lunedì 29 maggio 2017

Il Ramesseum

Dietro gli impressionanti resti del Ramesseum, c'è una storia tutta da scrivere. Nato come tempio funerario di Ramses II, la cui figura doveva essere così consegnata all'eternità, rivela con il suo nome completo il grandioso programma di un glorioso sovrano: "Il castello di milioni di anni di User Maat Ra Setepenra che si unisce alla città di Tebe nel dominio di Amon, a Occidente". 


Il Ramesseum, l'imponente tempio funerario del leggendario faraone Ramses II, rappresenta da solo un'intera pagina di storia dell'egittologia del XIX secolo. Le nostre conoscenze sul monumento risalgono al 1829, alla prima e unica visita al sito effettuata da Jean-François Champollion. A questo grande filologo, che rimase affascinato dalla maestosità dell'architettura, dobbiamo una descrizione fedele del Ramesseum, da lui definito "ciò che di più nobile e di più puro ci sia tra i grandi monumenti di Tebe". 

Un tempio misterioso
Per gli archeologi, il tempio è stato per lungo tempo un'imponente struttura di pietra caduta nell'oblio. La sua essenza, la sua regione d'essere era scomparsa: perché Ramses II aveva fatto erigere il Ramesseum così vicino ad altri monumenti ancora in uso? Perché non gli aveva riservato un posto più adatto, al riparo delle pareti roccioso della Valle dei Re? Le misteriose scelte del sovrano si spiegano, forse, mettendole in relazione con la potenza del clero di Amon, che pose il proprio dio al vertice della gerarchia divina fino a farne la divinità tutelare della dinastia dei Ramses. Il tempio, quindi, gli era interamente consacrato. Costruito poco dopo l'ascesa al trono di Ramses II, nel 1279 a.C., il Ramesseum fu interamente opera di questo re. Secondo alcune stime, la sua superficie si estendeva su cinque ettari, inclusi i terreni annessi. Era, quindi, un santuario imponente, anche se di dimensioni inferiori a quelle dell'immenso tempio di Karnak, situato proprio di fronte, dall'altra parte del Nilo. Per dare continuità alle opere dei suoi predecessori, Ramses II volle edificare un tempio grandioso ma, al tempo stesso, rispettoso dell'ambiente circostante. Infatti, il Ramesseum fu costruito in prossimità dei templi innalzati dai sovrani della XVIII dinastia, ai quali in realtà venne rubato un po' di spazio. Per gli egizi, del resto, Geb (la terra) e Nut (il cielo) erano elementi di un unico insieme divino e quindi reciprocamente legati: non era quindi sbagliato riutilizzare una parte dell'uno a beneficio dell'altro.

Ramses II, un innovatore dell'architettura?
La costruzione del Ramesseum durò in tutto vent'anni. Il tempio presentava diverse novità architettoniche, rivelando una certa ingegnosità soprattutto nella scelta dei materiali, più che nell'utilizzo di nuove tecniche. I piloni che formavano le porte monumentali vennero costruiti in pietra e non in mattoni, come si era fatto fino a quel momento. Inoltre, per la prima volta furono tracciati dei viali all'interno del santuario, lungo i quali scorrevano le processioni. La costruzione del tempio, di pianta classica, incontrò qualche difficoltà di ordine pratico: il luogo scelto, infatti, era già occupato in parte dalle opere innalzate dai sovrani della dinastia precedente e da Sethi I, padre di Ramses II. Per questo motivo, il Ramesseum finì con l'assumere la pianta di un trapezio piuttosto irregolare. Come spesso accadeva nell'antico Egitto, anche in questo caso furono riutilizzati blocchi di pietra e parti costruzioni preesistenti trovate sul lungo della nuova costruzione. Questi materiali vennero usati soprattutto per le cosiddette "colmate", cioè per riempire e rinforzare le fondamenta e gli interni del nuovo edificio impedendone eventuali sfaldamenti. Purtroppo, quindi, forma e destinazione dei templi più antichi ci sono sconosciute, proprio perché i loro elementi costitutivi venivano in parte riciclati. D'altra parte, questa pratica permetteva considerevoli risparmi di materiale, di tempo e di manodopera, mettendo a disposizione degli operai blocchi già pronti, quasi tagliati a misura: considerazioni che gli architetti e gli ingegneri incaricati della costruzione del Ramesseum dovevano avere ben presenti. Come ogni tempio egizio, anche il Ramesseum era protetto da larghe mura di cinta in mattoni di terra cruda: vi sono ancora dei resti nelle parti nord, sud e ovest. Gli scavi archeologici hanno permesso di ricostruire i confini originari del tempio e di riportare alla luce un ampio viale fiancheggiato da sfingi: questo circondava tutto il santuario e correva tra le mura più esterne del complesso funerario fino a raggiungere i magazzini.

La posa della prima pietra
Funzione essenziale del tempio era tramandare ai posteri l'immagine della potenza del faraone e della grandezza del suo regno: era l'equivalente terreno della tomba scavata nella Valle dei Re, che doveva invece rimanere segreta per garantire la vita del sovrano nell'aldilà. Palazzi, biblioteche, magazzini, giardini: tutto contribuiva a fare del Ramesseum un centro vitale, una vera e propria città. Fu Ramses II a promuovere il progetto iniziale, e fu sempre lui a dare vita al tempio attraverso gli appositi rituali di fondazione: previsti in ogni dettaglio, questi garantivano al complesso sacro la protezione degli dei. Il faraone in persona, accompagnato dalla sposa Nefertari, depose la prima pietra dell'edificio e, con l'aiuto di una zappa, scavò  una fossa vicino al tempio, deponendovi lingotti d'oro d d'argento, amuleti e utensili, prima di ricoprire il tutto con della sabbia. Seguì il momento della purificazione: ispezionando minuziosamente tutta l'area su cui sarebbe stato edificato il tempio, il faraone seminò granelli d'incenso, ritenuti di natura divina. Pronunciò poi la formula rituale secondo cui il tempio non apparteneva a lui, poiché in quel preciso momento ne faceva dono a Maat, "la Regola", affinché questa dea potesse proteggere la persona del re e respingere il male.

La costruzione del tempio
Grazie ad alcuni frammenti di terracotta e a dei graffiti, si è riusciti a ricostruire dettagliatamente le diverse tappe della costruzione del santuario. Per realizzare il suo progetto Ramses II fece arrivare via fiume, dal sud del paese, diversi materiali: blocchi di granito rosa, utilizzati per la maggior parte delle statue; pietra calcarea fine, destinata alle fondamenta, ai rivestimenti e alla pavimentazione dei viali riservati alle processioni; senza dimenticare, infine, i mattoni di terra cruda che servirono a erigere diversi edifici del complesso. Immaginando la lunga fila di imbarcazioni che portavano il materiale da costruzione, possiamo facilmente intuire l'immensità del cantiere che si dovette allestire nel punto in cui le pietre venivano sbarcate e lavorate per diventare utilizzabili. Da lì, i blocchi venivano trascinati fino al luogo della costruzione, tagliati e assemblati. I quotidiani lavori di costruzione coinvolgevano operai di diversi mestieri: questi formavano una vera e propria comunità: erano riuniti nel villaggio di Deir El-Medina ed erano meglio noti con il nome di "artigiani della Valle dei Re".

Tutti i colori del tempio
Le decorazioni del Ramesseum sviluppano in modo armonioso diversi temi, tutti finalizzati all'esaltazione della funzione regale: sono riprodotte soprattutto scene di carattere militare e politico, cui si mescolano riferimenti culturali e familiari. Sui piloni sono illustrate le grandi azioni militari di Ramses II; in particolare, su una delle pareti è incisa una delle scene più importanti e più spesso riprodotte del regno di Ramses: la battaglia di Kadesh. Dalla porta principale del tempio si accede a duna vasta sala ipostila, il cui soffitto era sostenuto, in origine, da quarantotto colonne. I lavori di pulizia e restauro effettuati durante le campagne archeologiche hanno riportato in superficie gli antichi colori delle superfici: dopo lunghi secoli di oblio, è riemersa tutta la luminosità di questa maestosa sala, immagine in miniatura della creazione del mondo. Gli affreschi descrivono, prima di tutto, gli attributi sacri di Ramses II e il riconoscimento della sua natura divina: la scelta degli dei lo ha reso il figlio preferito di Amon, l'eletto designato a salire al trono e a garantire la stabilità del regno. Accanto a questi dipinti, alcuni motivi raffigurano la festa del dio Min, la madre di Ramses, le sorelle e i figli nati prima della sua ascesa al trono. Proseguendo, si incontrano le scene militari, il cui significato si riconduce a un solo principio: il faraone, in qualità di comandante supremo dell'esercito, deve mantenere la stabilità e la pace sia all'interno sia al di fuori del paese. Neutralizzare i pericoli interni (disordini economici e sociali, rivolte, carestie) e le minacce provenienti dall'esterno è uno dei compiti prioritari del sovrano. L'insieme di immagini testimoniano  e sanciscono il sovrano e il suo comportamento eroico, difendendo il popolo dalle forze del male che incessantemente cercano di provocare la fine del mondo.

lunedì 1 maggio 2017

I greci in Egitto

Le prime testimonianze di una presenza greca in Egitto risalgono a ben prima del 332 a.C., anno in cui Alessandro conquistò la terra dei faraoni. Solo in Epoca Tolemaica, però, le due culture cominciarono a fondersi, almeno in determinati ambiti.


La civiltà dell'antico Egitto esercitò in ogni epoca un grande fascino nei confronti delle vicine popolazioni del Mediterraneo, attirate dalle ricchezze materiali e culturali che la terra dei faraoni poteva offrire. Tuttavia, è impossibile stabilire con certezza a quando risalgono i suoi primi contatti con la Grecia. Antichissimi testi egizi contengono riferimenti al popolo degli Haunebu, termine che potrebbe riferirsi proprio ai greci. L'episodio di Proteo, nell'Odissea, sembra confermare a sua volta che i marinai ellenici si avventurarono sulle coste egizie già in epoca remota. Anche nei secoli successivi, i greci continuarono a frequentare quelle sponde in cerca di lino, papiro, avorio e cerali da scambiare con le loro spezie, gli unguenti e gli oli.

Mercenari greci in Egitto
In Epoca Tarda, il faraone Psamatik I (663-610 a.C. circa), principe di Sais, lanciò una vera e propria campagna di arruolamento internazionale per rinforzare il proprio esercito. Per l'occasione, molti soldati greci giunsero in Egitto e aiutarono l'armata del faraone a respingere gli Assiri fino alla Palestina. Questi militari venivano pagarti dallo stato: un comandante vittorioso poteva ricevere come ricompensa un'intera città. Fu così che molti greci cominciarono a stabilirsi in Egitto e , in particolare, a Menfi, dove occuparono un quartiere chiamato Hellenion. Altri, accompagnati dalle rispettive famiglie, cominciarono in seguito a insediarsi nella nuova colonia di Naucratis, fondata a nordovest del delta del Nilo da Iahmose, penultimo sovrano saita. Questi, secondo Erodoto, "si dimostrò un grande amico della Grecia; tra gli altri benefici concessi alla sua popolazione, vi fu la città di Naucratis, donata a coloro che si trasferivano in Egitto; a chi era solo di passaggio e non voleva stabilirsi definitivamente, concesse degli spazi in cui innalzare altari e santuari agli dei".  Col passare degli anni, molti commercianti, ma anche semplici viaggiatori e studiosi provenienti dalla civiltà ellenica, raggiunsero i primi emigrati e si sparsero poi in tutte le città egizie. Negli ultimi anni di indipendenza dell'Egitto, ancora una volta fu l'appoggio dei mercenari greci  a permettere all'esercito del faraone di tenere testa al nemico persiano. Anche per questo motivo, Alessandro Magno e i suoi successori, i Tolomei, furono accolti favorevolmente dagli egizi, pur tra qualche dissenso.

Tra ironie a e malintesi...
Gli scambi tra le due civiltà si moltiplicarono con il passare del tempo, ma spesso si ebbero anche delle incomprensioni. I testi dei poeti e degli storici greci contengono preziose testimonianze in proposito. Nelle Supplici, Eschilo (525-456 a.C.), il più antico dei poeti tragici, descrive gli egizi come delle persone piuttosto strane: "Da dove spunta questa gente, questa parata che si pavoneggia in vesti non elleniche, in pepli e drappi barbari? Non è d'Argo questa moda delle donne, né d'altri paesi della Grecia". E più avanti: "Somigliate piuttosto a donne libiche, non a quelle del nostro paese; il Nilo educa genti simili a voi".
Quanto a Erodoto, pensava che gli egizi si comportassero a volte in maniera insensata, facendo le cose al contrario: "Negli altri paesi, i sacerdoti hanno i capelli; in Egitto, se li radono. Presso gli altri popoli, quando si entra in lutto, soprattutto i parenti più prossimi si fanno rasare; gli egizi, al contrario, si lasciano crescere capelli e barba dopo la morte dei loro cari, benché fino ad allora si siano regolarmente rasati. Gli altri popoli consumano i pasti in luoghi distinti da quelli riservati alle bestie; gli egizi mangiano insieme agli animali (...). Essi impastano la farina con i piedi, ma raccolgono il fango e il letame con le mani. Gli uomini delle altre civiltà, fatta eccezione per chi ha appreso da loro tale pratica, si tengono gli organi genitali così come sono; loro, invece, si fanno circoncidere. Gli uomini hanno due abiti a testa, le donne solo uno. Gli altri legano gli anelli delle vele e le sartie all'esterno, gli egizi all'interno. I greci scrivono e fanno di conto con dei sassolini , da sinistra verso destra; gli egizi portano la mano da destra verso sinistra, eppure affermano di scrivere e calcolare nel verso giusto, mentre i greci lo farebbero a rovescio. Hanno due modi di scrivere, quello sacro e quello popolare".

...le due culture si avvicinano
L'immagine che gli egizi avevano dei greci era strettamente legata a quella dei soldati che lottavano al loro fianco contro il dominatore persiano. D'altra parte, l'idea che i greci si erano fatti degli egizi, sebbene fosse talvolta velata d'ironia o di un vago disprezzo, non era del tutto negativa. La cultura ellenica, di fatto, non rimase impermeabile a quella egizia; non solo: ai tempi di Alessandro Magno come sotto i Tolomei, nessuno osò lanciarsi in un'opera di "ellenizzazione" forzata del popolo egizio. Ovviamente, il greco fu imposto come nuova lingua ufficiale nella terra dei faraoni, ma rimase sempre affiancato dall'idioma locale, come dimostrano le numerose stele dell'epoca redatte in greco, in demotico e in geroglifico (ad esempio la famosa stele di Rosetta). In Egitto, i greci si distribuirono in modo non omogeneo: pochi di stabilirono nelle cittadine e nei villaggi, dove più facilmente assorbivano usi e costumi locali; molti, invece, scelsero di vivere nelle grandi città, contribuendo a diffondere la propria cultura. Fu così che sorsero i primi teatri, le cappelle, i bagni pubblici e i ginnasi: questi erano degli edifici che includevano una palestra (un largo cortile porticato, di forma quadrata) con tanto di panche destinate agli esercizi fisici, spogliatoi, sale per le conferenze e biblioteche. Inizialmente, i ginnasi erano riservati all'educazione dei giovani greci, ma un po' alla volta anche gli egizi furono ammessi, a dispetto della loro avversione per gli esercizi sportivi, giudicati inutili. Per converso, le biblioteche delle "case della vita" egizie si arricchirono di papiri redatti in greco. I matrimoni misti rimasero vietati ai greci, almeno nelle grandi città come Naucratis. Al contrario di Alessandro, i Tolomei diedero l'esempio evitando di prendere in moglie le donne provenienti dalla famiglia reale egizia, benché questo tipo di unione avrebbe potuto contribuire a legittimare il loro dominio. Anche gli egizi, dal canto loro, vietarono il matrimonio con gli stranieri. Ma quel che in città era legge, non lo era per forza nelle periferie: qui, probabilmente, si ebbero molti matrimoni misti, come sembrano dimostrare i doppi nomi greci ed egizi citati in alcuni documenti dell'epoca.

Il sincretismo religioso e artistico
La fusione delle due culture fu particolarmente accentuato in ambito religioso. Fin dall'inizio, Alessandro Magno dimostrò un grande rispetto per le divinità egizie e per le tradizioni locali, tanto da farsi incoronare faraone dai sacerdoti di Menfi. Alla sua morte, Tolomeo I, nuovo governatore d'Egitto, arrivò a creare un dio comune alle due civiltà: nella figura di Serapis, infatti, si mescolavano tratti di Osiride con altri di Zeus. Il nome di questo dio "ibrido" derivava dalla contrazione di Osiris e Apis, il toro sacro di Menfi; il modo di raffigurarlo, invece, era di matrice greca. Fedeli di entrambe le culture, dunque, affollavano il Serapeum, il più grande tempio di Alessandria a lui consacrato. Lo stesso culto di Osiride attirò l'interesse di molti greci: a partire dal regno di Tolomeo II, la festività del 20 del mese di Athyr, durante la quale si svolgeva il simbolico incontro tra Iside e Osiride, fu celebrata sia dagli egizi sia dai greci, che pure non smisero di adorare le proprie divinità. Elementi greci ed egizi confluirono anche nell'arte del periodo tolemaico. Sulle monete e su alcuni monumenti i Tolomei si fecero raffigurare secondo la tradizione greca, mentre nei santuari delle divinità egizie apparivano vestiti e acconciati come i faraoni egizi. A eccezione della numismatica, peraltro, tutte le opere artistiche egizia rientravano in un ambito religioso. Quel che si può constatare è che i templi innalzati durante la dominazione greca continuarono a seguire gli schemi architettonici della tradizione egizia. A grecizzarsi, invece, fu il modo di rappresentare alcune divinità. Iside, per esempio, cominciò a essere raffigurata con i capelli raccolti, invece che con la classica parrucca, e con indosso una tunica e un mantello di foggia greca. A sua volta, l'arte egizia non mancò di influenzare gli artisti greci, in uno scambio continuo di stili e motivi d'ispirazione.