sabato 24 dicembre 2016

Traduzione dell'iscrizione posta ai piedi del sarcofago della KV55

1- Parole dette da XXXX Giustificato.

2- Possa respirare il dolce vento del nord che viene verso la tua bocca.

3- Possa vedere il(la) tuo/a... Ogni giorno; la mia preghiera è quella.

4- Di udire la tua dolce voce nel vento del nord.

5- Possano essere Giovani le tue membra con il vivere del tuo amore.

6- Dammi le tue braccia che possiedono il tuo spirito, che lo riceva e possa vivere.

7- In esso. Possa fare da guida al mio nome per l'eternità e che esso non manchi.

8- Dalla tua bocca, o Padre Mio Aton Ra- Horakhty XXXX. Ecco tu sei come Ra.

9- Per l'eternità e per sempre vivente come Aton...

10- Il Signore dell'Alto e del Basso Egitto vivente nella Maat, padrone delle due Terre XXXX il figlio.

11- Meraviglioso dell'Aton vivente. In verità egli è qui.

12- Vivente per sempre eternamente, il figlio di Ra XXXX giustificato.

giovedì 15 dicembre 2016

I miti della dea Seshat

Proprio come la dea Maat, con cui talvolta si confonde, Seshat non era collegata a nessuno dei grandi cicli mitologici egizi. Era la personificazione di concetti astratti quali la scrittura, il calcolo e la memoria: il suo talento in queste materie non era certo inferiore a quello di Thot, il suo omologo maschile. Nei più importanti racconti mitologici dell'antico Egitto, la presenza di Seshat è limitata a sporadiche apparizioni, in cui la dea, comunque, viene sempre apprezzata, a dimostrazione della grande stima che le altre divinità nutrivano per lei: un rispetto che nasceva soprattutto dalle sue doti intellettuali.


I nomi di Seshat
"Sono colei che vigila sulle scritture", ricordava con vigore la dea, "colei che è stata la prima a scrivere". La scrittura, il calcolo, il disegno erano al centro dei suoi interessi: era lei, infatti, a "sorvegliare i libri divini e gli archivi" regali, è quindi sottinteso che fosse Seshat a scrivere e registrare tutto ciò che si conosce sulla storia degli dei e sugli avvenimenti legati alla vita del faraone: dalla genealogia dei re alla redazione dei libri contabili del Tesoro regale, Seshat prendeva nota di tutto ciò che veniva attuato per garantire il buon funzionamento del paese. Non solo: la dea includeva nelle proprie competenze, oltre alla scrittura in senso stretto, anche altri ambiti legati al sapere, "Sono la signora dei progetti", scrivevano di lei, e anche "la signora delle costruzioni". Fungeva quindi anche da memoria, da archivio vivente dell'architettura, e contribuiva attivamente allo sviluppo di questa disciplina grazie alle solide conoscenze matematiche (calcolo e geometria) e astronomiche (utili per decidere l'orientamento degli edifici). Seshat non aveva dunque nulla da invidiare allo sposo Thot.

Parenti virtuali
La figura di Seshat ebbe origine come personificazione di un concetto astratto, più che come divinità. Per questo, non le furono inizialmente attribuite particolari relazioni con altri dei. Ma, come spesso accadeva nella religione egizia, parenti e paredri le vennero assegnati in un secondo momento. Il caso Seshat anzi, è esemplare a questo proposito. La più antica di queste parentele è stata identificata grazie ai famosi Testi delle Piramidi dell'Antico Regno, in cui Seshat viene messa in relazione con la dea felina Mafdet. Il tipo di legame che le univa non è ancora chiaro, ma si può supporre che Seshat e Mafdet venissero considerate come due sorelle, addirittura gemelle. Non a caso, i rituali dedicati alle due dee si tenevano nello stesso giorno dell'anno. Durante il Nuovo Regno, Seshat cominciò ad essere accostata a Thot, anche perché svolgeva funzioni simili a quelle del dio della scrittura: divenne così, al tempo stesso, sua moglie, sua sorella e figlia! Un fatto, del resto, che non suscitava alcuno scandalo, visto che all'interno del pantheon non mancavano rapporti tra consanguinei e talvolta incestuosi. Bisogna aspettare il periodo tolemaico (a partire dal 300 a.C.) per vedere Seshat affiancata da un vero consorte: si tratta del dio Seshau, una particolare forma di Osiris su cui, tuttavia, non sappiamo molto. Più tardi, in epoca romana, Seshat verrà assimilata ad alcune tra le più grandi dee egizie: Hathor, Iside, Nefti o ancora Rattaui, dea venerata soprattutto a Tebe.

Seshat la maga
La magia occupava un posto per nulla trascurabile nella vita degli egizi: serviva a guarire dalle malattie ma anche a prevenirle, ed era legata alle offerte presentate ai morti come agli dei. La magia era presente ovunque, e il fatto che Seshat ne fosse la divinità non faceva che aumentarne il prestigio: persino gli dei, del resto, avevano bisogno di un tocco magico per avere la meglio durante le loro liti o i loro, combattimenti. Per questo motivo, Seshat occupava una posizione di rilievo sull'imbarcazione di Ra: tra Thot e Hika (altro dio della magia), esercitava le proprie arti contro Apep, il serpente maligno che ogni notte, instancabilmente, assaliva il vascello solare.

giovedì 8 dicembre 2016

Il vaiolo nell'antico Egitto

Sembra che la sesta piaga dell’Egitto annunciata da Mosé al Faraone fosse proprio il vaiolo. Diversi studiosi lo hanno identificato con la malattia “shehin”, parola ebraica che si trova nell'antico testamento, ed è nel Pentateuco che troviamo diversi riferimenti a questa malattia; oltre a quelle che si trovano nel Deuteronomio, “il Signore ti colpirà con le ulcere d’Egitto” (Deut. 28,27), “il Signore ti colpirà alle ginocchia e alle cosce con un ulcera maligna dalla quale non potrai guarire; ti colpirà dalla pianta del piedi alla sommità del capo” (Deut. 28,35), è molto importante il passo dell’Esodo: “il Signore disse a Mosé e ad Aronne: procuratevi una manciata di fuliggine di fornace: Mosé la getterà in aria sotto gli occhi del Faraone. Essa diventerà un pulviscolo diffuso su tutto il Paese d’Egitto e produrrà, sugli uomini e sulle bestie, un ulcera con pustole, e in tutto il Paese d’Egitto” (Es. 9,8 - 9). Alcuni studi ritengono trattarsi di vaiolo, anche se a dire il vero appare un po' problematica l’estensione dell’infezione agli animali, dal momento che il virus del vaiolo umano è diverso da quello bovino e di altri animali, quindi colpisce solo l’uomo e le scimmie. Una conferma ci viene tuttavia da un testo posteriore di Filone di Alessandria, filosofo ebreo vissuto a cavallo tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., dove, nel trattato storico apologetico “de vita Moysis”, descrive il vaiolo nella sua forma confluente: “la polvere si depositò immediatamente sugli uomini e sugli animali e provocò una ulcerazione violenta e dolorosa di tutta la pelle e, nello stesso momento in cui si produceva l’eruzione, i corpi gonfiavano con delle flittene suppuranti di cui si sarebbe detto fossero provocate da un fuoco invisibile. Tormentati dalle sofferenze e dai dolori, sia a causa dell’ulcerazione che a causa del bruciore, essi soffrivano nella loro anima tanto quanto nei loro corpi; poiché si poteva vedere un'ulcera unica e continua estendesi dalla testa fino ai piedi, non appena le pustole che si erano estese sugli arti e sul tronco si sviluppavano e formavano un unica massa”.



Lasciando perdere le testimonianze bibliche, che nulla hanno di storico, le documentazioni istopatologiche che ci possono venire in aiuto sono scarse, ma abbastanza probanti: una mummia della XX Dinastia, scoperta a Deir el Bahari da Ruffer e Ferguson, presenta sulla pelle tracce di lesioni le cui caratteristiche di forma e localizzazione posso ragionevolmente attribuirsi al vaiolo; l’esame istologico ha confermato la presenza di vescicole con struttura a setti verticali caratteristici (dovuta a rottura delle cellule malphighiane con formazione di una cavità pluriloculata;  nel derma erano presenti anche numerosi batteri Gram positivi). Anche la mummia di Ramses V (XX Dinastia) presenta sul viso, addome e cosce l’esito di una eruzione papulosa molto verosimilmente da riconoscere come di natura vaiolosa.

giovedì 1 dicembre 2016

I Medjai: i poliziotti della tomba

A Deir el-Medina esisteva un corpo di polizia, i medjai della Tomba, che controllava il deserto a occidente di Tebe, alle dirette dipendenze del sindaco di Tebe occidentale, che era la massima autorità a cui essi dovevano rispondere. I medjai dovevano sorvegliare la tomba reale in costruzione e le necropoli regali per reprimere i frequenti tentativi di furto negli ipogei; essi inoltre dovevano garantire la sicurezza e la tranquillità degli operai, ma anche che la loro condotta fosse corretta.
Il nome medjai deriva da quello della regione nubiana Medja. Durante l'Antico e Medio Regno i medjai erano nomadi nubiani con cui gli egizi erano in rapporti più ostili che pacifici. Durante la dinastia XIII (circa 1750 a.C.) i medjai erano stanziati per la maggior parte a sud della seconda cataratta. Verso la fine della dinastia XVII, in qualità di mercenari, i medjai presero parte, agli ordini di Kamose, alla guerra di liberazione contro gli Hyksos. Dopo la dinastia XVIII non esiste alcuna prova effettiva che i medjai fossero di sangue nubiano; i capi dei medjai della tomba e i loro uomini, tranne poche eccezioni, erano ormai completamente assimilati alla cultura egizia e avevano veri nomi egizi.
Il numero di questi poliziotti sembra essere stato molto esiguo durante la XIX dinastia: si suppone che vi fossero due capi e sei uomini, per un totale di otto poliziotti della Tomba. In effetti i pericoli che potevano minacciare le tombe reali nel periodo di Ramses II erano probabilmente pochi. Più tardi, nell'anno 1 del regno di Ramses IV, quando la squadra ammontava a centoventi uomini, i medjai erano sessanta; in un registro dell'anno 17 del regno di Ramses IX compaiono sei capi e diciotto poliziotti, per un totale di ventiquattro persone. Per quanto questo numero sembri eccessivo, tuttavia proprio nell'anno 17° furono scoperti furti su vasta scala nella necropoli tebana e vennero di conseguenza aperte numerose inchieste. Inoltre a partire dal regno di Ramses IV le invasioni libiche dal deserto occidentale avevano reso la sicurezza della regione di Tebe sempre più precaria.
I capi medjai potevano essere membri del tribunale, prendere parte all'ispezione della tomba di un operaio, accompagnare con i loro subordinati la commissione inviata a investigare sui furti della necropoli e riferire al visir l'esito delle loro indagini. Essi erano i messaggeri del sovrano e, quando il visir era nel Basso Egitto, scendevano il fiume per recapitare a lui i rapporti da parte degli scribi della Tomba, così come i capi medjai portavano lettere o messaggi orali alla squadra da parte del visir o di autorità ancora più elevate, per esempio il Primo Sacerdote di Amon. Quando il messaggio era scritto e doveva essere letto agli operai, i medjai giungevano in compagnia di uno scriba. Essi non erano esentati da lavori pesanti, per esempio prestavano il loro aiuto per il trasporto di pesanti blocchi di pietra. 
I medjai erano aggregati alla Tomba, ma tuttavia non appartenevano alla comunità degli operai e non figuravano nella lista di distribuzione delle razioni di grano agli operai. Non vi sono prove che un poliziotto sia mai vissuto a Deir el-Medina, o sia stato seppellito nella necropoli degli operai. Si conoscono i nomi di ventitré capi e di quarantasei semplici medjai.

venerdì 25 novembre 2016

Il faro di Alessandria

Su un isolotto a est dell'Isola di Pharos, in una posizione che permetteva di dominare l'ingresso al grande porto, si ergeva un tempo una delle sette meraviglie del mondo antico, il Faro di Alessandria. Del vero e proprio faro non abbiamo più, come è noto, alcuna traccia: una serie di terremoti, verificatisi tra il X e il XIV secolo, lo hanno completamente distrutto. Inoltre, nel 1480 il sultano mammalucco Kait Bey fece erigere, al suo posto, un castello, che si può ammirare ancora oggi. Alto dai 120 ai 140 metri, il faro era interamente in pietra bianca, verosimilmente in calcare: per la sua costruzione furono stanziati ben 800 talenti, una cifra equivalente a circa 20.800 chilogrammi d'argento. L'edificio, cui si accadeva da una rampa, era a più piani: a una base quadrangolare, di circa 71 metri di altezza, seguiva una struttura ottagonale (alta circa 34 metri),  sua volta seguita da un corpo tondo con una copertura a tholos (termine che indica una volta realizzata a blocchi aggettanti), in cima alla quale era posta, forse, una statua di Zeus. Tutto l'edificio sorgeva poi al centro di un ampio terrazzamento rettangolare, munito di torri difensive e di frangiflutti e ostruito a sua volta al di sopra di una grande cisterna. In cima al faro, infine, ardeva un fuoco, che poteva essere visto da una distanza lontanissima: non sappiamo esattamente come questa fonte di luce fosse amplificata o se venisse in qualche modo indirizzata in una particolare direzione: non è escluso che si facesse uso di specchi concavi. Altrettanto incerti sono i dati circa l'anno esatto della costruzione del faro nonché chi sia stato l'architetto o il promotore del monumento: Strabone menziona un certo Sostrato di Cnido, "amico del re", che avrebbe eretto il faro "per il bene e la sicurezza di tutti coloro che navigavano il mare". Secondo Plinio, Sostrato era il costruttore, mentre il committente sarebbe stato un re tolemaico. Una fonte del X secolo riferisce che il faro fu costruito nell'anno 297 a.C., mentre la notizia diffusa da Ammiano Marcellino, che il famoso monumento fosse opera della regina Cleopatra, deve essere considerata solo una delle tante leggende nate intorno all'ultima regina dei Tolomei.

domenica 20 novembre 2016

La principessa Ita

Tra il 1894 e il 1895, l'egittologo francese Jacques de Morgan scoprì a Dahshur, cercando il monumento funebre di Amenemhat III, le tombe di varie regine e principesse che hanno stupito il mondo con lo splendore dei loro corredi funebri. Si trattava della regina Nofrethenut, sposa del re e delle principesse Menet,Senetsenebi e Mereret; quest'ultima, a sua volta, fu anche sposa del re Amenemhat III (1874 - 1855 a.C.). Successivamente vennero localizzati altri sepolcri, come quello delle principesse Junemet e Ita, all'interno venne ritrovato uno degli oggetti più belli dell'oreficeria egizia.  La principessa Ita fu sepolta con un magnifico pugnale, che oggi si può ammirare al Museo Egizio del Cairo. Il pugnale di bronzo presenta un impugnatura in oro e lapislazzuli, conservato nella sua fodera di cuoio. La principessa lo indossava tramite un cinturone che la sua mummia portava ancora addosso al momento del ritrovamento. La presenza di quest'arma sul cadavere di Ita potrebbe indicare un importante ruolo all'interno dell'esercito. Fatto confermato dal ritrovamento di alcune statue di Ita in Asia, ad Ugarit e a Mishrifé. Bisogna tenere conto che di solito si inviavano le immagini di persone realmente importanti e che avevano un ruolo rilevante all'interno della corte reale. Normalmente erano oggetto di culto e venerazione religiosa da parte dei popoli che le ricevevano. Il piccolo tesoro comprendeva anche braccialetti, cavigliere, una collana e naturalmente la cintura.



giovedì 10 novembre 2016

I pigmenti utilizzati nelle tombe egizie

Mentre nelle parti più profonde della tomba continuava lo scavo, le parti più esterne erano praticamente terminate. Questa razionale organizzazione del lavoro permetteva di procedere con una incredibile rapidità e, sebbene lo sbancamento fosse effettuato con strumenti assai rudimentali, era possibile preparare una tomba reale in pochi mesi; nel caso delle tombe più grandi e complesse, il tempo impiegato variava da sei a dieci anni. Nel lavoro erano impiegati anche i figli maschi degli operai, ai quali venivano affidate mansioni semplici e poco faticose: questi ragazzi lavoravano nella speranza di poter divenire a loro volta "servitori nella Sede della Verità", come venivano chiamati all'epoca gli operai di Deir el-Medina. A tutti costoro si affiancavano anche i servi, che erano semplici manovali forniti alla comunità operaia dal faraone e incaricati dei lavori più umili e faticosi, ma necessari al funzionamento delle squadre degli operai specializzati come, per esempio, il trasporto dell'acqua, la preparazione dell'intonaco, la confezione delle torce per l'illuminazione. Le torce erano costituite da recipienti di terracotta colmi di olio di sesamo e sale o di grasso animale e sale, nei quali galleggiava uno stoppino in tela ritorta. Pare che l'utilizzo del sale servisse a impedire che dalla combustione si sprigionasse il fumo che avrebbe danneggiato le pitture. 


martedì 1 novembre 2016

I primi geroglifici

L'invenzione della scrittura, avvenuta intorno al 3100 a.C., fu uno degli eventi più importanti nella storia dell'antico Egitto. Essa fu ispirata dalla necessità di comunicare ciò che non era possibile esprimere visivamente, come nomi propri, numeri e concetti astratti. L'avvento di questa forma di comunicazione fu preparato dall'uso continuato di diversi sistemi di segni grafici. Anche se per le decorazioni dei vasi e oggetti di uso comune di epoca predinastica non si può ancora parlare di una scrittura vera e propria, esse possono infatti già essere considerate forme di comunicazione visiva. In breve, la scrittura ebbe inizio quando a immagini simili a quelle che comparivano, per esempio, sui vasi furono aggiunti segni che implicavano la loro traduzione nei suoni della lingua: figure che si distinguevano chiaramente dalle rappresentazioni puramente pittoriche e che riproducevano oggetti materiali di ogni genere. Tali segno sono chiamati "geroglifici" (dal greco, "segni sacri"). In Mesopotamia, la scrittura era stata inventata e sviluppata soprattutto al fine di facilitare la contabilità dei templi e dei palazzi. Per quanto riguarda l'antico Egitto, invece, si può notare come l'evoluzione della scrittura sia stata strettamente legata alla rappresentazione del potere e delle sue esigenze pratiche: i sovrani avevano infatti bisogno di rendere più espliciti i cerimoniali legati alla loro persona, come anche di documentare gli avvenimenti importanti dei loro regni. Poiché non ci sono pervenuti testi scritti su papiro risalenti all'epoca Protodinastica (cioè al periodo delle prime dinastie), la più antica storia della scritture deve necessariamente basarsi sulle impronte di sigillo, etichettate e iscrizioni incise sui monumenti regali. Fino al regno di Den, quarto re della I dinastia, i sigilli recavano in genere soltanto il nome del re e dei suoi funzionari. Successivamente, iniziarono a comparirvi anche titoli e annotazioni burocratiche finché, verso la fine della I dinastia, intere frasi poterono essere formulate attraverso sequenze di segni, spesso accostati con il principio del rebus. 

venerdì 28 ottobre 2016

Il tempio di Ramses II ad Abydos

Circa 300 metri a nord del tempio di Sethi I sorgono le vestigia di un santuario eretto da Ramses II, un cenotafio, come l'Osireion, che tuttavia, per planimetria, riecheggiava un tempio tebano del Nuovo Regno e non una tomba reale. Il tetto e la parte superiore delle pareti sono mancanti, ma le scene incise sulle rimanenti superfici sono di particolare interesse poiché conservano la policromia. L'esterno del tempio mostra, su parte della parete sud, un elaborato calendario delle feste e rappresentazioni della battaglia di Qadesh sulle altre pareti. All'interno, un cortile a cielo aperto presenta pilastri osiriaci perimetrali e scene d'offerta sulle pareti. In fondo al cortile, dietro un piccolo portico, quattro cappelle erano dedicate, da destra a sinistra, a Ramses II, all'Enneade, agli antenati regali e a Sethi I. Dietro queste, a destra, un'altra cappella era votata a Osiride. Intorno alla seconda di due sale a otto pilastri, altre cappelle, molte delle quali decorate con fini rilievi, erano dedicate a Osiride, alla Triade Tebana, a Thot e Min. Una stele, collocata di recente al centro della parete di fondo del tempio, cela l'ingresso di una camera che custodisce un grande gruppo statuario composto dalle statue di Ramses, Sethi, Amon e da quelle di due dee.


sabato 22 ottobre 2016

Le trentanove tombe di Beni Hassan

Situata sulla riva destra del Nilo, la necropoli di Beni Hassan conserva uno dei monumenti più preziosi dell'antico Egitto: trentanove tombe scavate in una falesia calcarea, a una ventina di metri sul livello del fiume. Alcune di esse appartenevano ai governatori della provincia dell'Orice, XVI "nomo" dell'Alto Egitto.


Come tutte le città egizie dell'epoca dei faraoni, Beni Hassan fu costruita lungo il Nilo, sulla riva orientale: si trova a circa 270 chilometri a su del Cairo, e fu la capitale della provincia dell'Orice durante tutto il Medio Regno. Il sito archeologico che domina la vallata ospita un complesso funerario scavato nella falesia. In questi luoghi sostò nel 1822 l'egittologo francese Jean-François Champollion: vi ritrovò numerosi affreschi, purtroppo in pessimo stato di conservazione.

La necropoli dei governatori
Come sappiamo, gli antichi egizi attribuivano quasi più importanza alla vita dopo la morta che non all'esistenza terrena. Per le concezioni religiose dell'epoca, vivere significava prima di tutto prepararsi ad accedere nell'aldilà. Anche per questo, gli uomini cercavano di lasciare di sé il miglior ricordo possibile, predisponendo sepolture adeguate al proprio rango. La tomba era per loro la "casa per l'eternità", e dunque doveva essere allestita in modo che il defunto si sentisse come nella propria abitazione. Chiaramente, i membri delle classi più abbienti erano più avvantaggiati in questo senso. Le sepolture di Beni Hassan, per esempio, sono veri e propri "palazzi" fatti costruire dai governatori locali, i "nomarchi": si tratta di almeno trentanove tombe, disposte lungo il fianco scosceso della falesia, a strapiombo sul villaggio. Uno dei nomarchi qui sepolti è Khnumhotep: morì intorno al 1990 a.C., dopo aver amministrato la provincia dell'Orice per molti anni; nell'esercizio del potere locale si era dimostrato un fedele servitore dei faraoni Amenemhat II e Sesostri II, sovrani della XII dinastia. Nella tomba che si era fatto preparare lo attendevano meravigliosi tesori, tra quei gioielli e altri preziosi che furono poi in gran parte trafugati; mi si trovavano anche mobili, stoffe, armi, cibo e bevande, cioè tutto quanto era necessario per affrontare la nuova vita nelle migliori condizioni possibili. Ricordiamo, infatti, che per gli antichi egizi la morte non poneva fine alla esistenza terrena. Si pensava invece che ogni essere vivente umano animale possedesse due anime: il ka, la forza vitale che caratterizza l'individuo e che dopo la morte torna nel mondo degli dei, e il ba, che in certe circostanze può rimanere legato alla terra. Proprio per questa ragione, le tombe erano sempre tenute in perfette condizioni e il defunto veniva commemorato una volta al giorno: si temeva, infatti, che il morto potesse lamentarsi con gli dei per essere stato trascurato, abbandonando e maledicendo la sua dimora.

Le tombe di Beni Hassan e il rispetto della tradizione
In base alle tradizionali credenze egizie, la tomba non serviva solo a soddisfare le esigenze della persona che vi veniva sepolta. Questa, infatti, divideva l'ambiente funebre con i vivi, che vi si recavano regolarmente per rendere omaggio al defunto. La zona riservata al culto, quindi, poteva essere costituita da ampie sale sotterranee, sorrette da colonne e ricoperte da affreschi dei colori vivaci; altari per l'offerte erano collocati davanti alla piccola nicchia che racchiudeva l'effige del defunto, e vi era sempre dell'incenso che bruciava. In altre tombe la struttura era più tradizionale e seguiva i canoni dell'architettura funeraria delle "mastaba" dell'Antico Regno. Queste si componevano di una cappella a volta in cui sacerdote officiava i riti funebri. Nella parte posteriore, ben nascosta e inaccessibile, si trovava una piccola stanza, il serdab, con una statua che rappresentava il ba del defunto. Una falsa porta munita di uno spioncino permetteva al morto di rimanere in contatto con il mondo dei vivi e di servirsi delle offerte. La parte più segreta della tomba, anch'essa ovviamente inaccessibile, custodiva la salma, trasformata nell'immagine di Osiride: vi si accedeva tramite un pozzo funerario abilmente dissimulato, che portava alla sala sotterranea contenente il sarcofago. A differenza di quanto previsto dal modello classico di sepoltura che fiorirà qualche secolo più tardi, la necropoli di Beni Hassan fu eretta in modo che l'ingresso fosse rivolto a ovest. Secondo le antiche credenze, infatti, la nuova vita del morto cominciava quando egli girava il volto verso il tramonto: con il termine "Amenti", infatti, si indicava sia l'occidente che la dimora dei defunto. Tuttavia, la gran parte dei sepolcri è orientata verso est, nella direzione del sole che sorge e, dunque, dell'immortalità. D'altra parte, più importante della direzione simbolica era quella astronomica che legava il defunto alle stelle: a questo proposito, già la mitologia egizia parlava di ascesa del corpo verso il cielo; a quest'idea era collegata la forma delle piramidi, come pure quella del pozzo verticale delle mastaba e delle cappelle funebri del Nuovo Regno: anche la forma architettonica dell'ultima dimora, insomma, doveva agevolare il cammino verso il cielo.

Decorazioni classiche
Gli affreschi delle tombe di Beni Hassan sono di stile classico e raffigurano scene di vita quotidiana all'epoca di Khnumhotep: si riconosco, tra l'altro, contadini impegnati nel lavoro dei campi, battute di pesca e di caccia nelle paludi, artigiani nei loro laboratori, un uomo che sorregge una sorta di boomerang, un altro che suona la lira, giovani atleti impegnati negli esercizi fisici e fanciulle che danzano. Nell'insieme, tutte queste scene restituiscono con molto realismo la vita della popolazione egizia nel periodo del Medio Regno. Champollion individuò anche delle immagini che ritraevano popolazioni nomadi dell'Asia. Rispetto ai temi tradizionali del periodo precedente, sembra esservi stata una certa evoluzione. Le scene sono distribuite lungo tutte le pareti: oltre a quelle che riprendono i diversi aspetti della civiltà del tempo, ve ne sono altre che raffigurano i riti funebri e le offerte riservate al defunto per garantirgli la sussistenza nell'aldilà; altri affreschi a tema mitologico, invece, sono accompagnati da formule che servivano a proteggere il morto durante il lungo viaggio nell'oltretomba. Sembrano scomparse le scene di guerra, indice forse di un periodo di calma o anche del carattere poco bellico del defunto. I primi re del Medio Regno, infatti, si erano prefissi di ricondurre l'Egitto verso l'ordine primordiale della creazione, dopo la travagliata fase del Primo Periodo Intermedio. Alcuni geroglifici incisi e dipinti sulle pareti fanno riferimento ai primi faraoni della XII dinastia: questi arrivarono nella regione per delimitare con precisione i confini tra la quindicesima e la sedicesima provincia "con la precisione del cielo", cioè seguendo la direttiva degli dei, per riprendere il controllo del paese.

A Beni Hassan non riposano solo notabili
Le tombe dei governatori locali sono certamente le più sontuose tra quelle ritrovate a Beni Hassan, ma non sono le uniche ad essere state studiate dagli archeologi. La maggior parte delle sepolture locali, infatti, apparteneva a membri del ceto medio e anche a persone di modesta condizione. Tra la necropoli "popolare" e le tombe dei notabili vi sono evidenti differenze, sia nelle dimensioni sia per il valore degli oggetti contenuti. Non a caso, le seconde sono rimaste indenni ai saccheggi: interessanti per gli studiosi delle antiche civiltà, lo erano certamente di meno per i ladri!

venerdì 14 ottobre 2016

Anello a castone con i nomi di Ramses II e Nefertari


Il tipo di anello qui presentato, assai pesante, a castone piatto inciso con una decorazione, generalmente d'oro, fa la sua comparsa all'inizio del Nuovo Regno e riscuote un notevole successo fino all'epoca di Ramses II. Il monile è in corniola traslucida di colore aranciato pallido. L'anello vero e proprio è piuttosto spesso e solcato da una leggera incisione nella quale è stato appiattito un fiore d'oro; questo trattiene un sottile rettangolo d'oro che, applicato attorno al castone, dà maggiore risalto a quest'ultimo.
Durante il Nuovo Regno, diffondendosi sempre più l'impiego di paste di vetro colorate, la corniola resta la sola pietra semi-preziosa ad essere ancora utilizzata. Le pietre rosse, corniola o diaspro rosso, evocanti il fuoco e il sangue, erano molto apprezzate, anche perché si credeva fossero dotate di un immenso potere magico in grado di assicurare protezione. 
Il castone, rettangolare, reca un'incisione eseguita con tratto rapido e poco accurato. Raffigura due cartigli accostati e sormontati da grandi piume di struzzo ornate dal disco solare. Il nome ufficiale del re Ramses II, User-Maat-Ra è inciso nel cartiglio di sinistra, affiancato a quello di Nefertari, iscritto in quello di destra.
Questo modello di castone decorato con due cartigli giustapposti è assai diffuso fin dalla XVIII dinastia. Generalmente recanti l'incisione di nomi regali, i cartigli potevano anche ospitare la figura del re al cospetto di divinità, o anche soltanto l'immagine di due divinità accostate. All'epoca di Ramses II il motivo dei cartigli sormontati da alte piume diviene molto frequente. Tra le numerosissime spose di Ramses II, Nefertari occupa una posizione unica. In onore della donna amata, Ramses fece costruire un tempio ad Abu Simbel accanto al proprio e fece scavare, nella Valle delle Regine, la tomba più grande e più riccamente decorata. Poche sono le regine che ebbero il loro nome tanto spesso accostato sui monumenti a quello del re, se si eccettua Ty, sposa del faraone Amenhotep III e naturalmente Nefertiti, perennemente affiancata alla persona di Akhenaton.


Dati
Provenienza: sconosciuta
Collezione: Emile Guimet poi Louvre
XIX dinastia - Ramses II
Corniola rossa e oro
2,35x1,3 x x 2,13 cm
Musée du Louvre, Inv.n. E 31890

sabato 1 ottobre 2016

Il tempio di Iside a Pompei

È  l’unico iseo meglio conservato fuori dall'Egitto ed è a Pompei. Parliamo del tempio dedicato alla dea Iside situato nella regio VIII, insula 7. Da che venne riportato alla luce, tra il 1764 ed il 1766, ha catturato l’attenzione sia per le architetture rinvenute in un ottimale stato conservativo che soprattutto per la ricca decorazione parietale, affreschi che furono da subito staccati e dislocati al Museo di Portici, oggi custoditi all’interno del Museo Archeologico nazionale di Napoli insieme a sculture ed altri oggetti di culto rinvenuti in loco. Fu soggetto di numerosi disegni, stampe e incisioni da parte di eruditi e viaggiatori secondo le moda del ‘grand tour d’Italie‘.
Edificato in epoca tardo-sannitica, tra il terzo-quarto del II secolo a.C. e l’80 a.C., verrà poi restaurato a seguito di uno dei tanti terremoti che scossero la città tra il 62 ed il 79 d.C., forse quello del 5 febbraio del 62 d.C.. Il benefattore, il liberto Numerius Popidius Ampliatus, come si legge nell'iscrizione un tempo in bella vista all'ingresso del recinto del tempio ed ora conservata anch'essa al Museo Archeologico nazionale di Napoli, ne attribuirà il merito a suo figlio Celsinus, di appena sei anni, per avviarlo così alla carriera politica. Il tempio è ubicato nel settore sud-occidentale della città, nel cosiddetto “Quartiere dei teatri” mentre l’ingresso è posto lungo la via del Tempio di Iside, strada parallela a sud del più famoso decumano inferiore, la via dell’abbondanza, quasi all'incrocio con la via Stabiana.


Le strutture sacre che oggi è possibile visitare sono il frutto del restauro “popidiano” e quindi pertinenti all'ultima fase di vita prima che l’eruzione vesuviana ne seppellisse le vestigia. L’area del tempio si presenta cinta da un portico quadrangolare contornato da colonne che sappiamo un tempo, stuccate in rosso e in bianco con capitelli tuscanici in rosso decorati con motivi vegetali, sormontato da una copertura in tegole con antefisse raffiguranti maschere di gorgone. Lungo le pareti interne si aprivano diversi varchi di passaggio che davano su vari ambienti tutti pertinenti al culto della dea, esse inoltre erano abbellite da nicchie ospitanti statue di divinità e decorate con pitture di IV stile con la fascia mediana ospitante scorci architettonici e paesaggistici, battaglie navali e nature morte. Il tempio vero e proprio, la aedes, nucleo principale del culto, si colloca al centro del porticato. Di tipo italico, ad esso si accedeva mediante una gradinata che conduceva nel pronaos (una sorta di anticamera) adorno di quattro colonne sulla facciata, da cui si procedeva nel naos (cella) dov'era custodito il simulacro (statua) della dea, verosimilmente realizzato in parte in marmo (testa, mani e piedi) mentre il corpo era in legno addobbato con stoffe e accessori preziosi. L’ingresso della cella, sui lati, era fiancheggiato da due nicchie in cui erano alloggiate le statue di Horus/Arpocrate e Anubis, divinità in stretto legame con Iside. Sulla parete di fondo del naos era presente un alto podio con due piedistalli laterali che ospitavano le statue di Iside e di Serapide o di Osiride mentre un’altra statua di culto, quella di Dioniso con la pantera, rimando associativo tra culti isiaci e dionisiaci, si trovava nella nicchia aperta sulla parete esterna della cella, dove nell'angolo sud-ovest una scala permetteva la comunicazione con l’interno. Le pareti erano inoltre decorate riccamente da stucco bianco e pitture di I stile, mentre i pavimenti, purtroppo perduti, erano, come dimostrato da disegni dell’epoca, in cocciopesto e mosaico.
Dinanzi alla gradinata di accesso, sul lato sud-est, si trova l’altare maggiore, sul quale si compivano i sacrifici in onore delle divinità: durante gli scavi furono rinvenuti resti dei sacrifici ancora poggiati su di esso. Ai piedi è stata rinvenuta una fossa sacra che conteneva inoltre gli avanzi carbonizzati dei sacrifici, mentre altri due altari più piccoli si trovano ai lati del pronao. Davanti al tempio, sul lato meridionale si trova un’altra architettura sacra, dalle sembianze di un tempietto. La struttura, di piccole dimensioni, è abbellita all'esterno da pannelli decorati da candidi stucchi con motivi vegetali e soggetti legati al culto della dea e all'ambito egizio. All'interno si trova inoltre una piccola cavità ipogea accessibile mediante una scala. Probabilmente questo piccolo ambiente custodita l’acqua sacra forse portata direttamente dal fiume Nilo e utilizzata durante sconosciute pratiche rituali, da cui il termine purgatorium, oppure come indicato dal nome, come stanza in cui gli iniziati al culto passavano la notte prima della cerimonia dal termine greco megaron, altro nome con cui è noto l’edificio. Non deve stupire la presenza a Pompei dell’acqua del Nilo che verosimilmente veniva portata direttamente dall'Egitto a Pozzuoli, importante approdo, porto di Roma, prima dell’inaugurazione dello scalo traianeo di Ostia.
Durante la ristrutturazione post-terremoto furono associati al recinto sacro nuovi ambienti che comportarono un ampliamento dell’area sacra. Dalla parete di fondo occidentale del portico per mezzo di cinque varchi si accedeva ad un grande ambiente, noto come ekklesiasterion, di cui se ne ignora la funzione, mentre un’altra apertura nell'angolo sud-ovest dava accesso al sacrarium, una sorta di odierna sacrestia, dove venivano custoditi oggetti e paramenti sacri. Mentre dalla parete meridionale del portico si accedeva ad un triclinium ed un cubiculum.
Ed è proprio dall’ekklesiasterion che provengono i dipinti più famosi dell'iseo pompeiano: Io, Argo ed Hermes e Io a Canopo che vedono protagonista la ninfa Io prigioniera ad Argo che viene liberata dal dio Hermes e che giunge poi in Egitto, nella città di Canopo sul delta del Nilo.
Alcuni studi hanno cercato di ricostruire gli ultimi drammatici momenti vissuti all'interno del tempio: l’eruzione, avvenuta verso l'ora di pranzo sorprese sacerdoti e aiutanti verosimilmente in cucina. Alcuni, dopo aver raccolto in un sacco gli oggetti di maggior valore, scapparono via ma durante la fuga il sacco scivolò dalle mani di colui che lo portava spargendo a terra il contenuto. Riuscirono però a proseguire la loro corsa fino al vicino foro triangolare dove morirono a causa del crollo del porticato. Altri sacerdoti invece non riuscirono o non vollero abbandonare il tempio e pagarono ugualmente con la vita la fedeltà alla dea, travolti dalle esalazioni tossiche che il Vesuvio alitò impietoso sulla città.

domenica 18 settembre 2016

Zenobia: Regina dell'Oriente

"Zenobia regina dell'Oriente ad Aureliano Augusto! Nessuno ha osato fino ad oggi chiedermi ciò che pretendi tu nella tua lettera. 
In guerra tutto viene deciso dal coraggio. Hai desiderato che io mi arrenda, che conservi vita e onori, ma sottomessa a un padrone. 
Aspetto senza indugi l'aiuto dei persiani e degli armeni che non sono tanto lontani. 
I nomadi del deserto non ti hanno forse sconfitto? O Aureliano, cosa accadrà quando verrai attaccato da tutte le parti? 
Senza dubbio lascerai questo tuo atteggiamento di comando, come se le tue armate dovessero essere sempre vittoriose".

Flavio Vopisco - Vita di Aureliano - 26, in Storia Augusta


Palmira come nome evoca leggende e miti di ogni tempo, un luogo straordinario che sorge al centro del deserto siriano, il nome originario era Tadmor, poi modificato dai romani in Palmira: "città dei palmizi". Tutt'oggi è una città isolata, ben protetta dal deserto e, nell'antichità, era un centro carovaniero di grande importanza, assicurandosi così grandi profitti. In città l'industria principale era quella orafa e quando l'imperatore Aureliano, III secolo, trascinò la regina Zenobia dietro al suo carro, la sovrana era completamente ricoperta di gioielli, ma andiamo con ordine.
La vita di Zenobia interessò molti scrittori latini e greci, la sua storia per certi tratti ricorda quella di Cleopatra, paragone che piaceva soprattutto a Zenobia, la quale regnò anche negli stessi territori di Semeramide. Gli autori antichi trassero quindi dalla sua sorte una serie di leggende che poi raccolsero in numerose opere, testi come la Vita di Zenobiae, inclusa nella Historia Augusta. Il nome arabo di questa regina era Bat-Zabbai, che significa "figlia di Zabbai", che era un principe dell'aristocrazia palmirena. I lineamenti della regina non ci sono pervenuti tramite sculture o altre opere artistiche, ma solo tramite la numismatica. Infatti sono state ritrovate molteplici monete che recano la sua effige, che tuttavia non ci permettono di ricostruirne con precisione le fattezze, ciononostante, secondo le svariate informazioni pervenute fino a noi, sappiamo che non era molto alta, labbra strette e capigliatura bruna. Se le informazioni sul suo aspetto fisico scarseggiano, ne abbiamo invece in abbondanza sulla sua indole. Pare che fosse pervasa da un'ambizione senza freni, coraggiosa e con una forte tenacia.
Aveva sposato il re di Palmira, Settimio Odenato, che aveva mantenuto un atteggiamento da vassallo nei confronti dei romani per tutta la vita, tentando sempre di non urtare la politica dell'Impero. Alla morte del marito, Zenobia prese il potere e non ci pensò due volte a proclamarsi nemica di Roma. Questa politica indispettì subito l'imperatore Gallieno, che però non poté recarsi a Palmira, affrontava infatti già l'invasione dei Goti. In seguito Zenobia firmò quindi un trattato con il successore di Gallieno, Claudio II, che tuttavia non rispettò quando si autoproclamò Augusta, titolo onorifico che difatti era concesso solo alle donne vicine all'imperatore.
In seguito a questa autocelebrazione, Zenobia iniziò una serie di campagne di conquista volte a sottrarre territori a Roma stessa. Invase la Giudea, l'Egitto e l'Arabia, dove riportò rilevanti vittorie grazie all'intelligenza tattica del suo fedele generale Zabdas. Successivamente Zenobia decise di invadere l'intera Siria e di portare l'estensione del regno di Palmira fino in Turchia, queste conquiste la resero senza alcun dubbio una vera e propria regina guerriera, tanto che il neo imperatore Aureliano fu costretto ad accettare l'autonomia di Palmira.
Questa situazione però non durò molto a lungo, l'ambizione di Zenobia l'aveva portata a compiere un passo falso, quello di raccogliere denaro per Palrmira con il nome di Imperatrix Romanorum, un titolo che offuscava l'imperatore stesso, e per questo Aureliano decise che fosse arrivato il momento di intervenire. Dapprima invase l'Egitto riconquistandolo, per poi combattere in tutta l'Asia Minore, fino alle porte di Palmira, dove Zenobia stava riorganizzando un potente esercito per affidarlo al suo generale. Una volta radunate le truppe, Zabdas volse verso Antiochia, dove si trovavano le legioni romane. In seguito avvennero due scontri decisivi: la battaglia di Immae e quella di Emesa, ed entrambe le volte Zenobia ebbe la peggio.
Ormai non le restava altro che resistere a Palmira stessa, anche se fu tutto inutile, Aureliano assediò la città e la depredò. Zenobia tentò la fuga ma fu poi catturata e dopo diverse peripezie (cercò di accusare i suoi consiglieri delle proprie azioni) fu condotta e mostrata sconfitta in ogni città che Aureliano attraversò fino a Roma, dove venne esibita come bottino di guerra sfilando dietro al carro dell'imperatore.

"Era così carica di ornamenti preziosi, da sembrare quasi schiacciata dal loro peso(...)Una catena d'oro le teneva legate le caviglie e una le stava attorno al collo".

Trebelio Pollione - Vita di Zenobia - 29, in Storia Augusta
La morte
La sua sorte è incerta, si dice che morì poco dopo imprigionata o che venne perdonata da Aureliano, il quale fu talmente colpito dalla sua bellezza da concederle addirittura una villa in cui vivere e che in seguito abbia poi sposato un senatore, divenendo dunque una rispettabile matrona romana. Quale sia stata la sua sorte in realtà non ci è dato sapere, quello che è certo, è che così come Cleopatra, Zenobia fu a tutti gli effetti una delle più grandi spine nel fianco dell'Impero Romano.

sabato 10 settembre 2016

I colossi di Memnone

Le due statue (m.16,60 + 2,30 di piedistallo) fiancheggiavano l'ingresso del tempio funerario di Amenhotep III, oggi quasi completamente scomparso. Rappresentano entrambi il re seduto, con ai lati, di proporzioni ben più piccole, due donne, la madre Mutemuia e la "grande sposa" Ty.

Memnone è un personaggio omerico; figlio dell'Aurora, re etiope, accorse in aiuto di Troia e perì sotto le sue mura per mano di Achille. Nell'immaginazione dei visitatori di età classica, l'eroe, raffigurato nella statua spezzata, all'alba salutava la madre con quel suono "come di corde di cetra che si spezzassero”. La cosa risale al 27 a.C., quando in uno dei due colossi si determinò, per un terremoto, una fenditura. Nel 120 d.C. visitò il sito anche l'imperatore Adriano, accompagnato dalla moglie Sabina e dalla poetessa Julia Balbilla, di cui sono rimasti incisi sulle gambe dei colossi quattro epigrammi.


Sui colossi di Memnon, è possibile leggere addirittura la testimonianza di un probabile sopravvissuto all'eruzione vesuviana del 79 d.C., proprio quella che spazzò via Pompei e Ercolano:
"Suedius Clemens Praefectus castrorum audi Memnonem, III idus novembres, anno III imperatoris nostri".
"Suedio Clemente. Praefectus castrorum (Responsabile del Castrum ), udì Memnone, il 12 novembre del III anno (80 d.C.) del nostro imperatore".


Suedio Clemente era presumibilmente a Pompei durante l'eruzione, poiché è possibile datarne la presenza certa fino al 77 d.C., quando prese parte alla campagna politica dell'aspirante duoviro Epidio Sabino.

lunedì 22 agosto 2016

La cerimonia dell'apertura della bocca


Nell'antico Egitto la morte era considerata una fase di transizione in cui l'essere umano passava a un nuovo stato di esistenza nell'aldilà. Perciò bisognava aiutare il defunto a resuscitare nel mondo dei morti. L'ingresso del defunto nell'aldilà non dipendeva soltanto dal fatto che egli si fosse comportato correttamente durante la sua vita e che, nella pesatura dell'anima, o psicostasia, il tribunale di Osiride lo avesse considerato degno di entrare nel mondo dei morti. Era necessario, infatti, che anche il fisico del defunto si trovasse in ottime condizioni. Egli doveva essere in grado di muoversi da sé nel "mondo inferiore", per cui le estremità dovevano essere rianimate. Allo stesso modo doveva poter mangiare, bere, parlare e avere rapporti sessuali. La cerimonia di apertura della bocca consisteva in un insieme di riti compiuti sulla mummia o su una statua del defunto e volti a far riprendere le sue funzioni vitali. Durante il suo svolgimento, il morto riacquistava anche la vista. Per gli Egizi - come anche in altre culture - "vedere" era sinonimo di "vivere". La vista è uno dei principali mezzi a disposizione dell'essere umano per percepire le cose e la conoscenza di ciò che c'era intorno significava essere vivi. Perciò, il nome completo del rituale era "cerimonia di apertura della bocca e degli occhi".
Dopo che il corteo funebre era arrivato alla necropoli, il rituale veniva compiuto dai sacerdoti, che conoscevano le pratiche necessarie. In base alle rappresentazioni, sappiamo che esso si svolgeva davanti alla tomba. Quest'ultima circostanza è attualmente oggetto di polemica, poiché alcuni egittologi ritengono che la cerimonia si svolgesse all'interno del sepolcro, o al coperto, dopodiché si chiudeva la tomba. Comunque, una volta giunti davanti al sepolcro, o al suo interno, la mummia o la statua del defunto veniva sistemata con il volto rivolto a sud su un monticello di sabbia che simboleggiava la collina primigenia. Secondo la mitologia egizia, questo era il luogo della creazione e la cerimonia di apertura della bocca era un rito creatore, mediante il quale veniva data nuova creazione e si considerava appena nato nell'aldilà. Dopo essersi purificato con acqua, incenso e natron, il sacerdote sem, seguendo le istruzioni del sacerdote lettore, rianimava il defunto. Dopo la consegna delle offerte, la tomba veniva chiusa per l'eternità. 

lunedì 15 agosto 2016

Traduzioni dalla Tomba di Nefertari: Parte 2

Avevo già dedicato un post del genere alla bellissima tomba di Nefertari, ho pensato dunque di fornire ai miei lettori ulteriori traduzioni dei dipinti della QV 66.

L'Unione di Ra e Osiride
Nella parte sud della parete ovest dell'annesso, tra le dee Iside e Nefti è raffigurata una divinità a testa di ariete, con il volto verde, colore della rigenerazione, il capo sormontato da un disco solare rosso e una tunica bianca serrata alla vita da una fascia rossa, tipica dell'abbigliamento di Nefertari. Si tratta di una raffigurazione di Ra che si confonde con Osiride: è il tema del sole che muore e rinasce quotidianamente.


Il toro, le "sette vacche celesti" e i "quattro timoni del cielo"
Sulla parete ovest dell'annesso sono raffigurate le "sette vacche celesti" con un toro e, nel registro inferiore, i "quattro timoni del cielo". Tutta la scena è connessa con il capitolo 148 del Libro dei Morti, le cui formule permettono al defunto di ottenere magicamente i cibi necessari alla sua sussistenza. Il capitolo in questione è intitolato come: "Formula per procurare approvvigionamenti a uno spirito nel regno dei morti". Il defunto, ormai divenuto Horus figlio di Osiride, recitando questi passi nel giorno della luna nuova e conoscendo i nomi e l'identità delle vacche sacre apportatrici di nutrimento, poteva ricevere gli alimenti necessari alla sua sussistenza. 


L'offerta delle stoffe a Ptah
La parete ovest dell'annesso è occupata dalla scena dell'offerta di stoffe al dio Ptah, raffigurato in piedi all'interno di un'edicola, con il volto verde e il capo ricoperto da una calotta nera. Dietro il dio si vede un grande pilastro djed.


lunedì 8 agosto 2016

Statuina di Akhenaton con una delle sue figlie

La statuina è incompiuta ma decisamente di alta qualità artistica, riproduce Akhenaton che regge sulle sue ginocchia una delle figlie, forse la primogenita Meritaton, oppure, secondo ipotesi più recenti, addirittura la sposa secondaria Kiya. Il re, seduto su uno sgabello, indossa una tunica a maniche corte e la corona azzurra (kheperesh), mentre la fanciulla porta una parrucca non ben definita e volge il capo verso il re, in atteggiamento affettuoso. Sono proprio scene di vita di questo tipo, intime e rivelatrici della vita a corte, a caratterizzare l'arte amarniana, che sembra anch'essa orientarsi, come vuole la dottrina sostenuta dal sovrano, verso quell'idea di ''vivere secondo Maat'' che, sul piano dell'immanenza, significa aderire sempre più alla verità armoniosa delle cose. Così, una semplice statuina come questa, rivelatrice di un atto d'amore comune per le nostre aspettative, diventa programmaticamente un manifesto culturale di grande forza innovativa.

Dati
Materiali: Calcare
Altezza: 39,5 cm
Larghezza: 16 cm
Luogo del ritrovamento: Tell el-Amarna, atelier di uno scultore
Epoca: XVIII dinastia, regno di Akhenaton (1350 a.C-1333 a.C)
Scavi: L.Borchardt (1912)
Sala: n°3

lunedì 1 agosto 2016

Il poema di Pentaur, falso storico o resoconto attendibile?


La battaglia di Qadesh fu lo scontro cruciale fra i due principali antagonisti del tempo, l'Egitto di Ramses II e l'impero hittita di Muwatalli.
Il nome che è stato associato al poema, quello dello scriba Pentaur, è solo di colui che ci ha lasciato una delle copie su papiro, eseguita a Menfi durante il regno del successore di Ramses II, Merenptah, e conservata al British Museum di Londra.
La redazione del racconto dovette appoggiarsi al diario di guerra che è quanto si legge in forma sintetica nel cosiddetto ''bollettino'', inciso sulle pareti dei templi. Nel testo è la preghiera, vero testo lirico, con la quale Ramses II si rivolge al dio Amon, e ne invoca l'aiuto, trovandosi solo circondato dai nemici.
Dal racconto di Qadesh si evince l'importanza dei ''servizi segreti'', la battaglia si chiuse alla pari piano tattico, ma riusci vittoriosa per Ramses sul piano strategico, perché l'impero hittita si basava sulla guerra e l'espansionismo, una volta fermato entrò in decadenza. Lo stesso destino toccherà all'impero assiro. Venne collaudata la struttura dell'esercito per divisioni, ancora, appare stupefacente la puntualità dell'incontro a Qadesh, a 450 km dalle basi, dell'esercito di Ramses II col corpo speciale, i Naharin che soccorsero la ''Amon'' nel momento di massimo pericolo ittita.
Nell'anno di regno XXI di Ramses II, egizi e ittiti conclusero paritari il primo trattato di pace internazionale che ci sia noto, dove nella versione egizia si legge ''tu sei in pace con me ed io sono in pace e in fratellanza con te, per sempre''. Tuttavia le due versioni del trattato hanno qualche discordanza, le clausole prevedono eterna pace da salvaguardare con un patto di reciproca non aggressione e alleanza difensiva contro nemici esterni e contro rivolte interne. Sono molto articolate le disposizioni che riguardano l'estradizione di fuggitivi, distinti secondo gerarchie sociali, nessuno dei quali pero dovrà essere accolto dall'altro paese. Sebbene le clausole siano espresse rigorosamente in maniera reciproca, si constatano alcune divergenze che possono pesare nell'interpretazione. Solo nella versione hittita, che è stata riprodotta in Egitto, il re Hattusili III fa riferimento alla scomparsa di Muwatalli e alla sua successione al trono, tacendo di avere detronizzato Mursili III, ma assicurando la sua volontà di pace. Nella stessa versione a Ramses è richiesto di fornire il suo sostegno affinché sia garantita la legittima successione al trono di Hatti.
Tuttavia le fonti Hittite tacciono molti particolari importanti che ci possono indurre a pensare che il trattato di pace fu molto conveniente per la stabilità del regno di Hatti, tutto questo per dire che a Pentaur non va riconosciuto tanto il merito di aver contribuito alla redazione dei testi sulla battaglia di Qadesh, ma quello di aver trascritto su papiro il racconto della battaglia, che non è sicuramente un resoconto storico.

martedì 26 luglio 2016

La mummia al cinema


Le storie di morti viventi e di esseri che tornano dalla tomba sono sempre state una fonte inesauribile per il genere del terrore. Lo scenario dell'antico Egitto forniva inoltre un'aria di esotismo e di mistero alla pellicola. Fin dagli inizi del cinematografo, oltre un secolo fa, furono girati film sulle mummie, ma, sfortunatamente, non si sono conservati. Il più vecchio, è probabilmente, La mummia del re Ramesse, una pellicola francese del 1909. Circa due anni più tardi uscirono tre film intitolati La Mummia, uno francese, uno inglese e un altro americano. Si era aperta la strada verso il genere del terrore. Ma la pietra miliare intitolata anch'essa la Mummia (1932), che continua a essere un gioiello nel suo genere, è la pellicola interpretata da Boris Karloff (a sinistra) e diretta da Karl Freund. La magistrale interpretazione di Karloff non è stata mai superata. In seguito, furono realizzate numerose produzioni cinematografiche su questo tema, compresa una pellicola egiziana destinata a stimolare l'apprezzamento del passato storico e la sua conservazione. Il personaggio della mummia non è superato e ancora oggi, quando appare sul grande schermo, ci fa rabbrividire; l'essere che torna dall'aldilà spaventando vivi è sempre presente nella nostra immaginazione, forse perché unisce l'interesse e il fascino dell'antico Egitto con un tocco di orrore. Dopo la pellicola del 1932, furono creati sottoprodotti di bassa qualità che tentavano di far ridere o di spaventare lo spettatore. Il genere della commedia on si è addentrato molto nel tema della mummia, sebbene alcune pellicole riescano, pur non volendo , a far ridere. Nei film del terrore furono introdotte delle novità, come la creazione di un nuovo personaggio. Così, mentre ne la Mummia di Karloff, quest'ultima e il sommo sacerdote erano la stessa persona, nelle successive versioni il personaggio si sdoppia. Acquista maggiore importanza il sacerdote, che utilizza la mummia come strumento di vendetta, ed essa appare come un burattino o un automa al suo servizio. Questo fenomeno però non è presente nella versione più recente della Mummia, quella del 1999 diretta da Stephen Sommers, che unisce horror e commedia, in un risultato fresco e veloce.

mercoledì 20 luglio 2016

Il ruolo della nutrice nell'antico Egitto

Molte nutrici occuparono un posto importante alla corte d' Egitto. Si pensi, per esempio, all'illustre Tiye, moglie del dignitario Ay, futuro faraone, che diede il seno a Nefertiti e la educò..''Grande nutrice'' è detto della donna che allatta il futuro re, ''colei che ha cresciuto il dio, dal dolce seno, vigorosa nell'allattamento, la cui pelle è stata toccata da Horo''. Disponendo di un servitore, la nutrice reale ha anche la possibilità di farsi scavare una tomba(ultimamente è stata ritrovata la mummia della regina Hatshepsut nella tomba della sua nutrice, Satre, che ebbe il grande onore di vedere erigere la sua statua all'interno della cinta del tempio di Deir el-Bahri).
Il saggio Paheri ha fatto rappresentare tre balie sui muri della sua dimora eterna, Meryt, moglie di un capo tesoriere(tomba tebana n°63), balia della figlia del faraone, venne assunta dal re in persona.
Anche la dea Iside venne molto spesso ritratta nell'atto di allattare il piccolo Horus.
Amenhotep II, il re definito ''sportivo'' per via delle sue prestazioni di tiro con l'arco e di canottaggio, era molto affezionato alla sua nutrice, la madre dell'alto dignitario Kenamon.
Nella tomba tebana(n°93)di quest'ultimo, il re si è fatto rappresentare sulle ginocchia della sua balia, seduta su una specie di trono, all'interno di un padiglione colonnato il cui tetto è decorato con melograni e fiori di loto, ai piedi della balia è accucciato un cane, due fanciulle portano da bere, mentre una terza suona il liuto.

Alcuni contratti di epoca tarda precisano che la nutrice si impegnava ad allattare il neonato o a occuparsi di lui per un determinato periodo in cambio di un certo compenso.
Svolgeva anche funzione medica e curava soprattutto l'enuresi del bambino, somministrandogli pillole composte di frammenti di pietra bollita o un liquido a base di canne.
La mancanza di latte era la cosa peggiore per una nutrice, che disponeva di un rimedio efficace per ovviare a questo inconveniente; ungersi la schiena con un unguento preparato con la spina di un pesce particolare, il lates niloticus, cotta nell' olio.
Dato che secondo le prescrizioni dei medici, i bambini andavano allattati per almeno tre anni, alle balie non mancava certo il lavoro; erano pagate meglio di alcuni terapeuti, in cambio dei suoi servizi una di loro ricevette tre collane di diaspro, un paio di sandali, una cesta, un blocco di legno, dell'avorio e mezzo litro di grasso, la sua collega, due paia di sandali, un vaso di rame, una stuoia, alcune ceste e un litro d'olio.
Ritenute ''il liquido che guarisce'', il latte veniva attentamente esaminato, doveva avere l'odore delle piante aromatiche o della farina di carrube; se, invece, sapeva di pesce era considerato cattivo. La lunga durata dell'allattamento spiega perchè non si è trovata traccia di rachitismo negli scheletri di bambini egizi, il ''prezioso latte'' poteva essere raccolto in recipienti d'argilla a forma di donna che si schiaccia il seno mentre tiene sulle ginocchia un neonato.
Curare il seno delle balie, in modo da evitare pruriti, emorragie o suppurazioni, era uno dei compiti fondamentali dei medici, che utilizzavano a questo scopo prodotti a base di canna, fibre vegetali, stami e pistilli di giunco.
Pensa che su una statua conservata al Metropolitan of Art di New York, è di una balia che per la sua fama fu chiamata a lavorare in Siria, il suo nome era Satnefrure, è un opera molto commovente, voluta dalla stessa nutrice, prima di lasciare l'Egitto fece scolpire quella statuetta perché fosse deposta nella sua dimora eterna, in modo da essere sicura che sarebbe stata sepolta in qualche modo nella sua terra invece che all'estero. Per un egizio era devastante abbandonare la propria terra.

domenica 10 luglio 2016

Introduzione ad Alessandria d'Egitto

Inizio oggi una nuova rubrica dedicata ai luoghi dell'Egitto e ai suoi monumenti, iniziamo con la prima città importante in ordine geografico, Alessandria.

Quando nel 332 a.C. Alessandro Magno, dopo aver sconfitto le armate persiane, giunse in Egitto, si insediò nei pressi del villaggio di Rakotis, arroccato su un'altura di fronte alla vicina isola di Pharos. In quel luogo decise che avrebbe fondato una città, cui sarebbe stato assegnato il suo nome. Costretto a ripartire poco dopo, non sarebbe mai più tornato in Egitto, ma il progetto della futura città, che Alessandro aveva affidato all'architetto Dinocrate, fu portato a realizzazione. Morto Alessandro, i generali macedoni si spartirono l'impero e l'Egitto toccò a Tolomeo, ufficiale macedone e figlio di Lago, che scelse la nuova città di Alessandria come residenza e capitale del suo regno.

Durante il secolo seguente, i primi tre Tolomei, Sotere, Filadelfo ed Evergete (quest'ultimo morì nel 222 a.C), diedero un impulso determinante all'abbellimento della città, facendone anche il più brillante centro culturale e artistico del Mediterraneo, culla della civiltà ellenica. Loro fu l'idea di collegare l'isola di Pharos alla terraferma con una grande chiusa, l'Heptastadion, lunga 7 stadi (circa 1300 metri). La particolare conformazione dell'isola, estesa in lunghezza e parallela alla costa, permise la creazione di due porti naturali, separati dall'Heptastadion, che ancora oggi ritroviamo:il porto Est e il porto Ovest. All'estremità orientale dell'isola, Tolomeo I Sotere fece anche costruire una torre a più piani rientranti (prototipo dei moderni fari), che di notte veniva illuminata alla sommità con un fuoco a legna e con un sistema di specchi, faceva luce a 100 miglia di distanza, al fine di segnalare la presenza del porto alle imbarcazioni che navigavano alla luce delle stelle. Dinocrate aveva progettato la pianta della città a forma di quadrilatero, in modo che le strade, orientate verso nord, nonché i porti potessero d'estate venire rinfrescati dal vento di tramontana. Dietro la zona del porto Est si trovava il quartiere elegante della città, il Bruchion; è su quest'area della città in un ampio parco, che i Lagidi costruirono i loro sontuosi palazzi, un teatro, un mausoleo, destinato a ospitare il corpo di Alessandro, un tempio di Iside e Serapide, e un complesso di edifici dedicato alle Muse. Questo ''Museo'', una sorta di accademia comprendente una biblioteca con oltre un milione di libri, aule scolastiche, palestre e un giardino botanico, resterà uno dei luoghi più prestigiosi della cultura greca fino al trionfo del cristianesimo.
In seguito alla conquista araba, nel VII secolo, Alessandria cominciò a declinare, fino a ridursi a poco più di un villaggio al momento della campagna d'Egitto di Napoleone, nel 1799. Fu merito dei kedivè se Alessandria riprese poi una nuova vita. Nel 1819, Muhamed Alì fece scavare il Canale Mahmudiya, che permise di irrigare le terre vicine e collegò la città al Nilo. Alla fine del XIX secolo, Alessandria era tornata a essere una ricca e fiorente città. ingentilita da ridenti giardini lungo il lago Maryut. I sontuosi palazzi, descritti dai viaggiatori dell'epoca, sono stati sostituiti da costruzioni adibite alle attività commerciali e industriali di una moderna metropoli. Alessandria con i suoi 4 milioni di abitanti, è una città cosmopolita, piena di vita, soprattutto verso il centro, che si irradia da midan (piazza in arabo) Saad-Zaghlul, alle spalle del litorale del porto Est. Primo porto dell'Egitto. Alessandria si trova oggi a dover fronteggiare una forte crescita demografica. Per questo, ai piedi delle colline. vicino a el-Amiriya, sta sorgendo un nuovo insediamento urbano che, alla fine del secolo, potrà raggiungere 1 milione di abitanti.

venerdì 1 luglio 2016

Come misuravano il tempo gli egizi?

Gli antichi Egizi calcolavano il tempo in un modo simile e insieme dissimile al nostro:ogni anno infatti era diviso in dodici mesi di 30 giorni ciascuno, con la aggiunta di 5 giorni supplementai (detti dai greci Epagomen), per un totale di 365 giorni. L'anno veniva diviso in tre stagioni di quattro mesi ciascuna; l'indondazione, l'Uscita e l'Estate. Facendo coincidere il Capodanno egizio con il primo giorno del mese dell'inondazione del Nilo (intorno al 20 luglio), le stagioni risultavano così divise:

1 Akhet (Inondazione:da metà luglio a metà novembre).
2 Peret (''Uscita''della terra dall'acqua:da metà novembre a metà marzo).
3 Shemu (Estate: da metà marzo a metà luglio).
4 Giorni Epagomani dedicati alla nascita di: Osiride, Iside, Horo, Seth e Nefti.



I nomi dei mesi erano:

1 stagione di Akhet: Thot, Phaophi, Abed e Khoiak.
2 stagione di Peret: Tybi, Mekhir, Phamenoth e Pharmuthi.
3 stagione di Shemu: Pakhon, Payni, Ephipi e Mesore.


Il giorno veniva suddiviso in 24 ore, 12 per il giorno e 12 per la notte. Ma gli egizi non misuravano esattamente le ore e accadeva perciò che le ore dei giorni estivi (cioè il tempo intercorso fra il sorgere e il calare del sole diviso per dodici)durassero più a lungo di quelle dei giorni invernali visto che in inverno le giornate si accorciano.
Ora vediamo come si faceva per stabilire una data precisa. Si usava fare riferimento agli anni dei regno del faraone sotto il cui dominio accadeva l'evento, che venivano calcolati a partire dal giorno dell'ascesa al trono. Per scrivere una data si procedeva dunque così:




Si legge: HAT SEP 2(SENU), ABED 3 (KHMET), AKHET, SU 1(UA)

Indico, tra parentesi, la probabile traduzione fonetica, poco usata e non certa dei numeri. Significa letteralmente:''secondo anno di regno, terso mese dell'inondazione, primo giorno'', e a queste parole si aggiungeva infine ''sotto la maestà del re tal dei tali'', includendo così nella data, tra le annotazioni utili all'indicazione del periodo, anche il nome del faraone che governava in quel momento.

domenica 26 giugno 2016

La notazione musicale


Come per molti altri popoli, anche per gli egizi la musica ebbe un ruolo molto importante tanto nella vita religiosa quanto in quella quotidiana. I musicisti compaiono in numerose raffigurazioni di lavori agricoli o di sfilate militari. Benché si conoscano gli strumenti usati dagli egizi e la loro evoluzione, la questione della notazione musicale è ancora avvolta nel mistero. Il fatto che in nessun rilievo appaia un musicista con uno spartito ha indotto gli studiosi a ritenere che gli egizi non avessero un sistema scritto. Ma in molti rilievi dell'Antico Regno, a fianco degli strumentisti compare un personaggio che fa segni con le mani: il chironomista. Esiste un legame tra la posizione delle mani dello strumentista e i segni del chironomista, per cui questi ultimi sembrano essere una forma più antica di notazione musicale. La scomparsa dei chironomisti a partire dal Nuovo Regno fu forse dovuta alla nascita di un sistema scritto, come conseguenza dei contatti con altri popoli. La parola che indicava la musica era heset, rappresentata da diversi fonemi e un determinativo: l'avambraccio. La scomparsa di quest'ultimo segno è da collegare ai cantanti, che con le mani facevano dei gesti agli strumentisti, questa parola indica anche il canto, che per gli egizi si traduceva come ''fare musica con le mani''.

lunedì 20 giugno 2016

Il Museo Egizio del Cairo: collana tolemaica con pendenti

Questo pesante collare è costituito da uno spesso filo d'oro al quale sono appesi dieci ciondoli variamente sagomati, di altezza compresa fra 1,3 e 3,8 centimetri. Un secondo filo è stato infilato negli anelli di sospensione e arrotolato sul primo ai lati dei pendagli, che in tal modo non possono spostarsi sulla collana. I pendenti raffigurano, partendo da sinistra:
1)la dea Tueris, divinità popolare rappresentata sotto forma di ippopotamo; protegge le donne gravide e sorveglia i parti e l'allattamento. Il suo culto conosce una grande diffusione nel periodo tardo.
2)La dea Iside seduta su un trono; sposa di Osiride e madre di Horus, esperta di arti magiche, a partire dal periodo ellenistico viene associata al dio Serapide, introdotto in Egitto dai sovrani tolemaici.
3)Un falco, immagine di Horus, antica divinità del cielo e della regalità. Indossa la doppia corona (simbolo dell'Alto e del Basso Egitto).
4)Un altro falco che un tempo aveva la coda e le ali arricchiti da una decorazione ad intarsio oggi scomparsa.
5)Un uccello a testa umana, rappresentazione del ba, manifestazione animata del defunto. Porta sul capo un disco racchiuso fra due corna bovine.
6)Un altro ciondolo rappresentante il ba.
7)Ancora un altro falco Horus con la doppia corona.
8)Un falco Horus con la corona bianca (simbolo dell'Alto Egitto).
9)Un occhio udjat, l'occhio ''risanato'' di Horus, potente amuleto che assicura a chi lo porta salute e integrità.
10)Un'immagine del dio Nefertum, personificazione del loto primordiale da cui ebbe origine la vita.
Tutti i ciondoli, tranne l'occhio udjat, sono dotati di un sottile basamento. La chiusura della collana era assicurata da due ganci ottenuti piegando le stremità del filo.

Dati
Materiali: Oro
Diametro: 12,5 cm
Peso: 169 gr
Luogo del ritrovamento: Dendera (1914)
Epoca: Tolemaica
Sala: n°4

mercoledì 1 giugno 2016

La nuova Tebe

Agli inizi del Terzo Periodo Intermedio, la capitale fu spostata a San el-Hagar, da dove i faraoni potevano controllare il Basso Egitto. Il controllo dell'Alto Egitto rimase ai grandi sacerdoti di Amon a Tebe.


Nel Nuovo Regno, il crescente potere dei sacerdoti di Amon a Tebe costituì una grave minaccia per la monarchia. Per tale motivo, Sethi I e Ramses II potenziarono 'esercito e ne fecero la base del loro potere. Ramses II, per sottrarsi al dominio del clero, trasferì la capitale a Pi-Ramses, una città nuova situata nella zona del Delta orientale. Negli ultimi scorci del suo regno, il faraone incontrò difficoltà nel neutralizzare il potere dei sacerdoti. Durante il regno di Ramses VI, i sacerdoti tebani giunsero a possedere i tre quarti delle terre e un enorme numero di navi e laboratori. Il loro potere sullo Stato era assoluto. Alla fine del periodo ramesside esplose la guerra tra i seguaci di Seth e quelli di Amon. Durante il regno di Ramses XI, le città di Pi-Ramses e Tell el-Dab'a, legate al culto di Seth, furono sostituite in importanza da San el-Hagar, non molto distante da queste e consacrata al dio Amon di Tebe.

Ramses XI nominò Herihor gran sacerdote di Amon a Tebe. Questi impose il proprio potere e, nel Terzo Periodo Intermedio, fu il primo di una dinastia formata dai gran sacerdoti di Amon. Il successore di Ramses XI fu Smende, visir del Basso Egitto, con il quale cominciò la XXI dinastia. La capitale fu trasferita da Pi-Ramses a San el-Hagar. Il clero tebano non fu però in grado di mantenere l'ordine, e finì per perdere il controllo della Nubia. A quel punto, aumentarono i saccheggi delle tombe e la situazione andò peggiorando, tanto da indurre il grande sacerdote Pinodem II a prendere la decisione di trasferire le mummie dei re e quelle dei sacerdoti in alcuni nascondigli a Deir el-Bahri. Nel 945, i Libici, salirono al trono e imposero il proprio potere sull'Alto e sul Basso Egitto.

giovedì 26 maggio 2016

Il Museo Egizio del Cairo: Il diadema della principessa Sathathoriunet


La più importante collezione di pezzi dell'Egitto faraonico è conservata al Museo Egizio del Cairo. La piazza di el-Tahrir, centro nevralgico della vita del Cairo, si chiude sul lato nord con un palazzo della fine del XIX secolo, che dal 1902 ospita il Museo Egizio, per gli egiziani semplicemente el-mathaf, il museo per eccellenza. Questa istituzione fu il culmine degli sforzi di Auguste Mariette (1821-1881) per creare un museo che completasse la funzione svolta dal Servizio delle Antichità, da lui creato sotto gli auspici di Said Pascià, viceré d'Egitto.
Nel 1858 fu istituito il primo nucleo del museo nel quartiere di Bulaq; da lì, nel 1891, fu trasferito a Giza finché, all'inizio del XX secolo, trovò la sua collocazione definitiva nella piazza di el-Tahrir. Finoalla rivoluzione egiziana del 1952, il museo ha avuto direttori europei, tra i quali va menzionato almeno Gaston Maspero (1846-1916), successore di Mariette come direttore del Mueo di Bulaq e del Servizio delle Antichità. A Maspero si deve la sistemazione del Museo e l'organizzazione del catalogo scientifico che ne illustra i monumenti. I pezzi esposti sono oltre 6000, e quasi altrettanti sono conservati nei magazzini in attesa di una sistemazione definitiva.
I pezzi esposti nel Museo Egizio sono classificati per sezioni articolate indicativamente secondo un ordine cronologico. Il pianterreno presenta gli oggetti più significativi dall'inizio dell'epoca dai faraoni fino alla tarda epoca romana. Il primo piano contiene, come sezioni principali, la sala dedicata al Tesoro di Tutankhamon e la collezione di mummie di faraoni. Accanto a quest'ultima, sullo stesso piano, sono in mostra i sarcofagi di faraoni e di sacerdoti, oltre a diversi oggetti di uso domestico. 


Dati
Materiali: Oro, lapisalazzuli, cornalina, pasta vitrea.
Altezza: 44cm
Larghezza: 19,2 cm
Luogo del ritrovamento: El-Lahun, complesso funerario di Sesostri II, tomba di Sathathoriunet.
Epoca: XII dinastia, regno di Amenemhet III (1842-1794 a.C.).
Archeologo: W.M.F Petrie (1914).
Sala: n°4

Questo raffinato diadema è stato rinvenuto nella tomba della principessa Sathathorinunet, dentro un vano murato che custodiva un ricco corredo di gioielli. Il gioiello, destinato a cingere una parrucca, è costituito da una fascia d'oro decorata da quindici rosette e da un serpente ureo con intarsi di cornalina, lapislazzuli e pasta vitrea verde. Le bande d'oro sulla parte posteriore del diadema riproducono le due alte piume caratteristiche delle acconciature regali e divine, mentre le lamine mobili ai lati del volto e dietro alla nuca evocano i nastri ornamentali che venivano spesso applicati alle ghirlande floreali.