giovedì 1 giugno 2017

L'enigma del faro di Alessandria

Settima meraviglia del mondo il faro di Alessandria è il simbolo del genio della civiltà greca trapiantato in Egitto. Tra mito e realtà, la sua storia non ha mai finito di affascinare gli uomini. I resti di questo colosso giacciono in fondo al mare e solo qualche frammento ritrovato recentemente ha permesso di svelare parte del suo mistero.


Nel 332 a.C., Alessandro Magno liberò gli egizi dalla dominazione persiana e fondò sulla foce del Nilo a magnifica città di Alessandria. I lavori di costruzione del faro cominciarono verosimilmente solo nel 297 a.C., e si conclusero nel 283 a.C., all'inizio del regno di Tolomeo II. La costruzione, quindi, sarebbe durata circa quindici anni, un periodo di tempo molto breve per un'impresa così grandiosa: testimonianza, questa, dell'efficienza degli ingegneri e delle enormi risorse finanziarie investite in quest'opera. Si pensa che nella realizzazione di questo immenso cantiere gli architetti greci siano stati affiancati dagli artigiani egizi, forti di un'esperienza accumulatasi in tremila anni. L'obiettivo principale che portò alla costruzione di questa colossale torre era quello di edificare un'opera monumentale che riuscisse a colpire l'immaginazione e aumentare il prestigio della città. Lo stesso valeva per altri monumenti di Alessandria, come la Grande Biblioteca. Ma il faro corrispondeva anche a una necessità vitale: guidare i navigatori mettendoli al riparo dai pericoli presentati dalle zone costiere e dai numerosi scogli. Infatti, all'epoca, il commercio marittimo era in pieno sviluppo e, se ci si attiene al numero di relitti di navi greche e romane scoperti recentemente, la barriera rocciosa che si estendeva parallelamente alla costa doveva aver causato il naufragio di non poche navi.

Dove si trovava il faro di Alessandria?
Secondo fonti antiche, il faro sarebbe stato costruito sulla punta orientale dell'isola di Pharos, vicino alle rive della città di Alessandria, formando una penisola collegata al continente dell'isola di Pharos, vicino alle rive della città di Alessandria, formando una penisola collegata al continente da un pontile. Oggi, risulta molto difficile ricostruire esattamente l'aspetto della zona, perché dall'antichità la città di Alessandria è sprofondata di diversi metri rispetto al livello del mare; incolte, la regione è stata devastata da una serie di terremoti, tra il IV e il XIV secolo d.C.: In particolare, nel 1303 un terremoto e un maremoto rasero al suolo una parte della città. Alla fine del XV secolo, il sultano mamelucco Qaitbay costruì una fortezza nel luogo in cui si trovava il faro, riutilizzandone in parte i blocchi di pietra.

Che aspetto aveva il faro?
Probabilmente, il faro di Alessandria era costruito con pietre bianche: si trattava di blocchi ricavati dalla roccia calcarea locale, e non di marmo, come sostengono alcune fonti. Le pietre, provenienti dalla costa settentrionale, non sono servite solo alla costruzione della città antica, ma anche a quella della fortezza di Qaitbay e della moderna città di Alessandria. Il colore bianco, reso più intenso dalle tecniche di levigatura dell'epoca, conferiva uno splendore particolare al faro. Recenti ritrovamenti nei fondali della zona, tuttavia, rivelano che alcuni blocchi di pietra sarebbero stati troppo voluminosi per essere ricavati dalla pietra calcarea; sarebbero derivati, invece, da blocchi di granito di Assuan, e lo stesso vale per alcune giunzioni dell'edificio e per le cornici di porte e finestre. Mettendo a confronto tutte le fonti scritte e le diverse illustrazioni del faro, i ricercatori hanno potuto ricostruire oggi l'aspetto dell'edificio: la torre sarebbe stata alta 135 metri e composta da tre piani, il primo di forma quadrata, il secondo a base ottagonale e il terzo cilindrico. Una rampa, sorretta da sedici archi, permetteva l'accesso al primo piano, che posava su una piattaforma quadrangolare, leggermente piramidale, di una decina di metri di lato. Secondo la descrizione del celebre geografo arabo al-Andalusi, vissuto nel XII secolo, il primo piano sarebbe stato alto 71 metri e largo una trentina e avrebbe avuto una rampa interna per permettere l'accesso al secondo piano. L'ampiezza degli spazi era forse dovuta alla necessità di permettere il passaggio di animali da soma che portavano in cima all'edificio il combustibile necessario ad alimentare il fuoco del faro. Il secondo piano misurava 34 metri di altezza ed era dotato di una scala di 32 gradini che portava al terzo piano. Quest'ultimo, di forma cilindrica, era probabilmente il meno alto, solo 9 metri. La cima era sormontata da una lanterna, a sua volta decorata con una statua di Zeus o di Poseidone, secondo quanto affermato da fonti diverse. Distrutta da un terremoto nel X secolo, la parte superiore della torre fu più tardi convertita in stanza di preghiera dal sultano Ahmed Ibn Tulun: divenne così la moschea più alta del mondo.

Le ricerche sottomarine
Nel 1962, il sommozzatore egiziano Kamal Abu el Saadat convinse la marina egiziana a riportare in superficie una statua colossale raffigurante Iside, probabilmente posta su un lato del faro. Nonostante questa scoperta, non furono effettuate altre ricerche- Solo nel 1994 il dipartimento archeologico egiziano chiese al Centro di studi alessandrini di effettuare delle ricerche subacquee tra le rovine sommerse della fortezza di Qaitbay. L'impresa, tra l'altro, ha ricevuto un notevole impulso grazie alla campagna di informazione organizzata dal cineasta egiziano Asma el-Bakri. L'esistenza  di reperti antichi in quei luoghi era già nota almeno dal XVIII secolo, ma la forte espansione che la città conobbe nei secoli successivi scoraggiò gli archeologi, i quali preferirono dedicarsi ai siti faraonici. Grazie al finanziamento di alcuni sponsor, come il gruppo Elf-Aquitania e la fondazione EDF, gli scavi cominciarono sotto la direzione di Jean-Yves Empereur. L'estrazione di circa 2000 pezzi appartenenti a epoche diverse (faraonica, ellenica e romana) fu intrapresa scegliendo tra i quasi tremila blocchi architettonici mescolati nei fondali marini. Alcuni di questi erano stati buttati in mare volontariamente alla fine del'epoca romana, ai tempi dei mamelucchi, per proteggere il porto di Alessandria. Tramite un sistema di palloni gonfiati d'aria, furono riportati in superficie, tra l'altro, n busto di Tolomeo dai tratti faraonici, basi di colonne e parti di sfingi, alcune delle quali pesavano fino a 70 tonnellate. Si pensa che alcuni pezzi siano più antichi della fondazione della città d'Alessandria e risalirebbero all'epoca di Ramses II. Ad oggi, tuttavia, quanto è emerso dalle ricerche non permette ancora di ricostruire il faro nel suo aspetto originale. Lo studio dei pezzi catalogati è un lavoro che richiede temo: bisognerà aspettare ancora molti anni prima che i misteri della settima meraviglia del mondo siano completamente svelati. 

Nessun commento:

Posta un commento