lunedì 22 dicembre 2014

La prestigiosa stirpe dei Sesostri

Il Medio Regno fu sicuramente un età importantissima e quest'epoca dell'oro fu a sua volta dominata da una prestigiosa dinastia, la XII, all'interno della quale si distinsero brillanti sovrani come Sesostri I e Sesostri III.


L'importanza di questa dinastia nella storia dell'antico Egitto è stata pienamente riconosciuta solo in tempi recenti. A lungo, infatti, sovrani del calibro di Seostri I e Sesostri III sono stati confusi con Ramses II e Ramses III. In un dizionario enciclopedico dell'inizio del XXsecolo, la voce dedicata ai Sesostri si concludeva con queste parole: "In realtà, il Sesostri citata da Erodoto altri non era che Ramses II". Su quest'ultimo, nella stessa opera si legge: "(Ramses II) fu venerato come un dio in Egitto e in Nubia, e attorno alla sua figura si creò tutta una leggenda che i greci ci hanno trasmesso in due versioni: una tebana secondo la quale il suo nome era Osymandyas; l'altra menfita, secondo cui questo re si chiamava Sesostri".
Gli storici moderni sono meno propensi ad attribuire particolari responsabilità ad Erodoto, che in passato ha già ricevuto sufficienti critiche. Spesso, peraltro, non si è considerato che lo storico greco fece tutto quello che era nelle sue possibilità, visiti i mezzi che aveva a disposizione. Si può immaginare, infatti, quanto sia stato difficile per lui ricostruire tre millenni di storia sulla base di testimonianze per lo più orali Le incertezze che ancora oggi gravano su alcuni avvenimenti relativi al nostro Medioevo, per fare un esempio improprio, dovrebbero farci riflettere e ispirarci una maggiore indulgenza verso gli "errori" degli antichi storici. Nella fattispecie, la confusione generata da Erodoto derivò semplicemente da un'errata traslitterazione dei nomi dall'egizio al greco.

Una pietra miliare nella storia egizia
Fatte queste premesse, bisogna ammettere che lo scarto temporale tra l'epoca in cui vissero i Sesostri e quella in cui regnarono i Ramses è notevole. Nella cronologia egizia, infatti, la XII dinastia si colloca all''incirca tra il 1995 e il 1800 a.C., mentre la XIX e la XX dominarono il paese verso il 1200 a.C.
A ogni modo, il tempo e gli studi archeologici hanno permesso agli storici di ristabilire l'esatta sequenza degli avvenimenti e di attribuire alla XII dinastia l'importanza che essa merita. Si fatto, i Sesostri furono i sovrani più importanti di tutto il periodo denominato Medio regno. Quest'ultimo durò circa tre secoli (dal 2150 al 1800 a.C.) e lasciando da parte le singole campagne espansionistiche o di preservazione del territorio, fu caratterizzato da un clima di pace, armonia e sviluppo culturale: corrispose, dunque, a una di quelle fasi di equilibrio che raramente ricorrono nella storia, sia in quella del'antichità sia in quella moderna o contemporanea. Per comprendere ancora meglio lo splendore di questa età dell'oro, bisogna oltretutto considerare che essa seguì a una parentesi particolarmente oscura, in cui l'esistenza stessa di una delle civiltà più evolute del mondo antico era stata messa in pericolo: il cosiddetto "Primo Periodo Intermedio", che aveva posto termine, a sua volta,, al glorioso Antico Regno.
Il precario equilibrio che contraddistinse il Primo Periodo Intermedio era il risultato di una effettiva decadenza del potere faraonico, paralizzato da una crisi di successione e ormai incapace di imporre la propria autorità. Soffocato dalla rivalità tra le diverse fazioni che volevano prendere in mano le redini dello Stato, il potere centrale era in uno stato di impotenza: l'organizzazione del paese andava alla deriva, e presto si sarebbe creata una frattura tra l'Alto e il Basso Egitto.
Proprio quando le cose sembravano essere precipitate in modo definitivo, però, l'Egitto trovò la forza di risollevarsi. Grazie al faraone Montuhotep II, le due parti del paese furono riunificate e si ebbe un lento ritorno a una situazione di equilibrio. Il merito della ricostruzione dell'Egitto fu dunque dei sovrani della XI dinastia, i quali prepararono il terreno per a XII: con i Sesostri l'Egitto avrebbe finalmente colto i frutti del ritorno alla normalità.

Le virtù dei faraoni: diffidenza e accortezza
Prima di soffermarci sulla figura di Sesostri I, e per comprenderla meglio, è bene spendere qualche parola sul suo predecessore, vale a dire suo padre Amenemhat I. Questi fu il fondatore della XII dinastia: era un uomo saggio, accorto, energico e giusto, ispirato da un'alta considerazione dei sacri doveri di un sovrano. L'Egitto sul quale regnò aveva ritrovato la quiete e la stabilità, ma il faraone sapeva che tutto questo aveva un prezzo: per garantire la pace era necessaria la prosperità, e per ottenere quest'ultima bisognava intensificare i commerci e farli fruttare. Il sovrano, inoltre, era consapevole di quanto fosse importante saper mostrare la propria forza: era l'unico modo per far rispettare l'autorità dello Stato e per scoraggiare ogni tentativo di aggressione dall'esterno o di sedizione interna.Ben presto, quando il giovane Sesostri era solo un adolescente, Amenmhat volle iniziarlo al difficile ruolo di faraone. Non lesinando consigli e raccomandazioni, gli insegnò la saggezza e la generosità, sena trascurare la circospezione: soprattutto la cerchia dei cortigiani doveva essere sempre considerata con una certa diffidenza. Ciò che il re voleva evitare, al di sopra di tutto, era che il paese andasse di nuovo incontro a un periodo da incubo come quello appena superato, durante il quale l'Egitto aveva visto l'orlo del baratro. Dalle persone più anziane della corte, Amenmhat aveva sentito parlare innumerevoli volte di quei tempi maledetti in cui l'anarchia e il disordine avevano regnato incontratati, quando i banditi arrivavano fin dentro le città per derubare gli abitanti e i funzionari reali attingevano a piene mani dalle casse dello Stato.

Il mestiere delle armi
Oltre a imparare a gestire gli affari di Stato, il giovane Sesostri coltivava insieme al padre anche l'interesse per le questioni militari: un faraone degno di questo nome doveva sapere tutto sul suo esercito, e in qualsiasi momento doveva essere in grado di prenderne la guida. Fu poi in Nubia e in Libia che Sesostri I ebbe modo di apprendere l'arte dell'alto comando. Una volta preso il posto di Amenemhat, Sesostri I ebbe subito modo di apprezzare i consigli paterni a proposito della circospezione da adottare a palazzo: appena salito al trono, il nuovo re dovette sventare un complotto ardito contro di lui dal suo stesso fratello. Forse, fu proprio questo episodio a spingere Sesostri I a trasferire la capitale del regno da Tebe a Lisht, nei pressi della regione del Fayum: qui il re si insediò circondandosi di brillanti cortigiani di sua scelta, tra i quali spiccava la sua grande sposa, la bellissima Snefru. La scelta di trasferirsi proprio a Lisht, nel Medio Egitto, non era casuale: Sesostri I, infatti, era intenzionato a rafforzare i legami tra il Sud e il Nord del paese. La vecchia capitale, comunque, non fu mai del tutto abbandonata: l'amministrazione della città fu affidata ad uno dei più fedeli dignitari, e il faraone non mancò di attirarsi i favori del già potentissimo clero di Amon, che continuò da Tebe ad esercitare la sua influenza su tutto il regno.

La scelta del visir
Sempre seguendo i consigli paterni, Sesostri I selezionò con cura i suoi più stretti collaboratori: a cominciare dal visir, che rappresentava la seconda carica dello Stato dopo il faraone. A quanto sembra, la scelta del sovrano fu particolarmente felice: il visir Montuhotep era un uomo attento agli interessi del paese e avvezzo alle questioni si Stato, conosceva perfettamente i meccanismi del potere e fu un servitore scrupolo e intelligente, oltre che un ottimo consigliere. Con lui la gestione delle finanze divenne molto rigorosa: tutte le spese, persino quelle che riguardavano il re in persona, dovevano essere registrate da uno scriba e giustificate. Con misure di questo tipo il governo di Sesostri I riuscì a ristabilire tra i sudditi la fiducia nello Stato, favorendo il ritorno alla prosperità.
Montuhotep si dimostrò molto accorto anche nella nomina degli alti funzionari, scelti tra coloro che dimostravano di possedere le sue stesse doti: rettitudine, competenza e volontà di fa eseguire gli ordini del sovrano senza perdere mai di vista l'interesse pubblico.
Ben presto, Sesostri I poté ammirare i risultati di questa saggia condotta: il popolo lo venerava e lo osannava, celebrandolo come e più di un dio. A volte, la devozione che circondava la sua figura era più intesa di quella riservata ad alcune divinità locali, tanto che gli egizi vissero la sua morte come una grave perdita.

Frontiere più sicure
Il secondo grande sovrano della XII dinastia fu Sesostri III, pronipote di Sesostri I. Nel periodo che intercorse tra questi due regni si succedettero due faraoni, Amenemhat II e Sesostri II. Questi non brillarono in modo particolare ma, se non altro, ebbero il merito di non sciupare quanto di buono avevano fatto i primi due re della XII dinastia: quando toccò a Sesostri III salire al trono, l'Egitto era ancora un paese prospero, potente e rispettato.
Anche il nuovo sovrano capì l'importanza degli scambi commerciali. Durante il suo regno molte ricchezze affluirono in Egitto dal paese di Punt, verso il quale furono organizzate diverse spedizioni. Il re decise di concentrare la sua attenzione sulle miniere d'oro e di altri metalli preziosi: non solo sfruttandole appieno, ma garantendo la sicurezza dei trasporti dei materiali estratti. Questi infatti, dovevano attraversare deserti infestati da banditi, i quali attaccavano e derubavano le carovane. In Nubia, soprattutto, le razzie dei predatori terrorizzavano carovanieri e mercanti. Per proteggere le piste desertiche, Sesostri III fece costruire delle fortificazioni, dall'alto delle quali i militari potevano controllare che non vi fossero pericoli nei paraggi. Le stesse piazzeforti servivano anche da rifugio per le carovane che avevano necessità di sostare. Ben tredici fortificazioni furono costruite tra Elefantina e Semma, ognuna sormontata da una torre: questa permetteva di godere di una visuale amplissima e, dominando la valle del Nilo, simboleggiava la potenza del regno.
Artefice di grandi opere architettoniche e preoccupandosi di lasciare tracce  del suo passaggio sul trono d'Egitto, Sesostri III fu uno dei faraoni più raffigurati dagli artisti dell'epoca. Si tratta, anzi, del sovrano di cui oggi conosciamo meglio volto. Una giusta ricompensa per un re che seppe portare il proprio popolo all'apice dello splendore.

lunedì 15 dicembre 2014

Gli scavi della tomba di Sennefer

Gli scavi del sepolcro di Sennefer, alto funzionario dell'antico Egitto, sono cominciati nel 1992 a opera di un'equipe di egittologi di Cambridge. Facciamo il punto sulle ricerche.


Sennefer svolse il suo incarico sotto il regno di Amenhotep II (1450-1425 a.C.). Era un periodo di grande prosperità per il paese: ogni anno affluivano verso l'Egitto abbondanti tributi, parte dei quali venivano offerti dal faraone al dio Amon come ringraziamento per le brillanti vittorie riportate. Vissero in quegli anni molte grandi personalità, conosciute soprattutto grazie alle magnifiche sepolture fatte costruire a ovest di Tebe, e tra di esse lo stesso Sennefer. I titoli a lui attribuiti dalle iscrizioni rinvenute nella sua tomba sono innumerevoli, ma il principale è senz'altro quello di governatore di Tebe. Incaricato di amministrare la città i porti sul Nilo e i distretti rurali, curava anche la raccolta dei tributi (cereali e derrate alimentari) e ne rispondeva al visir. Era, inoltre, responsabile dei lavori nelle necropoli, della manutenzione dei templi, direttore dei granai di Amon, degli armenti di Amon, dei campi, dei giardini e degli orti del dio.
L'originalità della "dimora dell'eternità" Sennefer, nell'ambito della XVIII dinastia, risiede proprio nel fatto che le pareti della camera funeraria sono decorate: un fatto eccezionale per l'epoca e un'ulteriore riprova della grande notorietà di cui godeva Sennefer.

La tomba
Il complesso funerario di Sennefer occupa la parte alta della fiancata meridionale della collina di Sheikh Abu el-Qurna: si trova nello stesso settore in cui sono ragruppate molte altre sepolture del periodo di Amenhotep II.
La tomba si trova a dodici metri di profondità: vi si accede chinandosi tra le pareti appena abbozzate di una scala-tunnel formata da quarantaquattro scalini irregolari scavati nella roccia. Le pareti sono rivestite da uno spesso strato di un impasto di limo e paglia frantumata, che può arrivare fino a due centimetri di spessore e sul quale  stata passata una mano di calce grigio-bluastro pallido, caratteristica del periodo. La camera funeraria è divisa in due stanze: un'anticamera dal soffitto basso, di 3,50 metri per 2,35, e la stanza del sepolcro, che misura 6,70 metri di larghezza e 7,50 nel punto di massima lunghezza, con pareti lavorate a sbalzo e decorata con quattro pilastri.
Nell'anticamera vi sono le prime due immagini di Sennefer, schiena contro schiena: una delle due figure, piuttosto rovinata, si dirige verso l'uscita; la seconda, subito a sinistra della prima, raffigura il funzionario "mentre entra in pace nella necropoli, dopo aver raggiunto l'età venerabile per riposare in pace tra coloro che hanno ricevuto le lodi di Amon-Ra". A torso nudo, adorno di gioielli e vestito con tre gonnellini sovrapposti, Sennefer avanza appoggiandosi sul bastone da alto dignitario, con un fazzoletto bianco piegato nella mano sinistra. 

La tomba delle vigne
Il passaggio che conduce alla sala dei pilastri è alto 1,50 metri, e invita quasi ad entrare con rispetto. Il soffitto è decorato con una vigna lussureggiante curva sotto il peso dei grappoli d'uva nera e pronta per la vendemmia. L'originalità della decorazione è la magistrale raffigurazione dei rituali funerari fanno della "tomba delle vigne" uno dei più grandi capolavori della riva occidentale di Tebe. La mummia di Sennefer occupa la parte centrale della camera funeraria: stesa su un letto a forma di leone e protetta da un baldacchino, riceve le cure del dio Anubis. Sotto il letto, che è appoggiato su delle colonnine, è raffigurata l'anima vivente del defunto, mentre ai piedi e al capo del catafalco si trovano, rispettivamente, Isis e Nefti che assicurano la loro protezione al governatore Sennefer. 

Ipotesi sulla costruzione della tomba
La costruzione della tomba di Sennefer risalirebbe al 1420 a.C. Probabilmente, il funzionario fu sepolto nel pozzo più profondo della corte. Nel 1400 a.C., il genero Amenhotep pose nella tomba la sua statua. È probabile che altri componenti della famiglia siano stati sepolti in altri pozzi della corte nel corso della XX e XXII dinastia, poiché vi sono menzionate quattro diverse generazioni. In epoca più tarda, si aggiunsero le tombe di altri personaggi importanti, come il sacerdote Wedjahor, nel 705, e suo figlio Priest, nel 680. Secondo alcune ipotesi, la tomba di Sennefer fu riutilizzata per seppellire personaggi rimasti anonimi del periodo tolemaico e per la sepolture romane: è una teoria avvalorata dal ritrovamento di resti di braccialetti corrispondenti a questo periodo, cioè al 300 a.C. circa. Durante il medioevo, il sepolcro è stato forse utilizzato dagli arabi come abitazione. Nessuna di queste ipotesi è certa, anche perché, durante il XVIII e XIX secolo, la crescita del villaggio di el-Qurna ha attirato innumerevoli saccheggiatori di tombe. Nel 1896, il sepolcro di Sennefer fu menzionato per la prima volta dalla letteratura specializzata; nel 1903, Robert Mond cominciò i primi scavi e nel 1908 gli "inquilini", probabilmente dei tessitori, furono espropriati dalle autorità, che istallarono davanti al sepolcro una porta di ferro, rimasta fino al 1991. Nel 1992, il Cambridge Theban Project ha cominciato i lavori di ricerca già menzionati, tuttora in corso. 

lunedì 8 dicembre 2014

Alla scoperta di Tanis

Oltre a essere una delle città più grandi e importanti dell’antico Egitto, Tanis era anche una delle più belle. Il sito da cui sono riemerse le sue rovine ha cominciato ad attirare l’attenzione degli studiosi fin dall'inizio del XVIII secolo.


L’antica città di Tanis è forse meno conosciuta di altri centri politici e religiosi dell’antico Egitto come Menfi, Tebe o Eliopoli. Eppure, il suo nome compare nelle opere di illustri autori del passato: Erodoto cita Tanis come capitale del XIV Nomo del Basso Egitto; Manetone, nella sua cronologia dei Faraoni Egizi, si sofferma anche sulla cosiddetta dinastia “tanita”; Plutarco, infine, racconta che proprio in questa città il Dio Tifone (cioè Seth) gettò nel Nilo il sarcofago in cui Osiride era stato rinchiuso vivo. Anche la Bibbia contiene ripetuti riferimenti ai “campi di Tanis” Ssalmi, 77) e agli “stolti principi” della città (Isaia, 19).

Una partenza in sordina
Nel 1722, Padre Claude Sicard individuò per primo la possibile ubicazione dell’antica Tanis nel sito di Tell San El-Hager. Perché il luogo venisse esplorato, però, si dovette attendere la campagna d’Egitto di Napoleone: furono i geologi Dolomieu e Corbier, nel 1798, e poi Jaspotin, nel 1800, a tracciare una prima mappa di questo Tell (l’altura prodottasi col passare tempo dallo stratificarsi di diversi insediamenti). La quantità di obelischi, e la dimensione dei blocchi di granito e delle rovine disseminate ovunque facevano supporre che in quel punto doveva sorgere una grande città, se non addirittura una capitale dell’antico Egitto. A riportare alla luce i primi capolavori dell’antichità furono alcuni ricercatori inglesi (come Hamilton e Salt) e poi la squadra francese guidata da Bernardino Drovetti. Fu così che riemersero due sfingi (oggi al Museo del Louvre di Parigi) e undici statue reali (poi suddivise tra il Louvre e il museo egizio di Berlino).
Nonostante le prime, allettanti scoperte, inizialmente il sito non attirò quella folla di studiosi, antiquari e collezionisti che cominciava ad invadere l’Egitto. Solo a partire dal 1860 furono organizzati degli scavi approfonditi: i lavori furono diretti dal celebre Auguste Mariette ed eseguiti da un numero considerevole di operai e addetti.

Avaris o Pi-Ramses?
Per prima cosa, si cercò di ricostruire l’asse del grande tempio locale. Durante i lavori, riemerse una grandissima quantità di reperti: pochi colpi di piccone bastavano a liberare dalla sabbia statue di faraoni, sfingi e iscrizioni in cui ricorreva sempre il nome di Ramses. I primi tasselli della storia di Tanis cominciavano così ad essere ricomposti, anche se non nel modo più corretto. Lo stile di alcune raffigurazioni, infatti, sembrava ricordare quello del periodo in cui gli Hyksos erano padroni della regione; inoltre, un iscrizione faceva riferimento “Seth, Signore di Avaris”. Questi indizi portarono gli studiosi a credere che l’antica capitale degli Hyksos, citata anche da Manetone, sorgesse proprio nella zona di Tell San El-Hager. D’altra parte, questa ipotesi era contraddetta dalle statue e dalle iscrizioni che recavano il nome di Ramses II. Gli scavi condotti dall'inglese Flinders Petrie nel 1884 portarono a formulare una nuova supposizione: forse, sotto le macerie del sito giacevano i resti di Pi-Ramses (la città di Ramses), la città costruita dagli Ebrei durante la loro prigionia, secondo quello che diceva la Bibbia. 

I primi dubbi
L’identificazione di Tell San El-Hager con Avaris o con Pi-Ramses presentava dei punti deboli, che ben presto attirarono l’attenzione degli esperti. L’Egittologo tedesco Lepsius, per esempio, osservò che la capitale degli Hyksos non poteva essere stata costruita così lontano dal limitare del Delta; quanto a Pi-Ramses, trattandosi di un antico porto militare, doveva senza dubbio sorgere nelle vicinanze del mare; pur tenendo conto delle modifiche geologiche sopravvenute col passare dei secoli, il sito in questione non poteva aver ospitato la città di Ramses.
Mentre le congetture più disparate continuavano ad essere formulate, nel 1928 un docente dell’Università di Strasburgo, già studente dell’istituto del Cairo, decise di intraprendere nuovi scavi: il suo nome, destinato a rimanere per sempre legato a quello di Tanis, era Piet Montet. Il professore francese era particolarmente interessato a ricostruire le relazioni intercorse tra gli abitanti della regione e i popoli del Vicino Oriente, e riteneva che in questo modo si sarebbe riusciti a dare un nome alla misteriosa città sepolta. Gli scavi da lui condotti furono fin troppo energici, e questo portò a trascurare molti ritrovamenti. Tuttavia, era la prima volta in Egitto che un Tell veniva studiato con un reale interesse archeologico.

Nuovi indizi su Pi-Ramses
Tra il 1929 e il 1940, la missione archeologica diretta da Montet si occupò di dissotterrare, misurare e catalogare i numerosi frammenti di edifici e i blocchi di pietra che, uno dopo l’altro, emergevano dagli scavi. Sulle rovine dei cosiddetti templi di “Anta” e “dell’Est” furono ritrovate nuove iscrizioni con il nome di Ramses II, e nel corso della stessa campagna ritornò alla luce anche una splendida scultura che assimila il glorioso faraone ad Anat (oggi esposta al Museo Egizio del Cairo). Se bene vi fossero degli elementi architettonici di epoca più recente, l’ipotesi secondo cui la città sepolta corrispondeva a Pi-Ramses sembrò tornare nuovamente in auge. Non solo, ma il ritrovamento della base di uno Ziqqurat (una torre a terrazze) pareva confermare le origini asiatiche dei resti più antichi, e portò nuovamente a credere che nella stessa località fosse sorta anche Avaris. Alla vigilia della seconda guerra mondiale, insomma, la storia del sito era stata ricostruita in modo definitivo; o così sembrava.

Un nuovo colpo di scena
A dare una svolta inattesa a questo intricato caso archeologico fu uno studioso austriaco di nome Manfred Bietak. A partire dagli anni ’60, le sue ricerche nel sito di Tell El-Dab, posto circa 30 Km più a sud lungo il ramo pelusiaco del Nilo, portarono a una nuova, sorprendente conclusione: i resti sepolti a Tel San El-Hager non appartenevano né a Pi-Ramses né ad Avaris, poiché era ormai dimostrato che queste antiche città sorgevano ai margini orientali del Delta. In seguito, si stabilì anche che Tanis svolte un ruolo di primo piano nella storia Egizia solo in epoca successiva a quella in cui le due antiche capitali erano divenute altrettanti centri di potere; non prima, cioè, della fine della XX Dinastia, quindi verso l’anno 1.000 a.C.

Una capitale costruita con i resti
Furono i sovrani della XX Dinastia, dunque, e poi quelli della Dinastia successiva, a fare di Tanis una grande città e a conferirle il suo massimo splendore. La particolarità è che, per raggiungere il loro scopo, questi faraoni utilizzarono i resti di altri monumenti. Ecco svelato, dunque, il mistero di Tanis: re come Psusenne I non si fecero nessuno scrupolo a smontare pezzo per pezzo interi edifici costruiti altrove dai loro predecessori. Una volta tagliati e adattati, questi blocchi di granito ripresero vita sotto forma di nuovi palazzi e templi fatti innalzare dai faraoni Taniti. Col passare dei secoli, ovviamente, anche questi monumenti caddero in rovina e i loro resti si dispersero nel sito: ecco perché gli archeologi hanno impiegato così tanto tempo a ricostruire la vera storia della città. A ogni modo, scartate definitamente le altre ipotesi, si è giunti infine ad accertare la verità storica: nel sito, intorno all’anno 1.000 a.C., sorgeva l’antica Djanet (la Tanis dei Greci). Capitale dei faraoni della XXI Dinastia.

Il complesso funerario
Il momento culminante degli scavi di Tanis condotti da Montet fu costituito dalla scoperta di un complesso funerario in cui erano sepolti i re della XXII Dinastia. Il 27 febbraio 1939 fu ritrovata la tomba di Osorkon II (870 - 847 a.C. circa); come testimoniava il disordine degli arredi e degli oggetti funerari, la sepoltura era già stata profanata e saccheggiata: l’immagine che si presentò agli archeologi evocava quasi il crollo di una civiltà. Il 17 Marzo 1939, poi, fu definito dallo stesso Montet “un giorno meraviglioso, da Mille e una notte”. In quella data, infatti, ritornò alla luce un altro importante sepolcro. L’ingresso della tomba era rimasto inviolato per secoli: una volta liberato dalla sabbia, rivelò agli studiosi una serie di iscrizioni dedicate a Psusenne I; al centro, appoggiato su un basamento di pietra, giaceva intatto un magnifico sarcofago d’argento dalla testa di falco. Il Re Faruk in persona volle assistere all'apertura del feretro, ed ebbe modo di condividere lo stupore dei presenti, tra i quali vi era lo stesso Montet: la salma, ancora adornata dall’intera parure funeraria, non apparteneva a Psusenne I, ma a Heka-Kheper-Ra Sheshonq II, un faraone della XXII Dinastia fino ad allora sconosciuto. La scoperta della sua mummia, con la splendida maschera d’oro, l’ampia collana e il pettorale, aprì un nuovo interrogativo: dov'era finito il corpo di Psusenne I?


I faraoni della XXI Dinastia
Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, molti archeologi furono distolti dai loro incarichi, e questo fece rallentare i lavori di ricerca. Montet, invece, non si diede per vinto e, il 16 febbraio 1940, scoprì un corridoio che partiva dalla tomba di Sheshonq. Dopo aver introdotto una torcia elettrica in una fessura creata nella parete, l’Egittologo francese, ebbe subito una certezza: “Oltre quel muro ci sono più cose di quanto non ne abbia mai ritrovate in tutta la mia vita di archeologo”, ebbe a dire. La ricchezza della nuova sepoltura, in effetti, era impressionante: oltre al sarcofago d’argento vi erano una maschera, dei braccialetti, anelli e pettorali d’oro, vasi canopi, ushabti e molto altro ancora. In seguito, gli scavi proseguirono nella zona meridionale del complesso funerario. Qui fu ritrovata la tomba di Amenemope, un faraone poco noto che regnò verosimilmente a cavallo dell’anno 1.000 a.C.
Sul fronte bellico, si era entrati nel conflitto mondiale vero e proprio: gli scavi, perciò, furono interrotti. Montet, però, ritornò in Egitto nel 1945, e riprese con la sua squadra a registrare i dati topografici del sito. Con l’occasione, riportò alla luce un’altra tomba intatta: quella di Undebaunded, generale di Psusenne. Il tesoro in essa contenuto era all'altezza di quello del suo signore.

Una collezione di maschere funerarie
La necropoli reale di Tanis ha restituito la più importante collezione di maschere funerarie d’oro mai ritrovata in Egitto. Quelle di Sheshonq II e del generale Undebaunded spiccano sia per la qualità del metallo sia per la raffinatezza e il realismo del viso. Pregevole è anche la maschera di Amenemope, raffigurato con il nemes e un ampia collana, ma la più bella di tutte è senz’altro quella di Psusenne: tutta d’oro, tempestata di lapislazzuli e decorata con inserti di pasta di vetro, è paragonabile quasi alla celeberrima maschera funeraria di Tutankhamon, pur non raggiungendo minimamente la perfezione di quest’ultima.
Oltre a immortalare il volto del defunto, la maschera funeraria serviva a garantire l’accesso all’aldilà. Una formula del Libro dei Morti, in proposito, recitava: “Salve a te, bel viso dotato della vista plasmato da Ptah-Soqar (…). Il tuo occhio destro è la barca della notte, il tuo occhio è la barca del giorno, le tue sopracciglia sono quelle dell’Enneade, il tuo cranio è quello di Anubis, la tua nuca è quella di Horus. Sei sulla fronte del defunto, ricco di magnifici onori accanto al gran Dio (Osiride), e grazie a te egli vede (…)”.

Una fonte inesauribile di informazioni
Negli anni successivi non furono scoperte altre sepolture. In compenso, le conoscenze sull’antica città aumentarono grazie agli scavi effettuati tra 1946 e il 1951. Dopo un tempio dedicato a Konsu, rimaneggiato sotto la XXX Dinastia, riemerse un santuario secondario consacrato all’Horus di Mesen, anch'esso di epoca tarda. A Nord-Est del tempio di Amon, fu liberato dai detriti un lago sacro: si scoprì così che anche i suoi argini erano stati costruiti con blocchi di pietra prelevati da altri monumenti. Grazie alle iscrizioni, si è potuto stabilire che alcuni di questi frammenti provenivano da un edificio costruito sotto Sheshonq V (XXII Dinastia) e da un edicola fatta erigere da Psametico I (XXVI Dinastia).
Anche in virtù di queste scoperte, il sito di Tanis si è rivelato una fonte di informazioni eccezionale sull’evoluzione della civiltà Egizia in questa parte del Delta. Alcuni misteri sul suo passato sono stati rivelati, ma molte altre risposte potranno emergere dagli scavi che ancora proseguono nella zona.

lunedì 1 dicembre 2014

Le statue delle regine del Medio Regno

Tra i reperti dell'antico Egitto, spiccano le numerose sculture che ritraggono le regine del Medio Regno. Non sempre il loro stato di conservazione è perfetto, ma si tratta di testimonianze preziose sul ruolo svolto dalle donne nell'esercizio del potere.

Il Primo Periodo Intermedio vide succedersi sul trono d'Egitto un discreto numero di faraoni, più o meno noti. Tuttavia, le liste reali dell'epoca non riportano alcun nome femminile. Qualche nome di regina comparve invece nel corso del Medio Regno, cioè nel periodo in cui le dinastie dei Montuhotep e degli Antef portarono avanti la riunificazione del paese, anche se non sempre si è riusciti a stabilire con esattezza quali relazioni coniugali o di parentela legassero queste donne ai faraoni. Rispetto all'Antico Regno, comunque, divennero più frequenti anche le sculture che ritraevano le regine da sole, vale a dire senza il loro consorte regale. Tra le regine di questo periodo immortalate da sculture, dipinti o iscrizioni, le più celebri sono senza dubbio Nefru (sposa del faraone Antef II, da cui ebbe un figlio, Antef III), Iah (sposa di Antef III, da cui concepì Montuhotep II), Tem (prima sposa reale di Montuhotep II e madre di Montuhotep III), Neferu (seconda sposa reale e sorella di Montuhotep II; tra le altre, una statuetta in calcare la raffigura con la sua pettinatrice, Henut). Tutti i ritratti di queste donne sono accomunati da lineamenti tipici nell'arte di quest'epoca: gli occhi molto grandi rispetto al viso, il naso camuso, le labbra carnose.
Sempre al Medio regno risale un ritratto di Ashait, concubina di Montuhotep II e sacerdotessa di Hathor: una sua immagine dipinta su pietra calcarea è stata ritrovata nel tempio funerario di Montuhotep II. Questo faraone era particolarmente devo ad Hathor: probabilmente fu proprio lui a introdurne il culto a Tebe. Diverse sue concubine erano sacerdotesse della dea, e le loro tombe furono ricavate nel suo tempio funerario di Deir el-Baharai, nella parte occidentale di Tebe. In questo sito, infatti, oltre a quella di Ashait sono riemerse almeno altre cinque tombe di giovani donne della famiglia reale, la cui età va dai cinque ai vent'anni: i loro nomi erano Henhenet, Kemsit, Kauit, Sadeh e Muyet. La regina Kauit è rappresentata anche su una decorazione del sarcofago in compagnia della sua pettinatrice.

Una dedica sulla statua della regina Uret (in alto a sinistra)
Al museo del Louvre di Parigi è conservata una statua di Uret, sposa di Sesostri II. Sulla scultura è incisa questa dedica: "Un'offerta che il re presenta a Hathor, signora del sicomoro (affinché le porga) ogni offerta in pane, birra, carne e volatili, alabastro e tessuti e ogni oca buona e pura di cui vive un dio, per il ka della nobile, la grande, la prediletta, l'amata di Khnum (...) ogni cosa fatta per lei, la sposa che egli ama, Khenemet-nefer-hedjet-uret, che ella viva in eterno". 


Le regine della XII dinastia
Tra i nomi delle regine della XII dinastia spicca quello di Nofret (o Nefret). Purtroppo, le testimonianze sulla sua figura sono piuttosto confuse, e non si è riusciti a stabilire se due diverse spose reali abbiano portato questo nome o se si trattasse della stessa persona. A quanto sembra, Nofret non era di sangue reale ed era originaria di Elefantina; sposò un sacerdote di Tebe chiamato Sesostri (o Senuseret) e diede alla luce colui che sarebbe divenuto il primo re della XII dinastia rovesciando Montuhotep IV: il faraone Amenemhat I. La "grande sposa" di quest'ultimo era Nefrytatenen, che concepì Sesostri I. Probabilmente, Amenemhat I ebbe anche un'altra sposa di nome Deyet, forse sorella del sovrano. In quegli anni vissero anche Nefru (sposa di Sesostri I e madre di Amenmhat II) e Ikhnemet, figlia di Amenemhat II, il cui nome è legato soprattutto ai gioielli ritrovati nella sua tomba. Nofret, invece, era il nome di una consorte di Sesostri I che non si fregiò mai del titolo di "sposa reale", forse perché morì prima che il marito salisse al trono. Dopo di lei visse Uret, sposa reale di Sesostri II e madre di Sesostri III. Questi prese in moglie Mereret, i cui gioielli sono stati ritrovati nel sito archeologico di Dashur: tra i preziosi, è stato rinvenuto anche un pettorale. Nella stessa località è conservato anche un altro pettorale: apparteneva a Sithathor, figlia di Sesostri III (o forse sorella e sposa di questo faraone). Una delle figure femminili più note dell'epoca è Sobekneferu (o Nefrusobek), soprannominata "la bellezza di Sobek": figlia di Amenmhat III, sposò forse il fratello Amenemhat IV. Questi regnò per circa dieci anni, e alla sua morte fu la sua sposa a divenire faraone. Sobekneferu, infatti, fu la prima donna cui le liste reali attribuirono a pieno titolo questa carica. La durata del suo regno non è stata stabilita con certezza (si pensa cinque anni, o poco più di tre anni). A quanto pare, questa regina si fece costruire una piramide a Masghuna (a sud di Dashur), vicino a quella di Amenmhat IV, ma non la utilizzò. Questo indizio lascia supporre che il suo regno fosse finito in modo brusco, forse violento, ma non si hanno certezze a riguardo. In ogni caso, fu lei l'ultimo faraone della XII dinastia. 

Celebri regine e figure anonime
Le più antiche statue di regine tra quelle finora scoperte sono probabilmente quelle che ritraggono Nofret, figlia del faraone Sesostri II: risalgono all'incirca al 1900 a.C., e furono ritrovate nel 1863 da Auguste Mariette nel sito di Tanis. Si tratta di due sculture in granito nero che, in origine, erano collocate forse nel tempio di Amon. Sulla base recano un'incisione che recita:"La nobile, la prediletta, la graziosa, l'amata di Sesostri II, Nofret". Entrambe le statue raffigurano la regina seduta sul trono: nella prima (1), la donna ha la mano destra posata sulla coscia sinistra e la mano sinistra sul braccio destro; nella seconda (2), Nofret ha entrambe le mani aperte sulle cosce, mentre la scollatura del vestito lascia intravedere due serpenti che circondano il nome di Sesostri II. La capigliatura è divisa in due parti da un nastro che cade sul petto della donna e circonda un disco: si tratta della stessa acconciatura esibita dalla dea Hathor e da tutte le regine della XII dinastia. 
Diverse sono le immagini a noi pervenute della regina Uret (detta anche Khenemet-nefer-hedjet-uret), sposa di Sesostri II. Si tratta, infatti, di una delle figure più importanti del Medio Regno. Una sua statua è stata ritrovata a Hekaib, sull'isola di Elefantina, ed è oggi conservata al Museo del Louvre di Parigi: sulla scultura è inciso l'epiteto "favorita e amata da Khnum" . 
Purtroppo, non tutte le sculture di questo periodo permettono di risalire all'identità delle donne raffigurate. In alcuni casi, per esempio, rimane solo il busto della statua, mentre la testa è andata perduta. Altre volte, si tratta di sculture risalenti al Medio Regno che, in epoche successive, furono modificate e rese di fatto irriconoscibili.