sabato 7 febbraio 2015

La condizione sociale della donna egizia

Nella società egizia si evidenzia, più che in qualsiasi altra civiltà antica, il ruolo predominante della donna nei vari aspetti della vita quotidiana e lavorativa. Nell'antico Egitto, gli uomini e le donne vivevano una condizione di parità, che tutt'oggi sfugge a civiltà a noi coeve.
Quando i greci visitarono l’Egitto, arrivarono a pensare alla società egizia come ad un matriarcato, talmente rimasero sconvolti dalla libertà di costumi delle egizie. Bisogna specificare dunque, che nell’antica Grecia, le società matriarcali non erano viste di buon occhio; basti pensare allo sdegno che i greci provavano per le amazzoni. Tale termine sta a significare: “senza seno” ( α= alfa privativo e μαζός= mazos, cioè seno), e andava a rimarcare l’abitudine secondo la quale le amazzoni si mutilassero del seno destro per poter tendere meglio l’arco.
Secondo i greci, questa non era neanche l’unica popolazione a carattere matriarcale con abitudini “barbare”. Le Lemnie, le antiche abitanti dell’isola di Lemno, addirittura arrivavano a mangiare carne cruda, simbolo di inciviltà. Considerando tutti questi fattori si può arrivare a comprendere l’immaginario collettivo del mondo classico per i costumi egizi, e la naturale diffidenza dei greci e dei romani per gli abitanti della valle del Nilo.
Tuttavia i greci avevano torto, in Egitto, gli uomini e le donne avevano uguali diritti e medesimi doveri, soprattutto a partire dalla III dinastia. Prima di questo periodo, la condizione della donna era più simile a quella della donna romana di epoca repubblicana. La famiglia era di stampo patriarcale e sottoposta ad un vero e proprio pater familias. Tra la III e la IV dinastia il diritto familiare subì una svolta importante. La donna non era solo la padrona indiscussa della casa, ma poteva ereditare o decidere a chi lasciare i propri beni.Come testimonianza del rapporto speciale che vigeva fra madre e figlio in Egitto, possiamo ricordare l’insegnamento numero sette del saggio Ani, (versi 15-8,1):
“Rendile in misura doppia il pane che ti chiede tua madre e portala, come lei ti portò. Tu fosti per lei un carico faticoso e pesante. Ma lei non ti lasciò neppure quando giungesti in porto. Il suo dorso ti portò. I suoi seni ti nutrirono per tre anni. Non si disgustò mai della tua sporcizia e non si scoraggiò dicendo: che cosa si deve ancora fare? Quando ti condusse a scuola, allorché ti si insegnava a scrivere, ogni giorno si prese cura del tuo nutrimento portando il pane e la birra da casa sua.”
L’età adulta delle donne iniziava con la comparsa del ciclo mestruale, perché significava che la fanciulla era pronta per diventare madre. Le egizie però non avevano nessun tipo di obbligo a contrarre matrimonio per essere considerate come individuo dalla legge. Di conseguenza la donne nell’antico Egitto avevano anche la massima libertà di scelta del proprio sposo. In una stele conservata al Museo del Louvre, la donna libera Takamenet decise di sposare lo schiavo Amenyiu, facendolo adottare dalla sua famiglia; un matrimonio che sicuramente non portava lustro o vantaggi, ma che fu ampiamente accettato.
In Egitto i rapporti matrimoniali non erano regolati secondo la legge, ma solo e soltanto da questioni sociali. Un uomo e una donna che decidevano di vivere insieme come marito e moglie, potevano scegliere anche di contrarre un accordo a tempo; una sorta di matrimonio di prova. In alcuni documenti ritrovati a Tebe, si è potuto constatare che il periodo di prova era di circa sette anni, dopodiché si dovevano ristabilire le proprie intenzioni. Se dopo sette anni gli sposi decidevano di non continuare la loro unione, ognuno portava con sé i beni portati in dote durante il matrimonio. Ma come si svolgeva la cerimonia di un matrimonio egizio?
Per essere considerati marito e moglie, nell’antico Egitto, bastava semplicemente che la coppia vivesse sotto lo stesso tetto. Non c’erano rituali religiosi o giuridici, ma solo atti sociali. Durante il matrimonio, le donne non avevano l’obbligo di prendere il nome del marito come succede nelle unioni a noi più familiari. L’importanza del nome in Egitto era vitale, gli egizi ritenevano che in esso risiedesse l’essenza stessa della persona; per questo motivo, durante le damnatio memoriae, il primo atto ad essere compiuto era quello di cancellare proprio il nome del malcapitato.
Un altro aspetto del matrimonio in Egitto, che ha spesso suscitato dissensi e polemiche è la poligamia. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che le varie spose che un uomo poteva avere non erano contemporanee ma successive; vale a dire, che una volta rimasto vedovo si poteva successivamente risposare. Altri studiosi, hanno teorizzato invece, che la poligamia in Egitto prevedesse una sposa principale con il ruolo di “Signora della casa” (nebet per) e altre spose secondarie. In ogni caso, queste restano ipotesi non confermate. Tutto ciò che sappiamo di certo è che la poligamia era ampiamente accettata in ambito reale, al fine di procreare più eredi possibili, a garanzia della salvaguardia del paese stesso.
Per quanto riguarda la poliandria, non ci sono fonti certe o attestate. In passato, due donne vissute nel Medio Regno (2060-1785 a.C.), Menkhet e Kha, furono all'inizio sospettate di essere sposate a più mariti, ma successivamente si è potuto accertare che furono sposate ai due uomini in periodi diversi della loro vita.
Esiste un altro aspetto della società egizia che deve essere riformulato nell'immaginario collettivo, oltre alla poligamia, vale a dire: l’incesto. Racconta Diodoro Siculo:
“Si dice che gli egizi, contrariamente a quanto si usa fare, avessero stabilito una legge che permetteva all’uomo di sposare la sorella, seguendo l’esempio di Iside che aveva sposato Osiride, suo fratello e che, dopo la morte di lui, non aveva voluto accettare nessun altro uomo.”
È necessario chiarire però che l’incesto in Egitto era una pratica accettata solo nella famiglia reale, per fattori che non valevano per l’uomo comune, come la conservazione della regalità attraverso la purezza della linea di sangue.
Il divorzio invece proteggeva in particolare la donna. Le motivazioni che potevano portare al divorzio, non differiscono dalle nostre: incomprensioni, prole o adulterio. Gli scritti ritrovati nel villaggio di Deir el-Medina ci regalano un imponente quadro dei rapporti tra uomini e donne. Su di un ostraka ritrovata all’interno del villaggio degli operai, un testo geroglifico riporta le motivazioni dell’assenza di un operaio da lavoro; il testo ci informa infatti, che lo sventurato non aveva potuto recarsi a lavoro quel giorno perché era stato malmenato dalla moglie.
Un altro racconto che ci viene sempre da Deir el-Medina, è quello del servo Hesy, che sposò una certa Hanur e dalla quale ebbe due figli, un maschio e una femmina, quest’ultima si chiamava Ubekhat. Madre e figlia frequentarono contemporaneamente un perditempo di nome Paneb e il figlio di questi. Così Hesy decise di divorziare durante l’anno II del regno di Sethnakht (XX dinastia). Tuttavia, il poveretto, dovette anche sborsare un “assegno mensile” in grano per il sostentamento dell’ex moglie. La moglie poteva anch'essa richiedere il divorzio. In un caso accaduto durante il Medio Regno, un uomo ripudiato dalla moglie, poté avere indietro i due terzi dei beni acquisiti durante il matrimonio.
Per quanto riguarda l’adulterio, non solo non era tollerato, ma veniva anche presentato ai futuri sposi come il “grande crimine”. Tuttavia, c’era una disparità tra la condanna teorica e quella pratica; come abbiamo visto nel caso di Hesy. Nondimeno, i giovani venivano esortati alle pratiche sessuali prima del matrimonio. Tali esortazioni erano rivolte non solo ai giovani egizi, ma anche alle fanciulle. Difatti, nell’antico Egitto, la verginità non era necessaria o obbligatoria; ma poteva essere un dono che una giovane donna portava in dote al marito. In ambito lavorativo le egizie hanno ricoperto quasi ogni incarico possibile; da faraone a sacerdotessa. C’erano naturalmente dei lavori considerati più adatti alle donne, come quello di ostetrica o di balia; ma in generale nessun ruolo era precluso al sesso femminile.
In Egitto si sono registrati casi di donne visir, come nel caso di Nebet, che oltre ad essere forse la suocera di Pepi I (VI dinastia), fu anche “capo direttore”, così come veniva indicato nei suoi titoli. Altri casi da segnalare come esempio, sono quelli della scribe Idut, forse figlia di Djoser (III dinastia) e della regina Meresankh III, moglie di Chefren (IV dinastia), che nei bassorilievi della sua tomba a Giza, viene chiamata come: “l’amata di Thot, signora del pennello”. Molte altre donne ricoprirono il ruolo di medico, di funzionario reale o di sacerdotessa.
Sono giunti fino a noi molti nomi di queste donne, come quelli di Peseshet, capo dei medici, ricordiamo Hemetra, una vera imprenditrice, e Urnero, amministratrice dei beni di un ricco signore. Come abbiamo già avuto modo di accennare, l’ambiente sacerdotale non era affatto precluso alle donne, anzi, era uno degli ambiti più aperti al sesso femminile. Il dio Amon di Tebe, aveva a sua disposizione un vero e proprio corpo scelto di sacerdotesse, chiamate: le divine adoratrici di Amon; che ricoprivano il ruolo di moglie terrena del dio. Ciò che non è ancora del tutto chiaro è se gli egizi conobbero il fenomeno della “prostituzione sacra”, come accadeva a Cartagine e a Babilonia. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che tale pratica, anziché essere esercitata nei templi, venisse perpetuata per strada e che fosse legata al culto di Iside e Osiride. Nulla di questo è però accertato. Bisogna però dire che esiste un mito legato alla dea Iside, che narra la ricerca della dea del corpo smembrato del marito. Durante queste peregrinazioni, Iside arrivò a Babilonia, dove si dice che la dea si prostituì nel tempio della dea Ishtar. Considerando tutto ciò, è giusto specificare che sarebbe comunque sbagliato fondare una certezza solo su un mito.
La prostituzione, ad ogni modo, era una pratica comune anche in Egitto. Le prostitute potevano sia esercitare per strada che in casa. Molte di loro erano delle straniere, provenienti dalla Fenicia, dalla Mesopotamia o dalla Nubia. Un segno distintivo di una meretrice erano i tatuaggi sulle cosce, così come è possibile riscontrare nelle statuetta rinvenute all’interno delle tombe, che così come gli ushabti, avevano la funzione di realizzare i desideri dei defunti. Un ultimo aspetto femminile di cui è necessario parlare per una visione ad ampio spettro della condizione delle egizie è la gravidanza. Per fare ciò, è necessario evidenziare la bravura degli egizi in campo medico, riuscivano non solo a fornire alle donne contraccettivi efficaci, alcuni di indiscusso stampo moderno, come una sorta di “diaframma vaginale”, ma erano capaci anche di stabilire il sesso del nascituro, come testimonia il papiro n° 199 di Berlino:
“Metterai dell’orzo e del grano in due sacchi di tela, che la donna innaffierà della sua urina tutti i giorni, e così pure dei datteri e della sabbia, sempre nei due sacchi. Se l’orzo e ilgrano germogliano entrambi, ella genererà. Se germoglia prima l’orzo, sarà un maschio; se germoglia per primo il grano, sarà una femmina. Se non germogliano né l’uno né l’altro, ella non genererà.”
Traendo quindi le somme dell’universo femminile egizio, ci ritroviamo davanti a donne libere, emancipate e autrici del proprio destino.



2 commenti:

  1. Molto interessante, brava!
    E' triste pensare, però, che non tutte le civiltà considerassero le donne in questo modo e che, al giorno d'oggi, ci siano
    ancora tante disparità tra i sessi
    Leggo sempre con interesse i tuoi articoli.
    Buona giornata, Federica

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  2. Ti ringrazio Federica, sto scrivendo un libro sulla condizione femminile delle donne nel mondo antico, includerò non solo la donna egizia, ma anche quella greca, romana e molte altre fino al cristianesimo. Per prima cosa racconterò la condizione in generale e poi passerò a descrivere la vita di alcune delle donne che fecero parte di quelle civiltà.
    Buona giornata anche a te... Ginevra.

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