venerdì 1 gennaio 2016

Un faraone di nome Alessandro

Dopo aver subito per quasi un secolo la dominazione dei Persiani, l'Egitto accolse Alessandro Magno come un liberatore e un vero faraone. La leggenda voleva che il giovane re macedone fosse figlio di Nectanebo II, ultimo dei sovrani egizi.
Nel 332 a.C., mentre muoveva verso l'Egitto, Alessandro trovò un ostacolo imprevisto: era la città fortificata di Gaza, capitale dei Filistei, governata per conto del re persiano Dario da un eunuco di nome Bati. Durante l'assedio, il conquistatore macedone fu ferito a una spalla, ma alla fine riuscì ad avere la meglio sulla tenace resistenza del nemico e poté dare sfogo alla sua rabbia: fece uccidere tutti gli uomini della città, che fu rasa al suolo mentre le donne e i bambini furono venduti come schivi. Lo stesso Bati fu giustiziato in modo esemplare: Alessandro gli fece bucare un tallone per infilarvi un anello di bronzo, poi lo attaccò al suo carro lanciato a tutta velocità, trascinando il corpo ancora vivo dell'avversario. A quel punto, il re macedone era pronto a mettere in pratica quanto suggeritogli dai suoi consiglieri: "Re, prima di ogni altra impresa, ricordati di compiere sulla terra di Amon l'opera che da te ci si aspetta". Si mise in marcia, dunque, verso l'Egitto. Prima, però, fece caricare su una nave una grande quantità d'incenso che aveva trovato nei magazzini di Gaza, e lo inviò in Macedonia come regalo per il suo maestro, il filosofo Aristotele.
Alessandro in realtà fu spesso un re giusto, parsimonioso e capace, tuttavia le offese e i tradimenti scatenavano in lui una rabbia senza fine. Gaza non fu di certo la sola città ad offendere il re macedone, ci sono moltissimi esempi da fare: Tiro, la morte di Clito  o l'esecuzione del compagno d'armi, Filota. Nonostante la sua rabbia, sono molti di più i casi in cui Alessandro dimostrò una compassione e un senso di giustizia unici.

L'incoronazione di Alessandro
Per raggiungere Pelusa, situata alle porte dell'Egitto, sul ramo più orientale del Nilo, Alessandro impiegò solo sette giorni. Mentre la flotta procedeva lungo le coste, il re, alla testa della sua fanteria, seguì la via terrestre, da lui nettamente preferita a quella marittima. Alla fine, la flotta e l'esercito si riunirono a Eliopoli, la città del sole, non lontano da quella piana di Giza su cui si stagliavano le monumentali piramidi. Da lì, Alessandro mosse verso Menfi. Il suo ingresso in città fu trionfale: sfiniti dalla lunga dominazione persiana, gli egizi accolsero come un liberatore l'uomo che li aveva aiutati a disfarsi del giogo straniero.
Alessandro, però, non era solo un conquistatore, ma anche un abile uomo politico e un diplomatico accorto. Conoscendo l'importanza che la religione rivestiva in Egitto, volle per prima cosa rassicurare il clero. Oltretutto, divinità come Amon, Iside e Osiride non erano affatto sconosciute ai macedoni. Per placare sul nascere ogni possibile resistenza, perciò, il nuovo re si esibì in un gesto carico di significato religioso, assistendo al sacrificio del toro Apis. A quel punto, i sacerdoti fecero annunciare che il nuovo faraone, tanto atteso dopo quasi un secolo di dominazione straniera e dieci anni di trono vacante, era finalmente arrivato. Nel giorno stabilito, Alessandro fu incoronato re d'Egitto.
La cerimonia si svolse alla presenza delle sole persone autorizzate a entrare nel tempio di Ptah, il dio che presiedeva a ogni attività umana. Il gran sacerdote, assistito dai suoi numerosi servitori, spogliò Alessandro dei suoi abiti e lo fece ungere d'olio sacro nelle parti del corpo da cui si sprigionano la forza, l'intelligenza e la volontà. Poi, il nuovo faraone fu rivestito con abiti regali e ornamenti sacri, e invitato a sedersi sul trono di Ptah. A questo punto, indossò in successione tutte le corone che dovevano conferirgli la piena maestà: prima quella di Horus, poi quella di Amon-Ra adornata dal disco solare, e di seguito la corona bianca dell'Alto Egitto e quella rossa del Basso Egitto. Infine, sul capo del sovrano fu deposta la tiara reale che riuniva le due precedenti. Quando Alessandro ebbe in mano lo scettro e la croce della vita, attributi della sua regalità, un forte profumo d'incenso si sparse nel tempio. Intanto, i sacerdoti pronunciavano ad alta voce i nomi del faraone, gli stessi che sarebbero stati colpiti per l'eternità sulla pietra dei templi e di tutti gli edifici eretti durante il suo regno: "Re sparviero, principe della vittoria, re del giunco e dell'ape, amato da Amon, eletto dal dio sole, Alessandro, Signore del Doppio Paese e Signore della gloria, dotato di vita per sempre come il dio sole per il tempo infinito".


Alessandro figlio di Nectanebo II?
Uno dei motivi per cui gli egizi accolsero Alessandro con tanto calore è legato forse a una leggenda che fu alimentata, a quanto pare, dallo stesso re macedone. Secondo quanto si diceva, Nectanebo II, ultimo faraone indigeno dell'Egitto, si era recato in Macedonia nell'anno in cui sarebbe nato Alessandro: introdottosi furtivamente nella stanza di Olimpiade, madre del futuro conquistatore, assunse l'aspetto di Zeus-Ammone e giacque con la donna. Da quell'unione, dunque, nacque il futuro re, nonché futuro faraone d'Egitto. A rinforzare la leggenda contribuì il gesto rituale compiuto di Alessandro durante l'incoronazione: il bacio del nuovo sovrano all'effigie del suo predecessore fu interpretato come un segno d'affetto rivolto da un figlio al proprio padre; che in realtà altro non era che un'astuta mossa politica.

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