sabato 24 dicembre 2016

Traduzione dell'iscrizione posta ai piedi del sarcofago della KV55

1- Parole dette da XXXX Giustificato.

2- Possa respirare il dolce vento del nord che viene verso la tua bocca.

3- Possa vedere il(la) tuo/a... Ogni giorno; la mia preghiera è quella.

4- Di udire la tua dolce voce nel vento del nord.

5- Possano essere Giovani le tue membra con il vivere del tuo amore.

6- Dammi le tue braccia che possiedono il tuo spirito, che lo riceva e possa vivere.

7- In esso. Possa fare da guida al mio nome per l'eternità e che esso non manchi.

8- Dalla tua bocca, o Padre Mio Aton Ra- Horakhty XXXX. Ecco tu sei come Ra.

9- Per l'eternità e per sempre vivente come Aton...

10- Il Signore dell'Alto e del Basso Egitto vivente nella Maat, padrone delle due Terre XXXX il figlio.

11- Meraviglioso dell'Aton vivente. In verità egli è qui.

12- Vivente per sempre eternamente, il figlio di Ra XXXX giustificato.

giovedì 15 dicembre 2016

I miti della dea Seshat

Proprio come la dea Maat, con cui talvolta si confonde, Seshat non era collegata a nessuno dei grandi cicli mitologici egizi. Era la personificazione di concetti astratti quali la scrittura, il calcolo e la memoria: il suo talento in queste materie non era certo inferiore a quello di Thot, il suo omologo maschile. Nei più importanti racconti mitologici dell'antico Egitto, la presenza di Seshat è limitata a sporadiche apparizioni, in cui la dea, comunque, viene sempre apprezzata, a dimostrazione della grande stima che le altre divinità nutrivano per lei: un rispetto che nasceva soprattutto dalle sue doti intellettuali.


I nomi di Seshat
"Sono colei che vigila sulle scritture", ricordava con vigore la dea, "colei che è stata la prima a scrivere". La scrittura, il calcolo, il disegno erano al centro dei suoi interessi: era lei, infatti, a "sorvegliare i libri divini e gli archivi" regali, è quindi sottinteso che fosse Seshat a scrivere e registrare tutto ciò che si conosce sulla storia degli dei e sugli avvenimenti legati alla vita del faraone: dalla genealogia dei re alla redazione dei libri contabili del Tesoro regale, Seshat prendeva nota di tutto ciò che veniva attuato per garantire il buon funzionamento del paese. Non solo: la dea includeva nelle proprie competenze, oltre alla scrittura in senso stretto, anche altri ambiti legati al sapere, "Sono la signora dei progetti", scrivevano di lei, e anche "la signora delle costruzioni". Fungeva quindi anche da memoria, da archivio vivente dell'architettura, e contribuiva attivamente allo sviluppo di questa disciplina grazie alle solide conoscenze matematiche (calcolo e geometria) e astronomiche (utili per decidere l'orientamento degli edifici). Seshat non aveva dunque nulla da invidiare allo sposo Thot.

Parenti virtuali
La figura di Seshat ebbe origine come personificazione di un concetto astratto, più che come divinità. Per questo, non le furono inizialmente attribuite particolari relazioni con altri dei. Ma, come spesso accadeva nella religione egizia, parenti e paredri le vennero assegnati in un secondo momento. Il caso Seshat anzi, è esemplare a questo proposito. La più antica di queste parentele è stata identificata grazie ai famosi Testi delle Piramidi dell'Antico Regno, in cui Seshat viene messa in relazione con la dea felina Mafdet. Il tipo di legame che le univa non è ancora chiaro, ma si può supporre che Seshat e Mafdet venissero considerate come due sorelle, addirittura gemelle. Non a caso, i rituali dedicati alle due dee si tenevano nello stesso giorno dell'anno. Durante il Nuovo Regno, Seshat cominciò ad essere accostata a Thot, anche perché svolgeva funzioni simili a quelle del dio della scrittura: divenne così, al tempo stesso, sua moglie, sua sorella e figlia! Un fatto, del resto, che non suscitava alcuno scandalo, visto che all'interno del pantheon non mancavano rapporti tra consanguinei e talvolta incestuosi. Bisogna aspettare il periodo tolemaico (a partire dal 300 a.C.) per vedere Seshat affiancata da un vero consorte: si tratta del dio Seshau, una particolare forma di Osiris su cui, tuttavia, non sappiamo molto. Più tardi, in epoca romana, Seshat verrà assimilata ad alcune tra le più grandi dee egizie: Hathor, Iside, Nefti o ancora Rattaui, dea venerata soprattutto a Tebe.

Seshat la maga
La magia occupava un posto per nulla trascurabile nella vita degli egizi: serviva a guarire dalle malattie ma anche a prevenirle, ed era legata alle offerte presentate ai morti come agli dei. La magia era presente ovunque, e il fatto che Seshat ne fosse la divinità non faceva che aumentarne il prestigio: persino gli dei, del resto, avevano bisogno di un tocco magico per avere la meglio durante le loro liti o i loro, combattimenti. Per questo motivo, Seshat occupava una posizione di rilievo sull'imbarcazione di Ra: tra Thot e Hika (altro dio della magia), esercitava le proprie arti contro Apep, il serpente maligno che ogni notte, instancabilmente, assaliva il vascello solare.

giovedì 8 dicembre 2016

Il vaiolo nell'antico Egitto

Sembra che la sesta piaga dell’Egitto annunciata da Mosé al Faraone fosse proprio il vaiolo. Diversi studiosi lo hanno identificato con la malattia “shehin”, parola ebraica che si trova nell'antico testamento, ed è nel Pentateuco che troviamo diversi riferimenti a questa malattia; oltre a quelle che si trovano nel Deuteronomio, “il Signore ti colpirà con le ulcere d’Egitto” (Deut. 28,27), “il Signore ti colpirà alle ginocchia e alle cosce con un ulcera maligna dalla quale non potrai guarire; ti colpirà dalla pianta del piedi alla sommità del capo” (Deut. 28,35), è molto importante il passo dell’Esodo: “il Signore disse a Mosé e ad Aronne: procuratevi una manciata di fuliggine di fornace: Mosé la getterà in aria sotto gli occhi del Faraone. Essa diventerà un pulviscolo diffuso su tutto il Paese d’Egitto e produrrà, sugli uomini e sulle bestie, un ulcera con pustole, e in tutto il Paese d’Egitto” (Es. 9,8 - 9). Alcuni studi ritengono trattarsi di vaiolo, anche se a dire il vero appare un po' problematica l’estensione dell’infezione agli animali, dal momento che il virus del vaiolo umano è diverso da quello bovino e di altri animali, quindi colpisce solo l’uomo e le scimmie. Una conferma ci viene tuttavia da un testo posteriore di Filone di Alessandria, filosofo ebreo vissuto a cavallo tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., dove, nel trattato storico apologetico “de vita Moysis”, descrive il vaiolo nella sua forma confluente: “la polvere si depositò immediatamente sugli uomini e sugli animali e provocò una ulcerazione violenta e dolorosa di tutta la pelle e, nello stesso momento in cui si produceva l’eruzione, i corpi gonfiavano con delle flittene suppuranti di cui si sarebbe detto fossero provocate da un fuoco invisibile. Tormentati dalle sofferenze e dai dolori, sia a causa dell’ulcerazione che a causa del bruciore, essi soffrivano nella loro anima tanto quanto nei loro corpi; poiché si poteva vedere un'ulcera unica e continua estendesi dalla testa fino ai piedi, non appena le pustole che si erano estese sugli arti e sul tronco si sviluppavano e formavano un unica massa”.



Lasciando perdere le testimonianze bibliche, che nulla hanno di storico, le documentazioni istopatologiche che ci possono venire in aiuto sono scarse, ma abbastanza probanti: una mummia della XX Dinastia, scoperta a Deir el Bahari da Ruffer e Ferguson, presenta sulla pelle tracce di lesioni le cui caratteristiche di forma e localizzazione posso ragionevolmente attribuirsi al vaiolo; l’esame istologico ha confermato la presenza di vescicole con struttura a setti verticali caratteristici (dovuta a rottura delle cellule malphighiane con formazione di una cavità pluriloculata;  nel derma erano presenti anche numerosi batteri Gram positivi). Anche la mummia di Ramses V (XX Dinastia) presenta sul viso, addome e cosce l’esito di una eruzione papulosa molto verosimilmente da riconoscere come di natura vaiolosa.

giovedì 1 dicembre 2016

I Medjai: i poliziotti della tomba

A Deir el-Medina esisteva un corpo di polizia, i medjai della Tomba, che controllava il deserto a occidente di Tebe, alle dirette dipendenze del sindaco di Tebe occidentale, che era la massima autorità a cui essi dovevano rispondere. I medjai dovevano sorvegliare la tomba reale in costruzione e le necropoli regali per reprimere i frequenti tentativi di furto negli ipogei; essi inoltre dovevano garantire la sicurezza e la tranquillità degli operai, ma anche che la loro condotta fosse corretta.
Il nome medjai deriva da quello della regione nubiana Medja. Durante l'Antico e Medio Regno i medjai erano nomadi nubiani con cui gli egizi erano in rapporti più ostili che pacifici. Durante la dinastia XIII (circa 1750 a.C.) i medjai erano stanziati per la maggior parte a sud della seconda cataratta. Verso la fine della dinastia XVII, in qualità di mercenari, i medjai presero parte, agli ordini di Kamose, alla guerra di liberazione contro gli Hyksos. Dopo la dinastia XVIII non esiste alcuna prova effettiva che i medjai fossero di sangue nubiano; i capi dei medjai della tomba e i loro uomini, tranne poche eccezioni, erano ormai completamente assimilati alla cultura egizia e avevano veri nomi egizi.
Il numero di questi poliziotti sembra essere stato molto esiguo durante la XIX dinastia: si suppone che vi fossero due capi e sei uomini, per un totale di otto poliziotti della Tomba. In effetti i pericoli che potevano minacciare le tombe reali nel periodo di Ramses II erano probabilmente pochi. Più tardi, nell'anno 1 del regno di Ramses IV, quando la squadra ammontava a centoventi uomini, i medjai erano sessanta; in un registro dell'anno 17 del regno di Ramses IX compaiono sei capi e diciotto poliziotti, per un totale di ventiquattro persone. Per quanto questo numero sembri eccessivo, tuttavia proprio nell'anno 17° furono scoperti furti su vasta scala nella necropoli tebana e vennero di conseguenza aperte numerose inchieste. Inoltre a partire dal regno di Ramses IV le invasioni libiche dal deserto occidentale avevano reso la sicurezza della regione di Tebe sempre più precaria.
I capi medjai potevano essere membri del tribunale, prendere parte all'ispezione della tomba di un operaio, accompagnare con i loro subordinati la commissione inviata a investigare sui furti della necropoli e riferire al visir l'esito delle loro indagini. Essi erano i messaggeri del sovrano e, quando il visir era nel Basso Egitto, scendevano il fiume per recapitare a lui i rapporti da parte degli scribi della Tomba, così come i capi medjai portavano lettere o messaggi orali alla squadra da parte del visir o di autorità ancora più elevate, per esempio il Primo Sacerdote di Amon. Quando il messaggio era scritto e doveva essere letto agli operai, i medjai giungevano in compagnia di uno scriba. Essi non erano esentati da lavori pesanti, per esempio prestavano il loro aiuto per il trasporto di pesanti blocchi di pietra. 
I medjai erano aggregati alla Tomba, ma tuttavia non appartenevano alla comunità degli operai e non figuravano nella lista di distribuzione delle razioni di grano agli operai. Non vi sono prove che un poliziotto sia mai vissuto a Deir el-Medina, o sia stato seppellito nella necropoli degli operai. Si conoscono i nomi di ventitré capi e di quarantasei semplici medjai.