venerdì 25 marzo 2016

Il lino e il cotone nell’antico Egitto

Resa fertile dal Nilo, la terra d’Egitto permetteva di coltivare diversi tipi di piante: tra queste, il lino occupava un posto speciale, poiché serviva a realizzare gli abiti indossati dall'intero Paese. Non molte notizie, invece, si hanno sulla coltivazione del cotone. 


Lungo le rive del Nilo, gli egizi coltivavano diversi tipi di piante tessili, dedicando particolari cure a quelle di lino. Fin dalla più remota antichità, infatti, gli uomini avevano appreso l’arte di sfruttare le fibre ricavate dai fusti del Linum usitatissimum, una pianta della famiglia delle Linacee. Gli esemplari più antichi di stoffe di lino risalgono al sesto millennio prima di Cristo, e sono stati ritrovati nell'odierna Turchia. Quanto all'antico Egitto, i suoi tessuti di lino erano rinomati in tutto il mondo antico. Non a caso, oggi è disponibile una ricca documentazione riguardo a questa cultura. Lo stesso, purtroppo, non si può dire circa la coltivazione del cotone, sulle cui origini gli archeologi continuano ad avere conoscenze piuttosto lacunose. Considerata la scarsità di piogge che caratterizza ancora oggi il clima egiziano, la coltivazione di questa pianta così bisognosa d’acqua doveva richiedere un sistema di irrigazione molto fitto. Eppure, le informazioni a riguardo sono scarse, è presumibile, comunque, che gli egizi conoscessero il cotone da molto tempo, o perché ne coltivavano alcune varietà locali, oppure perché se lo procuravano per mezzo degli scambi commerciali con i paesi al di là del Mar Rosso. Nel secondo secolo dell’era cristiana, Giulio Polluce, precettore dell’imperatore Commodo e originario dell’Egitto, ricordava di aver visto nel suo paese natale alcune coltivazioni di cotone: nel suo trattato Onomastikon, infatti, raccontava di un albero sul quale “nasce frutto che sembra una noce con tre fessure; una volta seccato, se ne ricava una lana che viene filata e usata per tessere una trama”.

Il re dei tessuti
Quella del lino è una pianta annuale, ha dei fiori azzurri ed è molto alta e sottile. Per giungere alla piena maturazione, ha bisogno di circa tre mesi: quando i fiori cominciano ad appassire e compaiono delle infruttescenze, è il momento del raccolto. Nell'antichità, i contadini effettuavano questo lavoro a mano: non tagliavano i fusti, ma li strappavano dal terreno, li scrollavano per liberarli dalla terra e poi li raccoglievano in fasci, che venivano legati con altri fusti. Il lino così preparato veniva portato in spazi appositi, dai contadini incaricati di battere il raccolto. Quando le piante erano ben secche, si toglievano le infiorescenze, a mano o con l’aiuto di una lunga tavola munita di denti e chiamata appunto “pettine”. A quel punto, il lavoro nei campi era terminato: le fibre erano pronte per essere filate.

Un’attività tipicamente femminile
Testi e bassorilievi dell’epoca testimoniano che la filatura e la tessitura del lino erano attività tipicamente femminili. In alcun raffigurazioni, si riconoscono anche degli uomini impegnati a lavorare su telai verticali, forse più pesanti e più difficili da manovrare, ma a far funzionare i telai orizzontali erano le donne. Numerose fonti, inoltre, confermano che le grandi proprietà e i palazzi più importanti possedevano i propri laboratori di filatura e tessitura, destinati a realizzare le stoffe necessarie alle famiglie benestanti. È probabile che nei laboratori lavorassero decine di persone, il più delle volte donne, specializzate in questo genere di manifattura. 

Un intero paese vestito di lino
Si può ben dire che nell'antico Egitto il lino fosse il re dei tessuti. Da prima del 3.000 a.C., infatti, gli abitanti di questo Paese dal clima così ostile presero ad indossare abiti leggerissimi. Il lino si prestava perfettamente a questa esigenza: lo indossavano tutti, uomini e donne, dai più poveri ai più ricchi, fino al Faraone. Ovviamente, a seconda delle classi sociali, vi erano grandi differenze nella fattura e nello stile degli abiti. Alcune immagini risalenti all'epoca predinastica mostrano uomini seminudi: indossano solo una cintura intorno alla vita, da cui pende un pezzo di tessuto che copre gli organi genitali, oppure un gonnellino di fibre vegetali. A cominciare dal Nuovo Regno, le persone di più alto rango cominciarono a indossare eleganti tuniche, lunghe fino alle caviglie. 

Le bende dell mummie
Gli egizi utilizzavano il lino anche per ricavare le strisce di tessuto in cui avvolgevano le mummie: sono innumerevoli i corpi ancora bendati che gli archeologi hanno riesumato dalle antiche sepolture. Un’antica leggenda racconta che a inventare le bende di lino fu la dea Iside, per avvolgere il corpo di Osiride, suo fratello e sposo. Secondo gli egizi, questa fibra aveva un carattere sacro e origini divine: del resto, si trattava del tessuto più antico. Il suo colore immacolato inoltre, ne fece un simbolo di purezza, era infatti l’unico tipo di tessuto che poteva essere introdotto in un tempio. 

La coltura del cotone
Rinomato ancora oggi, il cotone egiziano ha fibre lunghe, robuste e lisce. La coltivazione del cotone richiede tempi di vegetazione e maturazione molto lunghi, tanto sole e acqua abbondante durante il periodo di crescita, e un clima secco durante il raccolto. L’Egitto, dunque, offriva e offre ancora oggi condizioni ideali per questa coltura.

mercoledì 16 marzo 2016

Sir Flinders Petrie, padre dell’egittologia inglese

Vero precursore e figura eminente dell’archeologia, Petrie si accostò alla disciplina seguendo un approccio “totale” e una metodologia rivoluzionaria. Uno dei frutti del suo incessante lavoro fu il ritrovamento dell’antica civiltà di Naqada.


William Matthew Flinders Petrie nacque il 3 giugno 1853. Suo padre, ingegnere del genio civile, era anche agrimensore, particolare che si sarebbe rivelato molto importante  per la carriera dell’archeologo. Petrie, inoltre, era imparentato per parte di madre con Matthew Flinders, il navigatore britannico che all'inizio dell’800 aveva esplorato l’Australia. Il suo interesse per l’antico Egitto nacque a soli traduci anni, grazie alla lettura di un'opera di Charles Piazzi Smith, astronomo scozzese, dedicata alla grandi piramidi. Ben presto, la curiosità del giovane Petrie divenne una passione. Ciononostante, egli non completò gli studi in una scuola ufficiale e non frequentò l’università. La sua cultura da autodidatta si sarebbe presto rivelata un punto di forza e, allo stesso tempo, uno svantaggio: se, da un lato, Petrie si rivelò uno studioso originale e poco influenzabile, dall'altro finì per trascurare i pur validi contributi di alcuni colleghi. In ogni caso, il livello della sua formazione giovanile fu eccellente. Seguendo le orme del padre, Petrie si fece conquistare anche da un’altra passione che non l’avrebbe più abbandonato: quella per i sistemi di calcolo dei pesi e delle misure. Fu così che, nel 1872, partecipò ai lavori di misurazione del colosso di Stonehenge e, tra il 1875 e il 1880, di numerosi altri siti archeologici dell’Inghilterra meridionale. Il primo incontro di Petrie con l’Egitto avvenne nel 1880, quando il giovane si recò a Giza per osservare da vicino le piramidi. Vi rimase due anni, poi effettuò degli scavi per conto delle istituzioni britanniche. In seguito, decise di lavorare autonomamente e formò una propria squadra. I primi tempi furono difficili ma, dal 1887, Petrie riuscì a effettuare degli scavi regolari con l’aiuto degli archeologi Haworth e Kennard. Infine, grazie alla generosità di Emilia Edwards, fu creata per lui la prima cattedra inglese di Egittologia, presso l’università di Londra.

Un esploratore instancabile
Flinders Petrie ebbe la fortuna di vivere in un'epoca pionieristica, in cui l’archeologia aveva ancora tantissimo da scoprire. Egli sfruttò quest’opportunità lavorando in modo instancabile in innumerevoli siti dell’Alto e del Basso Egitto: a Tanis, a Dendera, a Tebe, a Giza, a Menfi, solo per citarne alcuni. Ritrovò, così, i meravigliosi gioielli di Lahun, riesumò le vestigia più antiche nelle tombe reali di Abydos, scoprì i primi testi scritti della zona del monte Sinai, effettuò scavi a Naucratis, Arsinoe e Qufti (la greca Coptos). Senza contare, poi, i siti della Palestina, cui si dedicò negli ultimi anni della sua vita: tra questi, Gaza, dove effettuò degli scavi tra il 1927 e il 1934, a quasi ottant'anni. La morte lo colse a Gerusalemme, il 28 luglio 1942. Al di là delle numerose scoperte, l’eredità più preziosa lasciata da Petrie all'archeologia fu il suo metodo: per tutta la vita, insistette sull'importanza di un’osservazione sistematica e rigorosa e di una classificazione attenta di tutti i reperti, anche i più piccoli. Per la prima volta, grazie a lui, fu adottato un approccio scientifico alla disciplina.

Naqada!
“Naqada": un semplice nome dietro cui si nascondeva una scoperta sensazionale, destinata a trasformare il volto dell’egittologia. Fino al 1895, anno in cui Petrie iniziò gli scavi in questo villaggio situato a nord di Karnak, gli archeologi credevano che le origini della civiltà egizia risalissero al 2600 a.C. Questa concezione, però, era destinata a essere stravolta dagli studi di Petrie. Procedendo con le ricerche, l’archeologo ritrovò una seria di sepolture molto particolari: in fondo a un pozzo, giacevano delle spoglie distese in posizione fetale. Inizialmente, Petrie era in dubbio se datarle alla fine dell’Antico Regno, o anche al Primo Periodo Intermedio, se non addirittura al Medio Regno. Ma nessuna di queste ipotesi lo convinceva. Continuando gli scavi, nel 1898/99, arrivò finalmente alla conclusione che doveva trattarsi dei resti di una civiltà predinastica. Di conseguenza, adottò un nuovo sistema di datazione basato sulle cosiddette “Sequence Dates”, o “SD”. Il periodo predinastico fu assegnato alle SF comprese tra 30 e 80, mentre le SD da 1 a 29 furono lasciate libere per eventuali scoperte successive. Petrie suddivise l’epoca predinastica in tre periodi, che chiamò “Amratiano”; “Gerzeano” e “Semaineano”. Questi termini saranno poi sostituiti con altre denominazioni: Naqada I (dal 4000 al 3600 a.C.), Naqada II (dal 3600 al 3200 a.C.) e Naqada III (dal 3200 al 3100 a.C.). Quest’ultima è stata identificata negli anni cinquanta dall'archeologo W.Kaiser. Dopo Petrie, è stata scoperta anche un’altra antichissima civiltà, quella del “Badariano” (4500-4000 a.C.), ma gli archeologi continuano a basarsi sulla datazione introdotta dallo studioso britannico.

Un collezionista accanito
Flinders Petrie fu anche un grande collezionista. Per coltivare questa passione, si basò prima di tutto sui frutti dei suoi scavi: ogni anno organizzava delle mostre per sensibilizzare l’interesse pubblico circa la necessità di continuare le ricerche in siti archeologici sempre nuovi. La vendita di reperti ai musei, inoltre, gli garantiva i capitali necessari a lavorare in autonomia. Infine, Petrie effettuava anche degli acquisti in terra egiziana: mentre i suoi contemporanei disdegnavano certe “anticaglie”, lui comprava di tutto. Alla fine, l’archeologo britannico riuscì a mettere insieme una formidabile collezione. Oggi, le sue scoperte più importanti sono esposte al Museo del Cairo e in altri musei inglesi e statunitensi. La sua collezione di vasellame palestinese è conservata all'Istituto di Archeologia di Londra; senza dimenticare l’interessantissimo museo di Londra a lui dedicato, non lontano dal British Museum.

martedì 8 marzo 2016

Gli scavi di Ernesto Schiaparelli

Grazie all'opera instancabile dell’archeologo torinese allievo del grande Gaston Maspero, il museo Egizio di Torino può vantare oggi una raccolta di antichità che abbraccia tutte le epoche della civiltà faraonica.


Il museo Egizio di Torino deve una buona parte della sua fama internazionale agli scavi condotti da Ernesto Schiaparelli agli inizi del Novecento. Fu fondato, infatti, nel 1824, quando Carlo Felice di Savoia acquistò la magnifica collezione Drovetti: una raccolta unica, ma anche incompleta, dal momento che comprendeva pochissimi reperti dell’antico e del medio regno. Consapevole di questa lacuna, Schiaparelli decise di porvi rimedio conducendo personalmente numerose missioni archeologiche in terra d’Egitto. 

Il fiuto di un grande egittologo
Ernesto Schiaparelli (1856-1928) intraprese i suoi studi di archeologia a Torino, con Francesco Rossi, poi li completò a Parigi con Gaston Maspero fra il 1877 e il 1880. Il talento di ricercatore e l’intuito di cui era dotato gli valsero ben presto incarichi molto ambiti, in particolare a Firenze: nel 1880, fu incaricato di trasferire e riordinare le antichità Egizie nella nuova sede del museo Egizio toscano, che era stato istituito nel 1855. Pochi anni dopo, Ernesto compì la sua prima missione in Egitto. Ne sarebbero seguite molte altre: tra 1903 e il 1920 l’egittologo condusse almeno dodici campagne di scavi. Si recò così ad Assist, a Gebelein e nella Valle delle Regine. Fu anche a Giza e a Deir el Medina, nell'antico villaggio degli artigiani reali, dove riportò alla luce la bellissima tomba dell’architetto Kha e di sua moglie: ritrovata intatta e colma di decorazioni e oggetti dell’antichità, fu immediatamente trasportata e ricostruita nel Museo di Torino, dove è tuttora esposta. Proprio nella città piemontese Schiaparelli concluse la sua brillante carriera, costellata di meravigliose scoperte.

Da Gebelein e Assiut…
Tra le spedizioni più importanti di Ernesto Schiaparelli, merita di essere menzionata quella condotta a trenta chilometri a sud di Tebe, nella località di Gebelein. Anticamente, questa era una città di provincia ma conobbe una certa prosperità durante il Primo e Secondo Periodo Intermedio, quando il potere centrale dei faraoni andò allentandosi. Gli scavi cominciarono nel 1910, e portarono alla scoperta di ciò che rimane del tempio di Hathor. Questo monumento era stato fondato ai tempi della Prima Dinastia, poi fu rimaneggiato durante l’XI Dinastia e da Thutmosi III nella XVIII Dinastia; probabilmente, proprio durante il regno di quest’ultimo fu scolpita una vasca cerimoniale in pietra calcarea, dedicata alla dea: per quanto incompleta, costituisce ancora oggi uno dei pezzi forti della collezione torinese. In alcune tombe di Assiut, invece, Schiaparelli ritrovò delle magnifiche sculture in legno, datate al I Periodo Intermedio.

…a Dei el Medina
A Deir el Medina, Schiaparelli ebbe modo di venire a contatto con le vestigia del Nuovo Regno e, in particolare, della XVIII Dinastia. Il sito archeologico era stato individuato già da Drovetti nei primi anni dell’Ottocento, ma fu Schiaparelli ad avviare gli scavi, nel 1904. Oltre al celeberrimo villaggio degli artigiani della Valle dei Re, riemersero anche magnifiche sepolture, tra queste la cappella di Maya, magnificamente affrescata. 

Giza e la Valle delle Regine
Sull'altopiano di Giza la missione archeologica Italiana contribuì agli scavi dell’immensa necropoli: riemersero numerose tombe e mastabe datate all’Antico Regno. All'attenzione dell’egittologo piemontese non sfuggirono neanche le sepolture della Valle delle Regine: in questo corridoio di roccia, che accoglieva le spoglie delle grandi spose reali della XIX e della XX Dinastia, Schiaparelli ritrovò nel 1904 circa ottanta tombe; tra queste le più belle sono quelle di Kaemwaset e Amonherkopeshef, figli di Ramses III. Ciononostante la scoperta più importante di tutte fu quella del ritrovamento della tomba di Nefertari, grande sposa reale di Ramses II. Purtroppo, non ritrovò la mummia della regina, ma portò in Italia il coperchio in granito rosa del sarcofago, circa una trentina di Ushabti, altri oggetti funerari e i sandali della regina. Ancora oggi, questi reperti sono esposti al Museo Egizio di Torino.

Schiaparelli e il Museo Egizio di Torino
Se oggi il Museo Egizio di Torino può raccontare quattromila anni di storia dell’antico Egitto, come si è detto, lo si deve in buona parte al contributo di questo straordinario archeologo che con intelligenza e perspicacia, riuscì a completare la collezione arricchendola con reperti di grande valore. Tra questi, ricordiamo ancora la “finta porta” della mastaba di Uehem-Neferet, sorella del faraone Snofru e, ancora, il sarcofago di granito di Duaenra, figlio di Cheope e visir di Macerino: tutti pezzi che ancora oggi fanno della raccolta di antichità torinese un punto di riferimento per gli appassionati e gli studiosi; soprattutto dopo le ultime innovazioni scaturite dal lavoro del Dottor Christian Greco, attuale direttore del Museo.



martedì 1 marzo 2016

Il Museo greco-romano di Alessandria d'Egitto

Il Museo Greco Romano di Alessandria fu ufficialmente inaugurato il 17 ottobre 1892 dal Khedivè Abbas Helmy II. All’italiano Giuseppe Botti fu assegnato l’incarico di creare un museo ad Alessandria dedicato al periodo greco-romano. 
L’interesse per questo periodo diventò più serio dopo il 1866, quando Mahmoud El-Falaki concluse i suoi scavi ad Alessandria, portando alla luce il progetto dell’intera città. L’interesse nei confronti del museo aumentò grazie alla fondazione della Società d’Archeologia ad Alessandria nel 1893. 
Inizialmente le collezioni erano ospitate in una sezione di un edificio situato in Via Rosetta, attualmente Via El-Horreih. La costruzione delle prime dieci gallerie dell’attuale edificio fu completata nel 1895. Quanto alle gallerie supplementari (dal numero 11 al numero 16), esse furono completate nel 1899 mentre i lavori di completamento della facciata terminarono nel 1900. Alcuni artefatti greco-romani, specialmente la collezione di monete, provenivano dal Museo di Bulaq (l’attuale Museo Egizio) del Cairo. 
Quando Giuseppe Botti divenne il responsabile della gestione, il museo fu arricchito da collezioni ritrovate durante i suoi scavi nella città e i suoi dintorni. In seguito, quando Evaristo Breccia e Achille Adriani si assunsero la direzione del museo, continuarono ad arricchirlo con oggetti provenienti dagli scavi di Alessandria. Cominciarono, inoltre, ad ottenere artefatti provenienti dagli scavi della regione del Fayoum. 
Le collezioni nel museo risalgono prevalentemente ad un periodo che va dal III secolo a.C. al III secolo d.C. e coprono il periodo tolemaico e quello romano. Le collezioni sono categorizzate ed organizzate in 27 sale mentre alcuni oggetti sono esposti nel piccolo giardino.
Attualmente il museo è ancora in restauro dal 2008.