mercoledì 25 ottobre 2017

Di cosa è morto Alessandro Magno?

Della vita di Alessandro si conoscono gli alti e i bassi, i gusti, i retroscena: la grande carica di cavalleria a Gaugamela che spazzò via l'esercito persiano, l'amore per Efestione e la sua sconfinata generosità che era pari solo all'immensa ira che covava nei confronti di coloro che lo tradivano. Alessandro il grande è una figura che non costituisce un enigma ed è solo la sua morte che cela un segreto millenario: l'ubicazione della sua tomba.
Alessandro nacque a Pella, nel nord della Grecia, il 20 luglio del 356 a.C., da suo padre Filippo discende, secondo la leggenda, da Ercole, da sua madre Olimpiade discende da Achille. Aristotele fu il suo maestro, Bucefalo il suo cavallo leggendario: a 20 anni diventa re, a 25 invade l'Egitto e diventa faraone, a 26 anni decide di conquistare l'India e gettare così nuovi confini alle terre conosciute, un'impresa che sembra sovrumana già a chi lo venera come un dio. A soli 32 anni, un mese prima del suo compleanno, Alessandro muore a Babilonia.
Molte sono le teorie legate alla sua morte, c'è chi sospetta che venne avvelenato, chi ipotizza che morì di malaria e così altre decine di teorie, ma procediamo con calma e cerchiamo di ricostruire il quadro medico.


A parte le numerose ferite agli arti riportate in battaglia, un anno prima della sua morte aveva sofferto di un trauma penetrante all'emitorace destro, complicato da emopneumotorace. Non fumava tabacco (arrivato in Europa solo dopo il 1500), ma si concedeva abbondanti ancorché saltuarie libagioni divino: la sindrome che lo avrebbe portato a morte iniziò a manifestarsi — con astenia intensa e dolori diffusi a tutto il corpo — proprio il giorno successivo a una notte di baldoria, generosamente annaffiata con 12 pinte di vino. E la sera dopo, consumata un'analoga quantità d'alcool, Alessandro aveva lamentato dolori lancinanti al quadrante addominale superiore destro.
Nei giorni seguenti, il quadro clinico era stato dominato dalla febbre e da un progressivo deterioramento delle condizioni generali. Soprattutto, l'astenia era peggiorata rapidamente, al punto che già all'ottavo giorno di malattia il paziente non era più in grado di parlare e riusciva a malapena a muovere occhi e mani. L'undicesimo giorno, il grande condottiero entrò in coma e spirò. Malaria acuta, pancreatite, perforazione intestinale da infezione tifoidea con paralisi ascendente, poliomielite, intossicazione acuta da piombo e persino avvelenamento da arsenico (nel vino): queste e altre ancora le ipotesi avanzate dagli storici per giustificare il rapido e inarrestabile declino del pur giovane e vigoroso comandante. A uccidere il condottiero macedone sarebbe stata, secondo la mia opinione, la febbre del Nilo occidentale: una sindrome virale (causata dal cosiddetto «West Nile virus») che non era stata presa in considerazione nella rassegna pubblicata nel 1998 sul «New England Journal of Medicine», in mancanza di una precisa collocazione nosografica. Alla mia personale interpretazione, si aggiunge quella del Dr. John S. Marr epidemiologo del Virginia Department of Health, che si era già occupato delle dieci piaghe d'Egitto e della morte dell'ultimo imperatore degli Inca, Hayna Capac; mentre è al Dr. Calisher - qualificato microbiologo della Colorado State University - che si deve presumibilmente l'indagine diagnostica che ha potuto escludere le diverse ipotesi infettivologiche di volta in volta considerate responsabili della morte di Alessandro. E prima di ogni altra il presunto avvelenamento del re macedone: «Solo pochi veleni - scrivono infatti Marr e Calisher - erano disponibili ai tempi di Alessandro, tra cui salicilati, alcaloidi e micotossine, e nessuno di essi avrebbe potuto causare una febbre così elevata».
Sappiamo dunque che Alessandro morì nella tarda primavera del 323 a.C., nell'area dell'attuale città di Baghdad, in Iraq, a causa di una malattia durata due settimane e caratterizzata da febbre e segni che supponiamo indicativi di una forma encefalitica. Nelle precedenti ipotesi diagnostiche l'encefalite da West Nile virus non era invece stata inclusa. Forse perché, avendo il virus fatto la sua comparsa negli Stati Uniti solo nel 1999, prima di allora nessuno aveva fatto caso a un episodio - accuratamente riportato da Plutarco - riguardante il comportamento bizzarro e la morte di numerosi corvi fuori dalle mura di Babilonia. Alla luce di questa e altre osservazioni, ritengo che si possa oggi proporre una valida interpretazione diagnostica per la morte di Alessandro: un'encefalite provocata dal virus West Nile e complicata da una paralisi flaccida, cioè con perdita del tono muscolare. Il virus del Nilo occidentale (che come altri flavivirus si trasmette all'uomo attraverso le punture di un insetto) è stato isolato per la prima volta in Uganda nel 1937, ma i primi casi della malattia umana sono stati descritti negli Stati Uniti solo tra il 1999 e il 2000. Nel 2002 si contavano 4156 contagiati americani, e 284 vittime; nel 2003 il numero degli infetti negli Stati Uniti è salito a 8694, fortunatamente senza un parallelo aumento dei decessi. Nel Colorado, dove l'epidemia del 2003 ha colpito 2945 persone, nel 79 per cento dei casi la febbre del Nilo occidentale si è manifestata nella forma più lieve, con febbre e spossatezza. Ma è ormai risaputo che l'infezione può avere un decorso assai più severo, causando encefalite o una paralisi flaccida acuta che ricorda la poliomielite.
L'enigma scientifico relativo agli ultimi giorni di vita di Alessandro è stato seguito fin dagli esordi, con passione e competenza anche da Donato Fumarola, già professore di microbiologia medica all'Università di Bari: «La febbre del Nilo occidentale - spiega Fumarola - è una malattia infettiva emergente e ubiquitaria (è infatti presente negli Stati Uniti e in Canada, in Europa e in Africa settentrionale, così come in Asia Minore) che può colpire con una forma neurologica, una grave encefalite, spesso letale sia per gli animali che per l'uomo». Sensibili all'azione del virus del Nilo appaiono sia gli animali selvatici che quelli domestici e da reddito, e tra questi ultimi soprattutto i cavalli. Qual è dunque il nesso tra questo agente virale e la misteriosa malattia che portò alla morte Alessandro Magno? Fumarola ci aiuta a comporre le tessere del puzzle: «Come serbatoio del virus funziona sia l'animale sano (o asintomatico) sia quello ammalato; come vettore, invece le più varie specie di zanzare Culex. In questi ultimi anni, però, il serbatoio più significativo è rappresentato dai volatili: in particolare dai corvi, le cui morie da virus del Nilo occidentale sono state ampiamente segnalate in letteratura». Si tratta in pratica di un virus che può passare dagli uccelli alle zanzare, e da queste all'uomo. Quando infatti le zanzare infettate dal virus pungono un vertebrato suscettibile, il virus può essere trasmesso a quest'ultimo. Gli uccelli funzionano da ospiti «amplificatori» e il grado di amplificazione dipende dalla specie aviaria, da condizioni ambientali e da altri fattori. Sono i volatili in fase viremica a rifornire le zanzare di pasti a base di sangue infetto, e queste ultime provvedono successivamente a trasferire l'infezione da West Nile virus agli uomini. Gli uccelli ammalati manifestano sintomi diversi, tra i quali tremore, posture anomale, disorientamento, e anomalie del comportamento; e finiscono spesso per soccombere alla malattia.
Il riferimento ai corvi emerge con chiarezza dalla lettura del volume di Plutarco sulla vita di Alessandro: Il grande storico greco racconta che Alessandro il Grande, rientrato dall'India e giunto presso le mura di Babilonia, s'imbattè in uno stormo di corvi che, lottando fra di loro, si beccavano furiosamente. Molti caddero morti ai piedi del re, che - pur rassicurato dai suoi indovini - ne trasse severi auspici. E ripetuti, si ritrovano nell'opera di Plutarco, altri riferimenti agli incontri ravvicinati tra Alessandro e gli uccelli - specialmente i corvi. Quanto agli insetti, diverse sono le specie di Culex coinvolte in Iraq nella trasmissione dell'infezione da West Nile virus. Le inondazioni primaverili del Tigri e dell'Eufrate forniscono un ideale substrato riproduttivo per le zanzare, delle quali è ben nota la predilezione per le zone paludose. Ma è stato soprattutto il quadro clinico del morbo che stroncò la giovane vita del condottiero macedone, e che si evince dall'analisi attenta del testo di Plutarco, a convincere Marr e Calisher. Premesso che l'ipotesi dell'avvelenamento, pratica abbastanza comune a quei tempi, gode di scarsissimo credito da parte dello stesso Plutarco (anche perché Alessandro era in realtà meno dedito al vino di quanto potesse apparire), la sintomatologia presentata dal condottiero nei suoi ultimi giorni di vita fu tale da suggerire agli studiosi contemporanei l'idea che potesse aver contratto la forma encefalitica della febbre del Nilo: l'esordio della malattia, la febbre violenta e costante, la grande sete e il delirio finale, insieme con l'impossibilità di muoversi e di mantenere la stazione eretta (una vera e propria paralisi flaccida). La critica più fondata che si può muovere a quest'ipotesi è legata alla stagionalità dell'infezione da virus «West Nile» nell'uomo. Alessandro, infatti, si ammalò in maggio, mentre per esempio la maggior parte dei casi registrati nell'epidemia verificatasi nel 2000 in Israele - paese che si trova alla stessa latitudine dell'Iraq - si sono avuti da luglio a settembre (e pochi altri in giugno). La maggiore amplificazione del virus, nelle zanzare e negli uccelli suscettibili, si raggiungerebbe solo alle temperature che caratterizzano l'estate piena. Ma la temperatura media in Iraq in maggio è di 29 gradi - più elevata di quella che si riscontra nello stesso periodo a Tel Aviv (24 gradi) - e dunque una primavera più calda del solito in Iraq nel 323 a.C. potrebbe essersi rivelata fatale ad Alessandro, determinando un più precoce inizio della replicazione virale nei corvi, e un'inspiegabile mortalità in quei volatili. A quei tempi gli oracoli erano attenti osservatori del comportamento degli uccelli, e Plutarco ritenne di dover riferire quel bizzarro episodio capitato al re macedone al suo ingresso a Babilonia. Né sorprende che un tale evento nel 323 a.C. possa essere stato considerato come un presagio della fine imminente e prematura del condottiero. La sua morte continua ancor oggi a richiamare l'interesse degli storici, ed è probabile che anche un'ipotesi diagnostica aggiornata e ben strutturata, come quella sostenuta da me e da Marr e Calisher, venga in futuro rimessa in discussione: appare tuttavia ben difficile, a più di 2300 anni dai fatti, che si riesca a trovare un testimone più attendibile di Plutarco.
Dopo la sua morte, i generali di Alessandro getteranno il mondo in una serie infinita di guerre che avevano come unico scopo quello di accaparrarsi non solo il suo regno ma anche il corpo del condottiero. Tolomeo, Seleuco, Cassandro, Cratero e tutti gli altri erano ben consapevoli, che chiunque fosse entrato in possesso delle spoglie del condottiero macedone, sarebbe sembrato agl'occhi della storia l'erede legittimo. Infine fu Tolomeo, amico fidato del re, ad ottenere le spoglie del sovrano.

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