lunedì 26 ottobre 2015

I testi religiosi degli antichi egizi


A partire dalla XVIII dinastia si trovano depositati nelle tombe - spesso nel sarcofago, presso il corpo del defunto - papiri che contengono raccolte di formule funerarie, note col nome di Libro dei Morti[1], che così come i Testi delle Piramidi e quelli dei Sarcofagi, non ha un contenuto fisso, ma varia a seconda della scelta delle formule e per la loro lunghezza. Dalla XXVI dinastia, però, le formule nel Libro dei Morti sono costanti, cosa che favorisce il formarsi di una tradizione. La numerazione in centonovanta capitoli, quale è data nelle edizioni a noi più vicine (Lepsius), è fittizia; infatti, nessun manoscritto li contiene tutti (un papiro molto tardo, di età tolemaica, li riporta nella loro quasi totalità).
La maggior parte delle formule è derivata dai Testi dei Sarcofagi - che a loro volta derivano dai Testi delle Piramidi -, ma vi si trova anche materiale nuovo, che fissa certe credenze e certe formule in modo determinato. Lo scopo del Libro dei Morti è, anche in questa versione più antica, quello di assicurare l'aldilà al defunto.



Il contenuto del "Libro dei Morti"
Il Libro dei Morti è una raccolta di testi funerari di epoche diverse, contenente formule magiche, inni e preghiere che, per gli antichi egizi, guidavano e proteggevano l'anima (Ka) nel suo viaggio attraverso la regione dei morti. Secondo la tradizione, la conoscenza di questi testi permetteva all'anima di scacciare i demoni che le ostacolavano il cammino e di superare le prove poste dai 42 giudici del tribunale di Osiride, dio degli inferi. Questi testi indicavano inoltre che la felicità nell'aldilà dipendeva dal fatto che il defunto avesse o meno condotto una vita virtuosa sulla Terra.
Il Libro dei Morti inizia con le formule che accompagnavano il bendaggio della mummia, mentre i sacerdoti mettevano i vari amuleti, che sarebbero serviti a proteggere il morto, in punti ben specifici.

"Tu hai il potere, Iside ! Tu conosci la magia ! Questo amuleto proteggerà quest'anima grandiosa. Allontanerà coloro che vorranno farle del male !"
( Formula 156 )

Quando la mummia era pronta si procedeva con il Rito dell'Apertura della Bocca toccando gli occhi, il naso, le labbra, le orecchie e le mani. Questa fase della sepoltura è ben rappresentata e conservata in alcune tombe reali e nobili. Durante questo rituale la formula era pressappoco questa.

"La mia bocca è aperta ! La mia bocca è spaccata da Sciu con quella lancia di metallo che usava per aprire la bocca agli dei. Io sono il Potente. Siederò accanto a colei che sta nel grande respiro del cielo."
( Formula 23 )


Dopo altri vari passaggi, per il defunto era ora di presentarsi nella Sala del Giudizio.

"O cuore mio, non testimoniare contro di me ! Non essermi contro durante il Giudizio. Non essermi ostile in presenza di Colui che tiene la bilancia."
( Formula 30b )


Questa formula, incisa sul dorso di uno scarabeo e avvolto tra le bende della mummia, aiutava l'anima ad estrarre il cuore dal corpo e lo presentava agli dei.
Anubi, poneva il cuore su di una bilancia e lo pesava con la piuma di Maat mentre Thot aspettava con la penna in mano, che il cuore venisse giudicato per poi scrivere il verdetto. Se il cuore veniva giudicato colpevole il defunto sarebbe morto per la seconda volta senza nessun'altra possibilità di salvezza ma grazie alla protezione del Libro dei Morti questo non accadeva mai e Osiride avrebbe dichiarato l'anima di "voce sincera" e questa avrebbe raggiunto i suoi antenati nella Terra delle Canne.

Libro dell'Amduat
È considerato il resoconto del viaggio notturno di Ra nella Duat, l’aldilà. Il dio Sole entra nella Duat attraverso un’apertura nelle montagne presso Abido.

1ª ora
Ra era morto perché gli uomini si erano ribellati e la sua morte aveva causato la distruzione del mondo che ora sperava nella sua rinascita per riportare il mondo a nuova vita.

2ª e 3ª ora
Nella seconda e terza ora notturna, Ra naviga sulla sua barca nelle regioni di Abido, regno di Osiride. Durante la seconda ora vi è la divisione dei campi che verrà saranno assegnati ai morti “giustificati”, cioè a quelli che hanno superato il giudizio del tribunale di Osiride. È un sollievo per i defunti il passaggio di Ra, che sono illuminati dal dio e ai quali vieni promesso, dallo stesso dio, acqua, pane, luce e la sistemazione dei loro corpi che verranno essiccati per evitarne la putrefazione. Nella terza ora Ra prosegue il viaggio verso un’enorme distesa d’acqua.

4ª e 5ª ora
Ora Ra attraversa la necropoli di Saqqara, dove regna Sokar, è un luogo tenebroso, un inferno di sabbia, arido, popolato da serpenti mostruosi.
Magicamente la barca del sole si trasforma in un serpente con una testa a poppa e una a prua per poter scivolare sulla sabbia. Dalle bocche delle teste escono fiamme che rischiarano la via oscura.
Nella quinta ora appare la caverna di Sokar, dove si trova un serpente alato con teste di rettile ed una umana sulla coda. È “Il grande Dio che apre le ali dal piumaggio variegato”.
”Egli vive del respiro che è nella bocca  sua ogni giorno”.
Sul dorso del rettile si trova una figura umana a testa di falco che sembra spostare le ali del serpente è: “If-Sokar che è sulla sabbia”. Giungono sette dei per trainare la barca solare che prosegue il suo viaggio passando al di sopra di tumulo piramidale, che all’interno cela la caverna di Sokar”. Da una collina spunta uno scarabeo: è “Khepri” che dirige la gomena sopra questa caverna in modo che Ra possa riposare.

6ª -7ª - 8ª- 9ª
Il sole naviga sulla sua barca, che ha riacquistato l’aspetto primordiale, attraversando i territori sacri ad Osiride, Signore del Busiri nel Delta.

6ª ora
E’ l’ora più buia della notte ove Ra incontro il proprio cadavere ”if”, la carne, che è contemporaneamente quello di Osiride. Vi è infatti la raffigurazione di un enorme serpente a cinque teste ripiegato ad ellisse attorno ad un uomo supino con uno scarabeo sul capo. La dottrina dell’Amduat è riassunta in questa immagine, rappresentazione della nascita del nuovo sole: l’uomo tra le spire è la carne di Ra e lo scarabeo sul capo porta in sé il germe della rigenerazione. Il dio Nun, l’oceano primigenio, il Caos dove il ba del sole incontra in suo corpo e viene a nuova esistenza riaccendendo la luce solare è il custode della sesta ora. Nun fronteggia nove serpenti, ritti sulla coda ed armati di coltelli che sputano fuoco, questi serpenti sono l’incarnazione della Grande Enneade di Eliopoli e hanno il compito di “arrostire i morti e portare i ba nel Luogo della Distruzione.

7ª ora
Nella settima ora  della notte troviamo la lotta vittoriosa contro Nehahor “dal volto ritorno”, una forma dei dio Apophis. Qui avviene un’altra mutazione della barca del sole, la cabina di legno scompare ed è sostituita dal serpente Mehen, “colui che avvolge” che accoglie il sole tra le proprie spire e lo protegge con l’aiuto di Iside. La sconfitta di Apophis, dal Libro dei Morti di Cheritwebeshet. Il dio If, protetto dagli incantesimi di Iside e del dio Heka, riesce a respingere il serpente Nehahor. Nemico di Ra, ogni notte minaccia l’ordine cosmico e prosciugando la contrada tenta di impedire la navigazione della barca divina per attaccarla e rovesciarla. Ogni volta ne esce sconfitto grazie all’intervento delle divinità benefiche  che riescono a legare con robuste corde il rettile. La prima dea accanto ad Apopi legato è Serqet-Hetit “colei che apre la gola”, l’altro dio che stringe le corde è Heri- Desuf “colui che è sul suo coltello”. Apophis è indistruttibile ed eterno; nonostante ogni notte venga sconfitto il giorno dopo rinasce. Apophis è il Caos. L’ora si chiude con la raffigurazione di un coccodrillo che veglia sul tumulo di Osiride.

8 ª ora
Dopo la lotta con Apophis, Ra continua il viaggio sulla barca divina ed ecco che si aprono per il dio le porte delle caverne, che sono disposte sulle rive del fiume celeste. Tutta l’ottava ora è un enorme cimitero degli dei e le dieci caverne e le tredici porte che vi si trovano sono veri e proprio sepolcri. Alla chiamata di Ra le porte si spalancano e la luce del dio può illuminare le immagini degli dei unite ai loro ba.

9 ª ora
L’imbarcazione divina naviga sull’acqua, mossa dai remi di dodici uomini. Regna l’abbondanza in questa contrada e Ra ordina che pane e birra siano distribuiti a coloro che sono nella Duat. Chiudono la nona ora dodici serpenti raffigurati nell’atto di sputare fuoco, essi divora gli empi che si sono nascosti al passaggio del dio e vivono del sangue di coloro che uccidono

10 ª ora
La barca giunge ora ad Eliopoli, territorio di Ra. Su una barca si nota un serpente con la testa di falco “colui che vive sulla terra”: è il serpente protettore della Duat, il ba di Osiride-Khentimentiu, innanzi procedono dodici personaggi: quattro con disco solare al posto della testa e armati di frecce, quattro uomini muniti di lance e quattro arcieri. Sono la scorta di Ra e hanno il compito di respingere Nehahor nelle tenebre, in modo che il dio solare possa transitare per il portale dell’orizzonte orientale del cielo. Questa contrada è consacrata all’acqua: Horus assiste dodici defunti che si trovano tra i flutti del Nun e con parole magiche dona vita e forma in modo che i rispettivi ba possano vivere.

11 ª ora
AtumViene raffigurata la preparazione alla rinascita di Ra, appare infatti un’immagine del dio Atum, la sua coscienza, davanti ad un’enorme serpente senza nome con quattro piccole gambe e due grandi ali di sparviero. L’annientamento dei nemici, che nelle ore precedenti aveva un ruolo importante, ora è il principale motivo conduttore dell’undicesima ora. Horus ordina a cinque dee armate di coltelli ferme davanti a sei tumuli di punire ogni giorni i nemici, ba, ombre, testi di nemici e nemici capovolti che sono nei tumuli colmi di fuoco.

12 ª ora
La via di Ra viene rischiarata da dodici dee con un serpente al collo che sputano fuoco contro i nemici del dio. La barca divina è trainata da dodici uomini e tredici donne, sono coloro che hanno seguito il dio durante la notte e saliranno sulla sua barca per rinascere. If, il sole morto penetra nel corpo di un gigantesco serpente: “entra per la coda di lui, esce dalla bocca sua, nasce nella sua forma di Khepri”. If  e i morti privilegiati penetrano nel corpo del serpente come vecchi, per poi abbandonarlo ringiovaniti come bambini. Giunge l’alba. Lo scarabeo con l’aiuto di Shu, dio dell’atmosfera, rinasce come disco solare e transita per l’orizzonte orientale, addossato alla parete di sabbia della Duat, simboleggia la figura di Osiride che rimane nel mondo dei morti. Il tema della dodicesima ora è la rigenerazione e la rinascita dei morti, essa dà un senso al viaggio ultraterreno del dio Ra che rinasce ad ogni spuntare del nuovo giorno.

Libro delle ore
Il rituale che appare nel Libro delle Porte è in parte analogo al “Libro dell’Amduat” e compare verso la fine della XVIII dinastia nella tomba del faraone Horemheb nella Valle dei Re. Il libro riprende sia pure con notevoli differenze il tema del viaggio notturno della barca del sole nella Duat, che si svolge in una zona desertica. Questo testo si compone di un riquadro iniziale seguito da undici divisioni e da un riquadro finale o dodicesima divisione. Sulla barca divina, a partire dalla prima divisione, vi sono solo due personaggi: Sia, la sapienza e Heka la magia, riassumono la conoscenza e la realizzazione delle fasi del ciclo solare.
Il dio If , rappresentato con corpo umano, testa d’ariete e disco solare, per rinascere all’alba del nuovo giorno deve attraversare la distesa sabbiosa della Duat, superando dodici Porte fortificate e difese da guardiani e spaventosi serpenti ritti sulla coda e sputanti fiamme. Il libro dell’Amduat descrive i funerali reali che si svolgevano di notte e duravano dodici ore, il tempo necessario per la trasformazione del sole, mente il Libro delle Porte descrive il “passaggio della funzione regale dal sovrano defunto al nuovo re”, quindi la rigenerazione del sole visto come una successione, in un certo senso questo rituale completava il Libro dell’Amduat. Nella seconda divisione la barca del sole viene trainata verso otto persone che tengono sulle spalle una lunga barra “la barca della terra”; accanto un enorme serpente sovrasta dodici dei che sono nella Duat, mentre nel registro inferiore Atum sorveglia il serpente Apophis. Nella terza divisione viene simbolicamente rappresentata la trasmissione del potere reale, mentre nella quinta compare il giudizio dei colpevoli di fronte ad Osiride. Il dio è su una sorta di pedana, la “Collina Primordiale”, mentre di fronte a sé un personaggio porta una bilancia con i piatti vuoti. La punizione dei condannati “a causa di ciò che essi hanno fatto nella grande sala di Ra”, è il tema della sesta divisione; la sopravvivenza del ba è lo scopo che si prefigge Ra nella settima divisione, mentre la purificazione dei defunti è messa in risalto nell’ottava e nella nona viene ripreso il tema della regalità.
Nella decima è raffigurato il castigo di Apophis; il serpente è imprigionato e incatenato da otto dei, sulla catena è raffigurata la dea Serqet, nel registro centrale Ra è trainato su una barca, i suoi occhi si aprono mentre gli addetti al traino recitano:
”O Ra, tu possiedi il volto, Tu sei grande, Tu sei soddisfatto con la tua testa misteriosa.
Il volto di Ra è aperto, gli occhi di Colui che è all’orizzonte vedono, egli disperde le tenebre dell’Occidente”.
In questa raffigurazione si vede il dio Horus-Seth a due teste, posto su due grandi archi con tre urei per parte, rappresentazione della sottomissione del Sud e del Nord. Nell’ undicesima divisione è rappresentata un’altra scena relativa alla punizione di Apophis ancora in catene, preceduto da nove dei armati di coltelli e bastoni, cioè l’Enneade che castiga Apophis. I cinque bastoni ricurvi ai quali il serpente è legato sono Geb e i quattro figli di Horus. La dodicesima divisione tratta il tema dell’uscita dalle tenebre. E’ raffigurato Nun, l’oceano primordiale, che fa scaturire dalle acque del caos la barca solare sollevandola con le braccia, al centro della barca vi è Khepri tra Iside e Nefhti, ai lati ci sono Sia, Shu, Geb e altri tre dei che personificano le porte. Nut capovolta e, uno strano essere che con il proprio corpo forma un cerchio, in modo che i suoi piedi tocchino la testa risalendo dalla parte posteriore, accolgono il disco solare posto al di sopra di Khepri. Anche in questo rituale Ra mantiene la caratteristica di dio universale:

”Il suo viso è cielo, egli è l’eterno, signore degli anni, l’infinito senza diminuzioni”.



[1] Il nome egizio dato alla raccolta era: "Formule per uscire nel giorno" (ru-nu-prt-m-hru).

giovedì 15 ottobre 2015

L'Egitto a Palestrina

I temi d'ispirazione egizia furono copiati in epoca romana, alcune città del centro e del sud d'Italia, come Pompei, ne riflettono il gusto. Ne è un buon esempio il mosaico ritrovato a Palestrina, l'antica Praeneste latina.


Vicino all'urbe di Roma fu fondata una città che divenne poi un importante centro commerciale, la Praeneste romana che oggi conosciamo con il nome di Palestrina. Essa mantenne contatti commerciali con Alessandria e Ostia. E dal porto romano di Ostia importò probabilmente il culto alla dea Fortuna Primigenia, corrispondente all'Iside degli egizi. Nel centro della città fu costruito un santuario dedicato a questa dea, con un'aula con abside e una grotta. Grazie ai contatti con Alessandria, artisti di questa città andarono a Praeneste e decorarono l'aula con un mosaico ispirato a temi egizi. L'originale consisteva in un dipinto alessandrino raffigurante l'inondazione del Nilo nell'Alto e nel Basso Egitto. Iscrizioni greche accompagnavano il disegno, con molti animali e monumenti, sia egizi sia costituiti da cappelle in stile romano. Poiché il santuario era dedicato a Iside, appare nel mosaico un'immagine di questa dea in una processione. 

giovedì 8 ottobre 2015

L'ubicazione della tomba di Alessandro Magno

Alla morte di Alessandro si scatenò la lotta per la successione. Punti importanti in tale disputa erano la cerimonia e il luogo di sepoltura del re, che avrebbero consolidato la posizione di chi avesse avuto il privilegio di seppellire e ospitare il suo corpo. Il progetto originario era quello di costruire un monumento funebre in Macedonia. Tolomeo affidò la soprintendenza del progetto ad Arrhideo, uomo di sua fiducia, e fece spargere la voce secondo cui Alessandro avrebbe detto di voler esser sepolto presso l'oracolo di Amon, a Siwa. Fu costruito uno speciale e sfarzoso carro, un vero santuario su ruote: un colonnato circondava la cella coperta da un tetto rivestito d'oro, in cui si trovava il corpo di Alessandro, racchiuso in un sarcofago d'oro massiccio. Arrhideo, d'accordo con Tolomeo, prese il corpo da Babilonia e si avviò verso la Macedonia; ma Tolomeo gli venne incontro e lo dirottò in Egitto via Damasco, scatenando la guerra con Perdicca, che morì sul Nilo. Il corpo di Alessandro arrivò a Menphis nel 322 a.C., e vi fu sepolto provvisoriamente, in attesa che fosse pronta la sontuosa tomba ad Alessandria. Non si sa di preciso quanto tempo la salma sia rimasta a Memphis: secondo Diodoro e Strabone il corpo fu trasportato ad Alessandria dallo stesso Tolomeo I non appena fu pronta la tomba; secondo Pausania rimase invece quarant'anni a Memphis e fu portato ad Alessandria da Tolomeo II. Nella nuova capitale fu preparato un mausoleo detto Soma o Sema, che si trovava al centro della Neapolis, tra il Faro e il Museion. Il Sema, in cui fu sepolto per primo il grande Alessandro, divenne poi la "necropoli dei Tolomei" fino a Epoca Romana; poi iniziano a perdersi le tracce della stessa necropoli. Nel III secolo d.C., quando la città fu preda di disordini, il Sema sparì per sempre. Stranamente, nessuno dei grandi storiografi parla della necropoli reale; notizie indirette ci dicono che si trattava di un magnifico duomo sotto la cui cupola, al centro, si trovava il sarcofago aureo con le spoglie mortali di Alessandro. Delle nicchie laterali nelle pareti erano state previste per ospitare i corpi dei Tolomei. Le informazioni storiche concernono visite auguste alla tomba di Alessandro, ora per rendergli omaggio, ora per depredarla. Così, Tolomeo IV, che voleva raccogliere insieme tutte le spoglie dei suoi antenati, trasferì i corpi, lasciando vuoto il Sema; uno dei Tolomei, probabilmente l'XI, rubò il sarcofago aureo e lo sostituì con uno di vetro; Cleopatra VII (la più celebre) depredò i tesori della sepoltura in un momento di crisi finanziaria; Augusto, volendo rendere omaggio ad Alessandro, sarebbe disceso nella tomba per porre sul sarcofago una corona d'oro e dei fiori. Anche Caligola passò da quelle parti depredando alcuni tesori. L'ultima visita fu quella di Caracalla, nel 214 d.C., che pose sul sarcofago il proprio mantello, la cintura e i gioielli. Sotto Aureliano e Diocleziano (fine del III secolo d.C.) la necropoli era sparita. Già nel IV secolo d.C. Giovanni Crisostomo diceva di ignorare dove fosse la salma del Macedone. Noi archeologi non abbiamo ancora risolto l'enigma, benché ritrovamenti di grandi statue dall'area della via El Horreya, a nord di Kom el Dik, facciano pensare che quella fosse la zona del Sema. Tuttavia il mistero della sua ubicazione rimane.

giovedì 1 ottobre 2015

La storia di Sinuhe

La storia di Sinuhe è considerata l’opera più completa della letteratura egizia del Medio Regno. Apparentemente è un autobiografia, giunta fino a noi su papiri e su ostraka. Nell’antico Egitto, questo testo fu utilizzato ampiamente per imparare a leggere e a scrivere.


Questa è la biografia, narrata in prima persona, di un uomo della corte di Amenemhat I, che, alla notizia dell’uccisione del Faraone (1962 a.C.) fugge dall’Egitto per paura di possibili disordini. Il racconto comincia con l’arrivo della notizia della morte del re, all'accampamento del principe Sesostri, si trova al comando di un esercito inviato a fronteggiare alcune tribù libiche. Sinuhe fugge attraverso le terre del delta e arriva all’istmo di Suez, dove viene accolto da un gruppo di beduini. Infine giunge al paese di Retenu, in Palestina, dove si stabilisce in una terra chiamata Iaa, sotto la protezione del capo Amunenchi. Sinuhe sposta la figlia del principe di Retenu e diventa un personaggio famoso e potente, capo di una delle tribù. Ormai anziano, Sinuhe riceve una lettera del Faraone Sesostri I, in cui gli si chiede di tornare in Egitto, dove non c’è nulla che debba temere. Nella lettera il sovrano gli promette, oltre a onori e ricchezze, una morte degna in Egitto. 

I testi arrivati fino a noi
Il testo della storia di Sinuhe ci è giunto in scrittura ieratica su numerosi papiri e frammenti di epoche differenti. Ciò testimonia la popolarità di cui godé dal momento della sua composizione (verso il 1.900 a.C.) e che durò nel corso di otto secoli. La copia in miglior condizioni è quella del Papiro di Berlino 3.022, della XII Dinastia, che contiene 311 righe, sebbene però sia andato perso l’inizio del racconto. Questa lacuna è colmata dal Papiro di Berlino 10.499, copiato la fine del Medio Regno, che contiene 203 righe e conserva l’inizio. Tuttavia, il maggior numero di frammenti della storia di Sinuhe ci è giunto su ostraka e ha un origine scolastica. Infatti, questo racconto molto popolare fu utilizzato come modello per la formazione degli apprendisti scribi, che se ne servivano per esercitarsi. L’esempio più importante di tale uso è l’ostrakon conservato all’Ashmolean Museum di Oxford, che consta di 130 righe. Il valore filologico di questa versione è minore, poiché essa fu copiata al tempo della XIX Dinastia, nel Nuovo Regno, una data molto posteriore rispetto a quella della composizione dell’opera. 

L'importanza della storia di Sinuhe
Lo scrittore inglese Rudyard Kliping considerava la storia di Sinuhe come una delle grandi opere della letteratura Universale. E di certo, pur senza essere molto vasta, è l’opera letterario egizia non religiosa più elaborata e che presenta le sfumature più numerose. In primo luogo, la si potrebbe includere nel genere della biografia, insieme ai numerosi esempi di questo tipo di testi trovati nelle tombe dei nobili a partire dall’Antico Regno. Ma questo capolavoro li trascende e non si limita a una mera giustapposizione di dati e all'esaltazione retorica delle virtù e delle gesta del defunto, ma collega gli episodi e le scene con un’intenzionalità drammatica, all’interno di un insieme armonico. La storia presenta il protagonista come un vero essere umano - con le sue debolezze incertezze - e non come un eroe archetipico. Fu concepita come opera letteraria dal suo autore, uno scrittore straordinariamente dotato per l’espressione delle sfumature lessicali e per l’uso di vari registri. Così, per esempio, riusciva a passare da un dialogo quasi colloquiale (come nella conversazione tra il re e la regina) alla retorica più formale (come nelle lettere che si scambiano Sinuhe e Sesostri). L’elaborazione letteraria della storia di Sinuhe sembra essere confermata e ampliata da alcune ricerche, tesi a dimostrare che tale testo non è scritto in prosa, come si credeva, ma in versi. A ragione, questa grande opera fu considerata già dagli stessi egizi come il classico per eccellenza della loro letteratura.


Sinuhe, “il figlio del sicomoro”.

Il nome di Sinuhe è la restituzione fatta dai filologi attuali di un geroglifico che letteralmente significa “il figlio del sicomoro” o, allo stesso modo, “il figlio di Hathor”. Questo nome è composto dal geroglifico dell’oca che precede il segno dell’albero della dea Hathor, il ficus sicomorus, poi si aggiunge il segno determinativo, indicando così che la parola designa un “uomo”. Tra gli egizi era molto diffusa l’usanza di includere i nomi delle divinità in quelli propri di persona di ogni rango, poiché in questo modo chi portava quel nome rimaneva sotto la protezione di tale divinità. Sebbene oggi stia scomparendo, il sicomoro fu molto diffuso nel nord est dell’Africa e divenne un simbolo dell’Antico Egitto. I suoi frutti sono commestibili e il legno, molto resistente, veniva utilizzato abitualmente per i sarcofagi e per scolpire statue.

Consiglio bibliografico: La Storia di Sinuhe

Nel 1954 è uscita al cinema la versione romanzata e ritoccata del romanzo di Mika Waltari, questa volta non ambientato nel Medio Regno ma alla corte di Akhenaton. Una rivisitazione completamente fantasiosa ma di grande pregio, soprattutto per le magnifiche ricostruzioni degli abiti e le straordinarie scenografie.