mercoledì 16 dicembre 2015

Pepi II: il regno più lungo

Secondo la tradizione, questo faraone della VI dinastia regnò per più di novant'anni. Il suo regno segnò un cambiamento epocale: il passaggio dalla prosperità dell'Egitto dell'Antico Regno allo scompiglio del Primo Periodo Intermedio.
Una statuetta alta quaranta centimetri, esposta al Brooklyn Museum di New York, costituisce forse l'unica rappresentazione disponibile della più importante figura della VI dinastia egizia: il faraone Pepi II. Seduto sulle ginocchia della madre, la regina Ankhnesmeryre, il futuro sovrano ha il corpo esile di un ragazzo ma il volto di un adulto, quasi di un anziano. In questo modo, forse, l'artista volle conferire una maggiore solennità al ritratto del giovane principe. È anche possibile, tuttavia, che questa scelta sia stata dettata dalla necessità di ricordare che quello di Pepi II fu il regno più lungo di tutta la storia dell'Antico Egitto.

Faraone a sei anni
Secondo alcuni studiosi, il regno di Pepi II durò settant'anni, una lunghezza che sarebbe giù riguardevole; secondo la tradizione, invece, si prolungò addirittura fino al novantaquattresimo anno di regno, il che significa che il sovrano sarebbe stato un centenario, essendo salito al trono alla tenera età di sei anni. Se si considera che l'Antico Regno abbracciò un arco di tempo pari a circa cinque secoli, il regno di Pepi II, da solo, ne avrebbe monopolizzato uno intero.
Figlio di Pepi I e fratellastro di Merenra, al quale succedette, Pepi II fu il quinto faraone della VI dinastia, che regnò tra il 2460 e il 2200 a.C. L'Antico Regno era allora al suo apogeo: il potere centrale poggiava su basi molto solide ed era detenuto dal faraone, un monarca assimilato a un dio. Questi irradiava la propria autorità incontestata su tutto il paese e il popolo viveva in pace, abbondanza e prosperità.

Il regno più potente del mondo
Il regno sul quale il giovane Pepi II si apprestava a governare era uno dei più potenti, se non addirittura il più potente del mondo di quell'epoca. Menfi, capitale dell'Egitto all'epoca, era una magnifica città ricca di splendidi palazzi, templi e santuari. I sovrani delle dinastie precedenti si erano rivelati artefici di costruzioni di grande genio: Cheope, Chefren e Micerino, infatti, avevano fatto erigere i più incredibili monumenti del mondo, cioè le tre grandi piramidi dell'altopiano di Giza. I loro successori continuarono su questa strada: è vero che le piramidi costruite successivamente non ebbero la stessa maestosità delle tre precedenti, ma è vero anche che furono costruiti edifici particolarmente imponenti e dalle proporzioni perfette. Vicino a Menfi, nelle necropoli di Saqqara e di Abusir, sono allineate le "mastabe, splendide tombe fatte costruire da nobili e dignitari per il loro viaggio nell'eternità e adornate da magnifiche decorazioni: dei veri gioielli architettonici. Sul fronte esterno, l'Egitto era temuto e rispettato. Anche il commercio era florido, e furono fondate delle colonie in Nubia, una terra che da sempre affascinava i sovrani egizi, sensibili al miraggio dei "paesi del sud". La Nubia, infatti, era una regione meravigliosa, un vero paradiso terrestre da cui le carovane tornavano cariche di oro, pietre preziose, legni pregiate e unguenti. Gli stessi abitanti della zona, i nubiani, erano uomini eccellenti e fornivano soldati di prima scelta all'esercito egizio.



Un malessere strisciante
Tutti questi elementi positivi, benché reali, rispecchiavano di fatto solo la superficie delle cose. Nel frattempo, infatti, andava insinuandosi un sentimento di inquietudine che sarebbe arrivato a erodere le strutture del paese: poco visibile all'inizio, si sviluppò in modo insidioso con il passare degli anni, andando a minare le fondamenta stesse dello Stato. La lunghezza del regno e l'età avanzata di Pepi II non fecero che aggravare il fenomeno: man mano che il sovrano invecchiava, la sua autorità diminuiva; si avvicinava il momento in cui non sarebbe più stato in grado di reagire a eventuali rivolte. Segnali di questo malessere apparvero tra i nomarchi, i potenti governatori delle province. Molti di questi, pur continuando ad applicare le direttive del potere centrale, si allontanavano in maniera impercettibile dall'influenza del sovrano. Indizio rivelatore di questo progressivo allentarsi dell'autorità del faraone era il fatto che alcuni di questi potenti dignitari preferivano farsi seppellire nel proprio feudo piuttosto che scegliere un luogo di sepoltura vicino a quello del sovrano. Sempre più spesso, inoltre, i nomarchi cercano di trasmettere la carica ai propri discendenti, rendendo la funzione ereditaria e conservando le ricchezze nelle mani della propria famiglia. Alcune corti locali, come quella del nomarca di Abydos, arrivarono a competere per fasto e magnificenza con quella del palazzo del faraone a Menfi.



Il potere reale si indebolisce
Preoccupato di mantenere la lealtà di quegli uomini che sentiva allontanarsi, e man mano che invecchiava, Pepi II si mostrò sempre più incline a riconoscere loro alcuni privilegi. Ad esempio, concedeva ad alcuni templi i benefici legati alle terre o ai domini che a lui appartenevano. Per il fatto di essere molto vicino alla Nubia, invece il nomo di Elefantina fu dotato di uno statuto speciale. Benché agli occhi di tutti il faraone continuasse a mantenere l'immenso prestigio della propria carica, iniziative di questo tipo non facevano che indebolire il suo potere, provocando allo stesso tempo il malcontento e la gelosia di coloro che si ritenevano dimenticati o insufficientemente ricompensati. Da tutto ciò derivò una situazione di forte squilibrio politico ed economico: alcune province, più ricche di altre, acquisirono una certa autonomia, il che frammentò e ridusse ancora di più l'importanza del potere centrale. 
Alla morte di Pepi II, l'Antico Regno stava affondando: il potere reale crollò e si frantumò, inizialmente in modo piuttosto impercettibile, poi sempre più velocemente. Partito nell'opulenza e nello splendore, il regno più lungo della storia d'Egitto si concluse in una situazione di crisi che preludeva agli anni travagliati del Primo Periodo Intermedio.


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