproche influenze tra le antiche civiltà: "Il dibattito in corso sui reperti in argento ha portato a rimettere in discussione alcuni dati cronologici che si davano per acquisiti, provando una grande confusione. Robert Laffineur ha sottolineato, a ragion veduta, che le diverse ipotesi sulla provenienza del tesoro sostenute dagli archeologi - ciascuno dei quali tiene in scarsa considerazione le argomentazioni altrui - potrebbero riflettere proprio il fatto che il tesoro è formato da elementi di origini diverse. Al contrario, se gli argenti hanno un'unica origine, il fatto che vengano attribuiti a diverse civiltà può derivare dall'intreccio di influenze cui furono soggetti gli artigiani dell'epoca, a seguito di reciproci contatti tra le diverse civiltà (...). Non si devono dimenticare, d'altra parte, i reperti di Byblos che indicano chiaramente come nell'arte locale tra la fine dell'Antico Regno e il Medio Regno, coesistessero influenze egee ed egizie". 

Tributo o offerta rituale?
Tra gli studiosi, sembra prevalere la convinzione secondo cui il tesoro di Tod fu nascosto durante il regno di Amenemhat II. Di fatto, non vi sono prove certe al riguardo, né si è riusciti a stabilire a quale scopo furono radunate simili ricchezze. A questo proposito, sono state formulate le ipotesi più disparate. Forse, si trattava di un'offerta per il dio Montu, o di un tributo raccolto sulle coste della Siria e spedito al faraone da Nenitef, il cui nome appare su una coppa. Secondo altri egittologi, i preziosi furono semplicemente nascosti dopo essere stati rubati. È vero, d'altra parte, che il tesoro presenta tutte le caratteristiche di un'offerta rituale: sembrerebbe, infatti, che sia stato raccolto e riposto con molto cura, e non ammassato frettolosamente come forse avrebbe fatto un ladro. Una delle ipotesi più accreditate, perciò, è che potesse trattarsi di un'offerta onorifica rivolta da Amenemhat II a suo padre, il faraone Sesostri I. In uno dei bollettini della Società francese d'egittologia, Geneviève Pierrat-Bonnefois ricorda che Amenemhat II, dopo la morte del padre, si prodigò in offerte agli antenati e agli dei. Si sa, inoltre che quell'anno due navi egizie tornarono dal Libano con 150 Kg d'argento. Il tesoro di Tod, allora, era forse un regalo destinato al dio Montu, e fu deposto dal nuovo faraone nel tempio che Sesostri I aveva appena fatto erigere. Un gesto, dunque, dettato dalla devozione religiosa e, al tempo stesso, dal rispetto per i padri? La questione rimane aperta. 

lunedì 10 novembre 2014

I misteri della piramide di Cheope


Ancora oggi, la grande piramide di Cheope è una vera miniera di informazioni per gli storici. I suoi tanti misteri, in parte irrisolti, costituiscono un'attrattiva irresistibile anche per gli appassionati e continuano ad alimentare la loro immaginazione. 
I film e i romanzi a sfondo storico non sono stati i soli ad aver alimentato il mito della grande piramide di Cheope: persino i fumetti hanno contribuito a rendere immortale questo incredibile monumento con le avventure di Blake e Mortimer, famosissime in Francia e in Belgio e note anche nel nostro paese agli appassionati del genere. Al disegnatore belga Edgar Pierre Jacobs, infatti, si deve un'opera intitolata proprio Il mistero della grande piramide (pubblicato in Italia da Alessandro Editore). 
Tutta questa produzione artistica riflette l'interesse che da sempre circonda la piramide, i tesori in essa nascosti e le ragioni che portarono alla sua costruzione. Nel corso dei secoli, egittologi, esploratori, astronomi e cultori delle discipline esoteriche hanno formulato le più disparate teorie sulla possibile destinazione dell'edificio ipotizzando che si trattasse di un osservatorio astronomico, di un luogo di culto o, addirittura, della testimonianza lasciata da una civiltà extraterrestre. Ancora oggi, in molti sono convinti che all'interno della piramide esistano passaggi inesplorati e cavità segrete. Tutti, in ogni caso, sono incantati da questo prodigio dell'architettura, l'unica tra le "sette meraviglie" del mondo antico che sia giunta quasi intatta fino a noi. 
In effetti, la grande piramide che spicca nel deserto egizio possiede tutte le caratteristiche per stimolare la fantasia: la sua forma è perfetta, le sue proporzioni sono così precise ed equilibrate da sembrare frutto di un miracolo di precisione. Ciascuno dei lati della base misura 230 metri, con uno scarto che non supera i 20 centimetri. In alcuni punti, poi, i blocchi di pietra sono allineati con tale cura che neanche la lama di un coltello riuscirebbe a separarli. 
A distanza di secoli dalla sua costruzione, dunque, la piramide di Cheope colpisce l'immaginario del pubblico: basti pensare, del resto, che fino alla costruzione della Torre Eiffel, nel 1887-1889, è rimasta il monumento più alto costruito dall'uomo. Gli archeologi e gli avventurieri che si inerpicano sulle sue pareti nel corso del XIX secolo scoprirono un panorama mozzafiato, forse il più straordinario di tutto l'Egitto (ad oggi è proibito arrampicarsi sulle piramidi). Proprio gli archeologi che hanno studiato l'edificio hanno donato alla scienza una miniera di informazioni: prima che avvenisse la loro scoperta, le piramidi erano completamente sepolte dalla sabbia del deserto, e con esse i nomi e la storia di numerosi faraoni e regine. Alcuni misteri, però, e tra i più affascinanti, sono tutt'altro che risolti. 


Il sole o le stelle? 
La posizione della piramide di Cheope e il suo presunto perfetto allineamento con quelle di Chefren e di Micerino hanno portato alcuni studiosi a formulare le più svariate ipotesi, dalle più fondate alle più eccentriche. Uno dei quesiti fondamentali riguarda il motivo per cui l'edificio fu costruito. I primi cristiani credevano che le piramidi fossero i "granai dei faraoni", una spiegazione peraltro avvallata dalla Bibbia. Più tardi, alcuni astronomi hanno ipotizzato che la posizione delle tre piramidi di Giza fosse da mettere in relazione con quella dei corpi celesti. Guardando la piramide di Cheope da vicino, infatti, si nota che i suoi pozzetti di aerazione sono probabilmente allineati proprio come i principali astri, per esempio la Stella Polare o la Costellazione di Orione. Gli studi più recenti, tuttavia, sembrano confermare che la grande piramide fu costruita, come tutte le altra della regione, per consentire al re di intraprendere il suo ultimo viaggio, quello nell'aldilà. Simbolicamente, quindi, la forma piramidale doveva costituire una scala, una specie di trampolino per agevolare l'ascesa dell'anima del re defunto verso l'altro mondo. Più difficile è stabilire se la destinazione immaginata dagli egizi per lo spirito di Cheope fosse il sole, dominio di Ra, o una stella. Un versetto dei Testi delle piramidi recita infatti: "O re, sei la stella brillante, compagna di Orione". Nondimeno, bisogna aggiungere, che il cielo sopra la piana di Giza non è lo stesso di quattromila anni fa, poiché esiste in astronomia un fenomeno chiamato: moto stellare

I segreti della costruzione
La piramide di Cheope si sviluppa intorno a tre ambienti principali: la "camera del re", che corrispondeva alla sua stanza funeraria, una camera intermedia (detta impropriamente "della regina") e un locale sotterraneo, rimasto incompiuto. Alcuni degli avvenimenti che segnarono la realizzazione dell'edificio sono stati ricostruiti dagli storici: è stato stabilito, per esempio, che il progetto fu modificato in corso d'opera, dal momento che l'ingresso conduce inizialmente alla camera incompiuta. Sempre dall'ingresso, si diparte un corridoio ascendente, che poi si divide in due per giungere nella "grande galleria"; questa, a sua volta, conduce alla camera mortuaria. Altri cunicoli, molto più angusti, fungevano da pozzetti di aerazione collegando le due camere principali alla superficie esterna della piramide. 



A quanto sembra, la cosiddetta "camera della regina" ritrovata all'interno della piramide di Cheope non fu mai destinata a una sposa reale. I primi esploratori che la scoprirono vollero chiamarla in questo modo, ma oggi gli archeologi sono propensi a credere che la stanza non fosse mai stata utilizzata, e che i suoi lavori di costruzione rimasero incompiuti a causa di una modifica del progetto iniziale. 
La camera reale, apparentemente destinata ad accogliere le spoglie di Cheope, fu interamente realizzata in granito rosa di Assuan. Solamente sulla volta si contano nove lastre da cinquanta tonnellate ciascuna: per sostenere un simile peso, l'architetto progettò un soffitto ad arco. Su alcune di queste lastre gli esploratori hanno scoperto persino dei graffiti: si tratta di incisioni lasciate dagli operai che lavorarono nella piramide. Questi geroglifici, peraltro, costituiscono l'unica traccia conosciuta del nome di Cheope all'interno della piramide. All'interno dell'edificio è stato ritrovato anche il sarcofago di granito probabilmente appartenuto a Cheope. Il fatto che sia rimasto nella sua sede originale non è certo da attribuire al buon cuore dei saccheggiatori, bensì alle sue dimensioni: probabilmente, la costruzione della stanza fu portata a termine solo dopo avervi introdotto l'enorme bara di pietra. 

Il Cantiere
Quante persone lavorarono nel cantiere della grande piramide? È impossibile stabilire una cifra esatta, anche se alcuni egittologi parlano di centomila operai che sarebbero stati impiegati lungo un arco di circa venti anni. Contrariamente a quanto si può pensare, molti di loro non erano schiavi, ma contadini che venivano ingaggiati durante i tre mesi della piena del Nilo. Quattromila operai specializzati, invece, erano alloggiati per tutto l'anno vicino al cantiere. Vi è poi un mistero che per secoli ha costituito uno dei grandi enigmi della storia: come fecero gli egizi a spostare i blocchi di pietra necessari alla costruzione della piramide, la cui massa totale ammonta a ben sei milioni di tonnellate? Per decenni gli scienziati hanno immaginato ogni sistema possibile. A oggi, sembrerebbe da escludere l'ipotesi secondo cui gli egizi sollevassero le pietre per mezzo di pulegge. Si ritiene, invece, che avessero predisposto delle rampe, lungo le quali le pietre venivano fatte scivolare con delle specie di slitte. A supporto di questa teoria esiste anche un affresco datata al 1850 a.C. circa, ritrovato nella tomba di un certo Dehutihotep, a El Bersha: vi sono raffigurate diverse squadre di operai impegnate a trascinare una statua colossale. Si può immaginare, quindi, che questa tecnica fosse simile a quella utilizzata per spostare gli enormi blocchi della piramide di Cheope.
Un'ultima curiosità: all'interno della piramide, e più precisamente nei pozzetti di aerazione della camere "della regina", sono stati ritrovati una mola di granito e un gancio di ferro. Utensili dimenticati da un operaio distratto? Se la loro autenticità venisse confermata, si tratterebbe degli unici strumenti conosciuti tra quelli utilizzati nel cantiere originale.

Passaggi verso l'aldilà
Uno dei misteri che circondano la grande piramide riguarda i cunicoli riportati alla luce dai ricercatori già nel XIX secolo. Nessun'altra piramide possiede passaggi di questo tipo, e le diverse ipotesi sulla loro funzione hanno catturato l'attenzione di molti specialisti. Nella concezione dell'epoca, si trattava forse di passaggi che dovevano agevolare il cammino verso l'aldilà di due incarnazioni divine del faraone Cheope, vale a dire il dio del sole e il falco Horus, dio del cielo e della luce. Di fatto, Cheope aveva una filosofia religiosa particolare: si proclamava dio del sole già da vivo, contrariamente ai suoi predecessori che acquisivano questa nuova natura solo dopo la morte.
Due dei tre cunicoli individuati sboccano all'aria aperta, mentre un altro ha delle caratteristiche davvero singolari e misteriose. È largo appena venti centimetri, lungo circa 60 metri e inclinato di quanta gradi. Dalla "camera della regina" procede verso sud ma, a differenza dei due condotti che si dipartono dalla "camera del re" (orientati a nord e a sud), non sfocia all'esterno della piramide: termina, invece, su una pesante porta dalle maniglie di bronzo. Cosa nasconde? Per svelare questo mistero, nel settembre del 2002, è stato impiegato un piccolo robot chiamato "Pyramid Rover". Davanti alla telecamere della televisione egiziana, il dispositivo si è introdotto nel cunicolo, ha percorso i sessanta metri in pendenza ed è arrivato davanti alla misteriosa porta. Dopodiché, ha praticato un foro per introdurre una telecamera, ma sfortunatamente il mistero è rimasto irrisolto: ciò che Pyramid Robot si è ritrovato davanti era... un'altra porta! Il nuovo ostacolo è stato testato con gli ultrasuoni: a quanto pare, è spesso ben nove centimetri e custodisce gelosamente i suoi segreti.

Dove è finita la mummia di Cheope?
La madre di Cheope, Hetepheres, ebbe la fortuna di essere seppellita nell'unica tomba rimasta intatta dell'Antico Regno: essendo stata risparmiata dai saccheggiatori, la tomba di Hetepheres, ha restituito tesori di inestimabile valore, gioielli, arredi e persino organi umani imbalsamati e conservati nei tradizionali vasi canopi. Anche in questo caso, però, resta da chiarire un mistero, dato che il sarcofago della regina è stato ritrovato vuoto. Dov'è finita, quindi, la mummia di Hetepheres? Quanto a Cheope, non si sa molto di più. Senza dubbio il faraone fu mummificato, proprio come ogni altro personaggio di alto lignaggio, ed è molto probabile che la grande piramide sia stata la sua ultima dimora. Ma dove sono le sue spoglie mortali?
Solo all'interno della Piramide di Menkaura (Micerino) fu ritrovata la mummia (andata perduta nel naufragio della Beatrice, la nave che dall'Egitto doveva trasportare il corpo del re fino in Inghilterra), sappiamo che i predatori dell'antichità erano interessati all'oro del corredo funerario, mentre le salme dei defunti venivano lasciate al loro posto. Ma allora, che ne è stato della mummia di Cheope? E supponendo che la grande piramide non abbia mai contenuto la sua mummia, a cosa serviva? La ricerca rimane aperta, e così le ipotesi degli scienziati e degli appassionati... ma c'è un'ultima domanda che bisogna porsi: e se il corpo di re Cheope si trovasse ancora nella Grande Piramide? 

sabato 1 novembre 2014

Professione: Egittologo


Sotto cieli meravigliosi, gli egittologi partono alla scoperta di un mondo scomparso. Conducono indagini quasi poliziesche per scoprire una civiltà attraverso ciò che ne rimane. Gli egittologi dei nostri giorni dispongono di attrezzature sofisticate, strumenti di indagine ultramoderni e fuoristrada per portare a buon fine le loro missioni. Eppure, spesso dormono accampati e per lavarsi usano un catino, come i pionieri dell'archeologia. Il loro numero varia da uno scavo all'altro: da un minimo di 2-3 fino a 20 per le missioni più importanti. Scavano solo per alcuni mesi dell'anno, perché spesso si tratta di docenti che partono per i siti archeologici durante le vacanze. Il loro lavoro assomiglia un po' a quello di un segugio: partono con delle idee precise su ciò che stanno cercando, ma ogni pietra, ogni singolo frammento scoperto può assumere un'importanza capitale per la storia del luogo e talvolta può aprire nuove vie. I ricercatori sono, perciò, quasi dei detective e, quando scavano una necropoli, all'antropologo spetta il ruolo di medico legale.

Un'avventura a volte pericolosa
Partire per una missione è pur sempre un'avventura, ma non necessariamente alla Indiana Jones! Oggi gli archeologi non conducono più i loro scavi nel timore di essere attaccati da predatori armati. In effetti, all'inizio del '900 era diverso: chi partiva per l'Egitto doveva affrontare anche il rischio di essere accolto a colpi di carabina da bande di predatori, in un clima forse non proprio da film western ma realmente rischioso. Purtroppo non tutti i pericoli sono stati scongiurati: ancora in anni recenti a Saqqara, alcuni guardiani, nel tentativo di contrastare un saccheggio, sono stati uccisi dai ladri, e dai cantieri degli scavi scompaiono molto spesso blocchi e pietre scolpite. Come in passato, l'avventura archeologica richiede ottime prestazioni fisiche: per fare alcuni rilevamenti, ad esempio, i ricercatori devono essere in grado di arrampicarsi a diversi metri di altezza o fare una discesa a corda doppia da una colonna.

Una giornata tipo
Di solito i ricercatori scavano dalle 6 alle 14, per evitare le ore calde del pomeriggio. Poi si dedicano all'inventario degli oggetti, pianificano e assolvono numerose incombenze amministrative. Queste ultime sono in parte sotto il controllo dello Stato egiziano: infatti, gli scavi possono essere svolti solo in presenza di un sovrintendente alle Antichità. Ogni oggetto ritrovato nel sito archeologico è debitamente schedato sul registro dello scavo. Se questi oggetti vengono conservati sul posto, è necessario costruire un magazzino le cui porte saranno sigillate ogni sera e che possono essere aperte solo in presenza del sovrintendente locale.

L'emozione della scoperta
Nel momento in cui viene estratto dalla sabbia un reperto che nessuno ha potuto ammirare da più di tremila anni, gli egittologi provano l'emozione più grande. Questa è ancora più forte quando si trova una semplice impronta di persone o animali, tracce capaci quasi di ridare vita agli oggetti recuperati. La civiltà dell'antico Egitto deve ancora svelarci molti dei suoi segreti, e bellissime scoperte attendono i ricercatori di oggi e di domani. Il terreno è particolarmente ricco: il deserto ha conservato talmente bene i monumenti che questi, talvolta, emergono dalla sabbia completamente intatti; d'altra parte, la valle del Nilo, meno adatta alla conservazione dei reperti, è stata a lungo trascurata dai primi archeologi. Ci sono, quindi, dei siti di città antiche della Valle che sono ancora tutti da scoprire, come Buto, antica capitale. A volte, una città contemporanea è sorta su quella antica, come nel caso di Eliopoli, corrispondente alla odierna periferia del Cairo: i ricercatori devono allora aspettare che i terreni siano venduti e perdano la loro funzione d'uso (un garage, un vecchio cinema) per poter cominciare i loro scavi. 

Il percorso universitario 
Gli studi per diventare egittologo sono appassionanti, ma richiedono pazienza, amore e tenacia. Quello dell'egittologo non è un lavoro adatto a chi desidera avere un futuro assicurato o guadagnare bene. Il percorso classico è quello di frequentare Storia o Storia dell'arte fino al dottorato. Il primo corso ufficiale tenuto in Europa sulla storia, la lingua e le antichità dell'Egitto antico fu avviato in Italia, all'università di Pisa, nel 1826: era curato da Ippolito Rosellini, allievo e amico di J.F. Champollion, lo studioso francese che decifrò il sistema geroglifico. Altri percorsi possibili sono quelli che riguardano le Lette classiche, i Beni culturali o per università come l'Orientale di Napoli, un vero e proprio percorso archeologico. Tuttavia, dopo la triennale è obbligatoria una laurea specialistica o magistrale.
La scuola del Louvre, ad esempio, è una delle strade per riuscire a esercitare la professione di egittologo. Si trova a Parigi, all'interno del Museo e prepara, in particolare, a svolgere la funzione di conservatore. Qui gli studenti sono in contatto diretto con gli oggetti: dopo aver seguito una lezione, possono infatti recarsi nel reparto delle Antichità egizie per ammirare i reperti che hanno studiato. 
Naturalmente il percorso di studio più specifico è quello proposto dall'American University del Cairo, con corsi divisi per periodi storici: Antico Regno, Medio Regno, Nuovo Regno ecc. ecc.
Infine, va specificato che il lavoro di egittologo non è un percorso facile, bisogna investire tutto: noi stessi, tempo, soldi e speranze; con poche certezze a vostro fianco: talento, devozione e duro lavoro.