sabato 1 dicembre 2018

La vita e gli amori di Cleopatra VII

''L'incestuosa Tolomeide (...). L'empia sorella si sposa col fratello, già sposa del condottiero latino e,
 passando da un marito all'altro, possiede l'Egitto e si guadagna Roma''.
Lucano, Pharsalia, X, 68 e 357-359.


I versi di Lucano rappresentano il ritratto giunto fino a noi dell’ultima sovrana d’Egitto, che lussuriosa e disinibita incatenava il cuore di tutti gli uomini per arrivare al “trono” di Roma. Cleopatra è da sempre rappresentata come una capricciosa regina, e anche Dante la colloca tra i peccatori, ma era questa la sua vera natura?
Cleopatra VII era di stirpe macedone, discendeva del generale Tolomeo, amico fidato di Alessandro Magno, e che divenne poi il primo faraone della dinastia tolemaica, o lagida . Si dice di lei che era bella come nessun’altra e che fosse abile nell’arte della seduzione. In realtà oggi si pensa che non fosse tanto la sua bellezza ad attrarre gli uomini più potenti del mondo romano, quanto la sua voce melodiosa, che mista a una cultura senza pari, la rendevano molto più affascinante che graziosa. Infatti la sovrana tolemaica era capace di declamare i grandi autori greci a memoria, conosceva circa sette lingue e tra queste c’erano anche l’egizio, il latino e naturalmente il greco.
Tra i suoi uomini ci sono nomi come Cesare e Marco Antonio, personalità di grande spessore, che non solo condizionarono il tempo in cui hanno vissuto, ma anche la nostra modernità. Cleopatra sposò prima Tolomeo XIII per regnare sul trono d’Egitto dopo la morte di suo padre, quando poi cercò di deporla dal trono, Cleopatra scappò per radunare un esercito. Questa situazione creò naturalmente una guerra civile, che venne placata solo dall'intervento di Cesare, il quale li convocò entrambi ad Alessandria, ma poiché su Cleopatra esisteva una taglia, la regina preoccupata per la sua sorte, chiese al fedele Apollodoro di trasportarla fin da Cesare chiusa al sicuro in un tappeto. Si narra che questo stratagemma colpì così tanto il conquistatore romano che i due diventarono amanti la notte stessa. Arrivata ormai ad Alessandria e con il sostegno di Cesare garantito dalla loro relazione, Cleopatra abbandonò ogni paura sposando un altro fratello, Tolomeo XIV.
Cesare era arrivato in Egitto inseguendo Pompeo, il quale aveva dichiarato il conquistatore nemico della patria, in seguito alla campagna in Gallia. Cesare fu costretto perciò a tornare in Italia, i suoi nemici difatti tentavano di rovinarlo politicamente, però egli non si perse d’animo e ordinò una marcia forzata, attraversò il Rubicone e piombò a Roma, quando ormai i suoi avversari erano già fuggiti. Naturalmente la caccia a Pompeo gli aveva creato altri rivali, e il disfacimento interno dell'Egitto lo costrinsero a rimanere nella terra del Nilo per alcuni anni, nei quali intrecciò una lunga storia con Cleopatra, per poi ripartire alla volta di Roma. Dalla loro relazione nacque un figlio, Tolomeo Cesare, che venne ribattezzato con il vezzeggiativo di Cesarione. Questo bambino aveva una forte importanza per il popolo egizio, poiché garantiva l’aiuto romano attraverso il legame di sangue con il padre. Purtroppo, nel 44 a.C., Giulio Cesare venne assassinato e Cleopatra, che si trovava a Roma da due anni, fu costretta ancora una volta alla fuga. La morte di Cesare non solo significava la fine di un sentimento, ma anche la fine di un sogno. Difatti ambedue avevano fatto loro la visione di Alessandro Magno: un impero unito da Occidente a Oriente, dalle colonne d’Ercole all’India.
Gli anni che seguirono la morte di Cesare furono contraddistinti dalla guerra di Marco Antonio e Ottaviano contro i cesaricidi , che vennero inseguiti e uccisi fino all’ultimo. Alcuni autori antichi, tra cui Plutarco, raccontano dei vari sogni che Bruto fece a proposito di un fantasma che lo terrorizzava. In un'occasione in particolare, Bruto, facendosi coraggio chiese allo spettro chi fosse e cosa volesse da lui, e lo spirito rispose:

"Ci rivedremo a Filippi"

Durante la notte che precedette la battaglia di Filippi, Bruto tornò a sognare questo cupo fantasma. Ormai sconfitto dall'esercito di Marco Antonio e di Ottaviano, decise di togliersi la vita, e mentre era in procinto di uccidersi, rispose a chi lo esortava a fuggire:

"Fuga sì, ma questa volta con le mani, non con i piedi”

Lo spettro, forse quello di Cesare, aveva dunque ragione: In seguito alla battaglia Bruto non fu l'unico che si tolse la vita, Casca, che era stato il primo a trafiggere Cesare, si uccise e così anche Gaio Cassio, che si pugnalò con la stessa daga che aveva adoperato contro il "dittatore".
Questa ennesima guerra civile durò molti anni e portò di nuovo Roma sull'orlo dell’instabilità politica, a tal punto Marco Antonio e Ottaviano strinsero un accordo che prevedeva anche la presenza di un terzo uomo: Marco Emilio Lepido, un generale che era rimasto a guardia di Roma durante le battaglie contro le forze repubblicane . Tale contratto è ricordato come il Secondo Triumvirato  e prevedeva l’assegnazione dell’Oriente ad Antonio, l’Africa a Lepido e i restanti territori, inclusa Roma, a Ottaviano. Per suggellare tale patto Ottaviano propose ad Antonio di sposare sua sorella Ottavia, e ovviamente il generale accettò. Il problema era che tempo addietro Marco Antonio, durante una spedizione contro la Giudea, chiese a Cleopatra di incontrarlo a Tarso e da quel momento in poi erano divenuti amanti. Quindi il nuovo matrimonio di Antonio fece infuriare la fascinosa regina. Passata la tempesta Cleopatra diede tre figli al condottiero romano: Elios, Selene e Tolomeo. Purtroppo la presenza di Antonio in Egitto e il matrimonio che ne susseguì crearono non pochi dissensi a Roma. Infatti Ottaviano era da sempre alla ricerca di un motivo per dichiarare guerra ad Antonio, ottenendo così l’intero controllo del territorio romano. Quando furono consegnate le ultime volontà del condottiero, che contemplavano non solo il desiderio che i figli avuti da Cleopatra ereditassero i suoi diritti, ma anche il proposito di essere sepolto in Egitto, Ottaviano ebbe finalmente in pugno l’arma che tanto cercava. Rese pubblico il contenuto del testamento di Antonio e dichiarò guerra all’Egitto e a Cleopatra, ma non ad Antonio stesso, che era ancora molto amato a Roma, e visto che quella era la prova che la sua mente era stata annebbiata dalla meretrice egizia, bisognava appunto salvarlo dalle sue grinfie. Difatti è questo il motivo per cui ancora oggi Cleopatra è considerata una donna lussuriosa, ingorda e malvagia, perché Ottaviano, con l’aiuto del suo leale compare Mecenate, mise in scena una vera e propria campagna di denigrazione ai danni della regina, e nonostante siano passati duemila anni, è ancora oggi potente come all’epoca. La guerra tra Ottaviano e i due amanti si concluse con la battaglia di Azio, dove le forze egizie furono spazzate via da quelle del nuovo dittatore. In seguito alla battaglia Ottaviano invase l’Egitto e arrivò fino ad Alessandria. Non avendo scampo Antonio si tolse la vita, e così fece anche Cleopatra.

La Morte

Tutti noi abbiamo sentito parlare di come si uccise l’ultima sovrana d’Egitto, poiché la sua morte segnò anche la fine del regno faraonico. La leggenda vuole che Cleopatra si sia suicidata con il morso di un aspide, che nascosto dentro ad un cesto di fichi, decretò l’ultimo respiro della regina macedone. Tuttavia sono molte le cose che fanno pensare che l’animale usato per darle la morte fosse stato in realtà un cobra. Infatti  questo serpente è da sempre legato alla regalità egizia e agli dei stessi.


Articolo tratto dal libro Oltre il Gineceo di Antonietta G. Napoli

domenica 4 novembre 2018

L'autobiografia di Amenemhab

Questa autobiografia è un esempio di quei testi che raggiunsero il culmine nella XVIII dinastia, e nelle quali viene attribuita molta importanza al fattore storico, oltre che agli avvenimenti più salienti della vita del defunto. Per gli egizi è un vanto aver partecipato alle imprese militari del sovrano, e in particolare questo sentimento è evidente nei contemporanei di Thutmosi III, il più grande guerriero fra i re della dinastia in questione. L'ideale nella XVIII dinastia non è tanto quello di ottenere l'autonomia quanto il desiderio di essere "seguace" del re e di mostrargli il proprio coraggio e le proprie capacità. A vanto di Amenemhab (detto Mahu e proprietario della tomba TT85 a Luxor), che seguì Thutmosi III nelle varie spedizioni, si dice che vide le vittorie regali del suo re. Di alcune delle imprese che egli ricorda esiste anche la versione ufficiale, come per esempio della caccia all'elefante a cui Thutmosi si dedicò durante la sua ottava spedizione.
Tuttavia Amenemhab ci racconta anche le sue imprese personali, gesta che secondo i valori dell'epoca gli recavano onore.

L'episodio della cavalla 
Nel corso di una battaglia, il principe di Kadesh, in Siria sull'Oronte, fece astutamente uscire una puledra in calore per indurre il disordine tra i carri egizi, trainati da stalloni. Amenemhab la inseguì a piedi e la uccise.


Traduzione geroglifica di Alberto Elli:





(cliccare per ingrandire)

sabato 20 ottobre 2018

Laboratori e sotterranei delle collezioni egizie

Ogni giorno, centinaia di specialisti si dedicano all'analisi e al restauro di operare d’arte e reperti archeologici. Per certi aspetti, il loro lavoro assomiglia a quello di veri e propri investigatori: vediamo come si svolge entrando in uno dei più importanti centri di ricerca del mondo.


Uno dei più importanti laboratori di ricerca in campo artistico si trova a Parigi, presso il museo del Louvre. Si tratta di una struttura multidisciplinare, collegata al centro di ricerche e restauro dei musei di Francia. La metà del suo personale è costituita da scienziati, ingegneri e tecnici, mentre il resto comprende conservatori, documentaristi, storici e impiegati amministrativi. Il laboratorio si trova sotto il giardino del Carrousel, dodici metri più in basso rispetto al livello stradale, si articola su tre livelli, per una superficie totale di cinquemila metri quadrati. Una parte degli ambienti è destinata agli esami fotografici e radiografici, mentre nella parte restante si utilizzano tecniche di analisi che puntano a identificare i materiali costitutivi di opere d’arte e reperti archeologici. Arrivare a conoscere la struttura e la composizione chimica di questi oggetti, infatti, è il primo passo da compiere in ogni ricerca storica, così come di ogni intervento di conservazione e restauro. Il laboratorio comprende anche un ampio centro di documentazione, aperto ai ricercatori e a chiunque ne faccia richiesta. La stessa struttura organizza attività didattiche e supervisiona l’inquadramento di dottorandi e tirocinanti in materie scientifiche e storiche. Il laboratorio del centro di ricerche e restauro dei musei di Francia ha collaborato attivamente a realizzare le riproduzioni a grandezza naturale delle due tombe egizie esposte al museo “de Tessé” di Le Mans. Inoltre, si è occupato del restauro e della risistemazione della collezione egizia. Prima degli interventi di restauro, si è reso necessario approfondire la conoscenza dei materiali, identificarli e datarli. Allo scopo, è stata attuata una lunga serie di esami sui pigmenti colorati, sulle sostante leganti, sulle resine, sulla pietra calcarea delle steli, ecc. Così, per esempio, analizzando una bellissima immagine della celebre triade funeraria Ptah-Sokar-Osiride si è potuto stabilire che l’artista aveva utilizzato due tipi di legno: quello di sicomoro per l’acconciatura, quello di tamerice per il corpo e per la base della statuetta. Tuttavia il museo del Louvre non è l’unica istituzione al mondo che comprende un ampio laboratorio.

Il museo del Cairo di oggi
La prima pietra dell’attuale museo egizio del Cairo fu posato da Abbas Hilmi II il 1 Aprile 1897, da allora il museo ha fatto numerosi passi avanti; il sotterraneo è adibito a magazzino, mentre l’esposizione occupa il pian terreno e il primo piano. Il secondo piano, meno spazioso, non è aperto al pubblico. Attorno ad un atrio centrale si susseguono più di cento sale, che presentano al pubblico magnifiche collezioni d’oggetti d’arte dell’antico Egitto. L’attuale disposizione dei reperti del museo egizio del Cairo sono qualche problema: il più evidente è senz'altro quello della mancanza di spazio, che penalizza la presentazione delle ricchissime collezioni di oggetti. Molti di questi non sono neanche visibili, relegati come sono negli angoli più nascosti delle vetrine. Per i conservatori del museo, dunque, la difficoltà non è tanto quella di arricchire le collezioni (anche se, in effetti, i fondi destinati a questa attività sono piuttosto limitati), quanto riuscire a trovare un posto per i nuovi reperti che continuano a venire alla luce dagli scavi. La valorizzazione dei tesori del museo avrebbe bisogno di lavori di ristrutturazione delle sale molto costosi. Servirebbero diversi milioni di dollari per l’installazione dell’aria condizionata nelle sale espositive, per il riordino degli oggetti ammassati, per l’installazione di un impianto di illuminazione appropriato e per l’acquisizione di un sistema di allarme che protegga da furti e incendi. A tutto ciò si aggiungo il problema del traffico automobilistico, che provoca pericolose vibrazioni, e quello dell’inquinamento causato da una vicina stazione di autobus. Per fronteggiare a questi problemi il Governo Egiziano ha indetto il 7 maggio 2002 un concorso internazionale per la creazione di un grande Museo Egizio (GEM), che sarà edificato su un area di cinquanta ettari, con una capacità di accoglienza di quindicimila visitatori al giorno. Collocato vicino alle piramidi di Giza, si propone di far conoscere e ammirare al meglio i monumenti e i tesori della storia dell’antico Egitto. Questa nuova struttura doveva essere aperta al pubblico quest’anno, ma visti i grandi ritardi nella costruzione e molto probabile che ci vorranno ancora diversi anni. 

Altri musei in terra d’Egitto
Per alleggerire il già ingombro museo del Cairo, la politica del dipartimento delle Antichità Egiziane è quella di dare più importanza ad altri musei che potrebbero accogliere gli oggetti attualmente conservati nei magazzini della capitale. Già dal 1975 a Luxor è stato allestito un museo molto moderno, e ad Assuan ritroviamo ora un museo consacrato alle Antichità Nubiane. Altre città, tra cui Zagazig e Ismailia possiedono collezioni degne di interesse, senza contare quella, non meno prestigiosa, del grande museo greco-romano di Alessandria d’Egitto

domenica 16 settembre 2018

Le collusioni nelle tombe della Valle dei Re

La Valle dei Re è stata utilizzata per oltre cinquecento anni e di conseguenza più tombe sono state scavate in un sottosuolo sempre più affollato. Gli ingressi delle tombe così venivano nascosti ulteriormente dagli scavi di nuove sepolture, perdendo così la conoscenza precisa delle tombe scavate in precedenza, visto che nessun piano generale della Valle sembra essere stato redatto. Era quindi inevitabile che gli operai addetti a nuove tombe potessero, inavvertitamente,  irrompere in quelle precedenti. In effetti, è sorprendente pensare che sia accaduto solo tre volte: nella KV 47 (Siptah - XIX din.), KV 11 (Ramses III- XX din.) e quando gli operai di Ramses VI, della KV 9, sbucarono nella KV 12 (proprietario sconosciuto).

KV 47 e KV 32 (Tomba di Tia'a)

La KV 47, cioè la tomba di Siptah, è una tipica sepoltura della dinastia XIX dinastia: una successione di corridoi conduce alla camera a colonne e da lì a un grande camera funeraria a volta. Quando gli operai entrarono nella KV32, gli scavatori studiarono la situazione, decisero così di rattoppare il buco (foto) e scavare ulteriormente lungo l'asse principale del KV 47. Quindi, ciò che era stato pensato come camera di sepoltura fu adoperato come corridoio, mentre la camera sepolcrale finale è stata ritagliata diversi metri dentro la collina, lontano dalla KV 32. A quanto pare, gli operai, a corto di tempo, hanno poi abbandonato il progetto.


KV 11 e KV 10 (Tomba di Amenemesse)

Gli scavatori che hanno iniziato il lavoro nella KV 11 non sapevano di certo che all'estremità meridionale della Valle si trovasse la tomba di Amenemesse. In realtà questa tomba appartenente all'inizio a Sethnakht, fu poi ingrandita dal suo successore Ramses III, poiché quando gli scavatori entrarono nella KV 10 all'epoca di Sethnakht, decisero di abbandonare lo scavo e "usurpare" la tomba di Tauseret. Quando poi Ramses III salì a trono, si decise così di cambiare l'orientamento assiale della tomba per evitare ulteriori problemi, creando una delle tombe più grandi della Valle.

KV 9 e KV 12

Un terzo caso verificato è quello che coinvolge la tomba di Ramses V e Ramses VI. Gli operai anche questa volta entrarono casualmente nella KV 12, per risolvere il problema, hanno cambiato il piano di scavo abbassando il soffitto e creando un piano inclinato.

mercoledì 15 agosto 2018

L'Egitto di Erodoto

Storico, geografo, osservatore dei costumi e viaggiatore infaticabile, Erodoto fu il primo a descrivere la civiltà egizia. I suoi resoconti sono giunti fino a noi, ma vanno interpretati con una certa cautela: anche se involontariamente, infatti, l'autore non poté fare a meno di incappare in qualche inesattezza e approssimazione.



Secondo Cicerone, Erodoto fu "il padre della Storia". Nella sua immensa opera, raccolta appunto sotto il titolo di Storie, questo autore greco riunì tutto quello che gli riuscì di vedere, ascoltare e annotare durante i suoi numerosi viaggi compiuti in tutto il mondo antico. Di lui si sa ben poco: nata ad Alicarnasso tra il 485 e il 480 a.C. da una famiglia benestante, verso il 460 partecipò a un complotto contro il tiranno della città, Ligdami. Quando il piano fallì, Erodoto fu costretto all'esilio nell'isola di Samo. Nel 445 era nuovamente ad Atene dove, insieme a spiriti illuminati come Sofocle, Euripide e Fidia, faceva parte della ristretta cerchia dei collaboratori di Pericle. Infine, verso il 443, partecipò alla creazione della colonia di Turi, dove visse una ventina d'anni e morì tra il 419 e il 413. Duecento anni dopo la sua morte, alcuni storici della cerchia di Apollodoro ripresero in mano le sue Storie e le suddivisero in nove libri, a ciascuno dei quali fu dato il nome di una musa.

L'ode a Euterpe
Il secondo libro delle Storie, interamente dedicato all'Egitto, porta il nome di Euterpe, la musa della lirica poetica e della musica. Sappiamo che Erodoto viaggiò lungo la terra del Nilo intorno al 450 a.C.: risalì il grande fiume fino a Elefantina, visitò le città del Delta e poi Menfi, Ermopoli, Chemnis e Tebe. Ispirato da Euterpe, lo storico volle trattare tutti gli aspetti della vita del paese, dalla fauna alla flora, dalle abitudini quotidiane alle tradizioni religiose, fino alle conoscenze tecniche e scientifiche del V secolo a.C. Si soffermò, inoltre, sul calendario egizio, sugli animali sacri, sui metodi di imbalsamazione, sulla leggenda di Osiride e sulle inondazioni del Nilo, descrivendo anche la piramide di Cheope e le campagne militari di Sesostri.
A dispetto della verità di argomenti, l'affidabilità di questo "reportage" sull'antico Egitto è stata messa spesso in discussione. Le fonti di Erodoto erano costituite in buona parte da resoconti orali, cioè da conversazioni intercorse con egizi di diverse classi sociali e che esercitavano mestieri di ogni tipo. L'autore intervistò anche dei commercianti greci stabilitisi in Egitto e degli egizi di origine ellenica. Ebbe così la possibilità di discutere con le persone addette all'accoglienza degli stranieri, con le guide, con i sacerdoti e con i guardiani di asini, dai quali, probabilmente, venne a conoscenza di chiacchiere, pettegolezzi e dicerie riguardanti le personalità più in vista dell'epoca. A volte, poi, Erodoto fornì diverse versioni dello stesso avvenimento: l'intento era permettere al lettore di crearsi la propria opinione, ma la cosa poteva anche generare ulteriore confusione in coloro meno avvezzi allo studio metodico. In definitiva, tra descrizioni contrastanti, imprecisioni e qualche inesattezza, sarebbe stato davvero difficile distinguere il vero dal falso se non ci fosse venuta in soccorso l'archeologia.

Gli errori di Erodoto
Di fatto, nella descrizione dell'Egitto, definito da Erodoto "un dono del Nilo", si alternano dettagli molto precisi ma anche notevoli approssimazioni. L'autore, per esempio, calcolò correttamente le distanze tra Eliopoli, Tebe ed Elefantina, ma fornì informazioni non sempre vere sulla piramide di Cheope: in primo luogo, riportò misure errate; inoltre, scrisse che la camera funeraria del faraone era situata al centro del monumento, come effettivamente è, ma aggiunse che la stessa era circondata dall'acqua, cosa che non corrisponde alla realtà. Anche la descrizione dell'ippopotamo era piuttosto confusa: secondo Erodoto, questo animale aveva una criniera simile a quella del cavallo. Più precise invece erano le notizie sui periodo storici a lui più vicini, riguardanti per esempio la XXVI dinastia o il faraone Shabaka.
Una delle maggiori fonti di confusione per gli studiosi che hanno lavorato sui testi di Erodoto deriva da una vera e propria mania dello storico: adattare in greco i nomi egizi, a cominciare da quelli dei sovrani, abitudine che utilizzò anche con le divinità, così, la dea Bastet divenne Artemide e Thot diventò Ermes.



Una singolare cronologia
Proprio nel trattare la vita di alcuni faraoni e la cronologia dei loro regni, però, Erodoto si dimostrò quanto mai impreciso: più gli avvenimenti narrati erano lontani nel tempo, più i dati diventavano incerti. La sua cronologia dei monarchi delle prime dinastie ha dato non pochi grattacapi a noi egittologi, che ci siamo trovati di fronte a un vero rebus. La sequenza temporale, in particolare, è piuttosto disordinata, e un esempio su tutti può dimostrarlo: nella versione di Erodoto, Cheope, faraone della IV dinastia, è collocato dopo Ramses III, re della XX dinastia. A creare ulteriore confusione, come si è detto, contribuì la smania di Erodoto di tradurre in greco i nomi egizi: non è dato sapere, per esempio, se un certo faraone chiamato Rampsinite fosse in realtà Ramses III o il suo predecessore. E il nome Min si riferisca al re Menes della cronologia di Manetone? Non mancò, poi, l'aggiunta di informazioni dubbie o difficilmente verificabili, come quella relativa a una spedizione di Sesostri nella lontana Colchide (la terra di Medea e del Vello d'oro), sul mar Nero: un avvenimento mai riscontrato dagli archeologi. Altrettanto dubbia è l'enumerazione dei faraoni etiopi: secondo Erodoto furono diciotto, ma ufficialmente se ne conoscono solo cinque.

La parola alla difesa

Erodoto cercò di racchiudere in un solo libro tremila anni di storia dell'antico Egitto. A sua disposizione, però, aveva solo testimonianze verbali, che egli completò con le sue osservazioni personali. Fino a quel momento, infatti, non esistevano altre opere dedicate alla civiltà egizia. Erodoto, inoltre, visitò molte città, ma non si fermò mai troppo a lungo nello stesso posto; soprattutto, non conosceva la lingua locale né era in grado di interpretare i geroglifici. In simili condizioni, il suo immenso lavoro rimane comunque prezioso. Nonostante le imprecisioni, lo storico greco ebbe infatti il merito di fornire un'inedita descrizione del paese, animata per di più da curiosità ed entusiasmo degni di un moderno reporter. Se si considerano i mezzi che aveva a disposizione, non avremmo potuto chiedergli di più. La sua opera, perciò, rimane una miniera di informazioni, cui va riconosciuta se non altro la volontà di dimostrarsi utile alla conoscenza dell'affascinante terra delle piramidi. 

lunedì 16 luglio 2018

I rilievi della mastaba di Mereruka

La sontuosa mastaba familiare del visir Mereruka è una delle più grandi e più belle che si siano conservate nella necropoli di Saqqara. Il suo ricco repertorio tematico risulta una preziosa fonte di informazioni per la conoscenza della società e dell'economia egizia durante la lunga VI dinastia.


Mereruka fu visir e genero del faraone Teti, appartenente alla VI dinastia. La sua tomba, a forma di mastaba, fu costruita nella zona nord-orientale della piramide di Teti. Essa fu portata alla luce nel 1892, da una missione francese diretta da Jacques de Morgan. Si tratta di una delle più grandi tombe private di tutto l'Antico Regno. Occupa una superficie di circa 1000 m2 e misura 40 m di lunghezza per 24 di larghezza. La sepoltura, di tipo familiare, contiene il corpo di Mereruka, quello di sua moglie, la principessa Uatetkhethor e dei loro due figli. Questa grande mastaba ha 32 sale, 17 delle quali (e 4 depositi) dedicati a Mereruka, e il resto a sua moglie e a suo figlio Meri-Teti. Alla tomba si accede tramite un piccolo ingresso situato nel lato sud del complesso. Notevole, all'interno, la "sala dei pilastri" dove, in una nicchia, c'è una statua del defunto. In questa stanza, incisi sulla pietra e in condizioni pressoché perfette, si conservano i titoli di Mererua. Tutte le sale sono decorate con rilievi, tranne quelle utilizzate come granai e depositi.

Molti degli stupendi bassorilievi che decorano la mastaba di Mereruka hanno per oggetto scene di vita quotidiana. Il repertorio è vario. Nella III sala dell'area di Mereruka, si dà spazio al lavoro dei metalli. Nella "sala dei sei pilastri" ci sono immagini agricole e del visir che, con la moglie, sorveglia l'andamento dei lavori nella proprietà. In questa sala c'è anche un bassorilievo che mostra alcune donne che piangono la morte del padrone. Altre scene raccontano episodi di caccia e di pesca con le reti. In una delle più belle è raffigurata, con sorprendente realismo, la lenta agonia di un ippopotamo ferito da colpi di lancia. In linea di massima, i bassorilievi conservano il gusto per la varietà tematica proprio della dinastia precedente, ma vi appaiono situazioni nuove, come nella scena in cui si vede la sposa di Mereruka sul letto, intenta a suonare l'arpa per il marito; per non parlare delle immagini dell'alimentazione forzata delle iene o del tentativo di addomesticamento delle gazzelle. I portatori delle offerte, che recano ceste, capre, gazzelle o vitelli, sono raffigurati in varie maniere. Non mancano infine scene di danza e di esercizi ginnici.


lunedì 18 giugno 2018

I testi scolastici nell'antico Egitto

L'insegnamento, nelle suole di palazzo come nelle Case di Vita, prevedeva la copia di una serie di testi, tra i quali, oltre ai classici della letteratura egizia, figurava anche una sorta di manuale a uso degli studenti, organizzato come un compendio delle conoscenze e noto come kemit.


La maggior parte delle grandi opere della letteratura egizia ci è giunta grazie ai "compiti" degli antichi abitanti della valle del Nilo. L'apprendimento della lingua e dei suoi diversi tipi di scrittura era piuttosto complesso. L'insegnamento si basava sul "copiato" di frasi o testi interi in ieratico e geroglifico. Inoltre, benché fosse piuttosto frequente la copia di testi del Medio Regno (2040 - 1786 a.C.), scritti in egizio classico, una grossa importanza veniva data anche a una serie di testi scolastici, il principale dei quali era il celebre kemit, che conteneva un insieme di frasi e di nozioni utili allo scriba. Tra l'altro, venivano utilizzati sia modelli di lettere che liste di nomi reali. Il "copiato" consentiva all'alunno di imparare sintassi e stile. Gli antichi studenti egizi copiavano anche testi di matematica e di astronomia. A differenza degli attuali loro colleghi, gli egizi non sostenevano esami o, perlomeno, non se ne conosce fino al Periodo Tolemaico (332-30 a.C.).

martedì 29 maggio 2018

Statua di Amenemhat III

All'interno del tempio funerario di Amenemhat III a Hauara, citato da Strabone come il celebre "Labirinto", fu rinvenuta una statua frammentaria in calcare raffigurante il faraone seduto sul trono. La scultura doveva ornare l'ampio edificio destinato probabilmente a celebrare la festa-Sed, in occasione della quale si credeva che venisse rinnovato il potere del sovrano. L'immagine di Amenemhat III manca del vigore e della forza muscolare presenti in altre statue dello stesso monarca. La corporatura è meno vibrante e i lineamenti del volto, più idealizzati, danno vita a un ritratto che emana un senso assoluta imperturbabilità. Lo sguardo è fisso e severo, il torso è scarsamente modellato e il resto del corpo presenta forme rigide e schematiche. Il faraone siede con le mani appoggiate sul gonnellino striato sopra un trono che evoca quello di alcune statue analoghe di Sesostri I rinvenute a Lisht. I lati del sedile sono infatti decorati nello stesso modo, con il disegno del sema-tauy (emblema araldico dell'Unione delle Due Terre d'Egitto) affiancato da due immagini del dio Nilo stante davanti a una pianta di papiro e a una di loto, simboli del Nord e del Sud del Paese.

Dati
Materiali: Calcare giallo
Altezza: 160 cm
Luogo del ritrovamento: Hauara
Epoca: XII dinastia (1842-1794 a.C.)
Sala: n°21

sabato 14 aprile 2018

Stele di Nebra

Questa stele testimonia l'esistenza di un culto reso ad alcune divinità pressoché sconosciute altrove, ma molto amate dagli abitanti di Deir el-Medina. Il "disegnatore" Nebra e due dei suoi figli, Nakhtamon e Khai - disegnatori anch'essi - hanno dedicato questa stele alla rondine Menet Uret e alla gatta Tanuit. Il culto della rondine è attestato a Deir el-Medina da altre stele e anche da statuette di rondini. Incontriamo questo animale, simbolo della rinascita, nel capitolo 86 del Libro dei Morti.

Nebra e la sua famiglia sono presenti in altri monumenti. Il "disegnatore di Amon nella Sede della Verità", Nebra è raffigurato nella tomba di Nebenmaat (TT219) con la moglie Pashed, una delle figlie di Karo, e i suoi figli Nakhtamon, Khai e Paherypedjet. Un altro figlio, Amenemopet, è menzionato su una stele conservata a Torino (CGT 50036). Artigiano specializzato tra gli operai della tomba, Nebra ereditò il mestiere di disegnatore dal padre Pay e lo trasmise ai suoi figli.

Dati:
Periodo: XIX dinastia Materiale: Calcare inciso Misure: Alt.cm 14,2; L 9,2 Collezione: Dovretti, 1824 Luogo di esposizione: Torino, Museo Egizio

giovedì 8 marzo 2018

Gli specchi egizi


Gli specchi, che gli antichi egizi usavano per truccarsi o mettersi in ordine, erano essenzialmente oggetti per ricchi. Tuttavia, essi avevano anche una funzione religiosa e funeraria. La qualità dei materiali impiegati e l'eleganza della loro fattura li rendevano vere e proprie opere d'arte. Gli antichi specchi egizi giunti fino ai nostri giorni consistono in dischi metallici, generalmente in bronzo. Ce n'erano anche in rame, in argento e persino in lega metallica. Di forma piatta, venivano lucidati e puliti con cura. Ad essi era unito un manico che poteva avere forma di colonnina, di figura femminile o di una divinità. Gli specchi metallici erano molto costosi ed è probabile che fossero destinati alle classi sociali alte. Un testo risalente alla fine dell'Antico Regno, che descrive la presa di potere da parte della nobiltà, parla così del lusso dei nuovi ricchi: '' La donna che guardava il suo volto nell'acqua ora ha uno specchio di bronzo''. Infatti le persone meno abbienti dovevano accontentarsi di vedere il proprio volto riflesso nell'acqua; è noto che gli egizi non conobbero lo specchio di stagno almeno fino all'epoca cristiana. Gli specchi avevano anche una funzione religiosa e funeraria; essi erano elementi di culto, usati come offerte alle dee Mut e Hathor. Grazie alla loro forma e lucentezza, gli specchi erano in rapporto con il dio solare, tanto da essere considerati simboli della rigenerazione e della vita. Nella tomba della regina Inhapi (XVII dinastia) è stato trovato un astuccio per specchio in sicomoro e avorio. Il coperchio è intarsiato in avorio e decorato con motivi geometrici e con l'immagine di una bambina che reca un festone di fiori di papiro. La parte circolare del coperchio ha una sorta di pomello che poteva essere fatto ruotare intorno a un asse. Nella cassa c'era anche uno specchio privo di manico. Uno specchio con astuccio fu anche ritrovato sul petto della mummia di Hanuttauy, regina della XXI dinastia.

giovedì 1 febbraio 2018

Domande su Ramses II e il suo tempo.

Nel corso del tempo mi sono arrivati molti messaggi privati o e-mail in cui mi si chiedeva di rispondere a quesiti di egittologia, oltre il 50% delle domande riguardava Ramses II, il re dei re, conquistatore di Qadesh e astro del mattino e della sera. Pertanto ho deciso di riportare le domande più importanti, significative e a volte divertenti.


1) Quanti figli ebbe Ramses? Ed erano tutti suoi?

Il numero dei figli di Ramses si aggirava intorno al centinaio, tuttavia si ritiene che la maggior parte venne adottata. Gli unici figli certi del faraone sono quelli che egli ebbe dalla regina Nefertari e dalla seconda sposa Isitnofret. 

2) Come mai Ramses fece costruire dei templi ad Abu Simbel, così lontano dai luoghi di potere?

Il faraone costruì i due templi al confine con la Nubia per testimoniare il suo enorme potere a tutti coloro che sarebbero arrivati in Egitto, del tipo: "Osserva e trema al mio cospetto". Chiunque, che fosse stato un commerciante o un re, arrivato ad Abu Simbel avrebbe dovuto temere il faraone.

3) E come mai costruì un tempio in quel posto anche a Nefertari?

Per testimoniare allo stesso tempo non solo il suo potere ma anche l'amore per colei che era la donna più bella di tutte.

4) Quale è stato il vero ruolo di Nefertari per Ramses?

La regina Nefertari è stata venerata sia in vita che dopo la morte come una dea, nessun'altra nella storia dell'Egitto è stata tenuta così in considerazione (al di fuori di Nefertiti) dal marito faraone. Ramses la consultava in tutto, si fidava del suo giudizio e delle sue capacità diplomatiche. Non ha solo costruito per lei un tempio unico, che non ha paragoni nella millenaria storia egizia, ma ha costruito per la sua vita eterna la tomba più bella di tutte.

5) Quale era invece il ruolo della regina Isitnofret?

A differenza di Nefertari, Isitnofret fu una moglie come tante, di cui evidentemente Ramses non si fidava, tenendola sempre in secondo o in terzo piano. Basti pensare che non ci sono rappresentazioni a noi note della regina fatte costruire da Ramses, le uniche che abbiamo sono ad opera dei figli di lei, i quali, dopo la morte del loro padre, riabilitarono il nome di Isitnofret fino al punto da distruggere le raffigurazioni di Nefertari. 

6) Si conosce il nome di un'altra moglie di Ramses?

In realtà Ramses ebbe molte mogli e tante concubine, ma l'unica che sia degna di nota, al di fuori delle due regine principali, era la principessa straniera Maathorneferura, il piccolo fiore di loto. Ramses la tenne nella sua corte grazie agli sforzi costanti della moglie Nefertari, la quale fu la principale artefice di ogni movimento diplomatico in Egitto.

7) Come morirono Ramses e Nefertari?

Nefertari morì presumibilmente di infarto, o come sostengono alcuni studiosi in tempi recenti, venne avvelenata. Al momento della sua morte la regina aveva poco più di quarant'anni. Ramses morì di setticemia all'età di 93 anni. La mummia della regina è conservata al Museo Egizio di Torino, ritrovata dall'archeologo italiano Ernesto Schiaparelli nel 1904. Anche il restauro della tomba è di firma italiana, iniziato nel 1986. Invece la mummia di Ramses è conservata al Museo Egizo del Cairo.

8) Che tipo di carattere aveva Ramses?

Stando a ciò che si può capire dalle sue opere e da ciò che ha lasciato, Ramses era un uomo determinato, caparbio, coraggioso, collerico e appassionato. Oltre ad essere un egocentrico megalomane. Era capace di grandi gesti di generosità e al contempo scatenare la sua ira voleva dire andare incontro a punizioni esemplari. Si considerava lo strumento della verità e della giustizia e non fece mai nulla in vita sua per contraddire ciò che veramente era giusto. Un uomo come ce ne sono stati pochi.

Ora veniamo alle domande "particolari"...

9) Secondo lei è possibile che Ramses II abbia usurpato la Sfinge e che il viso che vediamo oggi è quello del faraone della XIX dinastia?

Perché no, tutto è possibile con uno come Ramses...

10) Secondo lei è possibile che Ramses si sia reincarnato? 

Quando si tratta di Ramses tutto è possibile, non mi sorprenderei di vederlo camminare vivo e vegeto da qualche parte nel mondo. Egli era imprevedibile, inafferrabile e probabilmente ha trovato il modo di sfuggire anche alla morte. 

Vorrei alla fine aggiungere uno screen di una cosa simpatica che mi è successa e che mi ha dato l'idea per questo articolo: 


Vorrei innanzitutto ringraziare la lettrice che mi ha paragonata alla regina egizia, ha di certo gonfiato il mio ego. Alla domanda della Sfinge ho già risposto, mentre per la piramide di Cheope rimando ad un mio vecchio articolo: I misteri della piramide di Cheope.

lunedì 1 gennaio 2018

I cinque motivi che rendono Alessandro Magno il più grande uomo di sempre.

L'articolo che segue non ha nessuna valenza storica o imparziale, anzi, è il mio personale tentativo di dare una risposta a tutti coloro che mi chiedono: Perché questa ossessione per Alessandro il grande? Perché proprio lui?
Di grandi uomini la storia ne è francamente zeppa, mentre leggete queste righe quasi sicuramente nella vostra mente si affollano nomi come: Napoleone, Cesare o anche Ramses il grande. Tuttavia è mia personale opinione che uno solo fra molti meriti di essere ricordato come il più grande, e quell'uomo risponde al nome di Alessandro Magno.
Molto si è scritto sulla sua vita, sulle sue gesta o sull'enigma della sua tomba, ma c’è qualcosa al di sopra di tutto ciò che lo rende leggendario: la sua umanità. Andiamo quindi ad analizzare i cinque motivi che lo rendono il vero re dei re.


I - La sua fragilità:  Alessandro era solo un ragazzo quando a vent’anni fu chiamato da una sorte ironica a prendere l’ingombrante posto di Filippo. Cresciuto dalla madre alla stregua di un dio, considerato un debole da suo padre, in Alessandro si muovevano potenti incertezze. Di animo sensibile e delicato si fece forza nelle avversità, piegando al proprio volere anche la sua natura più deteriore, superando gli ostacoli e non cedendo mai alla paura.

II - I suoi sogni: Alessandro più di chiunque altro nella storia aveva una propria idea del mondo, popoli uniti in un unico scopo, Oriente e Occidente insieme. Egli era un visionario, e ogni visione, per la consistenza stessa dell’essere che la crea, è lo specchio dell’uomo che la partorisce. Pertanto si può dire di Alessandro che egli era al di sopra di ogni pregiudizio e razzismo.

III - Bianco o nero: Egli era un uomo senza mezze misure, tutto o niente. Solo gli uomini coraggiosi vivono nell’estremismo delle proprie passioni. Poteva essere generoso come nessun’altro ma al contempo non perdonava il tradimento. Amava e odiava in egual modo. Un uomo che non vede i grigi è un uomo che non si può corrompere.

IV - Le capacità militari: Alessandro aveva doti innate, il fiuto, l’intelligenza e il cuore per riuscire sempre nei suoi scopi. Vinse ogni nemico, batté ogni re o capo tribù che si ritrovò davanti, dimostrando grande senso pratico, misericordia per i vinti e per coloro che si arrendevano.

V - Il coraggio e la passione: Non serve spiegare cosa siano, ma Alessandro oltre a possedere queste doti, era capace di suscitarle in coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo: “Come faccio a spiegare cosa significa avere vent’anni e credere quando Alessandro ti guardava negli occhi di poter fare qualsiasi cosa” . Tolomeo.

Egli di certo non era perfetto, uomo come tutti, ma è proprio questa sua umanità, questa sua immensa ricerca di un confine a renderlo il più grande, poiché nessuno come lui è riuscito meglio in tali intenti. Per concludere vorrei semplicemente aggiungere che anche Napoleone e Cesare dovettero ammettere a malincuore che mai esisterà un altro Alessandro. E cosa ne avrebbe pensato Ramses II? Semplice, lo avrebbe amato e ammirato come un fratello.