lunedì 22 febbraio 2016

Gli egizi e la musica

Nelle occasioni liete come nei funerali, gli egizi ricorrevano alla musica per animare ogni aspetto della loro vita quotidiana e per mettersi in contatto con gli dei. Col tempo, musici e cantori divennero veri e propri professionisti nel loro campo.


A giudicare dalle scene raffigurate nei dipinti dell'epoca, la musica faceva da sottofondo per molte delle occupazioni quotidiane dell'antico Egitto: gli agricoltori e gli operai accompagnavano e ritmavano il loro lavoro con il canto, i pastori pascolavano il bestiame suonando dei motivi con il flauto, e giovani ragazze suonavano i tamburelli per stanare gli uccelli durante le battute di caccia. Gli affreschi delle tombe, poi, mostrano spesso scene ispirate alle feste popolari in cui nascite e matrimoni venivano celebrati a suon di musica. Senza contare, infine, che trombe e tamburi segnavano il passo dei soldati in marcia e risuonavano da lontano quando le truppe militari si radunavano. Nell'Antico Regno, erano soprattutto gli uomini a cantare e suonare gli strumenti musicali. Con il Nuovo Regno, invece, questa pratica artistica divenne tipicamente femminile. In entrambi i casi, i musicisti potevano essere dei veri e propri professionisti, richiesti per la loro abilità. In entrambi i casi, i musicisti potevano essere dei veri e propri professionisti, richiesti per la loro abilità. Gli strumenti più diffusi erano quelli a corde e a fiato: l'arpa, il flauto, il liuto, l'oboe, il tamburello e il sistro.

Musica Sacra
Per gli egizi, la musica aveva soprattutto una valenza sacra: era un modo per mettersi in contatto con gli dei. Ogni tempio disponeva di propri musicisti: si trattava essenzialmente di persone di origine modesta, che prestavano servizio presso gli edifici sacri e si garantivano così la sussistenza. Anche i sacerdoti non trascuravano questo aspetto: i riti quotidiani con cui si prendevano cura del dio locale erano sempre accompagnati da canti e declamazioni. In occasione delle grandi feste religiose, poi, la processione della statua del dio avveniva in un clima di esaltazione scandito da musiche e inni. Col tempo, i cantori entrarono a far parte dell'alto clero, guadagnandosi così un certo prestigio sociale. Il faraone stesso, in alcune cerimonie di culto, non disdegnava il canto e la danza.

Divertimento profano
La maggior parte delle grandi dimore signorili possedeva una propria "orchestra" o, in cado si necessità, si avvaleva di musicisti di professione. A palazzo reale, invece, uno stuolo di musici e cantori era al servizio del faraone e della sua corte: a istruirli e guidarli era un dignitario di alto rango, una sorte di "direttore". Negli harem, infine, le donne ingannavano il tempo suonando: in questo modo allietavano lo sposo durante le sue visite. L'educazione musicale non figurava nei programmi scolastici, ma veniva comunque impartita da maestri o scuole specializzate e presso il palazzo reale. A Menfi, per esempio, coreografi, compositori e direttori d'orchestra si diedero un'organizzazione per insegnare la loro arte agli allievi.

Gli dei e la musica
Numerose divinità del pantheon egizio erano associate alla musica, a cominciare da Hathor: sempre raffigurata come una donna attraente e sorridente, era la dea per eccellenza della gioia, della danza, della musica e dell'ebbrezza. Anche Bastet era una dea legata alla musica, mentre il nano Bes, fra le altre cose, era considerato il dio della danza e delle manifestazioni gioiose; a questo titolo, era spesso rappresentato mentre suonava il tamburello. La dea della musica strumentale, del canto e della danza era invece Meret, sacerdotessa e musicista del mondo divino. Infine, quasi tutti gli dei fanciulli erano associati all'arte musicale: da Ihy, figlio di Hathor, che allietava gli dei suonando il sistro, a Khonsu, dio lunare, che stringeva tra le mani una collana menat utilizzandola come crepitacolo.

lunedì 15 febbraio 2016

I giardini e gli orti nell'antico Egitto

Dipinti e bassorilievi ritrovati nelle tombe egizie dimostrano che gli egizi coltivarono la passione per i giardini fin dalle epoche più remote. Fiori e alberi ornamentali circondavano i palazzi reali e le residenze delle famiglie benestanti, che non esitavano a procurarsi le piante più rare facendole arrivare da paesi lontani.


Fin dagli albori della loro civiltà, gli egizi dimostrarono un vivo interesse per la cura dei giardini e degli orti. Il paese abbondava ovunque di fiori e piante, e persino le decorazioni dei monumenti erano spesso ispirate alla vegetazione. Nei templi si presentavano offerte floreali agli dei, e corone di fiori accompagnavano i morti nell'aldilà. Le abitazioni, infine, venivano adornate con ogni tipo di pianta. Per gli egizi più benestanti, i giardini rappresentavano un luogo dove trascorrere qualche ora di serenità e riposo, ma anche un simbolo della loro ricchezza e un modo per ostentare la raffinatezza del padrone di casa. Di fatto, le classi agiate erano le uniche a poter esibire questo amore per le piante. I meno fortunati, infatti, possedevano solo piccoli appezzamenti di terra, mentre gli abitanti più poveri delle città, che vivevano in umili casupole, erano gli unici a non poter godere di uno spazio verde tutto per loro. Le più antiche testimonianze relative alla pratica del giardinaggio tra gli egizi, un "hobby" che poteva rivelarsi anche molto dispendioso, risalgono addirittura all'inizio dell'Antico Regno. Un testo datato alla III dinastia, e più precisamente al regno del faraone Snefru, menziona un certo Meten, che acquistò diversi terreni; di questi, uno si estendeva per circa 10.000 metri quadrati e fu adibito in gran parte a giardino: il nuovo proprietario vi fece piantare moltissimi alberi, tra cui dei fichi, e una vigna, e vi fece scavare un lago artificiale di notevoli dimensioni.

L'organizzazione di un giardino
Numeroso sono le testimonianze che comprovano l'esistenza di giardini coltivati durante il Nuovo Regno. Si tratta soprattutto di affreschi e di testi ritrovati nelle tombe, grazie ai quali è possibile farsi un'idea circa la vera e propria passione nutrita dagli egizi per il piacere ispirato dai fiori e dall'ombra degli alberi. All'epoca, i giardini erano recintati da alte mura in cui si aprivano porte monumentali. All'interno, un reticolo di viali, dalla rigorosa geometria, creava ampie aiuole fiorite e alberate. Talvolta, sotto gli alberi venivano costruiti dei pergolati: qui i padroni di casa potevano riposare, godendo del paesaggio naturale e del clima rinfrescato da piccoli laghetti artificiali, di forma quadrata o rettangolare. Fiori di loto, papiri, anatre e pesci di vario tipo rendevano ancora più gradevoli alla vista questi piccoli specchi d'acqua. Per fare il bagno, bastava immergersi scendendo degli scalini; infine, se le dimensioni lo permettevano, il laghetto poteva ospitare anche una barca, attraccata in attesa di ospiti per cene e banchetti.  In una tomba del Nuovo Regno, è stata ritrovata un'immagine del defunto, presumibilmente molto ricco, in compagnia della moglie: i due si erano fatti ritrarre davanti al loro giardino, in cui vi erano quasi cinquecento alberi di ventotto specie diverse.

Gusti da Re
Anche i faraoni, ovviamente, apprezzavano i giardini curati, il profumo dei fiori e le fragranze delle piante più rare: palazzi e templi ne erano pieni. Anche in questo caso, le documentazioni più numerose risalgono al Nuovo Regno. Si è potuto appurare, per esempio, che Thutmosi III volle far riprodurre sulle pareti di un tempio di Karnak diversi tipi di piante esotiche, portate in Egitto dalle spedizioni militari di ritorno dall'Asia. Amenhotep III, invece, si fece costruire a Tebe un palazzo dotato di un immenso parco. Di Amenhotep IV (Akhenaton), rimane celebre il giardino fatto costruire nella sua nuova capitale, Amarna: lo percorreva un viale che, partendo dal palazzo del faraone, conduceva fino al punto d'approdo della nave reale, sul Nilo. Spesso citati nei testi dell'epoca sono anche i giardini che circondavano il tempio di Aton, sempre ad Amarna. Tra tutti i faraoni, però, a distinguersi nettamente dagli altri in fatto di passione per i fiori e le piante fu Ramses III. Negli anni di permanenza al trono, egli fece ristrutturare o creare ex novo numerosi giardini, dispose la sostituzione di piante e il risanamento di canali abbandonati, indispensabili per innaffiare la vegetazione. A Tebe, fece piantare alberi e aiuole di fiori, se necessario importandoli dall'estero.


La cura degli orti
Se nei giardini si trovavano le fragranze più rare, gli orti avevano certamente un aspetto meno appariscente, ma non per questo venivano trascurati. Ancora una volta, è grazie alle decorazioni delle tombe che possiamo farcene un'idea. Alcune sepolture di nomarchi del Medio Regno contengono immagini di giardini in mezzo ai quali spiccano dei filari di verdure, divisi in quadrati. Si riconoscono, tra l'altro, mazzetti di porri e qualcosa di simile a piante giovani n vaso, forse destinate a essere interrate. Si intravedono, inoltre, dei servitori intenti a curare e innaffiare l'orto. 

lunedì 8 febbraio 2016

Howard Carter: una vita per l'egittologia

"Ho un temperamento caldo, quella tenacia di propositi che gli osservatori meno amichevoli chiamano ostinazione, e che oggi... i miei nemici si compiacciono di chiamare... un mauvais caractère. Ebbene, non posso farci niente!"
Howard Carter

Howard Carter nacque a Londra il 9 maggio del 1874 da Martha Joyce Sands e da Samuel Carter, un artista particolarmente dotato che incoraggiò il figlio a seguire le proprie orme. Howard Carter dimostrò di avere un talento particolare per il disegno e a 17 anni divenne assistente dell’egittologo Percy Newberry, partecipando a una sua spedizione nella necropoli di Beni Hasan risalente al Medio Regno dell’Egitto (il periodo tra il 1987 e il 1780 avanti Cristo). Tra i vari incarichi affidati a Carter, c’era quello di ricopiare e catalogare le decorazioni e i geroglifici all’interno delle tombe, lavoro che svolse con grande attenzione innovando anche alcuni sistemi per ricopiare i motivi decorativi.

Dopo aver lavorato in altre zone dell’Egitto con altri archeologi, nel 1899 Carter fu nominato ispettore capo del Consiglio supremo delle antichità dal ministero della Cultura egiziano e coordinò diversi scavi a Luxor. Nel 1905 diede le proprie dimissioni e tre anni dopo entrò in contatto con George Herbert, quinto conte di Carnarvon, che gli diede molte risorse economiche per finanziare nuovi scavi archeologici. Carter concentrò i propri lavori nella valle dei Re, l’area che si trova vicino Luxor e che per quasi cinque secoli fu utilizzata dagli antichi egizi per le sepolture dei loro sovrani. I primi anni furono poco fruttuosi e le ricerche si interruppero a causa della Prima guerra mondiale, per poi riprendere con maggiore continuità nel 1917. Lord Carnarvon stava spendendo molto denaro, ma non riteneva soddisfacenti i risultati ottenuti dal suo archeologo e nel 1922 decise di dare un ultimo finanziamento a Carter affinché gli trovasse una particolare tomba.
Howard Carter intensificò le proprie ricerche e il 4 novembre del 1922 trovò, insieme con i suoi collaboratori, i gradini che portavano alla tomba di Tutankhamon. Ventidue giorni dopo, Carter aprì una piccola breccia in presenza di Lord Carnarvon nella via di accesso alla tomba, scoprendo che non era stata depredata e che il corredo funebre del faraone era sostanzialmente intatto. La tomba era conservata perfettamente e divenne una delle più importanti scoperte archeologiche realizzate nella valle dei Re. In quei momenti, Carter non sapeva ancora con certezza di essere nella tomba di Tutankhamon e non immaginava ancora del tutto quanto fosse ben conservata e ricca di reperti. In quell'occasione ci fu un celebre scambio di battute con il suo finanziatore, che gli chiese se vedesse qualcosa di particolare ricevendo da Carter come risposta: “Sì, cose meravigliose”.
Effettuata la scoperta, iniziò un intenso lavoro di catalogazione dei manufatti trovati all’interno dell’anticamera della tomba. A fine febbraio del 1923, la ricerca si spostò in un’altra stanza dove avvenne l’importante ritrovamento del sarcofago di Tutankhamon. La notizia fu ripresa dai giornali di tutto il mondo e contribuì a rafforzare l’interesse verso l’antico Egitto da parte dell’opinione pubblica occidentale. Dopo nove anni di ricerche, Carter decise di ritirarsi e iniziò una nuova carriera come consulente e agente per alcuni musei.
Morì a Londra il 2 marzo del 1939 all’età di 64 anni a causa di un linfoma. La sua morte a così tanti anni di distanza dalla scoperta della tomba nella valle dei Re è la prova, laddove fosse necessaria, dell’inesistenza della cosiddetta “Maledizione di Tutankhamon”, che avrebbe colpito tutti coloro che parteciparono alla spedizione archeologica. Solamente Lord Carnarvon morì pochi mesi dopo la scoperta della tomba, ma a causa di una ferita mal curata dovuta a una puntura d’insetto. La maledizione fu una sorta di trovata promozionale dell’epoca, dovuta anche al fatto che circolavano poche informazioni ufficiali per la stampa sull'andamento degli scavi nella valle dei Re; e quelle poche notizie disponibili erano prerogativa del Times. In media, i principali artefici della scoperta archeologica morirono a oltre 24 anni di distanza dall’apertura della tomba di Tutankhamon.