domenica 27 dicembre 2015

Ramses II e la giovane sposa hittita

La battaglia di Kadesh è sicuramente il più famoso conflitto della storia egizia, tutti noi conosciamo la storia dello scontro tra egizi e hittiti, e del famoso primo trattato di pace della storia che vi pose fine. Per suggellare tale patto ebbe luogo anche un matrimonio, un evento che avrebbe così portato pace e prosperità ad entrambi i popoli.


Il trattato di pace con gli hittiti aveva messo fine ad un lungo periodo di conflitti armati, ma bisognava ancora normalizzare i rapporti e renderli meno formali. Ci fu uno scambio di lettere e di regali, le famiglie reali chiesero notizie le une delle altre e si arrivò all'accordo fondamentale per il trattato di pace, cioè il matrimonio tra una principessa straniera e il faraone Ramses II.
Tuthmosis III aveva preso in moglie tre straniere, probabilmente figlie di capi siriani, per calmare gli ardori di quella regione bellicosa. Al fine di ratificare un importante trattato di pace con il regno dei mitanni, Tuthmosis IV aveva celebrato un matrimonio diplomatico con la figlia del re di questo Stato dell’Asia. L’anno 10 del regno di Amenhotep III, la figlia del re del Naharina si era recata in Egitto, accompagnata da una scorta importante, per unire il suo destino a quello del faraone, che organizzò altri matrimoni con straniere e annunciò questi felici eventi con diverse emissioni di scarabei.
Fin dal loro arrivo in Egitto a queste donne venne dato un nome egizio, cosicché se ne perdono le tracce. Probabilmente divennero dame di corte e a corte passarono anni felici, sempre che non soffrissero troppo di nostalgia della loro terra. Possiamo dire che sia degno di nota il fatto che questa diplomazia “da matrimoni” agì sempre a senso unico, dall'estero verso l’Egitto. Al re di Babilonia, che aveva dato in sposa la figlia ad Amenhotep III e chiedeva al faraone di mandargli una principessa egizia, quest’ultimo rispose in modo categorico: “Mai, dal tempo degli antichi, la figlia di un faraone è stata data a chicchessia”.
Ispirandosi a questi esempi famosi, Ramses II consolidò la pace nel vicino oriente sposando, quanto pare, una babilonese, una siriana e due hittite. Benché l’evento avesse ormai un carattere meno solenne che in passato, Ramses il Grande diede molto risalto al suo matrimonio dell’anno 34, probabilmente a causa della personalità della donna che avrebbe lasciato il rigido clima dell’altopiano d’Anatolia per andare a vivere in Egitto: si tratta della figlia di Hattusili, “grande capo” hittita, il principale avversario del faraone. Il trattato di pace dell’anno 21 era stato rispettato da entrambe le parti, ma i due monarchi convennero sulla necessità di metterlo in atto in modo definitivo e spettacolare. Da parte egizia si delineò una situazione non troppo favorevole agli hittiti. La potenza di Rames non aveva forse spaventato tutti i capi stranieri, e soprattutto quello dell’Hatti, il cui paese era desolato e in rovina, per tanto sua figlia sarebbe partita per l’Egitto con molti doni, oro, cavalli, decine di migliaia di bovini, capre e montoni. Tale mossa era sicuramente politica, chi avrebbe potuto opporsi così a Ramses, baluardo del suo paese, dispensatore di luce al suo popolo, saggio dalle giuste parole, coraggioso, vigile, a cui forniva ogni ben di dio? Per il re di Hatti, il corpo del faraone era fatto d’oro, il suo scheletro d’argento, Ramses era padre e madre di tutto il paese del Nilo e pertanto ne conosceva ogni segreto. Al grande capo hittita, non rimaneva dunque che inchinarsi davanti al faraone d’Egitto: “Sono venuto verso di te per adorare la tua perfezione, perché tu incateni i paesi stranieri, tu, il figlio di Seth! Mi sono spogliato di tutti i miei beni, mia figlia è davanti a te per offrirteli. Tutto ciò che ordini è perfetto. Ti sono sottomesso, come tutto il mio paese”. Anche se la situazione non fu così favorevole al faraone, è pur vero che il re hittita, al termine di una trattativa piuttosto lunga, accettò di buon grado di inviare sua figlia a Ramses, come pegno di pace.
Il viaggio non si annunciava facile: era inverno, bisogna superare zone montuose, passare attraverso strette gole e imboccare sentieri non tracciati prima di arrivare alla frontiera. Per di più, il corteo hittita, trovò il mal tempo, cosa che disturbò non poco la sua marcia. Fu Ramses, secondo il racconto egizio, grazie ad un offerta a Seth, a ristabilire condizioni climatiche normali. Il faraone inviò un corpo d’armata incontro alla sua futura sposa. Quando gli egizi e gli hittiti si incontrarono, finirono  gli uni nelle braccia degli altri, bevvero e mangiarono insieme, si unirono come fratelli evitando ogni disputa. Gli abitanti dei paesi attraversati da quell'insolito corteo non credevano ai loro occhi: vedere soldati hittiti e egizi allegramente mescolati gli uni agli altri, un dignitario esclamò: “Come è grande ciò a cui assistiamo oggi. La terra di Hatti appartiene al faraone così come l’Egitto. Il cielo stesso è posto sotto il suo sigillo”.
Dopo aver attraversato Canaan e costeggiato il Sinai, la principessa hittita arrivò finalmente a Pi-Ramses, la magnifica capitale di Ramses II. L’accolse il faraone in persona, e giudicò che la fanciulla avesse un bel viso e le mise il nome di Maathorneferure e le concesse un onore straordinario: una stele incastonata nel muro meridionale esterno del grande tempio di Abu Simbel. Vi si vedono sette Ptah ispirare Ramses mentre è venerato dal re hittita e da sua figlia.
La stele C284 del Louvre, scoperta a Karnak, è un documento curioso. Redatta durante la XXI o XXII Dinastia, è un lontano eco del matrimonio della principessa hittita con Ramses II. Vi sono, infatti, i diciassette mesi di viaggio di una bella principessa venuta da un lontanissimo paese, il grande Bakhtan, per scoprire l’Egitto. La terra di hatti era molto più vicina, ma il narratore calca un po’ la mano. Una grave preoccupazione tormentava la bella principessa: sua sorella Bentresh era ammalata e i medici del Bakhtan non riuscivano a curarla. Ci riuscirono, invece, la medicina e i medici dell’Egitto. Un medico tebano, inviato in consulto, fece una diagnosi inquietante: Bentresh era posseduta da un demone. Soltanto un dio quindi avrebbe potuto guarirla. Detto fatto: l’Egitto inviò nel Bakhtan la statua di Khonsu, un dio che svelava il destino e cacciava via gli spiriti erranti. La statua compii il suo dovere e Bentresh recuperò la salute. Tuttavia il principe del Bakhtan commise una scorrettezza, si rifiutò di restituire agli egizi la statua. Un sogno però gli fece cambiare idea: Khonsu gli apparve e gli ordinò di rimandare subito la statua nella terra del Nilo. Temendone la collera, il principe gli obbedì. Quanto alla principessa del Bakhtan, immagine poetica della figlia di un re hittita, si lasciò ammaliare dalla magia della terra dei faraoni;  stereotipo usato per ogni straniera in terra d’Egitto.

giovedì 24 dicembre 2015

I cartigli reali dei faraoni

L'inserimento del nome del faraone in una figura di forma ovale diede a Champollion la chiave per decifrare i geroglifici. Tale figura era un cartiglio reale.



Il cartiglio reale era una corda legata a forma di ellisse, al cui interno veniva scritto il nome del faraone. Il termine deriva dal francese cartouche: i soldati francesi, durante la spedizione in Egitto di Napoleone, lo chiamarono così perché la sua forma allungata richiamava quella delle cartucce dei loro fucili. Presto fu messo in relazione con l'uroboros, il serpente che si morde la cosa e che simboleggia un cerchio senza inizio né fine, e quindi l'idea di eternità e resurrezione. La sua importanza fu tale che molto oggetti vennero rappresentati con questa forma. Tuttavia, la principale utilità del cartiglio consisteva nella protezione del nome che vi era incluso; questa fu la regione per cui, volendo distruggere la memoria di un faraone, si distruggevano i cartigli con il suo nome. Era utilizzato anche per simboleggiare il controllo dell'Egitto sui suoi nemici, raffigurati come un cerchio con la testa umana e mani legate dietro la schiena. Il cartiglio non è altro che la forma allungata del segno chen, che permetteva quindi l'inserimento del nome del faraone e per proteggere quindi la sua figura. Il cartiglio era anche associato al sole e veniva decorato con elementi pieni di reminiscenze solari. Il sole e la sua rappresentazione erano un tema ricorrente,  simboleggiava il percorso del sole nell'universo. Durante il Nuovo Regno e particolarmente durante la XVIII dinastia, alcuni faraoni si fecero costruire la camera del sarcofago a forma di cartiglio. Persino il sarcofago di alcuni faraoni fu realizzato in nella stessa forma, come quello di Merenptah o quello di Ramses III, ciò serviva a donare protezione nell'aldilà e ad assicurare la resurrezione. 

mercoledì 16 dicembre 2015

Pepi II: il regno più lungo

Secondo la tradizione, questo faraone della VI dinastia regnò per più di novant'anni. Il suo regno segnò un cambiamento epocale: il passaggio dalla prosperità dell'Egitto dell'Antico Regno allo scompiglio del Primo Periodo Intermedio.
Una statuetta alta quaranta centimetri, esposta al Brooklyn Museum di New York, costituisce forse l'unica rappresentazione disponibile della più importante figura della VI dinastia egizia: il faraone Pepi II. Seduto sulle ginocchia della madre, la regina Ankhnesmeryre, il futuro sovrano ha il corpo esile di un ragazzo ma il volto di un adulto, quasi di un anziano. In questo modo, forse, l'artista volle conferire una maggiore solennità al ritratto del giovane principe. È anche possibile, tuttavia, che questa scelta sia stata dettata dalla necessità di ricordare che quello di Pepi II fu il regno più lungo di tutta la storia dell'Antico Egitto.

Faraone a sei anni
Secondo alcuni studiosi, il regno di Pepi II durò settant'anni, una lunghezza che sarebbe giù riguardevole; secondo la tradizione, invece, si prolungò addirittura fino al novantaquattresimo anno di regno, il che significa che il sovrano sarebbe stato un centenario, essendo salito al trono alla tenera età di sei anni. Se si considera che l'Antico Regno abbracciò un arco di tempo pari a circa cinque secoli, il regno di Pepi II, da solo, ne avrebbe monopolizzato uno intero.
Figlio di Pepi I e fratellastro di Merenra, al quale succedette, Pepi II fu il quinto faraone della VI dinastia, che regnò tra il 2460 e il 2200 a.C. L'Antico Regno era allora al suo apogeo: il potere centrale poggiava su basi molto solide ed era detenuto dal faraone, un monarca assimilato a un dio. Questi irradiava la propria autorità incontestata su tutto il paese e il popolo viveva in pace, abbondanza e prosperità.

Il regno più potente del mondo
Il regno sul quale il giovane Pepi II si apprestava a governare era uno dei più potenti, se non addirittura il più potente del mondo di quell'epoca. Menfi, capitale dell'Egitto all'epoca, era una magnifica città ricca di splendidi palazzi, templi e santuari. I sovrani delle dinastie precedenti si erano rivelati artefici di costruzioni di grande genio: Cheope, Chefren e Micerino, infatti, avevano fatto erigere i più incredibili monumenti del mondo, cioè le tre grandi piramidi dell'altopiano di Giza. I loro successori continuarono su questa strada: è vero che le piramidi costruite successivamente non ebbero la stessa maestosità delle tre precedenti, ma è vero anche che furono costruiti edifici particolarmente imponenti e dalle proporzioni perfette. Vicino a Menfi, nelle necropoli di Saqqara e di Abusir, sono allineate le "mastabe, splendide tombe fatte costruire da nobili e dignitari per il loro viaggio nell'eternità e adornate da magnifiche decorazioni: dei veri gioielli architettonici. Sul fronte esterno, l'Egitto era temuto e rispettato. Anche il commercio era florido, e furono fondate delle colonie in Nubia, una terra che da sempre affascinava i sovrani egizi, sensibili al miraggio dei "paesi del sud". La Nubia, infatti, era una regione meravigliosa, un vero paradiso terrestre da cui le carovane tornavano cariche di oro, pietre preziose, legni pregiate e unguenti. Gli stessi abitanti della zona, i nubiani, erano uomini eccellenti e fornivano soldati di prima scelta all'esercito egizio.



Un malessere strisciante
Tutti questi elementi positivi, benché reali, rispecchiavano di fatto solo la superficie delle cose. Nel frattempo, infatti, andava insinuandosi un sentimento di inquietudine che sarebbe arrivato a erodere le strutture del paese: poco visibile all'inizio, si sviluppò in modo insidioso con il passare degli anni, andando a minare le fondamenta stesse dello Stato. La lunghezza del regno e l'età avanzata di Pepi II non fecero che aggravare il fenomeno: man mano che il sovrano invecchiava, la sua autorità diminuiva; si avvicinava il momento in cui non sarebbe più stato in grado di reagire a eventuali rivolte. Segnali di questo malessere apparvero tra i nomarchi, i potenti governatori delle province. Molti di questi, pur continuando ad applicare le direttive del potere centrale, si allontanavano in maniera impercettibile dall'influenza del sovrano. Indizio rivelatore di questo progressivo allentarsi dell'autorità del faraone era il fatto che alcuni di questi potenti dignitari preferivano farsi seppellire nel proprio feudo piuttosto che scegliere un luogo di sepoltura vicino a quello del sovrano. Sempre più spesso, inoltre, i nomarchi cercano di trasmettere la carica ai propri discendenti, rendendo la funzione ereditaria e conservando le ricchezze nelle mani della propria famiglia. Alcune corti locali, come quella del nomarca di Abydos, arrivarono a competere per fasto e magnificenza con quella del palazzo del faraone a Menfi.



Il potere reale si indebolisce
Preoccupato di mantenere la lealtà di quegli uomini che sentiva allontanarsi, e man mano che invecchiava, Pepi II si mostrò sempre più incline a riconoscere loro alcuni privilegi. Ad esempio, concedeva ad alcuni templi i benefici legati alle terre o ai domini che a lui appartenevano. Per il fatto di essere molto vicino alla Nubia, invece il nomo di Elefantina fu dotato di uno statuto speciale. Benché agli occhi di tutti il faraone continuasse a mantenere l'immenso prestigio della propria carica, iniziative di questo tipo non facevano che indebolire il suo potere, provocando allo stesso tempo il malcontento e la gelosia di coloro che si ritenevano dimenticati o insufficientemente ricompensati. Da tutto ciò derivò una situazione di forte squilibrio politico ed economico: alcune province, più ricche di altre, acquisirono una certa autonomia, il che frammentò e ridusse ancora di più l'importanza del potere centrale. 
Alla morte di Pepi II, l'Antico Regno stava affondando: il potere reale crollò e si frantumò, inizialmente in modo piuttosto impercettibile, poi sempre più velocemente. Partito nell'opulenza e nello splendore, il regno più lungo della storia d'Egitto si concluse in una situazione di crisi che preludeva agli anni travagliati del Primo Periodo Intermedio.


Leggi anche: La lettera di Pepi II a Herkuf: un nano fortunato.

giovedì 10 dicembre 2015

Il "culto" di Ammit

Ad Ammit non erano dedicate cerimonie di culto, né le furono consacrati dei templi. In compenso, "la grande divoratrice" era oggetto di un vero timore reverenziale da parte degli egizi: è in questa chiave, dunque, che possiamo comprendere il rapporto che legava gli uomini dell'epoca a questa civiltà.



Gli abitanti dell'antico Egitto avevano sempre ben presente il ruolo che Ammit svolgeva nel corso del giudizio finale, eppure non dedicarono a questa divinità né templi né cerimonie particolari. Si tratta di una contraddizione solo apparente; di fatto, gli egizi erano consapevoli che la "grande divoratrice" era un nemico da evitare e affrontare al tempo stesso: a questo scopo, elaborarono una vera e propria strategia racchiusa nel celebre Libro dei morti, l'unico vero "antidoto" contro l'insaziabile appetito della feroce creatura.

Uno strumento di protezione
Il Libro dei morti consisteva in un'immensa raccolta di formule magiche e di immagini destinate a rinforzare l'effetto degli incantesimi. Secondo gli egizi, la semplice presenza di questi testi nelle tombe proteggeva i mortali dagli effetti del decesso e permetteva ai defunti di affrontare al meglio la delicata fase di passaggio al regno di Osiride. Per questo, la raccolta di formule era detta anche Libro dell'uscita alla luce del giorno. Tra i diversi incantesimi ve n'era uno di origine antichissima che serviva a impedire ad Ammit di gettarsi sulla sua possibile preda: si chiamava "Dare al proprio cuore una buona coscienza", e permetteva a un cuore carico di colpe di alleggerirsi in vista del giudizio finale. È difficile stabilire se gli egizi vedessero in questa pratica una sorta di inganno perpetrato ai danni di Osiride o, al contrario, una manifestazione di misericordia da parte del dio dei morti. Di fatto, la possibilità degli uomini di redimersi all'ultimo minuto non intaccava il ruolo della grande divoratrice, che consisteva essenzialmente nel dissuadere i mortali dal compiere azioni malvagie e nel convincerli a vivere secondo maat, vale a dire secondo giustizia. Troppo forte e temuto, infatti, era il rischio di cadere tra le fauci della mostruosa creatura. Per inciso, si può notare che le stesse "opere di misericordia" introdotte più tardi dal cristianesimo evocano alcuni dei precetti positivi cui già gli egizi si attenevano per scampare alla dannazione eterna.

"Opere di Misericordia" nell'antico Egitto
È possibile che i testi religiosi egizi abbiano ispirato quelli cristiani? I precetti che seguono, che ricordano quasi alla lettera alcuni insegnamenti del cristianesimo sembrano dimostrarlo: "Ho dato il pane agli affamati e da bere agli assetati. Ho vestito chi era nudo. Ho fatto attraversa il fiume a chi non aveva una barca. Ho sepolto chi non aveva figli". Anche secondo gli egizi, gli uomini che compivono queste buone azioni non dovevano temere il giudizio divino.

Ammit nelle tombe
In teoria, dato che Ammit era già presente nel Libro dei morti, gli egizi non avevano bisogno di raffigurarla una seconda volta nelle tombe. Diverse sepolture dell'epoca, però, fanno eccezione a questa regola, poiché presentano immagini dell'essere infernale dipinte sulle pareti. Una di queste si trova nella necropoli di El-Khokha, nella regione tebana: nella tomba di Nefersekeru, Ammit è raffigurata mentre è in attesa dell'esito della pesatura del cuore di un defunto. Una rappresentazione analoga si trova nella tomba di Bannentiu, in un'oasi del deserto occidentale chiamata Bahariyah, e si potrebbero citare anche altri esempi. Certamente, perché un mortale osasse far rappresentare Ammit sulle pareti della sua sepoltura doveva essere sicuro di possedere un cuore puro. Diversamente, non gli restava che affidarsi alle formule magiche.

Dea o concetto divinizzato?
Grazie ai benefici poteri del Libro dei morti, dunque, Ammit costituiva più una sorta di spauracchio che una reale minaccia. Va detto, peraltro, che l'essere in questione non veniva neanche considerata una divinità in senso stretto. Per gli egizi, si trattava più propriamente di un concetto divinizzato, proprio come Maat, l'altra grande protagonista del giudizio, ma a differenza di Ammit, la dea della verità e della giustizia, era una divinità a tutti gli effetti. Se quest'ultima incarnava la rettitudine, la mostruosa creatura dalle fauci di coccodrillo rappresentava la lotta al male, colei che impediva ai cuori impuri di accedere alla vita eterna. Verso l'anno 1000 a.C., poi, gli egizi cominciarono a vedere in Ammit anche una sorta di figura materna: spingendo i mortali a rifuggire le azioni malvagie, infatti, questa entità divina permetteva loro di accedere a una seconda vita, quindi di rinascere. Questo modo di interpretare la figura di Ammit spiega come mai gli egizi non ritennero opportuno dedicarle templi, cappelle o altari, e come mai non esistesse un clero a lei consacrato. Il culto della "grande divoratrice", infatti, si esprimeva nell'intimo di ciascun uomo, prendendo la forma di quel timore reverenziale con cui ognuno si preparava ad affrontare il giudizio del tribunale divino.


Ammit a Deir el Medina
Come abbiamo visto, la maggior parte delle immagini di Ammit a noi note si trova nei rotoli di papiro del Libro dei morti, tuttavia, sono state ritrovate anche delle raffigurazioni in bassorilievo. La più celebre è nel tempio di Hathor, a Deir el-Medina. Qui, ricordiamo, si trovava il villaggio degli artigiani che realizzarono le tombe della Valle dei Re: molte delle sepolture locali sono decorate con raffigurazioni ispirate al Libro dei morti, in cui Ammit è sempre presente. All'interno del tempio, nella cappella di Amon-Sokar-Osiride, spicca un grande bassorilievo che descrive il rito della psicostasia: mentre il defunto pronuncia la sua confessione negativa davanti a Maat, gli dei Horus e Anubis controllano la pesatura dell'anima e Thot ne registra il risultato; Ammit, che volta loro le spalle è seduta davanti a Osiride; tra lei e Thot, si nota l'inconsueta presenza di un personaggio seduto su una croce ankh: dal ciuffo infantile, sembrerebbe trattarsi di Harprocate, L'Horus bambino. Da quel momento in poi si decide la sorte dell'anima del defunto.