sabato 1 ottobre 2016

Il tempio di Iside a Pompei

È  l’unico iseo meglio conservato fuori dall'Egitto ed è a Pompei. Parliamo del tempio dedicato alla dea Iside situato nella regio VIII, insula 7. Da che venne riportato alla luce, tra il 1764 ed il 1766, ha catturato l’attenzione sia per le architetture rinvenute in un ottimale stato conservativo che soprattutto per la ricca decorazione parietale, affreschi che furono da subito staccati e dislocati al Museo di Portici, oggi custoditi all’interno del Museo Archeologico nazionale di Napoli insieme a sculture ed altri oggetti di culto rinvenuti in loco. Fu soggetto di numerosi disegni, stampe e incisioni da parte di eruditi e viaggiatori secondo le moda del ‘grand tour d’Italie‘.
Edificato in epoca tardo-sannitica, tra il terzo-quarto del II secolo a.C. e l’80 a.C., verrà poi restaurato a seguito di uno dei tanti terremoti che scossero la città tra il 62 ed il 79 d.C., forse quello del 5 febbraio del 62 d.C.. Il benefattore, il liberto Numerius Popidius Ampliatus, come si legge nell'iscrizione un tempo in bella vista all'ingresso del recinto del tempio ed ora conservata anch'essa al Museo Archeologico nazionale di Napoli, ne attribuirà il merito a suo figlio Celsinus, di appena sei anni, per avviarlo così alla carriera politica. Il tempio è ubicato nel settore sud-occidentale della città, nel cosiddetto “Quartiere dei teatri” mentre l’ingresso è posto lungo la via del Tempio di Iside, strada parallela a sud del più famoso decumano inferiore, la via dell’abbondanza, quasi all'incrocio con la via Stabiana.


Le strutture sacre che oggi è possibile visitare sono il frutto del restauro “popidiano” e quindi pertinenti all'ultima fase di vita prima che l’eruzione vesuviana ne seppellisse le vestigia. L’area del tempio si presenta cinta da un portico quadrangolare contornato da colonne che sappiamo un tempo, stuccate in rosso e in bianco con capitelli tuscanici in rosso decorati con motivi vegetali, sormontato da una copertura in tegole con antefisse raffiguranti maschere di gorgone. Lungo le pareti interne si aprivano diversi varchi di passaggio che davano su vari ambienti tutti pertinenti al culto della dea, esse inoltre erano abbellite da nicchie ospitanti statue di divinità e decorate con pitture di IV stile con la fascia mediana ospitante scorci architettonici e paesaggistici, battaglie navali e nature morte. Il tempio vero e proprio, la aedes, nucleo principale del culto, si colloca al centro del porticato. Di tipo italico, ad esso si accedeva mediante una gradinata che conduceva nel pronaos (una sorta di anticamera) adorno di quattro colonne sulla facciata, da cui si procedeva nel naos (cella) dov'era custodito il simulacro (statua) della dea, verosimilmente realizzato in parte in marmo (testa, mani e piedi) mentre il corpo era in legno addobbato con stoffe e accessori preziosi. L’ingresso della cella, sui lati, era fiancheggiato da due nicchie in cui erano alloggiate le statue di Horus/Arpocrate e Anubis, divinità in stretto legame con Iside. Sulla parete di fondo del naos era presente un alto podio con due piedistalli laterali che ospitavano le statue di Iside e di Serapide o di Osiride mentre un’altra statua di culto, quella di Dioniso con la pantera, rimando associativo tra culti isiaci e dionisiaci, si trovava nella nicchia aperta sulla parete esterna della cella, dove nell'angolo sud-ovest una scala permetteva la comunicazione con l’interno. Le pareti erano inoltre decorate riccamente da stucco bianco e pitture di I stile, mentre i pavimenti, purtroppo perduti, erano, come dimostrato da disegni dell’epoca, in cocciopesto e mosaico.
Dinanzi alla gradinata di accesso, sul lato sud-est, si trova l’altare maggiore, sul quale si compivano i sacrifici in onore delle divinità: durante gli scavi furono rinvenuti resti dei sacrifici ancora poggiati su di esso. Ai piedi è stata rinvenuta una fossa sacra che conteneva inoltre gli avanzi carbonizzati dei sacrifici, mentre altri due altari più piccoli si trovano ai lati del pronao. Davanti al tempio, sul lato meridionale si trova un’altra architettura sacra, dalle sembianze di un tempietto. La struttura, di piccole dimensioni, è abbellita all'esterno da pannelli decorati da candidi stucchi con motivi vegetali e soggetti legati al culto della dea e all'ambito egizio. All'interno si trova inoltre una piccola cavità ipogea accessibile mediante una scala. Probabilmente questo piccolo ambiente custodita l’acqua sacra forse portata direttamente dal fiume Nilo e utilizzata durante sconosciute pratiche rituali, da cui il termine purgatorium, oppure come indicato dal nome, come stanza in cui gli iniziati al culto passavano la notte prima della cerimonia dal termine greco megaron, altro nome con cui è noto l’edificio. Non deve stupire la presenza a Pompei dell’acqua del Nilo che verosimilmente veniva portata direttamente dall'Egitto a Pozzuoli, importante approdo, porto di Roma, prima dell’inaugurazione dello scalo traianeo di Ostia.
Durante la ristrutturazione post-terremoto furono associati al recinto sacro nuovi ambienti che comportarono un ampliamento dell’area sacra. Dalla parete di fondo occidentale del portico per mezzo di cinque varchi si accedeva ad un grande ambiente, noto come ekklesiasterion, di cui se ne ignora la funzione, mentre un’altra apertura nell'angolo sud-ovest dava accesso al sacrarium, una sorta di odierna sacrestia, dove venivano custoditi oggetti e paramenti sacri. Mentre dalla parete meridionale del portico si accedeva ad un triclinium ed un cubiculum.
Ed è proprio dall’ekklesiasterion che provengono i dipinti più famosi dell'iseo pompeiano: Io, Argo ed Hermes e Io a Canopo che vedono protagonista la ninfa Io prigioniera ad Argo che viene liberata dal dio Hermes e che giunge poi in Egitto, nella città di Canopo sul delta del Nilo.
Alcuni studi hanno cercato di ricostruire gli ultimi drammatici momenti vissuti all'interno del tempio: l’eruzione, avvenuta verso l'ora di pranzo sorprese sacerdoti e aiutanti verosimilmente in cucina. Alcuni, dopo aver raccolto in un sacco gli oggetti di maggior valore, scapparono via ma durante la fuga il sacco scivolò dalle mani di colui che lo portava spargendo a terra il contenuto. Riuscirono però a proseguire la loro corsa fino al vicino foro triangolare dove morirono a causa del crollo del porticato. Altri sacerdoti invece non riuscirono o non vollero abbandonare il tempio e pagarono ugualmente con la vita la fedeltà alla dea, travolti dalle esalazioni tossiche che il Vesuvio alitò impietoso sulla città.

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