lunedì 22 agosto 2016

La cerimonia dell'apertura della bocca


Nell'antico Egitto la morte era considerata una fase di transizione in cui l'essere umano passava a un nuovo stato di esistenza nell'aldilà. Perciò bisognava aiutare il defunto a resuscitare nel mondo dei morti. L'ingresso del defunto nell'aldilà non dipendeva soltanto dal fatto che egli si fosse comportato correttamente durante la sua vita e che, nella pesatura dell'anima, o psicostasia, il tribunale di Osiride lo avesse considerato degno di entrare nel mondo dei morti. Era necessario, infatti, che anche il fisico del defunto si trovasse in ottime condizioni. Egli doveva essere in grado di muoversi da sé nel "mondo inferiore", per cui le estremità dovevano essere rianimate. Allo stesso modo doveva poter mangiare, bere, parlare e avere rapporti sessuali. La cerimonia di apertura della bocca consisteva in un insieme di riti compiuti sulla mummia o su una statua del defunto e volti a far riprendere le sue funzioni vitali. Durante il suo svolgimento, il morto riacquistava anche la vista. Per gli Egizi - come anche in altre culture - "vedere" era sinonimo di "vivere". La vista è uno dei principali mezzi a disposizione dell'essere umano per percepire le cose e la conoscenza di ciò che c'era intorno significava essere vivi. Perciò, il nome completo del rituale era "cerimonia di apertura della bocca e degli occhi".
Dopo che il corteo funebre era arrivato alla necropoli, il rituale veniva compiuto dai sacerdoti, che conoscevano le pratiche necessarie. In base alle rappresentazioni, sappiamo che esso si svolgeva davanti alla tomba. Quest'ultima circostanza è attualmente oggetto di polemica, poiché alcuni egittologi ritengono che la cerimonia si svolgesse all'interno del sepolcro, o al coperto, dopodiché si chiudeva la tomba. Comunque, una volta giunti davanti al sepolcro, o al suo interno, la mummia o la statua del defunto veniva sistemata con il volto rivolto a sud su un monticello di sabbia che simboleggiava la collina primigenia. Secondo la mitologia egizia, questo era il luogo della creazione e la cerimonia di apertura della bocca era un rito creatore, mediante il quale veniva data nuova creazione e si considerava appena nato nell'aldilà. Dopo essersi purificato con acqua, incenso e natron, il sacerdote sem, seguendo le istruzioni del sacerdote lettore, rianimava il defunto. Dopo la consegna delle offerte, la tomba veniva chiusa per l'eternità. 

lunedì 15 agosto 2016

Traduzioni dalla Tomba di Nefertari: Parte 2

Avevo già dedicato un post del genere alla bellissima tomba di Nefertari, ho pensato dunque di fornire ai miei lettori ulteriori traduzioni dei dipinti della QV 66.

L'Unione di Ra e Osiride
Nella parte sud della parete ovest dell'annesso, tra le dee Iside e Nefti è raffigurata una divinità a testa di ariete, con il volto verde, colore della rigenerazione, il capo sormontato da un disco solare rosso e una tunica bianca serrata alla vita da una fascia rossa, tipica dell'abbigliamento di Nefertari. Si tratta di una raffigurazione di Ra che si confonde con Osiride: è il tema del sole che muore e rinasce quotidianamente.


Il toro, le "sette vacche celesti" e i "quattro timoni del cielo"
Sulla parete ovest dell'annesso sono raffigurate le "sette vacche celesti" con un toro e, nel registro inferiore, i "quattro timoni del cielo". Tutta la scena è connessa con il capitolo 148 del Libro dei Morti, le cui formule permettono al defunto di ottenere magicamente i cibi necessari alla sua sussistenza. Il capitolo in questione è intitolato come: "Formula per procurare approvvigionamenti a uno spirito nel regno dei morti". Il defunto, ormai divenuto Horus figlio di Osiride, recitando questi passi nel giorno della luna nuova e conoscendo i nomi e l'identità delle vacche sacre apportatrici di nutrimento, poteva ricevere gli alimenti necessari alla sua sussistenza. 


L'offerta delle stoffe a Ptah
La parete ovest dell'annesso è occupata dalla scena dell'offerta di stoffe al dio Ptah, raffigurato in piedi all'interno di un'edicola, con il volto verde e il capo ricoperto da una calotta nera. Dietro il dio si vede un grande pilastro djed.


lunedì 8 agosto 2016

Statuina di Akhenaton con una delle sue figlie

La statuina è incompiuta ma decisamente di alta qualità artistica, riproduce Akhenaton che regge sulle sue ginocchia una delle figlie, forse la primogenita Meritaton, oppure, secondo ipotesi più recenti, addirittura la sposa secondaria Kiya. Il re, seduto su uno sgabello, indossa una tunica a maniche corte e la corona azzurra (kheperesh), mentre la fanciulla porta una parrucca non ben definita e volge il capo verso il re, in atteggiamento affettuoso. Sono proprio scene di vita di questo tipo, intime e rivelatrici della vita a corte, a caratterizzare l'arte amarniana, che sembra anch'essa orientarsi, come vuole la dottrina sostenuta dal sovrano, verso quell'idea di ''vivere secondo Maat'' che, sul piano dell'immanenza, significa aderire sempre più alla verità armoniosa delle cose. Così, una semplice statuina come questa, rivelatrice di un atto d'amore comune per le nostre aspettative, diventa programmaticamente un manifesto culturale di grande forza innovativa.

Dati
Materiali: Calcare
Altezza: 39,5 cm
Larghezza: 16 cm
Luogo del ritrovamento: Tell el-Amarna, atelier di uno scultore
Epoca: XVIII dinastia, regno di Akhenaton (1350 a.C-1333 a.C)
Scavi: L.Borchardt (1912)
Sala: n°3

lunedì 1 agosto 2016

Il poema di Pentaur, falso storico o resoconto attendibile?


La battaglia di Qadesh fu lo scontro cruciale fra i due principali antagonisti del tempo, l'Egitto di Ramses II e l'impero hittita di Muwatalli.
Il nome che è stato associato al poema, quello dello scriba Pentaur, è solo di colui che ci ha lasciato una delle copie su papiro, eseguita a Menfi durante il regno del successore di Ramses II, Merenptah, e conservata al British Museum di Londra.
La redazione del racconto dovette appoggiarsi al diario di guerra che è quanto si legge in forma sintetica nel cosiddetto ''bollettino'', inciso sulle pareti dei templi. Nel testo è la preghiera, vero testo lirico, con la quale Ramses II si rivolge al dio Amon, e ne invoca l'aiuto, trovandosi solo circondato dai nemici.
Dal racconto di Qadesh si evince l'importanza dei ''servizi segreti'', la battaglia si chiuse alla pari piano tattico, ma riusci vittoriosa per Ramses sul piano strategico, perché l'impero hittita si basava sulla guerra e l'espansionismo, una volta fermato entrò in decadenza. Lo stesso destino toccherà all'impero assiro. Venne collaudata la struttura dell'esercito per divisioni, ancora, appare stupefacente la puntualità dell'incontro a Qadesh, a 450 km dalle basi, dell'esercito di Ramses II col corpo speciale, i Naharin che soccorsero la ''Amon'' nel momento di massimo pericolo ittita.
Nell'anno di regno XXI di Ramses II, egizi e ittiti conclusero paritari il primo trattato di pace internazionale che ci sia noto, dove nella versione egizia si legge ''tu sei in pace con me ed io sono in pace e in fratellanza con te, per sempre''. Tuttavia le due versioni del trattato hanno qualche discordanza, le clausole prevedono eterna pace da salvaguardare con un patto di reciproca non aggressione e alleanza difensiva contro nemici esterni e contro rivolte interne. Sono molto articolate le disposizioni che riguardano l'estradizione di fuggitivi, distinti secondo gerarchie sociali, nessuno dei quali pero dovrà essere accolto dall'altro paese. Sebbene le clausole siano espresse rigorosamente in maniera reciproca, si constatano alcune divergenze che possono pesare nell'interpretazione. Solo nella versione hittita, che è stata riprodotta in Egitto, il re Hattusili III fa riferimento alla scomparsa di Muwatalli e alla sua successione al trono, tacendo di avere detronizzato Mursili III, ma assicurando la sua volontà di pace. Nella stessa versione a Ramses è richiesto di fornire il suo sostegno affinché sia garantita la legittima successione al trono di Hatti.
Tuttavia le fonti Hittite tacciono molti particolari importanti che ci possono indurre a pensare che il trattato di pace fu molto conveniente per la stabilità del regno di Hatti, tutto questo per dire che a Pentaur non va riconosciuto tanto il merito di aver contribuito alla redazione dei testi sulla battaglia di Qadesh, ma quello di aver trascritto su papiro il racconto della battaglia, che non è sicuramente un resoconto storico.