lunedì 8 dicembre 2014

Alla scoperta di Tanis

Oltre a essere una delle città più grandi e importanti dell’antico Egitto, Tanis era anche una delle più belle. Il sito da cui sono riemerse le sue rovine ha cominciato ad attirare l’attenzione degli studiosi fin dall'inizio del XVIII secolo.


L’antica città di Tanis è forse meno conosciuta di altri centri politici e religiosi dell’antico Egitto come Menfi, Tebe o Eliopoli. Eppure, il suo nome compare nelle opere di illustri autori del passato: Erodoto cita Tanis come capitale del XIV Nomo del Basso Egitto; Manetone, nella sua cronologia dei Faraoni Egizi, si sofferma anche sulla cosiddetta dinastia “tanita”; Plutarco, infine, racconta che proprio in questa città il Dio Tifone (cioè Seth) gettò nel Nilo il sarcofago in cui Osiride era stato rinchiuso vivo. Anche la Bibbia contiene ripetuti riferimenti ai “campi di Tanis” Ssalmi, 77) e agli “stolti principi” della città (Isaia, 19).

Una partenza in sordina
Nel 1722, Padre Claude Sicard individuò per primo la possibile ubicazione dell’antica Tanis nel sito di Tell San El-Hager. Perché il luogo venisse esplorato, però, si dovette attendere la campagna d’Egitto di Napoleone: furono i geologi Dolomieu e Corbier, nel 1798, e poi Jaspotin, nel 1800, a tracciare una prima mappa di questo Tell (l’altura prodottasi col passare tempo dallo stratificarsi di diversi insediamenti). La quantità di obelischi, e la dimensione dei blocchi di granito e delle rovine disseminate ovunque facevano supporre che in quel punto doveva sorgere una grande città, se non addirittura una capitale dell’antico Egitto. A riportare alla luce i primi capolavori dell’antichità furono alcuni ricercatori inglesi (come Hamilton e Salt) e poi la squadra francese guidata da Bernardino Drovetti. Fu così che riemersero due sfingi (oggi al Museo del Louvre di Parigi) e undici statue reali (poi suddivise tra il Louvre e il museo egizio di Berlino).
Nonostante le prime, allettanti scoperte, inizialmente il sito non attirò quella folla di studiosi, antiquari e collezionisti che cominciava ad invadere l’Egitto. Solo a partire dal 1860 furono organizzati degli scavi approfonditi: i lavori furono diretti dal celebre Auguste Mariette ed eseguiti da un numero considerevole di operai e addetti.

Avaris o Pi-Ramses?
Per prima cosa, si cercò di ricostruire l’asse del grande tempio locale. Durante i lavori, riemerse una grandissima quantità di reperti: pochi colpi di piccone bastavano a liberare dalla sabbia statue di faraoni, sfingi e iscrizioni in cui ricorreva sempre il nome di Ramses. I primi tasselli della storia di Tanis cominciavano così ad essere ricomposti, anche se non nel modo più corretto. Lo stile di alcune raffigurazioni, infatti, sembrava ricordare quello del periodo in cui gli Hyksos erano padroni della regione; inoltre, un iscrizione faceva riferimento “Seth, Signore di Avaris”. Questi indizi portarono gli studiosi a credere che l’antica capitale degli Hyksos, citata anche da Manetone, sorgesse proprio nella zona di Tell San El-Hager. D’altra parte, questa ipotesi era contraddetta dalle statue e dalle iscrizioni che recavano il nome di Ramses II. Gli scavi condotti dall'inglese Flinders Petrie nel 1884 portarono a formulare una nuova supposizione: forse, sotto le macerie del sito giacevano i resti di Pi-Ramses (la città di Ramses), la città costruita dagli Ebrei durante la loro prigionia, secondo quello che diceva la Bibbia. 

I primi dubbi
L’identificazione di Tell San El-Hager con Avaris o con Pi-Ramses presentava dei punti deboli, che ben presto attirarono l’attenzione degli esperti. L’Egittologo tedesco Lepsius, per esempio, osservò che la capitale degli Hyksos non poteva essere stata costruita così lontano dal limitare del Delta; quanto a Pi-Ramses, trattandosi di un antico porto militare, doveva senza dubbio sorgere nelle vicinanze del mare; pur tenendo conto delle modifiche geologiche sopravvenute col passare dei secoli, il sito in questione non poteva aver ospitato la città di Ramses.
Mentre le congetture più disparate continuavano ad essere formulate, nel 1928 un docente dell’Università di Strasburgo, già studente dell’istituto del Cairo, decise di intraprendere nuovi scavi: il suo nome, destinato a rimanere per sempre legato a quello di Tanis, era Piet Montet. Il professore francese era particolarmente interessato a ricostruire le relazioni intercorse tra gli abitanti della regione e i popoli del Vicino Oriente, e riteneva che in questo modo si sarebbe riusciti a dare un nome alla misteriosa città sepolta. Gli scavi da lui condotti furono fin troppo energici, e questo portò a trascurare molti ritrovamenti. Tuttavia, era la prima volta in Egitto che un Tell veniva studiato con un reale interesse archeologico.

Nuovi indizi su Pi-Ramses
Tra il 1929 e il 1940, la missione archeologica diretta da Montet si occupò di dissotterrare, misurare e catalogare i numerosi frammenti di edifici e i blocchi di pietra che, uno dopo l’altro, emergevano dagli scavi. Sulle rovine dei cosiddetti templi di “Anta” e “dell’Est” furono ritrovate nuove iscrizioni con il nome di Ramses II, e nel corso della stessa campagna ritornò alla luce anche una splendida scultura che assimila il glorioso faraone ad Anat (oggi esposta al Museo Egizio del Cairo). Se bene vi fossero degli elementi architettonici di epoca più recente, l’ipotesi secondo cui la città sepolta corrispondeva a Pi-Ramses sembrò tornare nuovamente in auge. Non solo, ma il ritrovamento della base di uno Ziqqurat (una torre a terrazze) pareva confermare le origini asiatiche dei resti più antichi, e portò nuovamente a credere che nella stessa località fosse sorta anche Avaris. Alla vigilia della seconda guerra mondiale, insomma, la storia del sito era stata ricostruita in modo definitivo; o così sembrava.

Un nuovo colpo di scena
A dare una svolta inattesa a questo intricato caso archeologico fu uno studioso austriaco di nome Manfred Bietak. A partire dagli anni ’60, le sue ricerche nel sito di Tell El-Dab, posto circa 30 Km più a sud lungo il ramo pelusiaco del Nilo, portarono a una nuova, sorprendente conclusione: i resti sepolti a Tel San El-Hager non appartenevano né a Pi-Ramses né ad Avaris, poiché era ormai dimostrato che queste antiche città sorgevano ai margini orientali del Delta. In seguito, si stabilì anche che Tanis svolte un ruolo di primo piano nella storia Egizia solo in epoca successiva a quella in cui le due antiche capitali erano divenute altrettanti centri di potere; non prima, cioè, della fine della XX Dinastia, quindi verso l’anno 1.000 a.C.

Una capitale costruita con i resti
Furono i sovrani della XX Dinastia, dunque, e poi quelli della Dinastia successiva, a fare di Tanis una grande città e a conferirle il suo massimo splendore. La particolarità è che, per raggiungere il loro scopo, questi faraoni utilizzarono i resti di altri monumenti. Ecco svelato, dunque, il mistero di Tanis: re come Psusenne I non si fecero nessuno scrupolo a smontare pezzo per pezzo interi edifici costruiti altrove dai loro predecessori. Una volta tagliati e adattati, questi blocchi di granito ripresero vita sotto forma di nuovi palazzi e templi fatti innalzare dai faraoni Taniti. Col passare dei secoli, ovviamente, anche questi monumenti caddero in rovina e i loro resti si dispersero nel sito: ecco perché gli archeologi hanno impiegato così tanto tempo a ricostruire la vera storia della città. A ogni modo, scartate definitamente le altre ipotesi, si è giunti infine ad accertare la verità storica: nel sito, intorno all’anno 1.000 a.C., sorgeva l’antica Djanet (la Tanis dei Greci). Capitale dei faraoni della XXI Dinastia.

Il complesso funerario
Il momento culminante degli scavi di Tanis condotti da Montet fu costituito dalla scoperta di un complesso funerario in cui erano sepolti i re della XXII Dinastia. Il 27 febbraio 1939 fu ritrovata la tomba di Osorkon II (870 - 847 a.C. circa); come testimoniava il disordine degli arredi e degli oggetti funerari, la sepoltura era già stata profanata e saccheggiata: l’immagine che si presentò agli archeologi evocava quasi il crollo di una civiltà. Il 17 Marzo 1939, poi, fu definito dallo stesso Montet “un giorno meraviglioso, da Mille e una notte”. In quella data, infatti, ritornò alla luce un altro importante sepolcro. L’ingresso della tomba era rimasto inviolato per secoli: una volta liberato dalla sabbia, rivelò agli studiosi una serie di iscrizioni dedicate a Psusenne I; al centro, appoggiato su un basamento di pietra, giaceva intatto un magnifico sarcofago d’argento dalla testa di falco. Il Re Faruk in persona volle assistere all'apertura del feretro, ed ebbe modo di condividere lo stupore dei presenti, tra i quali vi era lo stesso Montet: la salma, ancora adornata dall’intera parure funeraria, non apparteneva a Psusenne I, ma a Heka-Kheper-Ra Sheshonq II, un faraone della XXII Dinastia fino ad allora sconosciuto. La scoperta della sua mummia, con la splendida maschera d’oro, l’ampia collana e il pettorale, aprì un nuovo interrogativo: dov'era finito il corpo di Psusenne I?


I faraoni della XXI Dinastia
Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, molti archeologi furono distolti dai loro incarichi, e questo fece rallentare i lavori di ricerca. Montet, invece, non si diede per vinto e, il 16 febbraio 1940, scoprì un corridoio che partiva dalla tomba di Sheshonq. Dopo aver introdotto una torcia elettrica in una fessura creata nella parete, l’Egittologo francese, ebbe subito una certezza: “Oltre quel muro ci sono più cose di quanto non ne abbia mai ritrovate in tutta la mia vita di archeologo”, ebbe a dire. La ricchezza della nuova sepoltura, in effetti, era impressionante: oltre al sarcofago d’argento vi erano una maschera, dei braccialetti, anelli e pettorali d’oro, vasi canopi, ushabti e molto altro ancora. In seguito, gli scavi proseguirono nella zona meridionale del complesso funerario. Qui fu ritrovata la tomba di Amenemope, un faraone poco noto che regnò verosimilmente a cavallo dell’anno 1.000 a.C.
Sul fronte bellico, si era entrati nel conflitto mondiale vero e proprio: gli scavi, perciò, furono interrotti. Montet, però, ritornò in Egitto nel 1945, e riprese con la sua squadra a registrare i dati topografici del sito. Con l’occasione, riportò alla luce un’altra tomba intatta: quella di Undebaunded, generale di Psusenne. Il tesoro in essa contenuto era all'altezza di quello del suo signore.

Una collezione di maschere funerarie
La necropoli reale di Tanis ha restituito la più importante collezione di maschere funerarie d’oro mai ritrovata in Egitto. Quelle di Sheshonq II e del generale Undebaunded spiccano sia per la qualità del metallo sia per la raffinatezza e il realismo del viso. Pregevole è anche la maschera di Amenemope, raffigurato con il nemes e un ampia collana, ma la più bella di tutte è senz’altro quella di Psusenne: tutta d’oro, tempestata di lapislazzuli e decorata con inserti di pasta di vetro, è paragonabile quasi alla celeberrima maschera funeraria di Tutankhamon, pur non raggiungendo minimamente la perfezione di quest’ultima.
Oltre a immortalare il volto del defunto, la maschera funeraria serviva a garantire l’accesso all’aldilà. Una formula del Libro dei Morti, in proposito, recitava: “Salve a te, bel viso dotato della vista plasmato da Ptah-Soqar (…). Il tuo occhio destro è la barca della notte, il tuo occhio è la barca del giorno, le tue sopracciglia sono quelle dell’Enneade, il tuo cranio è quello di Anubis, la tua nuca è quella di Horus. Sei sulla fronte del defunto, ricco di magnifici onori accanto al gran Dio (Osiride), e grazie a te egli vede (…)”.

Una fonte inesauribile di informazioni
Negli anni successivi non furono scoperte altre sepolture. In compenso, le conoscenze sull’antica città aumentarono grazie agli scavi effettuati tra 1946 e il 1951. Dopo un tempio dedicato a Konsu, rimaneggiato sotto la XXX Dinastia, riemerse un santuario secondario consacrato all’Horus di Mesen, anch'esso di epoca tarda. A Nord-Est del tempio di Amon, fu liberato dai detriti un lago sacro: si scoprì così che anche i suoi argini erano stati costruiti con blocchi di pietra prelevati da altri monumenti. Grazie alle iscrizioni, si è potuto stabilire che alcuni di questi frammenti provenivano da un edificio costruito sotto Sheshonq V (XXII Dinastia) e da un edicola fatta erigere da Psametico I (XXVI Dinastia).
Anche in virtù di queste scoperte, il sito di Tanis si è rivelato una fonte di informazioni eccezionale sull’evoluzione della civiltà Egizia in questa parte del Delta. Alcuni misteri sul suo passato sono stati rivelati, ma molte altre risposte potranno emergere dagli scavi che ancora proseguono nella zona.

1 commento:

  1. Ottimo Grazie! materiale prezioso di riferimento meritevole di visibilità. Felice anno 2015

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