martedì 20 gennaio 2015

La lista Gardiner 4: i segni della lettera D

Dopo una lunga pausa, dovuta a diversi approfondimenti della società egizia, riprendiamo lo studio della lista Gardiner con i segni della lettera D


Segni D:
D1 Ideogramma in tp "testa" - Determinativo in azioni e nei verbi relativi ad azioni che implicano movimenti del capo.
D2 Ideogramma in hr "faccia", da cui trae il valore fonetico.
D3 Determinativo in iny "capelli", "peli" e parole connesse - Det. in inm "pelle" e nei verbi e sostantivi concernenti la nozione di lutto.
D4 Ideogramma in irt "occhio", da cui foneticamente ir - Determinativo nelle parole relative all'azione di vedere e all'organo della vista.
D5 Determinativo in azioni o condizioni dell'occhio, dgi "guardare".
D6 Rappresenta un occhio truccato ed è determinativo di azioni o in particolari stati dell'occhio che riguardano il truccarsi, il mascherarsi. 
D7 Determinativo in msdjmt "galena", usato come cosmetico per gli occhi, e in an "bello", da cui foneticamente an.
D8 Determinativo in an "bello".
D9 Determinativo in rmi "piangere". 
D10 Ideogramma o determinativo in wdjat, letteralmente "l'occhio sano" - Nome dell'occhio di Horus.
D11 Uno dei simboli della frazione della misura dei cereali. 
D12 Determinativo in djfdj "pupilla".
D13 Ripetuto due volte è inh "sopracciglia". 
D14 Usato come simbolo per 1/16.
D15 Usato come simbolo per 1/32.
D16 Usato come simbolo per 1/64.
D17 Ideogramma o determinativo in tit "immagine", "figura".
D18 Ideogramma o determinativo in msdjr "orecchio".
D19 Ideogramma o determinativo in fndj/fnd e shrt, ambedue significanti "naso" - Determinativo nelle parole connesse al naso, all'odorato e alla gioia. Da hnt "faccia", di cui è determinativo, deriva il dal valore fonetico hnt.
D20 Variante di D19, ma raramente in sculture e pitture. 
D21 Ideogramma in r3 "bocca", da cui foneticamente r.
D22 Ideogramma in rwy, 2/3.
D23 Ideogramma in khmt-ru, 3/4.
D24 Ideogramma o determinativo in spt "labbro", "confine". 
D25 Ideogramma o determinativo spty "labbra".
D26 Determinativo in psgbshika3, "sputare", "vomitare" e in snk "sangue". 
D27 Ideogramma o determinativo in mndj "mammella" e nelle azioni ad essa connessa (es. snk "succhiare"). 
D28 Ideogramma in ka "spirito", da cui deriva il valore fonetico. 
D29 Combinazione del segno del ka con uno stendardo divino: esprime la natura divina del ka.
D30 Simbolo di Neheb-ka, serpente mitico e ipostasi del dio creatore. 
D31 Combinazione dei segni D32 e U36: "servitore del ka".
D32 Determinativo per abbracciare: ink "circondare", hpt "abbracciare" etc. Ideogramma o determinativo in skhn "cercare". 
D33 Ideogramma o determinativo in khni "remare", da cui foneticamente khn
D34 Ideogramma in aha "combattere". 
D34* Variante del precedente
D35 Ideogramma negli avverbi di negazione n e nn e nel pronome relativo negativo iwty "che non"; determinativo in vari verbi negativi e nel verbo khm "ignorare, essere ignorante", da cui l'uso come determinativo fonetico khm.
D36 Ideogramma in 'w "braccio", da cui foneticamente ' (a).
D37 Ideogramma per "dare", anticamente per imi, imperativo del verbo "dare".
D38 Braccio con pane tondo, grafia dell'imperativo , imi. Da qui deriva il valore fonetico mi, più spesso attestato nella forma m.
D39 Braccio con ciotola: determinativo nel verbo hnk "offrire". 
D40 Ideogramma o determinativo in khai "misurare". Sostituisce spesso come determinativo l'uomo che colpisce nei verbi e sostantivi  denotanti la forza, il potere. 
D41 Ideogramma o determinativo in rmnw "braccio" e sinonimi. Determinativo per i movimenti del braccio. Da "respingere", valore fonetico
D42 Ideogramma o determinativo in mh "cubito". 
D43 Ideogramma in khui "proteggere". 
D44 Determinativo in khrp "presiedere", "controllare", "amministrare" e i suoi derivati. 
D45 Ideogramma o determinativo in djsr "essere sacro", "segregare". 
D46 Ideogramma in drt "mano". Valore fonetico d (cfr. il semetico yad "mano")
D47 Determinativo di mano (djrt, djat), quando scritta foneticamente.
D46 * Ideogramma o determinativo in ìdt "fragranza", "rugiada", "sudore". 
D48 Ideogramma in shsp "palmo", o nell'unità di misura del palmo
D49 Determinativo per afferrare: amm, hefa
D50 Ideogramma o determinativo in djba "dito".
D51 Variante orizzontale del precedente D50, può anche indicare la parola ant "unghia". 
D52 Determinativo di virilità, usato sia per gli uomini che per gli animali. Valore fonetico: mt.
D53 Dopo il Medio Regno il segno assunse le stesse funzioni del D52, mentre in epoca più antica, designava le funzioni dell'organo. 
D54 Ideogramma in ann "tornare indietro", sbha "far ritirare" etc.
D55 Ideogramma in ìw "venire". Determinativo nei verbi di moto.
D56 Ideogramma o determinativo in rd "gamba". Determinativo per i nomi di parti di gamba. Da altri nomi per "gamba e sue parti" derivano i valori fonetici pds, wart, sbk.
D57 Determinativo in iatj "essere mutilato" e parole connesse. 
D58 Fonogramma b.
D59 Fonogramma ab (esempio: ab "corno") 
D60 Ideogramma in wab "puro". 
D61 Ideogramma o determinativo in sah, "dito del piede", da cui il valore fonetico sah.
D62 Variante del precedente D61 (XVIII dinastia).
D63 Variante dei precedenti D61 - D62 (XVIII dinastia).

giovedì 15 gennaio 2015

Gli obelischi egizi

La parola “obelisco” deriva dalla parola greca ὀβελίσκος  (obeliskos), che significa “spiedo”. Indica un lungo blocco di pietra, di sezione quadrangolare, che, innalzandosi, si restringe e si trasforma in una piccola piramide: il pyramidion.
I pyramidion d’oro scintillante, in molti casi scomparsi, traggono la loro origine dalla pietra sulla quale Ra, il Dio Sole, comparve all'origine del mondo. Spesso eretti per festeggiare i giubilei dei faraoni, gli obelischi sono esclusivamente consacrati a Ra o alle divinità solari ad esso collegate (come Amon). L’idea della pietra innalzata verso l’alto è sicuramente precedente alle prime dinastie, ma bisogna aspettare la V dinastia (2.500 - 2.350 a.C.) e l’attrazione dei suoi Faraoni per le divinità solari per vedere apparire dei monumenti che assomigliano all'obelisco (teken egizio) che noi conosciamo.

L’obelisco più vecchio
Se questo obelisco esistesse ancora, si innalzerebbe al centro delle rovine del tempio solare di Abu Gurab, fatto costruire dal faraone Niuserra (2.453 - 2.420 a.C.) in onore di Ra: l’obelisco troneggiava al centro dello spazio antistante il tempio. Posato su uno zoccolo di 16 metri di altezza, il tozzo obelisco, murato e fabbricato con un solo blocco di pietra, misurava 36 metri di altezza. I suoi fianchi erano rivestiti da lastre incise di fine calcare. Fino al 1972 l’esistenza di obelischi monolitici non era testimoniata che da un unica iscrizione. Attentamente posizionato all’entrata di una tomba nella necropoli di Qubbat-al-Hawa (databile verso il 2.300 a.C.) il testo dice: “la grandezza del mio Signore (Faraone) mi ha mandato a costruire due navi al Paese di Ouaouat (la Bassa Nubia) per trasportare verso Nord due obelischi a Eliopoli”. Nel Nuovo Regno gli obelischi venivano posizionati uno sopra l’altro, una pratica che diventò più consueta durante il regno di Tothmosis III (1479-1425 a.C.). Questo faraone adorava gli obelischi come noi li conosciamo oggi: i testi raccontano che ne fece costruire uno di 57 metri di altezza: un record per l’epoca!

Eliopoli, la  città degli obelischi
E’ nel 1972 che venne scoperta, nella città del Dio Ra, la parte superiore di un obelisco con una dedica al Faraone Teti I, VI Dinastia (2.350 - 2.340 a.C.). Era la prova che erano esistiti obelischi monolitici fin dall’Antico Regno. Oggi Eliopoli conserva l’obelisco più antico rimasto in Egitto: tagliato nel granito per un altezza di 20 metri, fiancheggiava il tempio di Ra-Horakhty che Sesostri I (1.934 - 1.898 a.C.) fece costruire nella città di Ra. Altri due obelischi costruiti da Tothmosis II (1.492 - 1.479 a.C.) si innalzavano nella città: come altri, anche questi hanno poi lasciato la terra dei Faraoni.

Gli obelischi nel mondo
Gli obelischi hanno “viaggiato” molto: attualmente non meno di 25 obelischi provenienti dalla più lontana antichità sono disseminati nel mondo. Lo testimonia il seguente elenco (non completo):
  • Londra: Ago di Cleopatra; di Tothmosis II, proveniente da Eliopoli, poi da Alessandria, eretto nel 1.878 (21 metri).
  • Parigi: Place de la Concorde.
  • Roma: Piazza San Giovanni in Laterano; Piazza San Pietro; Piazza del popolo; Villa Cerimontana; Piazza dei cinquecento; Piazza della Rotonda; Villa Torlonia.
  • Firenze: giardino di Boboli.
  • Istanbul: obelisco di Thutmosi III, arrivato dall'Egitto nel 390 a.C., attualmente conservato all’Ippodromo.
  • Eliopoli: obelisco di Sesostri I.
  • Luxor: obelisco gemello di quello conservato a Parigi.
  • Karnak: due obelischi, quella della regina Hatshepsut (1.479 - 1.457 a.C.) e quello di Tothmosis III.
  • Assuan: obelisco incompiuto (42 metri, 1.000 tonnellate). Il monolite è pieno di fessure e per questo fu abbandonato in tempi antichi.


venerdì 9 gennaio 2015

La schiavitù nell'Antico Egitto

La società egizia dell’antico Egitto non era fondata sulla schiavitù, al contrario di quanto si potrebbe pensare. Tuttavia è vero, però, che i prigionieri di guerra e gli egizi di più umili condizioni potevano essere obbligati a svolgere compiti di ogni sorta.


Il termine “schiavo” deriva dal latino slavus, che significa “slavo”: in origine, infatti, alludeva ai numerosi slavi ridotti in schiavitù dalle popolazioni germaniche nel corso dell’alto medioevo. Nell'eccezione moderna, invece, uno schiavo è un individuo che viene considerato come proprietà altrui, e che pertanto non gode dei più elementari diritti. Partire da questa definizione è importante, perché non sempre è facile circoscrivere la nozione di schiavitù quando si parla dell’antico Egitto. Nel paese dei faraoni, infatti, alcune persone sottomesse ai voleri di un padrone potevano ciononostante possedere dei beni propri o, a loro volta, avere dei servitori. D’altra parte, vi erano uomini “liberi” i cui diritti erano tuttavia limitati. 

Liberi lavoratori
Una volta fatta questa premessa, è opportuno sfatare una sorta di mito tramandato per secoli fino ai nostri giorni: quello, cioè, secondo cui nell'antico Egitto faraonico pullulava di schiavi utilizzati soprattutto per costruire i suoi edifici monumentali. In realtà, almeno nel periodo in cui furono innalzate le grandi piramidi, cioè durante l’Antico Regno, non esistevano affatto la schiavitù. Le grandi opere architettoniche erano affidate a squadre scelte di architetti, astronomi e altri lavoratori altamente qualificati, i quali erano assistiti da operai e artigiani specializzati e consapevoli della sacralità insita nella loro attività. Ciò non toglie che in alcuni cantieri venissero utilizzati anche i prigionieri di guerra. Gli operai erano raggruppati in “sindacati” che osservavano regole ferree e che li proteggevano da eventuali abusi di potere. Un’incisione attribuita al faraone Micerino (IV dinastia) recita: “Sua Maestà vuole che nessun uomo sia costretto ai lavori forzati e che ognuno tragga soddisfazione del proprio lavoro”.


Prigionieri di guerra
Fu solo a partire dal Nuovo Regno, con le campagne militari condotte dai faraoni in Nubia e in Asia, che si verificò un aumento della manodopera di tipo servile. Schiavi stranieri provenienti dai paesi sconfitti venivano offerti come ricompensa ai soldati più valorosi, oppure donati ai templi o messi a servizio nelle dimore dei faraoni. A questi prigionieri di guerra si aggiungevano anche schiavi egizi. Questi potevano essere asserviti per periodi limitati, per esempio se dovevano ripagare un debito, o anche per tutta la vita, come accadeva ad alcune ragazze che vendevano se stesse per fuggire dalla povertà. 

Donne in schiavitù
Molte delle donne fatte prigioniere dagli egizi prestavano servizio nei magazzini dei templi, ma la maggior parte di esse lavorava come serva nelle case. La testa di queste ragazze veniva rasata, e rimaneva solo un ciuffo a “coda di porcellino”. Le prigioniere di guerra più belle erano destinate agli harem e ai palazzi signorili, mentre le meno seducenti entrano spesso a far parte del personale dei templi, come cantanti o danzatrici. I bambini non venivano mai separati dalle madri. In generale, sembra che queste donne possedessero alcuni beni e godessero anche di una certa libertà, come si evince da un antico componimento: “Vedete, i servi ora possono parlare. Quando la padrona comanda, i domestici non sono sull'attenti. Vedete, colei che non possedeva nemmeno una scatola ora possiede un scrigno, e colei che poteva guardarsi solo nell'acqua ora possiede uno specchio”. 

I “diritti degli schiavi”
Durante il Nuovo Regno, i compiti degli schiavi potevano essere i più diversi: occuparsi degli aspetti più duri del lavoro nei campi, svolgere mansioni non religiose nei templi, occuparsi di faccende domestiche o amministrative. A quanto sembra, però, il lavoro servile non costituiva un elemento fondamentale dell’economia del paese. A ogni modo, vi erano categorie di persone che erano proprietà di altri egizi, i quali potevano venderle, affittarle o lasciarle in eredità. Anche questi uomini, però, potevano avere dei diritti, sebbene limitati. Alcuni di loro possedevano case e servitori che venivano trasmessi di padre in figlio, erano sposati con donne libere e i loro figli non erano necessariamente degli schiavi. D’altra parte, se uno di essi fuggiva e veniva poi ritrovato, rischiava pene pesanti, che andavano dalle bastonate alla condanna a morte.

Un commercio ufficiale
Da un certo punto in poi, si sviluppò una sorta di commercio ufficiale degli schiavi, soprattutto a opera di mercanti siriani che offrivano manodopera servile reclutata a basso prezzo nel loro paese. Il valore di scambio di uno schiavo era di due deben d’argento per un uomo e quattro deben d’argento per una donna; l’acquisto era ufficializzato da un giuramento davanti a testimoni e registrato da un funzionario. Uno schiavo poteva anche essere venduto a giornata, a un prezzo piuttosto oneroso. Gli schiavi di origine straniera ricevevano dei nomi egizi. Tutti potevano affrancarsi rivolgendosi a un tribunale, e a volte potevano ottenere di cambiare padrone anche senza il consenso di quest’ultimo. Il modo più frequente per affrancarsi era comunque il matrimonio. Una testimonianza in questo senso è offerta da un testo conservato al Museo del Louvre di Parigi, secondo cui una donna libera di nome Takamenet sposò lo schiavo Amenyiu, che era un prigioniero di guerra di Thutmosi III e che finì con l’essere “adottato” dalla famiglia della ragazza.

giovedì 1 gennaio 2015

Gaston Maspero e le mummie reali

Il contributo di Gaston Maspero alla conoscenza dei tesori dei faraoni è stato davvero rilevante. Egittologo, ma anche filologo e storico, egli continuò gli scavi archeologici avviati da Auguste Mariette e fondò l'Istituto Francese di Archeologia Orientale al Cairo.


Gaston Maspero nacque il 24 giugno 1846. Ad appena dodici anni fu travolto dal fascino dell'Egitto, dopo aver scoperto un testo in geroglifico nel Manuale di storia antica di Duruy: da allora, la sua passione per questa civiltà e per i suoi misteri non sarebbe mai diminuita. Nel 1868 ottenne un posto di insegnante privato di egittologia presso il Collège de France e impartì delle lezioni all'imperatrice Eugenia per prepararla all'inaugurazione del Canale di Suez.
Quell'incarico gli aprì le porte dell'élite parigina: conobbe così la sua futura moglie, Ettie Yapp, musa dei poeti più alla moda di quel periodo. Alla fine del 1872 sostenne la tesi di dottorato, intitolata "Il genere epistolare nell'antico Egitto", e ottenne poi la cattedra di Filologia e Antichità egizie del Collège de France, che avrebbe conservato fino alla morte. Nel 1873, qualche giorno dopo la nascita del terzo figlio, Maspero perse la moglie. Questa disgrazia lo avvicinò ad Auguste Mariette, celebre egittologo in servizio al Cairo, che aveva conosciuto un identico lutto.

Le scoperte in terra egiziana
Nel 1880 Gaston Maspero sposò Louise Balluet d'Estournelles e partì per l'Egitto per raggiungere Mariette, allora direttore delle Antichità d'Egitto e del museo di Boulaq.
Accompagnato da alcuni egittologi apprendisti, Maspero decise di organizzare una missione permanente dedicata agli scavi archeologici: era il nucleo di quella che nel 1898 sarebbe diventata la Scuola di Archeologia del Cairo. Alla morte di Mariette, nel 1881, Maspero gli succedette alla direzione degli scavi, continuando la sua battaglia contro i saccheggiatori di necropoli. La sua prima scoperta avvenne nel sito di Saqqara: erano i testi della camera mortuaria di Unas, ultimo sovrano della V dinastia. Si trattava della più antica composizione funeraria dell'umanità, e conteneva migliaia di geroglifici che Maspero poté copiare, tradurre e, in seguito, pubblicare.
La sua seconda scoperta fu il nascondiglio delle undici mummie di altrettanti prestigiosi sovrani dalla XVIII alla XX dinastia, a Deir el-Bahari. Tra di esse vi erano le spoglie di Ahmose, Thutmosi I, II e III, Amenhotep I, Ramses I, II e III, Sethi I e nonché della regina Amasi Nefertari e di numerosi principi e principesse. Queste mummie erano state portate via dalle tombe originarie e nascoste dai sacerdoti della XXI dinastia (tra il 1150 e il 1080 a.C.) per proteggerle dai saccheggiatori. Maspero liberò il corpo di Ramses II dalle bende e ne verificò il nome scritto da Herihor, ultimo dei grandi sacerdoti ad aver toccato la mummia. Si occupò anche della sistemazione del grande tempio di Luxor e del consolidamento del complesso di templi imperiali nel sito di Karnak.

Un'opera immensa
Nel 1886, Maspero ritornò a Parigi, dove riprese la cattedra al Collège de France, dedicandosi completamente alla redazione e pubblicazione delle sue ricerche scientifiche. Tra il 1886 e il 1899, produsse un numero enorme di testi e articoli. Della sua opera colossale vanno ricordati Le iscrizioni delle piramidi di Saqqara, Storia antica dei popoli dell'Oriente classico, L'archeologia egiziana e, ancora, Le tombe tebane. Nel 1899 lo studioso si recò in Egitto, occupando nuovamente la funzione di direttore delle Antichità. Si dedicò alla museologia e pubblicò opere come la guida per i visitatori del museo di Boulaq, con la descrizione delle opere esposte. Nel 1914, rientrò a Parigi: stanco e indebolito da un infarto provocato, nel 1915, dalla morte in guerra di uno dei suoi figli, Maspero si spense il 30 giugno 1916 all'età di settant'anni.